Giorno: 23 ottobre 2014

Nulla al ver detraendo. In difesa del Leopardi di Martone

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Come ha osato Martone sporcare il grande Leopardi abbassandolo a protagonista di un film e come potrà mai un film rendere la grandezza e il genio di Leopardi senza banalizzarlo? Questa è stata la prima reazione, il più delle volte inconsapevole, quasi un riflesso condizionato, di molti addetti ai lavori, poeti, critici letterari eccetera. Al massimo il film potrà essere apprezzato dalle professoresse di Liceo che notoriamente di poesia e letteratura non capiscono niente, se non quelle quattro nozioni che devono ripetere meccanicamente ai loro alunni. No Leopardi no, non lo toccate, lasciatelo nei dipartimenti di filologia, nei convegni, nel nostro privatissimo e snobissimo olimpo bibliotecario dove periodicamente lo possiamo spolverare e commemorare. Perché in fondo ognuno che ha letto e amato Leopardi ritiene di essere il solo ad averlo capito veramente e quindi guai a chi glielo tocca, men che meno se questo qualcuno è un filmetto che per di più sta sbancando il boxoffice. Per non parlare dei suoi detrattori, che non vedevano l’ora di trovar conferma della loro insofferenza verso il grande poeta di Recanati, sbeffeggiando il film cercano di colpire lui, riconsegnandolo ai pregiudizi grevi che tutt’ora lo accompagnano.
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Class enemy

locandina

Si può chiedere, a una ragazza di sedici anni che confessa tra le lacrime di voler lasciare la scuola, di cercare la parola “fallito” nel vocabolario e di leggerla ad alta voce? Si possono fare, con lei che si dichiara incapace di capire perché vive, raffronti con Mozart, che sapeva bene cosa desiderava per sé dall’età di cinque anni? Mi sembra di no, e questo è il torto, oggettivo, del professor Zupan, se proprio si vuole cercare in questo episodio uno dei misteriosi mattoncini che spingeranno di lì a poco una ragazza depressa al suicidio. Non importa che la ricerca nel vocabolario serva da base alla frase “non è questo che vuoi per te”; non importa che il paragone con Mozart occorra a ricordarle le sue grandi doti di pianista; l’adolescenza ha un codice retorico e oltrepassarlo è un rischio che bisogna essere pronti ad assumersi.
Il professor Zupan, supplente di tedesco arrivato in una classe slovena a sostituire l’adorata docente in maternità, rivoluziona da subito didattica e approccio con quella che ritiene una classe lasciata a sé. Saluto in piedi, perché il rito distingue l’uomo dall’animale; lezioni in lingua; ogni gesto scelta didattica, agli occhi di un pubblico adulto, e immediatamente frainteso dai ragazzi nel solco di quella ferita che si chiama (e che loro attribuiranno al professore dall’inizio alla fine del film) “nazismo”. Quando Sabine muore, Zupan, già malvisto, si muove con gelida delicatezza (“forse preferireste andare al bar”, è invece la reazione molto più apprezzata di un collega): fa, e nel fare sbaglia, ciò che ha fatto fin dall’inizio, trattando da uomini che il lutto può rendere uomini migliori dei semplici ragazzi, doloranti e aggressivi; pone il confine tra la tragedia e la disgrazia; alla retorica buonista sostituisce la grazia severa degli epigrammi di Mann.
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