Giorno: 14 ottobre 2014

Proust, ancora

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La Ricerca, con quell’ordine architettonico tutto suo, frutto di un’infinita elaborazione, di scomposizioni e ricomposizioni continue, è cattedrale poetica per eccellenza. Con un equilibrio trovato infine sull’idea dello stare. Fissando a lungo i giorni ordinari fino a vederli svanire nel loro rumore, il Passato, rinato nel silenzio di un attimo in mezzo al presente, ne prende improvvisante il posto, ed è lì vicino a noi, dopo tutta la distanza che da noi quello stesso silenzio aveva stabilito, seppellendolo nel Tempo.[1]
Un romanzo-pozzo, per così dire, dove non è difficile veder ristagnare, sul fondo, acqua mista a petrolio. Una volta cadutoci dentro, il lettore, come fosse uno sventurato cormorano, dovrà affrontarne l’inevitabile pericolo, divincolarsi, trovare una via d’uscita.
Sappiamo che più di un romanzo è un tout vivant l’opera di Proust: tra scavi e ritrovamenti, anche (e forse soprattutto) violenti, la grazia della sua osservazione, capace di permearne la scrittura, fiorisce sulla ferocia di un fardello che ha voluto implacabilmente assegnarsi, rispondendo così a una vocazione, il cui “racconto” in effetti è il fuoco centrale della Ricerca.[2]
Questo compito, immenso, generatosi in lui tramite un desiderio d’immortalità coltivato nell’arco di tutta una vita, andava assolto. Doveva ridurre, fino a eliminarla, la “distanza d’anima” fra tempo interiore e tutto ciò che fuori di lui (fosse semplice chronos[3] o spicciola materia o rassegna sociale in cui passano le esistenze) si consumava, pulsando con altra meccanica, lontana dal suo cuore.
Lo scrittore (più in generale l’artista, per meglio corrispondere al pensiero di Proust), grazie a un «istinto religiosamente ascoltato in mezzo al silenzio imposto a tutto il resto»,[4] deve essenzialmente creare, fedele soltanto alla sua verità più profonda, un linguaggio nuovo.
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