Giorno: 30 settembre 2014

7 poesie di Ben Clark

Traduzioni di Valerio Nardoni e Nota di Lorenzo Mari 

clark

Big Bang


Indietro, più indietro, fino al principio
quando tutto ardeva e nulla
era complesso, nulla complicato.
Indietro, fino al calore
primigenio, ai fuochi che generarono
universi, divinità, tassametri,
frasi lunghe e giornate in cui non chiami,
camerieri impacciati
e bambini insolenti e i giovedì
sera col frigo vuoto
tutto
e indietro, indietro ancora
-all’attimo prima della grande festa,
tutto è già pronto
manca solo che venga tutto e anche
te, milioni di anni più tardi,
certo, fino
a questo mondo freddo di materia
pervertita e promiscua. Indietro, indietro,
voglio aspettarti qui,
in questa oscurità dell’avvenire,
pieno d’ansia e d’attesa,
e nominare uno a uno gli oggetti,
le cose, man mano che si espandono,
fino a arrivare a te, di nuovo a te,
senza mai dirti che ho viaggiato
al principio di tutto molte volte,
e che ti ho vista nuda per la prima
volta innumerevoli notti,
ma sempre diverse (fedele azzardo!),
e sempre con il dubbio, con la fredda paura
di non sapere se ero in questo mondo
o un altro dove i nostri corpi non
si uniscono fino ad esplodere;
un altro in cui non ci sdraiamo accanto
a guardare il soffitto, tutto ciò
che abbiamo generato con delizia:
quell’universo giovane e vorace
sul quale non abbiamo più controllo.


Campus


Qualche cosa funziona in questo campus.
È l’erba.
Non sono i corpi chiari, così persi
nell’ottuso mattino della brama.
Non son queste parole; non è l’acqua
di questa fonte guasta e velenosa.

È l’erba.

Cresce senza speranza e cresce verde,
pertinace, pietosa.
E certe volte si alza
e viaggia tra cartelle e appunti sterili
di materie morte. È l’erba.
Dolorosa e paziente. Loro ambasciata e loro letto.
Quell’erba verde e triste.
Ode alla gioventù che hanno appena falciato.


La poesia più pericolosa del mondo


Sono illeso e seduto in una casa grande.
Qualcuno è entrato con la forza.
Più di uno. Forse più di due. Loro
non sanno che io sono nella casa. Forse
non gliene importa. Per ora sono al piano terra:
sfasciano cose, altre se le prendono, gridano
ordini con parole che non afferro.

Non è soldi che cercano, non è vendetta,
x quanto ne capisca non c’è nessun motivo
xché adesso si siano zittiti
dietro la porta della camera. Ed ascoltano
abbattono
la porta mentre io digito il


Il regno calante


È un luogo triste e privo di riflessi. La corte è scarsa
e il tempo abbonda e avanza e intorpidisce.
Qui ci furono giorni molto più felici;
piccole epoche, inavvertite, istanti giullari
fra amache e fra lenzuola.
Eravamo allora, tu ed io, molti.
Viva, quindi, il mio regno calante! Regno di melma e rimasugli.
Trono del turbamento
di pavoni reali in fiamme e in fuga
di agonici roseti e siepi non potate,
di fango sul parquet,
di lampadari con le braccia rotte.
Viva questo spazio pregno. Ogni giorno di meno, ogni giorno
più inutile per il passeggio.
Stalle fetenti, sorgenti smorte e febbrili.
Né una rana né un uccello sperduto.
Non una cartilagine libera di veleno.
Tu però non sei ancora andata via.
Sei qui.
Avvolgi tutto, premi alle pareti
che scricchiolano, cedono. Cadono gli ultimi quadri,
ed è morto di fame il cane alla catena.
E scriverò le cronache di questo impero se non è troppo tardi.
Lì parlerò delle sere che qui erano nate,
delle orde d’amore e delle notti,
delle guerre perdute e dei morti,
degli eroi d’altri tempi e del vasto orizzonte
sempre da conquistare.
Viva l’ultimo, viva, del mio regno calante,
il regno che fu nostro e adesso odio perché mio.
E una rapida occhiata al palazzo dolente che festeggia
l’anoressia incurabile dei suoi muri.
E un’ultima parola che si esprime
prima che poi non c’entri la mia colpa
né il cadavere dei nostri progetti
né la corona amara del mio pentimento.


«Figli dell’abbondanza»


«Figli dell’abbondanza» ci chiamavano:
quelli che non conobbero la fame
né quelle acute larve di stridore
fischianti nell’orecchio per le bombe.
Quando le nostre gambe, così smunte,
cadendo sanguinavano perché
il parco era in cemento armato e freddo
restavano in silenzio ed osservavano
il nostro pianto con gesto di scherno.

Dovevamo vivere e dire grazie
per l’ocra escoriazione nella gola
fatta dal vento cercando rifugio.
Apprezzare le frecce delle nuvole
e che un fango lattoso ai nostri piedi
– in un ultimo gesto agonizzante –
mordesse gli stivali del progresso.
E come ringraziarli per la gioia?
Le risate provocate dagli uomini
innocenti del mare
che si incamminavano verso il fiume
disposti a immergersi fra gli escrementi.

Ma c’era anche la noia
di dover spiegare ai bambini
delle parole come indios, orso
bruno, balena azzurra o lince iberica.
Ma queste eran minuzie, sacrifici
neppure confrontabili con quelli
sofferti da chi adesso ci diceva
“figli del nostro sangue”, così austeri.

Certo, a volte, non era neanche facile,
semplicemente noi provammo a vivere.
Mettevamo da parte i nostri scrupoli
il vuoto che avevamo dentro,
figli dell’abbondanza;
i figli dei figli dell’ira,
ereditieri di tutte le spoglie.


Il ritorno


Tornare dalla morte è improbabile.
Tornare dall’amore un impossibile.

La persona che torna senza saper mai dove,
sotto le tenui luci di lanterne spezzate;

La persona che torna senza saper mai dove,
sapendo che i suoi viaggi ormai non servono;

non conosce altra patria che il petto dell’assenza.
E non capisce più la lingua degli uomini
e le loro abitudini gli sembrano banali.

Quella persona triste che ha visto mezzo mondo
per cercare i due quarti in cui si è rotta l’anima
non vuole più tornare. Non può tornare più.


Forse


Se potessimo vedere tutto, forse tutto ci sembrerebbe buono.
Edward Thomas

Quando lavori non ce n’erano e la gente camminava
da nord a sud fuggendo un selvaggio
bimbo dio, quando bastavano
poche parole a fare un fuoco,
ci fu per forza un uomo rozzo, il primo
di tutti quelli che avrebbero un giorno
riempito i corridoi con nuove mansuetudini.
In qualcosa doveva somigliarmi,
chissà,
se guardava la luce dell’orizzonte
e se camminava da solo.
Io non so se lui giunse allora ad intuire
l’incredibile numero non nato
di corpi e di chilometri che ancora
dovevano venire.
E se abbia contemplato il vasto orrore incompiuto,
tutto il dolore che si poteva evitare
abbracciando quel bimbo dio del nord,
se fermo fosse un fossile, roccia, nulla.
Se abbia avuto davanti guerre e notti cieche,
pianti e bambine serie vestite in uniforme;
un esercito di infiniti mercoledì infiniti che marciano a ritroso,
che gli affondano in petto
e gli sussurrano i nomi dei morti
che non sarebbero mai nati se fosse morto.
Se questo nonno impossibile potesse vedere tutto
e in un istante lucido
potesse intravvederti qui seduta,
frutto strano della sporca deriva dei millenni,
forse tutto gli sembrerebbe buono.


I figli dei figli dell’ira: settant’anni dopo Dámaso Alonso


di Lorenzo Mari

“Neanche trent’anni e già così prolifico”, si direbbe da queste parti…
Questi patemi, però, non sembrano interessare a Ben Clark, poeta nato a Ibiza nel 1984 e autore, fino a oggi, di numerose pubblicazioni, tra le quali si possono ricordare qui: Secrets d’una Sargantana (2001), Los hijos de los hijos de la ira (2006), Cabotaje (2008), MEMORIA (2009), Los últimos perros de Shackleton (2013) e La fiera (2014).
Già capace di aggiudicarsi i prestigiosi premi Hiperión (2006) e Ciutat de Palma (2014) per la sua opera poetica, Ben Clark è emerso, negli ultimi anni, come una delle voci più solide del panorama spagnolo contemporaneo.
…Ho avuto qualche titubanza a scrivere ‘spagnolo’, in realtà, a causa della diatriba sempre aperta che potrebbe opporre un autore delle Baleari – isole dove si parla una variante autonoma del catalano – alla sua ri-territorializzazione nell’ambito della letteratura nazionale spagnola… A questo proposito, si può certamente ricordare come, all’atto di ricevere il premio Ciutat de Palma, Ben Clark abbia voluto dedicare il proprio discorso di accettazione a Marià Villangómez Llobet, grande autore ibizenco, e alla tradizione poetica delle Baleari. E si può anche sottolineare come nella poesia The Quarter-Century Blues, inclusa nella raccolta Los últimos perros de Shackleton, Clark abbia scritto piuttosto esplicitamente: “Sé que amaste a Miquel Martí i Pol / mucho más que a Valente y no te culpo” (So che hai amato Miquel Martí i Pol / più di Valente e non te ne faccio una colpa”). Anche se affidata en masque al ‘tu’ lirico, la preferenza di Ben Clark per il poeta catalano rispetto al già canonico José Ángel Valente – un punto di riferimento ormai indiscutibile per i poeti spagnoli delle ultime generazioni, come dimostra il saggio critico di Rosa Benéitez Andrés recentemente pubblicato su In realtà, la poesia – appare rilevante sia sul terreno letterario che su quello culturale e politico.
Tuttavia, Ben Clark, che in questo è pienamente glocal e ‘integrato’, piuttosto che ‘apocalittico’, scrive prevalentemente in castigliano. Non solo: la sua scrittura, pur mostrando riferimenti dotti all’interno della tradizione letteraria ‘centrale’ – in relazione, ad esempio, a Dámaso Alonso o Francisco Umbral – s’intesse costantemente anche del suo interesse per la poesia in lingua catalana, così come della sua passione per la poesia in lingua inglese. Quest’ultimo dato non si deve soltanto alle origini biografiche dell’autore (come traspare dal suo stesso nome) o al suo lavoro di traduttore (Clark si è recentemente occupato dei Poemas de amor di Anne Sexton per le Ediciones Linteo).
Si potrebbe anzi dire che un certo dettato poetico tipicamente anglosassone sia parte integrante della poetica di Clark. Lo rilevano Miguel Dalmau e Vicente Valero nella quarta di copertina dell’ultima raccolta, La Fiera, e lo nota anche Josep María Nadal Suau nella recensione dello stesso libro (riportata nel blog di Ben Clark, Del verso y a lo adverso): è di marca anglosassone l’ironia divertita dell’autore, nonché l’understatement che viene continuamente applicato, con funzione degradante, a ogni tipo di visione metafisica. Critica questa che, in realtà, può essere ulteriormente approfondita: la poesia di Ben Clark vede costantemente all’opera uno scontro, che è talvolta titanico, talvolta risibile, tra una tendenza romantica, idealista e mirante all’Assoluto e un orientamento più chiaramente postmoderno, che risulta essere di derivazione sicuramente più anglofona che ispanica. Un titolo paradigmatico, in questo senso, è proprio Los últimos perros de Shackleton (“Gli ultimi cani di Shackleton”), con il quale l’autore rievoca l’avventura tragica, tra i ghiacci polari, dell’esploratore Sir Ernest Henry Shackleton (1874-1922). All’interno del libro, l’ultima impresa alla quale Shackleton vorrebbe partecipare, allo scopo di riscattare alcuni fallimenti precedenti, ma a cui infine non può prendere parte perché la morte interviene poco prima della partenza, risulta ripetutamente accostata – sin dal prologo, “Porque resistimos, conquistamos” – all’avventura universale dell’amore, che è chiaramente connotato come ‘amore lirico’, e dunque come topica esausta, per quanto riguarda la poesia contemporanea… Oltre a essere tragica, insomma, la morte acquisisce sfumature meta-letterarie ironiche, se non pienamente sarcastiche.
Certo, “[t]ornare dalla morte è improbabile / tornare dall’amore un impossibile”, come si legge anche qui, nella poesia Il ritorno; tuttavia, piuttosto che questo tono assertivo, se non sapienziale, nella poesia di Ben Clark è molto più facile rintracciare accostamenti orizzontali tra immagini che evocano il sublime romantico e altre, più quotidiane, che le sbeffeggiano (ne è un perfetto esempio il verso “universi, divinità, tassametri”, in Big Bang). L’understatement, insomma, è sempre dietro l’angolo.
In questo contesto, pare opportuno notare anche come l’apertura internazionale della poesia di Ben Clark – come accade, del resto, per una parte della poesia italiana contemporanea, che guarda con crescente attenzione alle tradizioni poetiche straniere, svincolandosi, così, dall’ansia di influenza locale – comporti, forse a guisa di compensazione, un minore interesse verso la ricerca linguistica e la sperimentazione in senso stretto. Si dà forse precedenza al polimorfismo stilistico e tematico – come si può notare confrontando, ad esempio, i testi “Figli dell’abbondanza” e La poesia più pericolosa del mondo (dove le “x”/”per” italiane, nella sapiente traduzione italiana di Valerio Nardoni, corrispondono ai “q”/”que” spagnoli) – senza che ciò possa far sospettare eccessi poligrafici da parte dell’autore.
In chiusura, un’annotazione è d’obbligo sulla postura “generazionale” di Ben Clark, che non si limita ad essere una giaculatoria di stampo neolirico, preferendo mescolare connotazioni politiche immediate a una connessione intertestuale che appare profonda e assai preziosa, con Los hijos de la ira (1944) di Dámaso Alonso. Si legga, infatti, la chiusa di “Figli dell’abbondanza”: “Mettevamo da parte i nostri scrupoli / il vuoto che avevamo dentro, / figli dell’abbondanza; / i figli dei figli dell’ira, / ereditieri di tutte le spoglie”. Scrivendo Los hijos de los hijos de la ira nel 2006, Ben Clark non ha inteso soltanto compiere il proprio ritorno in seno alla tradizione letteraria nazionale in lingua castigliana, ma ha offerto anche il suo personale impegno nel rinnovare la poesia “desarraígada” (“sradicata”), più attenta al dato esistenziale che non a quello formale, che settant’anni orsono fu di due giganti come Dámaso Alonso e Blas de Otero.