Note su “Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

di Luciano Mazziotta

tua e di tutti

Dopo cinque anni dal suo libro di esordio, Favole (Transeuropa 2009), il 2014 vede la pubblicazione della nuova raccolta di Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, opera prima della collana pordenonelegge, edita da Lietocolle.
Credo, innanzitutto, si tratti di un’opera “necessaria” del nuovo decennio. Non tanto perché segni il percorso dell’autore, ma, più che altro, perché l’opera porta con sé tutta la complessità del moderno: dalla crisi del soggetto ad un’indagine sul concetto di continuità; dalla lingua straniata e straniante all’ansia di dover prendere posizione per “rifare tutto”, di fronte ad una contemporaneità in cui ogni traguardo raggiunto azzera tutti gli altri e quindi non lascia al soggetto che la necessità di riepilogare e ricominciare daccapo.



Tua e di tutti

Tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.


Se il titolo è sempre una forma di autointerpretazione della propria opera, Tua e di tutti ci fornisce diverse coordinate per la lettura di questa. Innanzitutto in esso è contenuta una ambiguità di fondo ed una mancanza. Tua e di tutti a cosa si riferisce?
Anche senza leggere la poesia che contiene questo sintagma è evidente che ci troviamo di fronte alla dialettica singolo-collettività: il tu, che è specchio dell’io, da una parte, ed il “tutti” che indica la totalità; la dialettica io-tutti attraverso la quale singolarità e collettività si scambiano incessantemente le parti, nella ricerca di una pienezza impossibile da raggiungere.
Entrambi gli aggettivi, del resto, nel testo in questione, si riferiscono alla vita, ad una vita però che non appare mai nella sua forma lirica tradizionale e compiuta, come l’ambiguo titolo vorrebbe far credere. Si tratta di una vita sbiadita che porta, ontologicamente, in sé tutte le crepe dell’esistenza.
Se infatti leggiamo il testo nel quale queste parole sono contenute vediamo “tua e di tutti, questa/ vita reale più ricca e sgualcita/ dal niente che non l’abbandona.” È una vita, dunque, che, non solo non è affatto piena, ma la cui essenza è caratterizzata dal “nulla”.
Il termine “sgualcita”, però, è quello semanticamente più ricco, in quanto in esso sono rappresentati tutti gli sforzi cognitivi della silloge.
La vita di cui si parla in questo libro è una continua e faticosa ricerca: la vita è sgualcita, in quanto qui, vivere significa mettere continuamente in dubbio la possibilità di esserci. Significa, dunque, cercare dei barlumi di presenza.
In queste ultime parole è contenuta la grande novità filosofica dell’opera: Di Dio non crea una sinonimia tra vita ed esperienza. In quanto soggetti deboli noi moderni non “esperiamo” vivendo. Al contrario, il nostro vivere è caratterizzato dalla continua e incessante fatica alla ricerca di un’esperienza che possa riempirci.
Il termine “sgualcita” per di più si inquadra perfettamente nella lingua che utilizza Di Dio. Una lingua straniante, che a tratti sembra una traduzione da una lingua morta, e che, ancora una volta, denota la “fatica” di dire “il mondo”.


Ricercare l’esperienza

E ogni volta ricomincia.
Questa notte, domani, due millenni fa.
La faccia che t’incontra bianca
ricapitola e conclude

la ricerca dell’esperienza.


Con una organizzazione classica che, probabilmente, vuole, a livello strutturale, porre un ordine al caos della vita, Di Dio apre la sua raccolta con una poesia dal titolo “una volta cominciata questa impresa”.
Tanto “cominciare” quanto “impresa” mettono in evidenza lo sforzo, il movimento di fatica, che sì, in qualche modo, danno consistenza al soggetto, ma, al contempo, lo usurano.
Iniziare, cominciare, ricominciare sono termini che compaiono più volte nel corso della raccolta, ancora a confermare questo movimento incessante.
Si comincia e ricomincia perché “con gli anni la vita si complica/ si confonde si immischia […] E ogni mondo/ a cui hai creduto come cosa salda e vera/ è già di altri negli altri corpi”.
Dunque, a livello cognitivo, l’autore ci informa dell’impossibilità di giungere non solo a compimento della vita, ma anche a conoscenza di una forma piena di essa. Ogni volta che, del resto, sembra ci si sia avvicinati ad un oggetto e lo si sia reso “noto”, questo diventa insondabile. Se esso in un primo momento ha la parvenza di un qualcosa di saldo, in realtà, una volta raggiunto, non è più riconoscibile per il soggetto.
Nella tradizione filosofica il “dialogo” ha rappresentato, almeno da Platone in poi, una delle forme di “esperienza” più adeguate per “conoscere”. Questa concezione viene mantenuta da Tommaso nella sua raccolta, eppure qualcosa devia. In Tua e di tutti succede che la luce, un barlume di “verità”, quella luce che potrebbe svelare le cose, metterle in evidenza e renderle “conoscibili” azzera ogni possibilità di dialogo e conoscenza stessa. “Come taglia/ questa luce nell’erba e lascia / soli nel dialogo”. Di Dio utilizza quasi una forma ossimorica: rimanere soli nel dialogo è l’impossibilità di procedere nella dialettica finalizzata a dare aspetto concluso alle cose.
Al soggetto non resta che il monologo. Un farfugliare tra sé e sé attraverso il quale avvicinarsi “all’impossibile storia del vero”. Perché questo vero sia impossibile, Tommaso ce lo dice più avanti. Perché ogni volta raggiunta una meta o una pseudometa, quella spinge a ricominciare daccapo. Ogni vero raggiunto, azzera tutte le altre verità. Le cancella. “Perché il vero volto è fiamma, che ogni altra/ luce cancella.”
Questa fatica incessante che rende la vita “sgualcita”, questi continui avanzamenti e azzeramenti mettono il soggetto nella condizione di instabilità. Non arriverà mai ad una meta, e anche quando raggiunta, ci dice l’autore “bisogna ripetere tutto, capitolare”.
Non c’è traguardo che tenga. Non c’è pace per il soggetto né per la luce della conoscenza. La luce stessa, ripete Tommaso, “la luce mai/ si riposa.” Ricominciare e ricominciare è l’unica cosa che il soggetto ha la possibilità di fare. “E allora t’alzi e ricominci” recita una poesia; “Possiamo iniziare da qualsiasi cosa”, dice in un’altra; o ancora “E ogni volta ricomincia./ Questa notte, domani, due millenni fa./ La faccia che ti incontra bianca/ ricapitola e conclude// la ricerca dell’esperienza”.
Non c’è vita che potrebbe essere più usurata e sgualcita da questo faticoso percorso senza fine. La vita Tua e di tutti appare come una quete che non si realizza mai in esperienza, ma come per gli eroi nel Castello di Atlante del Furioso, sembra tornare sempre al punto di partenza, restando, solo e affannosamente, ricerca. Qui è tutta la tragicità dell’opera di Di Dio. E, forse, pare accennarci l’autore, questa tragedia, questo dialogo presto mutato in monologo, è l’unica cosa che può testimoniare ai soggetti di esistere, di possedere un barlume di presenza. Di qui.

La presenza. La continuità. Gli alberi

Ho cercato tanto un tempo del tempo
per dire qui.


Come succede per l’esperienza, anche la “presenza”, però, non è mai scontata, ma ricercata e messa in dubbio nel corso di tutta la raccolta. Se ricercare l’esperienza della vita è l’attività primaria e faticosa della vita; se l’impossibilità di arrivare ad un traguardo è l’emblema della tragicità dei soggetti moderni, questi non possono rifugiarsi nella consolazione di esserci. La presenza va cercata e la sua dicibilità se non è proprio ineffabile è comunque raggiunta, approssimativamente, con sudore. “Ho cercato tanto un tempo del tempo/ per dire qui”, dice Di Dio in uno dei testi, forse, più compiuti dell’opera. Come se gli sforzi per riconoscere una qualche esperienza nella vita, togliessero del tempo per affermarsi.
Qui rientra l’altro aspetto dell’usura che era presente nello “sgualcita” del testo liminare. Sgualcita la vita, sgualcita l’esperienza, anche i soggetti sono sgualciti e non possono aspirare a nessun dopo, a nessuna continuità che non sia quella della ricerca.
Ci si trova davanti a delle “personae” che, come la ricerca, non possono mai giungere a compimento né, come si diceva prima, alla maturazione di dirsi, perché “siamo deboli” dice Tommaso, ed anche il corpo, di cui tanto si è parlato a proposito della poesia tardonovecentesca, è un corpo “neutrale”: ne uter, né l’una né l’altra cosa. Figura bifronte, il soggetto moderno non può neppure aspirare al sollievo della morte e la posizione centrale tra i due estremi è l’unica cosa che si può conoscere: “Ecco. Io conosco/ che siamo tutti troppo poco/ per morire, più di così.” Il corpo, dunque, non è che la resa materiale di quel più astratto niente che non abbandona la vita.
Senza vita e senza morte l’io non può neppure essere nominato, né tanto meno pronominato. Agiamo “in nome di nessuno” e neanche un pronome può essere trovato per indicare questi corpi neutrali. Con un movimento di diagnosi della vita, l’autore trova un’altra vita, come una sorta di malattia sconosciuta, un altro qualcosa che non ha ancora definizione né nome nel disordine della ricerca. Si tratta di una vita “che non ha ancora trovato nome”. Nessun nome dunque, ma neanche nessun pronome. Il pronome, il deittico per eccellenza che indica che qualcosa esiste, ciò che sta al posto del nome, prevede che un qualcosa sia e che dunque appaia tanto dicibile quanto nominabile. Ma nella ricerca della presenza esso non viene rintracciato, come quando Tua e di tutti recita “mentre nessun pronome resta.”
Se non ci sono nomi né pronomi aspirare ad una qualche continuità è utopia e Di Dio ne ha piena consapevolezza. La silloge, del resto, è ricca di immagini di “castrazione” di una continuità. Si ritrova l’immagine di una strada che “di sé non mostra continuazione” e la stessa “inguaribile presenza” è tra quelle “cose che non continuano”. Soggetti deboli, sgualciti, alla ricerca della presenza e dell’esperienza dunque i moderni si relazionano con una “inguaribile presenza” all’interno della quale l’unica cosa che “continua” è la fatica, mentre impossibile è ogni idea di tramandare qualcosa o consegnare il testimonio.
Quasi al centro della raccolta, gli ultimi due versi di una poesia recitano “nella testa l’idea/ di essere padre”, e qui si introduce un nuovo problema. Non pare che vi sia alcuna aspirazione alla continuità. C’è solo l’idea, una raffigurazione “fantasmatica” che non può mai realizzarsi: come se la debolezza della vita abbia messo in crisi anche la fertilità di essa.
Eppure quasi ogni testo della raccolta presenta immagini di vegetazioni, ed in particolare di alberi. Si faccia attenzione però: non si tratta di boschi, o distese di alberi. Ho come l’impressione che gli alberi cui si riferisce Tommaso siano quelli che di tanto in tanto si ritrovano al margine delle strade delle grandi città urbanizzate: oasi di vegetazione sì, ma più che simbolo di fertilità, immagine della costrizione del verde entro alcuni spicchi di cemento.
L’ossessione per gli alberi dunque non è che la resa testuale di un desiderio irrealizzabile e in più un rovesciamento del paradigma lirico. Il simbolo della fertilità e della continuità per eccellenza qui diventa minaccia della presenza: le radici degli alberi si insinuano dentro le vite, dentro l’esserci e lo distruggono. “Le radici salgono, si disgregano/ […] vanno/ […] verso il punto/ d’invisibile male dentro// la distruzione del fenomeno.”


Lingua morta. Lingua falsa

E questa lingua falsa
sembra tenerci, trattenerci
sul piano sicuro delle cose.


Più volte, nel corso di questo testo, si è fatta allusione all’usura che connota tutti i campi messi in atto nel discorso di Tommaso. Neppure la lingua utilizzata, si era già detto, sfugge da questa fatica e da questo senso di “stanchezza”.
La lingua in cui scrive Di Dio è una lingua straniante che, a tratti, pare una traduzione da una lingua morta. Del resto, almeno due volte l’autore interviene nell’opera per definire la lingua, l’unica lingua possibile per dire tutta questa fatica.
Talvolta è “Lingua morta/ che nelle cose vive alberghi”, talvolta “Questa lingua falsa/ sembra tenerci, trattenerci/ sul piano sicuro delle cose.” La lingua, dunque, è come quella vita senza nome nella vita. Come un qualcosa di insondabile ma al contempo stabile all’interno di un discorso più fluido e difficile da cogliere. Allo stesso tempo, però, non ha alcuna pretesa di veridicità, o di sincerità. Non solo si tratta di una lingua falsa, ma anche quello che dice è falso. Perché, come ormai si sarà capito, nulla può tenerci su un piano sicuro delle cose. Perché cosa salda e vera non è data.
Così, al di là delle dichiarazioni, se ci addentriamo nei testi, ci imbattiamo in sintagmi come “Non possiamo noi dimenticare”, che sembra proprio un calco dal latino. Oppure “negli stretti suoi jeans”, o ancora “ignuda natura”, “le costruite case”. Sono, queste, tutte costruzioni che hanno un ché di arcaico. Un arcaico però che non ha nulla di “arcaicizzante” finalizzato al raggiungimento di un ipotetico sublime. Al contrario, queste forme denotano, anche sul piano del linguaggio, l’immensa fatica per dire la fatica dell’esserci; l’immenso sforzo per trovare le parole adeguate che riescano a dire e l’esperienza e la presenza.
Così tutti gli ambiti della “realtà” che sono messi in campo nella raccolta, dalla ricerca alla presenza, dall’infertilità al linguaggio risultano “sgualciti e usurati”.
Il soggetto parlante non può né trovare né tanto meno generare. In un campo di forze in cui tutto risulta usurato e sbiadito, oggi, l’unica cosa da fare sarebbe aspirare a dare vitalità a un qualcosa necessariamente in putrefazione. Come i corpi del Bellum civile di Lucano, autore più volte citato all’interno di Tua e di tutti. Come un’infusione di sangue in un corpo ormai morente, non resta che “dare vita alla vita.” Ma anche questa non sarebbe una soluzione definitiva: in ogni caso bisognerebbe sempre cominciare e ricominciare.

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