L’angelo che è stato

angelo_rmr

Elegie duinesi di Rilke, inizio della Prima Elegia:[1]

Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie
degli angeli? E se uno mi stringesse d’improvviso
al cuore, soccomberei per la sua troppo forte presenza.

Nel suo Esserci («presenza», nella traduzione di Rella) l’Angelo è tremendo. Ognuno di loro lo è. Come ombre distanti, alte su di noi, a guardarci dall’orizzonte della bellezza. Ci spaventano, nel loro carico di mistero, ci fanno tremare.[2]
Riconducibile più al Satana della tradizione islamica, Iblīs,[3] che non alla figura di un custode che ci accompagni nel nostro cammino (com’è per l’Islam Jibrīl, il rivelatore, o il Gabriele cristiano, l’annunciatore),[4] l’Angelo di Rilke non si cura di noi. È una forza come dire straniera, che semplicemente sta, in assoluta trascendenza.[5]
Eppure c’è, sta appunto, nel suo fortissimo Dasein. Rispetto all’Angelo, siamo noi piuttosto a esserci debolmente, capaci di estraneità a noi stessi, proprio perché paradossalmente costretti in noi stessi, dispersi come sempre nell’attesa (Erwartung), di amore o di tempo finalmente realizzato.[6]
A noi resta un compito, il compito che fu essenziale per l’arte di Rilke e che sembra imporsi di nuovo ai nostri occhi, oggi: imparare a vedere, qui, nel mondo già interpretato (in der gedeuteten Welt).[7] Con coraggio, fuori dalla strada dell’abitudine. Vedere, certo, e saperlo anche dire, perché «tutto congiura a tacere di noi».[8] Con quali armi affrontare questo compito? Pietà di sguardo e misura di linguaggio – potremmo forse dire – in grado di rivolgersi sia al passato sia al futuro, affrontando in ogni caso, nell’una o nell’altra direzione, una tensione drammatica.
Compito dell’uomo, e della storia. Attraggono ancora, in questo senso, e a proposito di questa inevitabile tensione, le celebri parole di Benjamin riferite all’Angelus Novus di Klee:

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.[9]

«La mia ala è pronta al volo» è l’incipit del pensiero di Scholem citato da Benjamin in esergo.[10] E quest’ala è l’occhio: l’occhio è teso al presente, trattiene in sé un passato finalmente conquistato ed è in grado di presagire, con coraggio, il futuro.
Si tratta, in fondo, di portare il visibile nell’invisibile. Ecco il compito, che del resto anche Rilke stesso dichiara, in una delle Lettere da Muzot, datata 13 novembre 1925: «L’Angelo delle Elegie è quella creatura in cui appare già compiuto quel rivolgimento del visibile nell’invisibile che noi ci sforziamo di attuare. L’Angelo delle elegie è quell’essere che attesta nell’invisibile un rango più alto della realtà».[11]
Proprio da qui, continuando a costruire ponti per analogia, parte Wenders ne Il cielo sopra Berlino, da un occhio che si apre.
Ma l’Angelo di Wenders anziché solamente guardare, raccogliere testimonianze spirituali dei viventi e conservarle catalogandole, prova compassione. Vuole rompere la catena di apparenza in cui gli è dato stare per l’eternità, vuole legarsi alla terra, entrare nel tempo, toccare la storia, sentire i gesti e trovarsi nelle abitudini dell’uomo.
Le parole di Marion, la trapezista, a un certo punto del film sono chiare: «…Ma se il tempo stesso fosse la malattia? (…) Cosa devo fare? Non pensare più a niente. Esserci e basta». Ed ecco che il cielo presto non sarà più separato, diviso: «Nella notte profonda inizierà la primavera» dice l’Angelo restato tale all’altro, Damiel, divenuto terreno e capace di desiderio.[12]
Si tratta, in questo caso, di portare l’invisibile nel campo del visibile.
Torniamo infine alla poesia, con la bellissima Angel Surrounded by Paysans di Stevens, nella traduzione di Massimo Bacigalupo:

Sono l’angelo della realtà,
visto un attimo affacciarsi sulla porta.

Non ho ala cinerea, né abito smagliante
e vivo senza una tiepida aureola

o stelle al mio seguito, non per servirmi,
ma, del mio essere e del suo conoscere, parti.

Sono uno come voi ed essere uno di voi
vale essere e sapere ciò che sono e so.

Eppure sono l’angelo necessario della terra,
poiché, nel mio sguardo, vedete la terra nuovamente,

spoglia della sua dura e ostinata maniera umana,
e, nel mio udire, udite il suo tragico rombo

liquidamente sollevarsi in liquidi indugi
come acquee parole nell’onda, come sensi detti

con ripetizioni e approssimazioni. Non sono forse,
anch’io, una sorta di figura approssimativa,

una figura intravista, o vista un istante, un uomo
della mente, un’apparizione apparsa in

apparenze tanto lievi a vedersi che se appena
volgo le spalle, subito, ahi subito, svanisco?

Visibile, invisibile: i confini si rompono – compito dell’occhio – prima che la mente dubiti e la realtà sfugga.
Esserci, vedere. Sapendo che l’Angelo è stato, ed è, necessario.

                                                                                              Cristiano Poletti

[1] Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi (introduzione, traduzione e commento di Franco Rella) BUR, 1994.
[2] «Perché nulla è il bello, se non l’emergenza del tremendo», segue nella Prima Elegia.
[3] Iblīs, creato dal fuoco, è invidioso dell’uomo, creato dal fango, e indifferente alla terra.
[4] Rilke stesso, nelle Lettere da Muzot, afferma che le sue figure angeliche non hanno «niente a che fare con l’angelo del cielo cristiano (piuttosto con le figure d’angeli dell’Islam)». Un ringraziamento particolare all’amico Reda Kanter per alcuni preziosi suggerimenti in materia.
[5] Altro splendido passaggio della Prima Elegia: «Gli angeli (dicono) spesso non sanno se vanno / tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente / trascina attraverso entrambi i regni ogni età, / sempre con sé, ed entrambi sovrasta con il suo suono»
[6] A proposito di questo paradosso si ritiene importante il riferimento a questo passaggio di Heidegger in Perché i poeti? (in Sentieri interrotti, a cura di Pietro Chiodi, La Nuova Italia, 1997): «Se si considera la loro essenza, essi (i mortali, NdR) appaiono più vicini alla non-presenza [Ab-wesen] perché sono investiti dall’esser-presente [An-wesen], cioè dall’essere (…). Poiché l’esser-presente nello stesso tempo si nasconde, esso è già non-presenza». E ancora più a fondo nel tema, poco oltre, Heidegger scrive: «Noi dobbiamo imparare a udire ciò che dicono questi poeti (“i poeti nel tempo della povertà”, NdR), se non vogliamo vivere superficialmente e inconsapevolmente nell’età che nasconde l’essere mentre lo custodisce…».
[7] «Imparare a vedere significa imparare una propria interiorità sconosciuta»: Rella in Introduzione a R. M. Rilke, op. cit., p. 8.
[8] «E tutto congiura a tacere di noi, in parte come / vergogna, o forse come speranza indicibile», si legge nella Seconda Elegia.
[9] Walter Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, 2006.
[10] Pensiero che per intero recita: «La mia ala è pronta al volo | ritorno volentieri indietro, | poiché restassi pur tempo vitale, | avrei poca fortuna».
[11] In Heidegger, op. cit.
[12] Importante qui il riferimento alla chiusura della Decima Elegia: «E noi, che pensiamo alla felicità / come ascesi, avremmo l’emozione, che quasi sgomenta, / di una cosa felice cadendo».

8 comments

  1. Anche l’attacco della prima delle “Duineser Elegien” meriterebbe una puntata della rubrica “Tra le righe”. Accanto alla traduzione di Franco Rella metto qui la traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien (si possono leggere a pag. 3 dell’edizione Feltrinelli, del 2006); riporto anche i versi successivi, che mi appaiono illuminanti (“perché incurante disdegna di distruggerci”) ai fini del discorso affrontato da Cristiano Poletti, che ringrazio:

    Chi se io gridassi mi udirebbe mai
    dalle schiere degli angeli ed anche
    se uno di loro al cuore
    mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte
    presenza. Perché il bello non è che
    l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena,
    e il bello lo ammiriamo così perché incurante
    disdegna di distruggerci. Ogni angelo è tremendo.

    Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel
    Ordnungen? und gesetzt selbst, es nähme
    einer mich plötzlich ans Herz: ich verginge von seinem
    stärkeren Dasein. Denn das Schöne ist nichts
    als des Schrecklichen Anfang, den wir noch grade ertragen,
    und wir bewundern es so, weil es gelassen verschmäht,
    uns zu zerstören. Ein jeder Engel ist schrecklich.

    Mi piace

    1. Ti ringrazio molto, Anna Maria, perché le diverse traduzioni aprono sempre nuove possibilità di interpretazione e nuove nervature di discorso. Grazie.

      Mi piace

  2. Splendida poesia, quella di Stevens, specialmente per quelle parti così Nietscheiane (il “senso della terra”…):

    Eppure sono l’angelo necessario della terra,
    poiché, nel mio sguardo, vedete la terra nuovamente,

    spoglia della sua dura e ostinata maniera umana,
    e, nel mio udire, udite il suo tragico rombo

    che dire? Pura meraviglia. Pura bellezza!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...