Alessandro Raveggi: David Foster Wallace

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Alessando Raveggi: David Foster Wallace – Doppiozero – ebook € 3,49

 

Ho cominciato la lettura del saggio di Alessandro Raveggi con molta curiosità. Chi mi conosce bene sa quanto io ami David Foster Wallace e la sua scrittura, e sa che non si tratta di amore cieco, o meglio che non si tratta più di quel tipo d’amore. Dopo aver letto tutto o quasi tutto: racconti, romanzi, saggi (sì, ho letto pure quello sulla matematica), le interviste, discorsi agli studenti, ho capito un paio di cose. La prima è che Foster Wallace è uno scrittore formidabile e rimarrà uno dei miei preferiti, la seconda è che gli si può voler bene senza aver paura di criticarlo ogni tanto. Forse non ho più l’età per venerare qualcuno e mi pare che nemmeno l’autore del saggio ce l’abbia più.

Dico subito che il libro che ha scritto Raveggi è bello ed è molto interessante. Uscito in ebook per Doppiozero (collana di libri elettronici che consiglio di seguire con attenzione) pochi mesi fa, è, come dichiara l’autore all’inizio, «Un commiato sofferto di un suo lettore italiano». Quindi non un saggio canonico e neppure una specie di guida introduttiva alla lettura dell’opera di David Foster Wallace: è un percorso dentro le opere e, in parte, nella vita dello scrittore statunitense (quando si parla di DFW i due aspetti non potranno essere tenuti troppo distanti). Un’analisi che non segue un ordine preciso, Raveggi non la compie cronologicamente, è un  commiato, come abbiamo visto, e il sentiero che si segue è quello più opportuno per giungere al distacco.

Facciamo, però, attenzione: il distacco a cui mira Raveggi ha, con ogni probabilità, due significati. Il primo è quello di stabilire la giusta distanza, ovvero di mettere da parte l’affetto (sì, perché in tanti gli abbiamo voluto bene come se fosse un amico) e tentare un approccio critico onesto. Il primo significato conduce al secondo: ovvero il distacco, non più dall’opera ma dall’autore. Non citiamolo più per un po’, smettiamola di confrontarlo con chiunque, di esaltarlo (a volte lo fa anche chi non l’ha letto), di definirlo sopravvalutato (anche tra questi troviamo chi non l’ha letto). Lasciamolo in pace adesso che è fantasma tra i fantasmi. Naturalmente per fare questo – e in tal senso il libro diventa una guida alla lettura – lo scrittore toscano compie un viaggio tra tutto quello che Foster Wallace ha scritto. Il lettore troverà quello dei racconti e potrà osservare le differenze, ad esempio, tra quelli de La ragazza dai capelli strani e quelli di Oblio. Raveggi sottolinea più volte (e io concordo pienamente) quanto sia stata importante la biografia scritta da D. T. Max Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi. Il viaggio continua tra i pezzi di bravura, di genio, che sono gli articoli, i saggi e i finti saggi, dove la splendida ironia di DFW toccava punte altissime; fino ad arrivare ai due romanzi: l’osannato Infinite Jest e il, forse, troppo in fretta pubblicato, Il re pallido. Quando mi capitò di recensire quest’ultimo mi chiesi se non sarebbe stato meglio aspettare e pubblicarlo sotto altra forma, accompagnato da saggi critici. Raveggi stesso ne sottolinea l’incompiutezza, di come molti passaggi siano di soporifera lentezza, di come le celeberrime digressioni di Foster Wallace andassero lavorate, ma mette in chiaro che anche Il Re pallido contiene pagine di prosa cariche di inarrivabile bellezza. Infinite Jest è davvero il capolavoro meno letto della storia? Certo è che terrorizza molti lettori, ma capolavoro rimane. Chi l’ha letto e amato come Raveggi (come il sottoscritto) avrà pensato «magari qualche nota in meno» o «certo che qui però è pesante» o altre cose del genere. Pensieri che svanivano davanti alla meraviglia delle pagine successive.

Alessandro Raveggi ci racconta la testa di David Foster Wallace e la meraviglia della sua prosa, della sua genialità. In conclusione mi pare che il commiato avvenga. Leggiamo le sue opere e vogliamogli un po’ meno bene, che è l’unica maniera di volergliene di più, di tornare a rileggerlo, a parlarne, a citarlo, dopo aver smesso per un po’.

© Gianni Montieri

 

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