Giorno: 16 settembre 2014

Frammento di un discorso su Giovanni Raboni

Giovanni Raboni

Giovanni Raboni affrontava la realtà in modo indiretto, eppure non mancava di centrare il segno malgrado filtrasse ogni cosa con uno schermo. Del resto è il poeta italiano che più di tutti ha fatta sua la lezione straniante di Ezra Pound; e ha forzato a tal punto la lezione poundiana da fare dell’ellissi la propria figura di riferimento da A tanto caro sangue in poi, dove tra tagli e rimaneggiamenti l’intera sua poesia ha finito per acquistare nuova linfa.
Se guardiamo alla sola produzione in versi, da Gesta Romanorum a Ultimi versi, noteremo subito tutta quella serie di costanti sia tematiche sia stilistiche che rendono davvero ragione di una coerenza del poeta Raboni portata avanti fino alla fine. Non stupisce quindi ora, come non stupì allora, la comparsa di forme chiuse (soprattutto del sonetto) perché è in realtà la naturale conseguenza di una ricerca iniziata subito; una ricerca del respiro poetico che si fondava sull’alternanza di versi canonici della lirica italiana (endecasillabi e settenari in prevalenza, ma anche quinari e trisillabi), variamente (s)composti, ma facilmente riconoscibili, con versi sia ipermetri capaci di superare le trenta sillabe, sia ipometri (rari), il tutto attuato per avvicinare la lingua della poesia a quella della prosa e più ancora a quella reale.
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Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni - foto L. Goffi (Belluno 1988)

Giovanni Raboni – foto L. Goffi (Belluno 1988)

Voler bene a Raboni

Giovanni Raboni non se ne è mai veramente andato. Non lo dico io, l’ha detto lui e mi ha convinto.

Uno dei pochi pilastri della mia fede – ammesso che di fede si possa parlare – è l’idea della comunione dei vivi con i morti, che non vuol dire che io pensi che c’è un oltrevita nel quale si incontrino i morti. Penso che i morti ci siano, cioè penso che si continui a vivere anche con le persone che non ci sono più, che continuino a fare parte della nostra vita… Attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Se li coinvolgevano quando erano vivi, perché non dovrebbero coinvolgerli poi quando sono morti? Noi non cambiamo perché una persona non la vediamo più, rimaniamo noi stessi. Quindi, non ci sono dubbi. Non ho dubbi su questo… o, comunque, voglio non averne. (Intervista a Giovanni Raboni, Firenze, 29 maggio 2003 – fonte www.giovanniraboni.it)

Io non sono una persona di fede, non ho alcun pilastro su cui fondarla, semplicemente non credo. Eppure le poche volte in cui mi sono sentito vicino a una certa idea di fede sono state quelle in cui ho letto le poesie di Giovanni Raboni. Le volte in cui mi sono sentito più vicino al mistico. Le volte, soprattutto, in cui ho capito come la morte non sia una cosa staccata dalla vita, ma soltanto una parte, una parte che giustifica il resto, che spiega – in alcuni casi – il resto. E penso, come Raboni, da dopo Raboni, che i morti ci siano, che rimangano con noi, nei nostri paraggi attraverso la memoria, attraverso la continuità dei pensieri e delle emozioni. Quindi Raboni è qui, che io lo rilegga (e succede molto spesso) o che passeggi per Milano (e succede molto spesso). Mi domando, a volte, se Milano sarebbe stata la stessa città per me se non l’avessi attraversata e vissuta con i testi di Raboni (ma anche di Pagliarani o di Sereni), se me ne fossi comunque innamorato già dalle prime camminate, quelle che facevo con il Garzanti sotto il braccio, una mano sulle poesie e una mano sui muri dei palazzi. Milano doveva diventare la mia città, e doveva farlo in fretta, e chi se non il poeta che aveva saputo raccontarla così bene, tanto viva, che l’aveva messa in poesia com’era prima che io nascessi, avrebbe potuto insegnarmela e, poi, regalarmela. Badate, non sto esagerando: Milano non è una faccenda che si possa scindere da Raboni. Se esiste una Milano senza di lui, quella non è la mia Milano, è un’altra cosa, meno viva e molto meno interessante.

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