Giorno: 6 settembre 2014

Pillole da Mantova #3 (pieni e vuoti)

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Festivaletteratura è luogo d’incontro di volti, letture, lingue; è soprattutto un luogo in cui è possibile entrare nelle vite degli altri, quelle degli autori presenti o di cui si sta parlando. Il Festival è un luogo in cui si scoprono, talvolta, alcune relazioni ‘intertestuali’ non del tutto scontate tra gli incontri in programma e tra le arti stesse ma anche più interne a ciò che è la nostra, di vita. Festivaletteratura è un grande evento che funziona e ti fa partecipare in prima persona; è la letteratura al ‘presente’ o l’arte al ‘presente’. Ciò avviene non solo perché è accuratamente pensato, preparato, per mesi e mesi: c’è un di più, un’attenzione particolare nei confronti della proposta sempre alta e curiosa che si va dispiegando in cinque intensissimi giorni. Mantova è un progetto. Mantova ti fa tornare a casa con delle domande. A Mantova si può essere voraci, ed è giusto esserlo per portare a casa nel proprio bagaglio stimoli nuovi, come ho già detto nelle puntate precedenti.
A Mantova si vive quotidianamente di pieni e di vuoti: sono i ritmi che ognuno di noi segue, tra le colazioni, i pasti in mensa tutti assieme (lo staff pranza e cena all’interno del bellissimo cortile della scuola alberghiera, in via Frattini), le nottate lunghe e le levatacce. I tempi accelerati sono quelli che ci permettono di ‘stare’ al festival. Senza questo potenziamento della frenesia di tutti i giorni (frenesia da Festival), non potremmo restare (forse neanche ‘essere’). Così, tra un caffè e l’altro, un saluto e l’altro, le chiacchiere e le risate con i compagni di viaggio, corriamo a piedi ai quattro angoli della città, godiamo del bel sole, respiriamo la vivacità di cui Mantova si veste in quest’occasione.
Parlando di ritmi, non posso fare a meno che cercare in questa parola la chiave di ciò che voglio raccontarvi. Ieri sera alla Lavagna delle 22.30 in Piazza Mantegna, si è di nuovo parlato di musica e, in particolare di jazz: Fabrizio Puglisi ha narrato la vita di Thelonious Monk ripercorrendo i tratti della sua autobiografia (dal precoce talento alla diagnosi di una forma degenerativa di autismo) e quelli salienti del suo stile, suonando da pianista jazz tra i più bravi in Italia quale lui è, alcuni brani del repertorio monkiano.
Genio assoluto del Novecento, Monk è stato gli gli inventori del be-bop. Puglisi ha reso omaggio a questo compositore straordinario come un degno divulgatore sa fare, come un vero appassionato e artista ‘può fare’, arricchendo perciò il pubblico non solo con aneddoti (di cui trattano due magnifici volumi editi da minimum fax, suggeriti anche da Puglisi – qui e qui), soprattutto con alcune linee guida per interpretarne lo stile unico. Dice Puglisi: «Lui non suonava nulla che non gli piacesse. Era parco di note e visionario; ogni cosa è lì dove deve essere. Monk, negli anni ’40 inventa un suono del pianoforte e una tecnica, con ironia sarcastica; ancora oggi è in grado di influenzare molti musicisti in ambito colto ma è anche interpretato dai musicisti di avanguardia. Ama le dissonanze. La sua improvvisazione è sempre tematica e gioca sul ritmo e sugli spostamenti ritmici; quando accompagna un solista, lo fa suonando poche note. A lui [infatti] piace la relazione tra pieno e vuoto, l’ambiguità dello spazio che si crea». A Monk, come Puglisi ci fa notare proponendoci l’ascolto di questa registrazione di Evidence, importa quello ‘spazio bianco’ che lascia quando la sua ‘voce-piano’ prende il respiro o, per meglio dire, sceglie di ‘non parlare’. In altri termini si potrebbe dire, senza risultare troppo arditi, che Monk da musicista ‘antiretorico’ (sempre secondo Puglisi) è attento alla punteggiatura del discorso e all’accadere’ (verbo che con il jazz ha molto a che fare) del suono o del non-suono.
Credo che questa caratteristica monkiana (tra l’altro ‘evidenziata’ in modo efficace con l’esempio del brano in questione) possa essere – per estensione ed analogia – non solo rapportata ai pieni e vuoti di cui si fa la nostra esperienza al festival, ma anche ripresa trattando degli eventi 158 e 167. Per questi vi rimando alla puntata #4, a domani!

© Alessandra Trevisan

Quando dici Mantova # 3 – (orecchio)

© Festivaletteratura - Michela Murgia, Stefano Jossa e Chiara Valerio a "Il ritorno dell'eroe"

© Festivaletteratura – Michela Murgia, Stefano Jossa e Chiara Valerio a “Il ritorno dell’eroe”

Il tendone era pieno, stamattina, e Davide Longo raccontava − in mezz’ora, non di più − per brevi linee la storia dell’Otello. Il tracciato, sotto la trama, era chiarissimo: Desdemona si innamora non di Otello, ma del racconto che il Moro fa di sé. E così Otello non si innamora di Desdemona, ma del fatto che lei ami la sua narrazione. E per bugia, versata in un orecchio come altrove in Shakespeare si fa con il veleno, si muovono le pedine che portano alla conclusione.
Lo sentiamo ovunque, a Mantova, questo brusio, questa potenza di racconto che ci porta da una viuzza all’altra e ci costringe a fare capolino a eventi cui a malincuore pensavamo di dover rinunciare, brusio che nelle piazze diventa scossa tellurica, boato, ora che il week-end e il clima dolce permettono a chi non c’era ancora di arrivare, mentre si prosegue anche da stanchi perché dietro ogni angolo potrebbe esserci l’evento cui, l’autore al quale, il libro che.
Ieri ho avuto la fortuna di poter assistere comodamente all’incontro tra Stefano Jossa e le due scrittrici Michela Murgia e Chiara Valerio. Intendo, per “comodamente”, una poltrona abbastanza confortevole da accogliere tutta una serie di gestualità, dalla risata più gustosa all’accoccolìo più arrendevole di rapimento e stupore. Il tema era il ritorno (o meno, e in che forma) dell’eroe nel panorama letterario, e in quale modo il nostro immaginario individuale e collettivo possa avere recepito o a sua volta restituito figure d’eroe; con un gesto che ho amato alla follia dal primo istante, le creature letterarie scelte da Michela Murgia e Chiara Valerio per inserirsi nella discussione sono state, rispettivamente, Morgana e Lady Oscar. A colpirmi subito di Chiara Valerio è quanto vorrebbe dirci e come non potrebbe dirlo meglio: se fossi stata a digiuno del manga in questione avrei deciso di recuperare, ahimé irrecuperabilmente, un’esperienza che per profondità e raffinatezza raccomando a tutti. Lo snodo forse più interessante del discorso riguarda una possibile questione di genere, un guizzo d’idea che ad Oscar, nata donna ma costretta dal padre a crescere uomo fino a entrare nelle guardie del re (siamo nei pressi della Rivoluzione Francese), sia stato possibile diventare eroe solo nascondendo, nel vestiario come a livello più profondo, la sua femminilità; per la scrittrice il discorso è più fine: «Lady Oscar è l’oggetto del desiderio di ogni uomo e donzella di Francia perché è “la cosa più bella del mondo”, al di là di ogni identificazione sessuale.» Non donna che per essere eroe deve essere uomo, ma donna che è eroe perché uomo, donna, entrambi, soprattutto nessuno dei due. Presente un discorso di genere, invece, in Morgana, «potere impazzito, mistica non controllabile, spiritualità opposta e nemica a Merlino». Ne parla Michela Murgia, e ascoltarla è posare gli occhi su un lavoro di oreficeria: ha una voce buia, dolce, che narra il percorso della fata da personaggio del ciclo arturiano a voce autonoma, come nel romanzo di Marion Zimmer Bradley Le nebbie di Avalon. «Morgana non è fatta per raccontare che magnifico esemplare è il maschio che l’accompagna; […] senza rompere il sistema, ne è fuori, né madre, né moglie, né figlia. […] Il suo potere non ha bisogno di uccidere i padri. L’eroina non uccide le madri, le assorbe.»
A proposito di orecchio. Nel momento in cui stendo questo articolo sto per raggiungere Lella Costa ad un evento sulla storia di Emergency. Non l’ho mai incontrata di persona. Quando penso alla sua voce mi vengono in mente due precise cose care: Reva Shayne (perdonate la mia anima pop) e una delle più belle letture di Perdonatemi perdonatemi perdonatemi di Amelia Rosselli. Anche − o soprattutto − per questo accostamento così ardito, la sua voce è, per me, uno degli strumenti musicali più belli. Ha, come tutto quello di cui vi ho parlato finora, una gran bella virtù, che è la grazia.

© Giovanna Amato

Roberto Ranieri, due inediti

René Magritte, L'Invention collective, 1934 - Kunstsammlung Nordrhein-Westfalen, Düsseldorf, Germany

René Magritte, L’Invention collective, 1934

 

Apre la pista l’indaco, fa velo
al fonema più tondo per l’accento
di primavera o falsa nello stelo
che spancia al tuo colpo di vento;

l’imbuto del dì è fantaspiga
nel prato del pronome relativo
tutto in salita, fino alla boschiva
ipotesi di un complemento;

non lupo né favola ma il dosso
dove fiorisci azzurra tra le more.
Prende coraggio, vuota il sacco il fosso
esperanto di salici e di gore.

(ottobre 2013, inedito)

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