Giorno: 5 settembre 2014

Pillole da Mantova #2 – (il mondo migliore)

A Festivaletteratura si viene per conoscere libri e autori nuovi. Non si viene sempre ‘imparati’, anzi, si viene più spesso impreparati, magari infarciti di letture estive diverse da quelle che ci aspettano qui. Mantova è un luogo unico per scoprire quali potrebbero essere le letture dei prossimi mesi; in primo luogo lo è la sconfinata bellezza dei luoghi che ospitano il festival: palazzi storici, cortili, sale concerto, teatri, che già da soli, nelle loro pietre, racchiudono centinaia di storie. In secondo luogo devo dire che merito della forza con cui certi autori arrivano al pubblico, va ai traduttori presenti agli eventi, i quali dimostrano sempre la loro attenzione e qualità nel lavoro che fanno ‘dal vivo’; la loro è la capacità di farci entrare ‘nel vivo’ della conversazione che si vede sul palco, di supportare il presentatore, di rendere piacevole un reciproco scambio di idee. Stamattina, ad esempio, incuriosita dal titolo dell’evento 70 “Il Sacro Graal del romanzo totale”, mi sono recata ad ascoltare lo scrittore olandese Tommy Wieringa, presentato da Francesco Abate e, per l’occasione, tradotto da Donata Mori. Iperborea, ad agosto 2014, ha pubblicato il romanzo Questi sono i nomi, uscito in patria due anni prima, dove ha venduto 200 mila copie. Una storia di ‘confine’ e confini ambientata nella steppa dell’Asia centrale e con al centro la vicenda di sette profughi ma dedicata, più in generale, agli erranti del XXI secolo. Anche Wieringa, a suo modo, è stato un ‘ragazzo di confine’: cacciato da molte scuole, da diciassettenne anarchico-attivista si definisce ora ‘uomo che segue l’ordine costituito’. IMG_20140905_110508Eppure il suo sentirsi borderline l’ha aiutato con la letteratura, a scrivere, e a narrare questa storia che, ricorda Abate, nonostante sia stata scritta da qualche anno, pare attualissima: «Mai come in questo momento si sta assistendo al processo di eternizzazione della migrazione», afferma l’autore, il quale è appena rientrato da un viaggio in Israele. A proposito di questa esperienza: «Pensavo e speravo che questa mia visita avrebbe portato chiarezza. Il bilancio è che mi sento ancora in una situazione difficile, dai confini assolutamente non determinati rispetto alla politica che viene perseguita da Hamas. In Israele anche le persone più illuminate fanno continuamente propaganda. Nessuno vuole parlare di politica ma, se per cinque minuti si parla di qualcosa d’altro, le persone diventano subito nervose, perché c’è questo assillo continuo. Io non penso di aver trovato risposta a questo problema eterno. Penso però comunque di riuscire a capire un po’ meglio questo mondo. Spero [anche] che i lettori possano trarre dal mio libro la stessa lezione che io ho tratto dalla mia visita in Israele: che non c’è una risposta ma una maggiore comprensione.»

20140904_112216A Mantova si vagabonda da un posto all’altro per tutto il giorno: le strade sono affollate da facce sudate, sotto la calura del dopopranzo, oggi che pare esplosa l’afa. La sagrestia di S. Barnaba è, per fortuna, uno spazio di refrigerio, dove nel 2011 ho avuto il piacere di ascoltare Anna Maria Carpi presentata da Elia Malagò. Un folto pubblico attende alle 16.00 Vivian Lamarque, pronta a leggere se stessa e Wisława Szymborska per l’evento 96. La presentazione è di Vanna Mignoli che entra sin da subito prepotentemente nei versi di Lamarque, per sviscerarne in senso e restituirlo al pubblico con quello che l’autrice ha definito “un orecchio femminile che scava e incide”, quasi in modo violento. La solitudine di bambina, il mondo della fiaba (con riferimento a Perrault), l’essere adulta-sola; e ancora, gli uomini della sua vita-autoriale: il padre [mancato quando la Vivian di Teresino (Guanda, 1981) aveva 4 anni], ma anche lo psicoterapeuta di cui s’innamora con un processo di transfert ne Il signore d’oro (Crocetti, 1986) e poi il marito assente. Ma anche i temi della morte e del tempo, quello che pretendiamo dalle relazioni umane, la gelosia, sono al centro di una lettura incrociata e analogica che comprende, oltre all’annunciata autrice polacca, anche Emily Dickinson. Lamarque accosta coerentemente ai suoi testi soprattutto alcune poesie di Szymborska: è un gioco di echi in cui la sua voce fa da controcanto a quella della poetessa polacca, come nell’ordito di uno stesso tessuto. Ad esempio, azzeccato è quello che concerne lo ‘spostamento di lutto’ (così dice la nostra autrice) di Szymborska nella poesia Il gatto in un appartamento vuoto mentre in Poesie per un gatto (Mondadori, 2013) il gatto Ignazio interroga Vivian sull’aldilà, la quale risponde “È come una specie di giardino si diventa tutti erba fiori.” “Fiori? Un fiore io? Mai!” “E perché? essere un fiore è un onore non lo sai?”.

A Mantova si vengono ad ascoltare parole che già si conoscono e si vengono a sentire parole inesplorate. Si vengono ad ascoltare autori che ci piacciono, altri che speriamo ci possano piacere poi. Di certo si viene per salire sul primo gradino di una scala impervia che è la scala dell’esperienza di ognuno di noi, e che si compone di consigli; uno azzeccato, è stato dato ieri sera da Fabio Geda, a chiusura dell’ultimo evento del secondo giorno di festival; intervistato dai ragazzi di Blurandevù sul palco di Piazza Alberti, dice: «Lasciate il mondo meglio di come l’avete trovato». Io direi: «Ricordiamoci di lasciare il festival meglio di come l’abbiamo aspettato.»

Quando dici Mantova # 2 – (rivelazioni)

 

Giovanni Bietti - lavagna "Ascoltare Beethoven", piazza Mantegna

Giovanni Bietti – lavagna “Ascoltare Beethoven”, piazza Mantegna

Ieri, nel semibuio accogliente del Teatro Ariston, sono andata ad ascoltare un incontro su Simone Weil. Giancarlo Gaeta, storico del cristianesimo, e Maria Concetta Sala, filosofa, sono i curatori di La rivelazione greca, raccolta di scritti pubblicata da Adelphi nel 2014: posato nella trattazione il primo, infiammata la seconda, i due curatori hanno regalato al loro pubblico una lezione “magistrale” in ogni senso, tratteggiando in poco meno di due ore non solo il contenuto del libro ma, attraverso gli stimoli di questo, la figura di Simone Weil. Il volume raccoglie infatti scritti organizzati con un criterio cronologico e che hanno come ambito di studio il mondo greco, in special modo quello antico, e non testimoniano, ma sono la capacità di Simone Weil di mantenere fisso lo sguardo sul proprio tempo. Sono la tensione di rendere accessibile la tragedia greca ad ogni classe sociale; sono la riflessione sull’epopea come «geometria del castigo e della forza», in una fase in cui l’Occidente perde il concetto di Nemesi per sfumarlo nella sovrana brutalità; sono l’ammirazione per l’Iliade come prima traccia scritta di uguale compassione verso le miserie dei vincitori e dei vinti.
Di sera, mi si perdoni se sembro saltare di palo in frasca, durante un altro evento sotto le stelle (le “lavagne” di piazza Mantegna), il musicologo Giovanni Bietti (vero drago della divulgazione) ci ha fatto ascoltare Beethoven. Letteralmente. Al piano o da cd, previa piccola dissezione, brani che credevamo di conoscere si sono spalancati come ostriche, rivelando i loro debiti con il classicismo mozartiano ma soprattutto la loro grandissima novità: il gioco di simmetrie e riprese con cui Mozart costruiva volute diventa, con Beethoven, galoppata di proposte e risposte, tempo stretto, accelerata, e soprattutto non dialogo ma dramma. Per definire le scelte di Beethoven al nostro orecchio, Bietti usa la parola «ineluttabile»: come il suo tempo, ed è questa la tesi di fondo, richiede. Di fronte a predecessori inarrivabili per linguaggio melodico (Mozart muore un anno prima del suo arrivo a Vienna), Beethoven intuisce di voler cambiare terreno, registro, misura: semplifica allora la melodia perché si sollevino il ritmo, la dinamica, la drammaticità. Comincia a parlare, insomma, «nella direzione in cui sta andando il mondo». Per poi concedersi, alla fine della sua vita, con i Quartetti, di guardare infinitamente in là.
Sto facendo piccole e grandi scoperte, durante questo festival; alcune minime riguardano la zucca con il gorgonzola, ma vi prego di non sottovalutare neanche queste. La giornata di ieri mi ha rivelato, però, qual è una delle capacità misteriose che rendono grandi, grandissimi: declinare la propria potenza d’immaginazione, le infinite possibilità creative e di pensiero, nella lettura del proprio tempo, e accoglierlo, e offrirsi.

© Giovanna Amato

L’alternativa all’ombra: su “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi

tabucchi

L’altro giorno pensavo: ma che bravo Antonio Tabucchi. Pensavo soprattutto al suo libro più famoso, quello da cui è stato tratto quel film con un Mastroianni vecchio e pesante ma ancora bello. Insomma, Sostiene Pereira. Ci pensavo perché ho sempre creduto che Tabucchi avesse trovato il trucco che trasforma un buon libro in un grande libro, una mela sulla testa nella legge di gravità. Mi riferisco naturalmente a quel sintagma e alle sue varianti, sostiene Pereira, Pereira sostiene, sostiene, ripetuto ossessivamente in modo da creare una musica, una cadenza, un ritmo ondeggiante, simile a un fado (già che siamo in Portogallo). Ma la forza argomentativa di quel verbo, come si impone subito, fin dal titolo! Come sembra sdoppiare la narrazione, approfondirla d’echi, accostarle la voce sicura di un commento. Chissà, forse Tabucchi ha inventato questa prosodia prima di ogni altra cosa, e poi la storia è venuta da lì, poi gliel’ha dettata Pereira.
Che poi io Tabucchi in qualche modo l’ho anche incontrato. Mi ci sono ritrovato seduto accanto in un’aula universitaria, a Pisa, ma non l’ho riconosciuto perché si era tolto i baffi, e io avevo in mente solo foto baffute (nei film di solito per travestirsi i personaggi indossano due baffi finti, se li hai già te li togli, semplice).  Io a Pisa ci ho solo studiato, Tabucchi c’era nato. Sei mesi l’anno continuava a passarli in Toscana (insegnava all’università di Siena), gli altri sei viveva con la moglie e le figlie in Portogallo, a Lisbona, la sua città adottiva, la città dove si svolge Sostiene Pereira. L’infanzia però l’aveva trascorsa a Vecchiano, un centro vicino a Pisa dove continuava a recarsi regolarmente, forse aveva ancora una casa, non so. Qualche anno fa stavo con una ragazza che era proprio di quelle zone lì, e mi piaceva l’idea che in una qualche cartina immaginaria le ragazze confinino con la letteratura. Poi le storie finiscono, come muoiono gli scrittori.
Cosa succede in Sostiene Pereira grossomodo si sa. Lo sviluppo è quello del romanzo di formazione, anche se il protagonista non è giovane, ma anziano, malato e vedovo. Pereira vive a Lisbona all’epoca della dittatura salazarista, e lavora per la rubrica culturale di un quotidiano cittadino. Si occupa intensamente di traduzioni letterarie, soprattutto dal francese, un modo come un altro per non vedere quello che sta succedendo intorno a lui. L’incontro con Francesco Monteiro Rossi, un ragazzo dai forti ideali antifascisti, lo costringe però a uscire dal suo isolamento indifferente, a schierarsi poco a poco, a prendere consapevolezza della violenza. Dopo l’uccisione del suo giovane amico, Pereira trova così il coraggio di denunciare sul giornale le angherie del regime.
Io credo che per capire pienamente la forza di questo libro bisogna pensarlo all’interno dell’intera opera di Tabucchi. Un’opera attraversata in gran parte dall’ombra lunga di Pessoa, il suo autore più amato, più studiato e tradotto. Con Pessoa Tabucchi ha imparato il gioco delle apparenze e delle finzioni, della vita come nodo di possibilità molteplici e compresenti, danza delle svariate identità, degli eteronimi. Un’idea di letteratura che ha prodotto risultati a volte vertiginosi e inquietanti, altre volte un po’ di maniera. Nulla di questo in Sostiene Pereira: lì le cose coincidono con i loro nomi, non ci sono ombre, non ci sono inganni. La dittatura è la dittatura, i buoni sono i buoni, i cattivi sono i cattivi. Certo, manca quello che ho spesso indicato come un valore aggiunto nell’arte, e cioè l’ambivalenza: questo è forse il limite più evidente della cosiddetta letteratura impegnata. E però l’ambivalenza, uscita dalla porta, rientra dalla finestra se consideriamo questo romanzo come il momento in cui Tabucchi ha ripreso a trattare “l’ombre come cosa salda”, dopo tanti libri pessoani. Il merito è anche di quel trucco che dicevo all’inizio. Guardate qui come rende perentorio il nostro fragile lirismo:

Era il venticinque di luglio del millenovecentotrentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira.

@Andrea Accardi

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