Giorno: 4 settembre 2014

Quando dici Mantova # 1- (battaglie)

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In principio ho il dubbio che i volontari del Festival siano creature celesti: se io sbucassi immemore e sprovvista di mappa da una botola in un punto random della città in grado solo di sussurrare l’evento cui voglio partecipare, loro mi indicherebbero luogo, ora e il più comodo punto ristoro lungo il tragitto. Creature celesti. Ma la mia collega ne conosce alcuni, e mi convince che esistevano già.
Mi convinco da sola, invece, che:
1) La battaglia di ieri tra Michele Serra e i suoi giovanissimi intervistatori, moderata da Federico Taddia, mordeva quasi il tallone per brio e verve ironica l’oggetto stesso della discussione: pronti al confronto, gli studenti al microfono hanno gettato ponti o incendiato navi sull’argomento del gap generazionale, e su quella particolare maniera di guardarlo che è la cifra dolente e caustica de Gli sdraiati.
2) Il “Translation slam” dovrebbe diventare materia d’esame, ora di laboratorio in ogni scuola. Stamattina, ad esempio, nell’incontro di apertura di questo ciclo, il traduttore Matteo Colombo ha argomento la necessità di una nuova versione, da lui stessa effettuata per Einaudi, de Il giovane Holden, mentre Anna Rusconi ha tratteggiato il lavoro di Adriana Motti, prima traduttrice del capolavoro di Salinger. Una slide sulle loro teste ha riportato per lungo tempo una citazione di Tim Parks, che comincia così: «Each generation needs its own translators». (E termina, cito a memoria, con quanto rispetto dovremmo ai traduttori.)
Battaglie, insomma. E punti ristoro. E svariate creature celesti.

© Giovanna Amato

Pillole da Mantova #1 – (dieci anni di aspettative)

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Nel 2004 avevo 17 anni e arrivavo a Mantova per la prima volta. Era l’estate tra la terza e la quarta liceo, dieci anni fa. Avevo nella testa tante curiosità ma ero abbastanza confusa su ciò che avrei voluto fare da grande. Ricordo però che il festival mi abbracciò da subito, come un conoscente con cui per l’appunto non hai tanta confidenza ma che ti dimostra da subito che c’è empatia tra voi. Mi sono lasciata travolgere da questa relazione; nonostante i miei 8 anni di volontariato consecutivo interrotti da un paio di pause, non è mai finita e si rigenera ora con uno stupore nuovo. Certi amori iniziati durante l’adolescenza (lo si sa) creano un senso di appartenenza irrinunciabile! E di ‘adolescenza’ si è parlato ieri, nell’evento 9, con Michele Serra presentato da Federico Taddia e da tre studenti di liceo presso la bellissima Piazza Castello [nel 2004 lì ho assistito al mio primo concerto di Patti Smith, dalla prima fila]. I suoi ‘sdraiati‘ sono stati al centro di un dibattito intergenerazionale sorprendente; incalzato da numerose questioni anche provocatorie, Serra ha affermato: «A 16 anni ero uno spocchioso rompicoglioni [ma] non vorrei tornare adolescente; è un’età in cui sei vulnerabile.»
20140904_112216Se ripenso a me stessa allora ricordo il mio spaesamento non orizzontale (come quello del protagonista del romanzo di Serra) anzi, completamente verticale, eppure difficilmente governabile. Ed è anche quella l’età de Il giovane Holden, al centro del translation slam di stamattina (evento 15). La più recente traduzione per Einaudi è a cura di Matteo Colombo, presente presso la Chiesa di Santa Maria della Vittoria con la traduttrice Anna Rusconi; l’evento, moderato da Isabella Zani ha sollevato numerose questioni di approccio ad un romanzo ‘particolare’ come questo, che in Italia uscì nel ’61 tradotto da Adriana Motti. Questo libro, originariamente pensato come un monologo, ellittico e allusivo, presenta un inglese americano già per l’epoca molto contemporaneo; si tratta altresì di una scrittura ricca di ripetizioni ma, al contempo, raffinata in partenza, in cui tutto fa gioco allo stile, dalla sintassi alla punteggiatura. Rimettendo in discussione la traduzione di cinquant’anni fa, Colombo ha ascoltato il testo cercando di lavorare secondo la regola della ‘lealtà’ a detta di Rusconi, la quale recupera con questa definizione Bruno Osimo. Prosegue Colombo: «Ogni generazione merita che un testo venga veicolato nel miglior modo possibile. La lingua era un mio serio ostacolo da ragazzo, e mi dava la sensazione di non poter entrare nel romanzo. Questo è un testo che non ha bisogno di essere giovanilizzato perché questa cosa non c’è in originale. Ho scoperto che poteva reggere, sulla pagina scritta, una traduzione molto più fedele all’originale di quanto pensassi. Volevo sentire cosa questo personaggio tirasse fuori da me. Quando consegno un testo per me è [l’]’inevitabile’.» E prosegue: «Oggi non mi chiedo più [solo] come si potrebbe tradurre ma come si potrebbe vivere senza.»
Nel 2004 venivo a Festivaletteratura per la prima volta e avevo da poco letto Holden (che ho scoperto oggi essere il titolo suggerito, a quel tempo, da Italo Calvino più di recente da Colombo stesso, mentre la proposta di Motti fu Il pescatore nella segale, poi scartato). Nel 2004 ero una liceale onnivora e ‘macina pensieri’. Oggi invece ho scelto cosa farò da grande e penso che il mio tempo qui sia quello che prendo per me, per nutrirlo di aspettative che dieci anni fa non avevo, e che sono cresciute con me, ma anche di sempre nuove domande.

© Alessandra Trevisan

Marco Scarpa: poesie da Mac(‘)ero e alcuni inediti da “Il Bene”

Anna Toscano - da "Marina delle fatiscenze", 2011

Anna Toscano – da “Marina delle fatiscenze”, 2011

 

Poesie tratte da Mac(‘)ero (Raffaelli Editore, 2012)

 

I crolli, le cadute, i cedimenti

la linea dorata che si spezza e i gesti

veloci a coprire gli ingombri, i segni

interi progetti tornati su due piani

e le colpe rimaste tra le ceneri e le crepe.

“Si poteva fare diversamente, gettare le assi

con più raziocinio, capire prima

cosa non avrebbe retto, lucidamente

prepararsi allo sgretolio”.

*

 

C’era spazio vuoto e si sono costruiti

incroci a perdersi, intrighi di metallo

tra zolle che sgusciavano via dal grezzo.

La perfezione, l’intaglio

…………………………………si limava

ogni angolo, ogni curva era viva

la vita priva di intralci.

…………………………….“Così non sbatti

da nessuna parte e dovesse capitare

non ti farai male”.

Le ossa, gli arti, le parti attive

fuori servizio, da pensionare:

lo scheletro era la casa forte

sicura, duro il metallo, spesse

le travi ma più nulla da temere,

nulla da sorreggere, i tessuti lassi,

la perfetta simmetria dei muscoli

al creatore.

………………Tutto si poteva fare

in maniera semplice e lo si guardava

accadere, a distanza.

 

*

Le case cadevano a pezzi, cedevoli

lo erano tutte e il crollo era una parte,

l’altra rimaneva attaccata ai mattoni storti

ai loro colori capitolati. La resa, la disfatta

non usciva allo scoperto, se ne stava

rintanata tra le pietre più basse, quelle

su cui frana tutto e da lì non si spostano.

 

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