Mese: settembre 2014

7 poesie di Ben Clark

Traduzioni di Valerio Nardoni e Nota di Lorenzo Mari 

clark

Big Bang


Indietro, più indietro, fino al principio
quando tutto ardeva e nulla
era complesso, nulla complicato.
Indietro, fino al calore
primigenio, ai fuochi che generarono
universi, divinità, tassametri,
frasi lunghe e giornate in cui non chiami,
camerieri impacciati
e bambini insolenti e i giovedì
sera col frigo vuoto
tutto
e indietro, indietro ancora
-all’attimo prima della grande festa,
tutto è già pronto
manca solo che venga tutto e anche
te, milioni di anni più tardi,
certo, fino
a questo mondo freddo di materia
pervertita e promiscua. Indietro, indietro,
voglio aspettarti qui,
in questa oscurità dell’avvenire,
pieno d’ansia e d’attesa,
e nominare uno a uno gli oggetti,
le cose, man mano che si espandono,
fino a arrivare a te, di nuovo a te,
senza mai dirti che ho viaggiato
al principio di tutto molte volte,
e che ti ho vista nuda per la prima
volta innumerevoli notti,
ma sempre diverse (fedele azzardo!),
e sempre con il dubbio, con la fredda paura
di non sapere se ero in questo mondo
o un altro dove i nostri corpi non
si uniscono fino ad esplodere;
un altro in cui non ci sdraiamo accanto
a guardare il soffitto, tutto ciò
che abbiamo generato con delizia:
quell’universo giovane e vorace
sul quale non abbiamo più controllo.


Campus


Qualche cosa funziona in questo campus.
È l’erba.
Non sono i corpi chiari, così persi
nell’ottuso mattino della brama.
Non son queste parole; non è l’acqua
di questa fonte guasta e velenosa.

È l’erba.

Cresce senza speranza e cresce verde,
pertinace, pietosa.
E certe volte si alza
e viaggia tra cartelle e appunti sterili
di materie morte. È l’erba.
Dolorosa e paziente. Loro ambasciata e loro letto.
Quell’erba verde e triste.
Ode alla gioventù che hanno appena falciato.


La poesia più pericolosa del mondo


Sono illeso e seduto in una casa grande.
Qualcuno è entrato con la forza.
Più di uno. Forse più di due. Loro
non sanno che io sono nella casa. Forse
non gliene importa. Per ora sono al piano terra:
sfasciano cose, altre se le prendono, gridano
ordini con parole che non afferro.

Non è soldi che cercano, non è vendetta,
x quanto ne capisca non c’è nessun motivo
xché adesso si siano zittiti
dietro la porta della camera. Ed ascoltano
abbattono
la porta mentre io digito il


Il regno calante


È un luogo triste e privo di riflessi. La corte è scarsa
e il tempo abbonda e avanza e intorpidisce.
Qui ci furono giorni molto più felici;
piccole epoche, inavvertite, istanti giullari
fra amache e fra lenzuola.
Eravamo allora, tu ed io, molti.
Viva, quindi, il mio regno calante! Regno di melma e rimasugli.
Trono del turbamento
di pavoni reali in fiamme e in fuga
di agonici roseti e siepi non potate,
di fango sul parquet,
di lampadari con le braccia rotte.
Viva questo spazio pregno. Ogni giorno di meno, ogni giorno
più inutile per il passeggio.
Stalle fetenti, sorgenti smorte e febbrili.
Né una rana né un uccello sperduto.
Non una cartilagine libera di veleno.
Tu però non sei ancora andata via.
Sei qui.
Avvolgi tutto, premi alle pareti
che scricchiolano, cedono. Cadono gli ultimi quadri,
ed è morto di fame il cane alla catena.
E scriverò le cronache di questo impero se non è troppo tardi.
Lì parlerò delle sere che qui erano nate,
delle orde d’amore e delle notti,
delle guerre perdute e dei morti,
degli eroi d’altri tempi e del vasto orizzonte
sempre da conquistare.
Viva l’ultimo, viva, del mio regno calante,
il regno che fu nostro e adesso odio perché mio.
E una rapida occhiata al palazzo dolente che festeggia
l’anoressia incurabile dei suoi muri.
E un’ultima parola che si esprime
prima che poi non c’entri la mia colpa
né il cadavere dei nostri progetti
né la corona amara del mio pentimento.


«Figli dell’abbondanza»


«Figli dell’abbondanza» ci chiamavano:
quelli che non conobbero la fame
né quelle acute larve di stridore
fischianti nell’orecchio per le bombe.
Quando le nostre gambe, così smunte,
cadendo sanguinavano perché
il parco era in cemento armato e freddo
restavano in silenzio ed osservavano
il nostro pianto con gesto di scherno.

Dovevamo vivere e dire grazie
per l’ocra escoriazione nella gola
fatta dal vento cercando rifugio.
Apprezzare le frecce delle nuvole
e che un fango lattoso ai nostri piedi
– in un ultimo gesto agonizzante –
mordesse gli stivali del progresso.
E come ringraziarli per la gioia?
Le risate provocate dagli uomini
innocenti del mare
che si incamminavano verso il fiume
disposti a immergersi fra gli escrementi.

Ma c’era anche la noia
di dover spiegare ai bambini
delle parole come indios, orso
bruno, balena azzurra o lince iberica.
Ma queste eran minuzie, sacrifici
neppure confrontabili con quelli
sofferti da chi adesso ci diceva
“figli del nostro sangue”, così austeri.

Certo, a volte, non era neanche facile,
semplicemente noi provammo a vivere.
Mettevamo da parte i nostri scrupoli
il vuoto che avevamo dentro,
figli dell’abbondanza;
i figli dei figli dell’ira,
ereditieri di tutte le spoglie.


Il ritorno


Tornare dalla morte è improbabile.
Tornare dall’amore un impossibile.

La persona che torna senza saper mai dove,
sotto le tenui luci di lanterne spezzate;

La persona che torna senza saper mai dove,
sapendo che i suoi viaggi ormai non servono;

non conosce altra patria che il petto dell’assenza.
E non capisce più la lingua degli uomini
e le loro abitudini gli sembrano banali.

Quella persona triste che ha visto mezzo mondo
per cercare i due quarti in cui si è rotta l’anima
non vuole più tornare. Non può tornare più.


Forse


Se potessimo vedere tutto, forse tutto ci sembrerebbe buono.
Edward Thomas

Quando lavori non ce n’erano e la gente camminava
da nord a sud fuggendo un selvaggio
bimbo dio, quando bastavano
poche parole a fare un fuoco,
ci fu per forza un uomo rozzo, il primo
di tutti quelli che avrebbero un giorno
riempito i corridoi con nuove mansuetudini.
In qualcosa doveva somigliarmi,
chissà,
se guardava la luce dell’orizzonte
e se camminava da solo.
Io non so se lui giunse allora ad intuire
l’incredibile numero non nato
di corpi e di chilometri che ancora
dovevano venire.
E se abbia contemplato il vasto orrore incompiuto,
tutto il dolore che si poteva evitare
abbracciando quel bimbo dio del nord,
se fermo fosse un fossile, roccia, nulla.
Se abbia avuto davanti guerre e notti cieche,
pianti e bambine serie vestite in uniforme;
un esercito di infiniti mercoledì infiniti che marciano a ritroso,
che gli affondano in petto
e gli sussurrano i nomi dei morti
che non sarebbero mai nati se fosse morto.
Se questo nonno impossibile potesse vedere tutto
e in un istante lucido
potesse intravvederti qui seduta,
frutto strano della sporca deriva dei millenni,
forse tutto gli sembrerebbe buono.


I figli dei figli dell’ira: settant’anni dopo Dámaso Alonso


di Lorenzo Mari

“Neanche trent’anni e già così prolifico”, si direbbe da queste parti…
Questi patemi, però, non sembrano interessare a Ben Clark, poeta nato a Ibiza nel 1984 e autore, fino a oggi, di numerose pubblicazioni, tra le quali si possono ricordare qui: Secrets d’una Sargantana (2001), Los hijos de los hijos de la ira (2006), Cabotaje (2008), MEMORIA (2009), Los últimos perros de Shackleton (2013) e La fiera (2014).
Già capace di aggiudicarsi i prestigiosi premi Hiperión (2006) e Ciutat de Palma (2014) per la sua opera poetica, Ben Clark è emerso, negli ultimi anni, come una delle voci più solide del panorama spagnolo contemporaneo.
…Ho avuto qualche titubanza a scrivere ‘spagnolo’, in realtà, a causa della diatriba sempre aperta che potrebbe opporre un autore delle Baleari – isole dove si parla una variante autonoma del catalano – alla sua ri-territorializzazione nell’ambito della letteratura nazionale spagnola… A questo proposito, si può certamente ricordare come, all’atto di ricevere il premio Ciutat de Palma, Ben Clark abbia voluto dedicare il proprio discorso di accettazione a Marià Villangómez Llobet, grande autore ibizenco, e alla tradizione poetica delle Baleari. E si può anche sottolineare come nella poesia The Quarter-Century Blues, inclusa nella raccolta Los últimos perros de Shackleton, Clark abbia scritto piuttosto esplicitamente: “Sé que amaste a Miquel Martí i Pol / mucho más que a Valente y no te culpo” (So che hai amato Miquel Martí i Pol / più di Valente e non te ne faccio una colpa”). Anche se affidata en masque al ‘tu’ lirico, la preferenza di Ben Clark per il poeta catalano rispetto al già canonico José Ángel Valente – un punto di riferimento ormai indiscutibile per i poeti spagnoli delle ultime generazioni, come dimostra il saggio critico di Rosa Benéitez Andrés recentemente pubblicato su In realtà, la poesia – appare rilevante sia sul terreno letterario che su quello culturale e politico.
Tuttavia, Ben Clark, che in questo è pienamente glocal e ‘integrato’, piuttosto che ‘apocalittico’, scrive prevalentemente in castigliano. Non solo: la sua scrittura, pur mostrando riferimenti dotti all’interno della tradizione letteraria ‘centrale’ – in relazione, ad esempio, a Dámaso Alonso o Francisco Umbral – s’intesse costantemente anche del suo interesse per la poesia in lingua catalana, così come della sua passione per la poesia in lingua inglese. Quest’ultimo dato non si deve soltanto alle origini biografiche dell’autore (come traspare dal suo stesso nome) o al suo lavoro di traduttore (Clark si è recentemente occupato dei Poemas de amor di Anne Sexton per le Ediciones Linteo).
Si potrebbe anzi dire che un certo dettato poetico tipicamente anglosassone sia parte integrante della poetica di Clark. Lo rilevano Miguel Dalmau e Vicente Valero nella quarta di copertina dell’ultima raccolta, La Fiera, e lo nota anche Josep María Nadal Suau nella recensione dello stesso libro (riportata nel blog di Ben Clark, Del verso y a lo adverso): è di marca anglosassone l’ironia divertita dell’autore, nonché l’understatement che viene continuamente applicato, con funzione degradante, a ogni tipo di visione metafisica. Critica questa che, in realtà, può essere ulteriormente approfondita: la poesia di Ben Clark vede costantemente all’opera uno scontro, che è talvolta titanico, talvolta risibile, tra una tendenza romantica, idealista e mirante all’Assoluto e un orientamento più chiaramente postmoderno, che risulta essere di derivazione sicuramente più anglofona che ispanica. Un titolo paradigmatico, in questo senso, è proprio Los últimos perros de Shackleton (“Gli ultimi cani di Shackleton”), con il quale l’autore rievoca l’avventura tragica, tra i ghiacci polari, dell’esploratore Sir Ernest Henry Shackleton (1874-1922). All’interno del libro, l’ultima impresa alla quale Shackleton vorrebbe partecipare, allo scopo di riscattare alcuni fallimenti precedenti, ma a cui infine non può prendere parte perché la morte interviene poco prima della partenza, risulta ripetutamente accostata – sin dal prologo, “Porque resistimos, conquistamos” – all’avventura universale dell’amore, che è chiaramente connotato come ‘amore lirico’, e dunque come topica esausta, per quanto riguarda la poesia contemporanea… Oltre a essere tragica, insomma, la morte acquisisce sfumature meta-letterarie ironiche, se non pienamente sarcastiche.
Certo, “[t]ornare dalla morte è improbabile / tornare dall’amore un impossibile”, come si legge anche qui, nella poesia Il ritorno; tuttavia, piuttosto che questo tono assertivo, se non sapienziale, nella poesia di Ben Clark è molto più facile rintracciare accostamenti orizzontali tra immagini che evocano il sublime romantico e altre, più quotidiane, che le sbeffeggiano (ne è un perfetto esempio il verso “universi, divinità, tassametri”, in Big Bang). L’understatement, insomma, è sempre dietro l’angolo.
In questo contesto, pare opportuno notare anche come l’apertura internazionale della poesia di Ben Clark – come accade, del resto, per una parte della poesia italiana contemporanea, che guarda con crescente attenzione alle tradizioni poetiche straniere, svincolandosi, così, dall’ansia di influenza locale – comporti, forse a guisa di compensazione, un minore interesse verso la ricerca linguistica e la sperimentazione in senso stretto. Si dà forse precedenza al polimorfismo stilistico e tematico – come si può notare confrontando, ad esempio, i testi “Figli dell’abbondanza” e La poesia più pericolosa del mondo (dove le “x”/”per” italiane, nella sapiente traduzione italiana di Valerio Nardoni, corrispondono ai “q”/”que” spagnoli) – senza che ciò possa far sospettare eccessi poligrafici da parte dell’autore.
In chiusura, un’annotazione è d’obbligo sulla postura “generazionale” di Ben Clark, che non si limita ad essere una giaculatoria di stampo neolirico, preferendo mescolare connotazioni politiche immediate a una connessione intertestuale che appare profonda e assai preziosa, con Los hijos de la ira (1944) di Dámaso Alonso. Si legga, infatti, la chiusa di “Figli dell’abbondanza”: “Mettevamo da parte i nostri scrupoli / il vuoto che avevamo dentro, / figli dell’abbondanza; / i figli dei figli dell’ira, / ereditieri di tutte le spoglie”. Scrivendo Los hijos de los hijos de la ira nel 2006, Ben Clark non ha inteso soltanto compiere il proprio ritorno in seno alla tradizione letteraria nazionale in lingua castigliana, ma ha offerto anche il suo personale impegno nel rinnovare la poesia “desarraígada” (“sradicata”), più attenta al dato esistenziale che non a quello formale, che settant’anni orsono fu di due giganti come Dámaso Alonso e Blas de Otero.

“Come un respiro interrotto” di Fabio Stassi. Recensione

Fabio Stassi recensione

Narrare una ‘voce’, raccontare la storia di una voce e la Storia attraverso una voce che sia tante, tante voci che risuonino nello spazio di un romanzo: questo è Come un respiro interrotto di Fabio Stassi (Sellerio, 2014). Una prosa che sfida la narrabilità del ‘vocalico’ perché ciò che ‘resta nell’oralità’ non può con facilità essere ‘detto’ (nella sua totalità) attraverso la scrittura.
La protagonista, Soledad, è una cantante dalle qualità uniche; il suo canto procura “la sensazione di mettere il piede nel vano vuoto di un ascensore” come amava dire Coltrane su di sé. Soledad destabilizza, ammutolisce; le sue peculiarità canore non hanno eguali eppure, durante la sua carriera, non inciderà mai una nota. Le sue ambizioni mancate, la sua vita alla ricerca di un senso, e tutto intorno una famiglia per metà siciliana per metà sudamericana, complicata e stratificata; e poi gli amici musicisti, i maestri, l’Italia del secondo dopoguerra e Roma, Palermo, che aprono a scenari narrativi che conosciamo, ad esempio quelli de La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana.
La musica è letteralmente pretestuale al romanzo: serve a dare un ritmo alla vicenda di Soledad-tutta-voce e agli altri personaggi che parlano attraverso di lei, come fosse lei stessa a fare da filtro al loro ‘dirsi’: musica funzionale alla costruzione della prosa familiare e sociale, dunque; musica diegetica a tutti gli effetti. Musica, secondo l’autore, sempre in ‘tempi dispari’, che parte spesso in levare cercando una direzione non sempre riconoscibile, dando la possibilità al lettore di arrangiare il proprio ritmo di lettura e, soprattutto, di ascolto. ‘Levità’, a ben vedere, può essere cifra di Stassi, dal momento che la sua scrittura gode di un riuscito tentativo di rendere leggero ciò che pesa, anche i fallimenti, anche la morte, anche tutte le mancanze (i respiri interrotti?) di cui si fa un’esistenza.

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #4 (ultima puntata)

 

 

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta # 4 (ultima puntata)

(Leggi anche le prime tre puntate  #1  #2  #3)

*

Mi ricordo i (miei) migliori film del 1981:

  • “Cristiana F. (Noi i ragazzi del zoo di Berlino)” di Ulrich Edel
  • “Storie di ordinaria follia” di Marco Ferreri
  • “Blues Brothers” di John Landis
  • “Gente comune” di Robert Redford
  • “Shining” di Stanley Kubrick
  • “Ricomincio da tre” Massimo Troisi
  • “Nick’s Movie” di Wim Wenders

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I mondi di Guido Mazzoni

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Tre punti:
vedere se stessi come una cosa estranea, dimenticare quello che si vede, mantenere lo sguardo.
Oppure soltanto due perché il terzo include il secondo.
Kafka

Vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola.
Nietzsche

 

La forma della costa dopo il temporale,/ l’odore della pioggia nell’aria, la mano/ di mio padre che mi porta/ in alto, sulla sabbia,/ se lo stupore nomina le cose/ e le fa essere davvero, mare e casa, darsena e spiaggia, mentre nel sole respiro la mia ansia/ quando l’infanzia cede alla memoria/ la paura, l’origine delle parole, questo squarcio/ pieno di cose che parla dal paesaggio/ di una mattina degli anni Settanta mentre guardo/ il mio volto, nel vetro ancora buio, apparire tra le nubi. Nel bellissimo libro I mondi di Guido Mazzoni (Donzelli, 2010) è lo stupore che fa le cose davvero cose, senza questo sentire fondamentale, nel senso che fonda il mondo che si apre davanti ai nostri occhi, non c’è autentica comprensione delle cose stesse. È lo stupore che nomina le cose, le mostra nel loro squarcio originario, che le apre al possibile della nostra esperienza, che non è mai nostra propriamente, ma è il luogo in cui già siamo, è quella mattina degli anni Settanta che ci ha detto definitivamente chi siamo e continua a parlarci, a interrogarci e a pretendere una risposta, affinché la paura e l’ansia che ci hanno assaliti e che ormai ci costituiscono trovino, se non una risoluzione, un senso, anche se solo provvisorio, nell’incessante accadere del divenire e di tutto ciò che lo costituisce: eventi, ricordi, sogni, speranze, rimpianti, dolore, morte, gioia.

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Intervista a Milo De Angelis e inedito

foto di Viviana Nicodemo

foto di Viviana Nicodemo

Milo De Angelis, uno dei poeti più significativi della nostra epoca, parla della sua poesia con Francesco Filia e annuncia il suo prossimo libro di cui pubblichiamo l’inedito che lo concluderà.

 

1. “Ho cercato con forza in questi anni quel punto in cui sangue e pensiero sono un’unica cosa”. Questa affermazione contenuta nel tuo saggio Poesia e destino, mi sembra che esprima una questione centrale della tua poesia. In che senso pensiero e sangue e quindi teoria e vita sono per te un tutt’uno?
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Purgatorio dantesco: il Paradiso degli invidiosi

invidiosi

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Qualche mese fa avevo proposto una riflessione sulla prima cantica della Divina Commedia, nel solco di alcune suggestioni di Auerbach (per rileggerla, qui). Affrontavo in definitiva un problema centrale dell’Inferno, il contrasto tra ragioni umane e ragioni divine, cercando di mostrare come la dignità poetica dei personaggi finisca per sottrarli utopicamente alla dannazione eterna. In altre parole questi personaggi, per quanto dannati e perdenti, non possono che sembrare belli e vincenti agli occhi di noi lettori, proprio grazie alla poesia di Dante. Questo discorso vale molto meno nella seconda cantica, perché nel Purgatorio il divario tra le anime e Dio verrà presto o tardi colmato, e non esiste un’opposizione irriducibile tra dannazione e beatitudine, tra debolezza degli uomini e perfezione celeste. Il pellegrino stesso si stupisce per i canti soavi che accompagnano il transito da una cornice all’altra («Ahi quanto son diverse quelle foci/ da l’infernali! Ché quivi per canti/ s’entra, e là giù per lamenti feroci», cantoXII, vv.112-4). I profili umani risultano dunque molto più sfumati e chiaroscurali, com’è d’altra parte l’atmosfera prevalente di questa cantica. La rappresentazione di alcune anime rimane tuttavia potentissima, come nel caso di Pia de’ Tolomei, morta di morte violenta, da ricordare soprattutto per quel verso («Siena mi fé, disfecemi Maremma», canto V, v. 134) che sembra la più essenziale delle epigrafi. Nascita e morte, a rievocare pure qui nel Purgatorio il tempo troppo breve della vita umana.
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ArTransit – Performance Labour

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Una manifestazione di                                              

Portatore di progetto /Projetkträger: Teatro San Materno Ascona

Parte del programma / Teil von  «Viavai, Contrabbando Culturale Svizzera-Lombardia»

Pro Helvetia & partner

 

Comunicato stampa /Pressecomuniqué

 

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Viafarini DOCVA

Fabbrica del Vapore | Via Procaccini 4 | I-Milano |  viafarini.org | +390245471153

 26-28. 9. / 3.-5. 10. 2014

19.00

 

artransit.ch

 

 

Curatori / Kuratoren
Simone Frangi | Heinrich Lüber

Artisti / Künstler/-innen

26.09.2014 Benjamin Valenza

27.09.2014 Roberto Fassone

28.09.2014 Domenico Billari

03.10.2014 Jacopo Miliani |

Hoferoppligerschweikerkaltenbach

04.-05.10.2014 (18.00h – 18.00h) Mali Weil

05.10.2014 (21.00) Quynh Dong

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Le cronache della Leda #23: Ritorno a casa

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Le cronache della Leda #23: Ritorno a casa

 

Ricordo solo di essermi svegliata seduta su una vecchia poltrona di velluto marrone. Una giovane donna tentava di porgermi un bicchiere d’acqua, mi diceva di avermi trovata priva di sensi davanti all’ingresso dell’associazione. A quel punto mi è tornato tutto in mente: stavo passeggiando per Brooklyn, nel mio ultimo pomeriggio americano, sarei partita per l’Italia il giorno dopo. La mia attenzione era stata attratta da una scritta su una piccola targa metallica Gruppo mamme aiuto, prendete per buona la traduzione di una vecchia professoressa in pensione. Leggendo la targa pensavo alla distanza dall’Italia, a quanto poco avessi pensato alla mia casa  durante le settimane trascorse qui, pur avvertendo la mancanza delle mie amiche che, per fortuna, sono diventate tutte bravissime con Skype. Credo di aver pensato a quanto mi sarebbero mancati mio figlio e mio nipote, ed è a quel punto che devo essere svenuta. La donna che mi ha offerto da bere mi ha chiesto come mi sentissi e mi ha spiegato d’avermi trovata sui gradini davanti all’ingresso dell’associazione e di avermi portata dentro con l’aiuto di Claire e Helen, me le ha indicate e loro mi hanno fatto un gesto di saluto, dal fondo della sala. Lei mi ha detto di chiamarsi Suzanne, le ho sorriso: «Come la canzone di Cohen» le ho detto. Mi ha spiegato che i suoi genitori l’hanno chiamata così proprio per la canzone. Stavo meglio, ma ho accettato l’offerta di rimanere lì seduta per un po’ a riposare. Hanno cominciato la loro riunione, c’era un piccolo palco, vi è salita una certa Marion (in automatico ho pensato a Marion Ross, l’attrice di Happy Days), una bionda sui sessanta, che ha cominciato a spiegare d’aver fatto dei passi avanti nella gestione organizzativa dei figli della figlia. Mi son detta che forse nel gruppo avrebbe dovuto iscriversi la figlia, ma non sono una che si metta a giudicare gli altri, ho solo scosso un po’ la testa come avrebbe fatto la Luisa. Ho ascoltato Marion e ho capito che sua figlia aveva dei grossi problemi, faceva un po’ di fatica a parlare ma le altre donne la incitavano. Qualcuna ha preso il microfono per dare qualche consiglio pratico. Suzanne si è voltata un paio di volte a controllare se ci fossi ancora, e mi ha fatto dei larghi sorrisi. Quando Marion è scesa dal palco l’ho applaudita insieme alle altre. Prima che cominciasse a parlare la prossima, ho ringraziato Suzanne e sono andata via.

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Milo De Angelis – La corsa dei mantelli

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La corsa dei mantelli di Milo De Angelis è una grande metafora della giovinezza che non vuole finire.
Luca e Daina, due adolescenti, si misurano con il sottile passaggio all’età adulta.
Sogni, visioni, incubi,ombre, contrapposti a una realtà fatta di giochi, sfide, pericoli, amori, sono incarnati nella figura misteriosa di Sonecka, personaggio proveniente da una terra lontana.

Adattamento e regia Sofia Pelczer
con Viviana Nicodemo, Valentina Mandruzzato, Daniele Pitari
scene Giulia Olivieri
costumi Valentina Bianchi
assistente alla regia Petra Deidda, Giulia Olivieri

dal 30 settembre al 12 ottobre al teatro Out Off

via Mac Mahon 16 – Milano.

dal martedì al venerdì ore 20 e 45

sabato ore 19 e 30

domenica ore 16


prenotazioni 02 34532140

Note su “Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio

di Luciano Mazziotta

tua e di tutti

Dopo cinque anni dal suo libro di esordio, Favole (Transeuropa 2009), il 2014 vede la pubblicazione della nuova raccolta di Tommaso Di Dio, Tua e di tutti, opera prima della collana pordenonelegge, edita da Lietocolle.
Credo, innanzitutto, si tratti di un’opera “necessaria” del nuovo decennio. Non tanto perché segni il percorso dell’autore, ma, più che altro, perché l’opera porta con sé tutta la complessità del moderno: dalla crisi del soggetto ad un’indagine sul concetto di continuità; dalla lingua straniata e straniante all’ansia di dover prendere posizione per “rifare tutto”, di fronte ad una contemporaneità in cui ogni traguardo raggiunto azzera tutti gli altri e quindi non lascia al soggetto che la necessità di riepilogare e ricominciare daccapo.

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Luciano Mazziotta – Previsioni e lapsus: Racconto del libro (in)seguendone il ritmo

PREVISIONI E LAPSUS - copertina solo prima

Luciano Mazziotta, Previsioni e lapsus, Zona – Collana level 48, 2014, € 10,00

Racconto del libro (in)seguendone il ritmo

Parliamo di geometrie “SI SCELGA UNA FORMA”. Parliamo della loro assenza. Proviamo a dire di spigoli e angoli, della volontà di smussarli e di quella di girar loro attorno. Non dimentichiamo, però, dell’altra volontà, quella che sull’angolo vuol giocare di sponda, quella che cerca il rimbalzo, la fuga, la buca. Facciamo quadrato nel senso di farlo, e poi rettangolo, esagono, trapezio, di tutti i triangoli; calcoliamone l’area non la loro, la nostra. Di che perimetro siamo, di quanta e quale superficie. Di cosa trattiamo e a questo punto di come ci risolviamo. Guardiamo ai blocchi di marmo, ai pilastri, e oltre la loro vista pensiamo allo spazio. A tutto lo spazio, teniamone conto, trattenendo il respiro. Tentiamo il controllo. Togliamo ogni bordo dalla cornice e domandiamoci di quanto controllo abbiamo bisogno, di quanto bisogno di perderlo abbiamo. Teniamone conto e teniamone i conti. Troviamo il poeta, l’unità di misura, ma quale misura?
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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #3

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Roberto Saporito – Mi ricordo gli anni Ottanta #3

(leggi anche le prime due puntate Qui #1  e Qui #2)

*

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto vivere a New York…

Mi ricordo quando mi sarebbe piaciuto vivere a Parigi…

Mi ricordo che poi mi sarebbe piaciuto vivere a Barcellona…

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto anche vivere a Venezia…

Mi ricordo che mi sarebbe piaciuto vivere “ovunque”, tranne dove vivevo…e dove continuo a vivere…

Mi ricordo che ricordavo a memoria i nomi dei componenti di buona parte dei gruppi musicali che mi piacevano, come altri, probabilmente, si ricordano i nomi dei giocatori delle squadre di calcio…

Mi ricordo il disco “Alles ist gut” dei tedeschi D.A.F (acronimo dell’indicibile Deutsch-Amerikanische Freundschaft)…mi ricordo che erano in due e facevano una musica elettronica veramente “potente”, come se i Soft Cell avessero deciso di “suonare” come i Suicide…

 Mi ricordo due canzoni sublimi “Uncertain Smile” e “This is the day” di Matt Johnson (ma sotto la “ragione sociale” di The The)…le ricordo insieme, non riesco a dividerle, come se una non potesse esistere senza l’altra, o qualcosa del genere…

Mi ricordo quando un settimanale locale ma “potente” della mia “piccola città” mi ha pubblicato il mio primo racconto…

Mi ricordo il gruppo di Firenze Pankow che canta in un crescendo di tastiere “assassine” e veloci drum machine “God’s Deneuve”…mi ricordo di averli visti in un concerto veramente emozionante…

Mi ricordo la faccia buffa e stralunata di Carlos Perón, il cantante del gruppo di musica elettronica svizzero Yello…mi ricordo i loro video assolutamente “fuori di testa”…

Mi ricordo un gruppo new wave che arrivava dal Belgio…mi ricordo che si chiamavano Names…mi ricordo il loro disco “Swimming” come uno dei più belli di quegli anni…

Mi ricordo un concerto dei Monuments (gruppo di musica elettronica di Torino, un bell’incrocio tra Soft Cell e DAF) presso la facoltà di ingegneria (solo la musica new wave poteva farmi “entrare” nella facoltà di ingegneria) di Torino, presentati, in una sorta di “lezione-concerto” da Alberto Campo…

Mi ricordo il disco “Steve Mc Queen” degli eleganti Prefab Sprout…mi ricordo la loro splendida canzone “Appetite” come si ricorda , che so, un tramonto sul mare in un giorno di fine estate…o qualcosa del genere…

Mi ricordo “Caffè Bleu” degli Style Council…mi ricordo la splendida canzone “The Paris Match”…mi ricordo che per “associazione di idee” ogni volta che ascoltavo quel disco pensavo a Parigi…

Mi ricordo una notte in cui, con la scuola di giornalismo, sono andato a visitare la sede del quotidiano di Torino “La Stampa”…mi ricordo che dopo la visita, insieme ad un mio compagno di corso, abbiamo “visitato” tutte le birrerie della città, fino all’alba…mi ricordo che all’alba siamo entrati nel retro di una panetteria, in piena attività, e ci siamo fatti vendere dei croissant caldi e profumati appena sfornati…mi ricordo Torino di notte, deserta e bellissima…

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