Bonnefoy, parole scelte

bonn

Nell’introduzione al “suo” Rimbaud, Bonnefoy sostiene che «leggere un grande poeta non significa dover decidere che è grande (…), significa chiedergli di aiutarci».[1] Per aiutare noi stessi quindi scegliamo dello stesso Bonnefoy alcune parole da L’ora presente,[2] consapevoli di quanto esse riverberino dal vasto passato dell’autore. Mettendole in luce, queste parole mostrano sia la linfa essenziale della sua poesia sia come essa continui la grande tradizione francese.

Il già: ripetuto nell’arco delle prime tre poesie del libro, ne è l’autentica chiave di lettura; di più, è il cardine per aprire la porta dell’opera. È avverbio che indica il luogo e il tempo del presente, il qui e ora, l’orizzonte più vivo cui tende la sua poesia. Si tratta dell’invito a «fare del nulla parola», osando il più possibile, con la fiducia che gli occhi possano ancora stupirsi, che ricolorino la cosa osservata, mentre rifiorisce, in sogno, il mondo visto.

L’erba: dove ha casa e si consuma il qui e ora. A pagina 53 troviamo un vero e proprio manifesto di poetica, Rami bassi: il crescere umano nella metafora della maturazione di un frutto, e il “già” che ancora una volta appare, a metà poesia, per destinare il presente tanto desiderato a un brusco cambio di direzione e di senso. Nel quadro di un’erba che è appunto origine e destino di tutto, l’oblio conduce qui e ora (sia il maintenant sia l’à présent) in un territorio inaccessibile, simboleggiato dal blu della notte e della lontananza.[3] Solo nella parola, allora, «stringendo a sé il vocabolo e la sua ombra», è possibile recuperarli, trattenerli.

Psiche
: con la prima delle “messe in prosa” (o potremmo forse dire “racconti”) la poesia di Bonnefoy ci regala un passaggio fondamentale. Scrive: «Siamo proprio sicuri di quel che vediamo? dice lui, o dice lei».[4] Poi fissa il cuore della domanda nel  definire lo sguardo: “Il suo sguardo è un cuore che batte, un pensiero”, scrive a pagina 77; e ancora, a pagina 79: “Gli occhi sono l’enigma del mondo”. Psiche che ritorna, sempre, che «Vuole non essere altro che questa camera buia», ci dice il poeta; che prende la nostra mano «Per condurla verso più di ciò che è». È la nostra mente, lo sappiamo cosa può fare, ampliare, sfalsare la realtà, ingannandoci.

Parole ricorrenti, si diceva, essenziali, e ricorrenti associazioni di parole.
Tra queste, la pietra e il rosso: la pietra è termine che riecheggia dal passato poetico di Bonnefoy; come del resto il rosso, il colore di ciò che è vivo. Al 1965 risale la raccolta Pierre écrite: da sempre, nella sua opera, vive l’idea di una scrittura come incisione. Ed è questo il motivo dell’associazione, il legare l’inerte al vivo, soprattutto grazie alle profondità della sfera onirica.

Allo stesso modo lo specchio e l’acqua sono parole-idee, anch’esse associate.
Specchiarsi: la morte appare una figura senza retorica, evento puro, nient’altro. “E che avrebbe fatto di nessuna allegoria / Quando rientrava, di sera? Già la morte / Afferrava la sua mano, gli diceva di seguirla”, troviamo scritto a pagina 29; e ancora in un’altra terzina finale,[5] a pagina 13, questi meravigliosi versi: “Eppure si ascolta, e così a lungo / Che talvolta la vita passa. E che la morte / Già dice no a ogni metafora”. Si tratta dunque di comprendere se stessi (e con noi la morte) nello scorrimento (l’acqua) e nell’idea di un rispecchiamento fedele (lo specchio).
Torniamo a leggere da Ce qui fut sans lumière, del 1987, nella traduzione di Mario Benedetti, alcuni estratti de Lo specchio curvo, e vediamo quanto queste associazioni di parole si raggruppano:

“E l’angelo è sopra che li osserva
avvolto nel vento dei suoi colori.
Un braccio è nudo nella stoffa rossa,
sembra che regga uno specchio e che la terra
si rifletta nell’acqua di quest’altra riva.”

(…)

“Rientrano tardi, gli piace così. Non distinguono
nemmeno il sentiero tra le pietre
dove sorge ancora un’ombra di ocra rossa.
Ma vanno avanti, comunque. Vicino alla soglia
l’erba è facile e niente è la morte.”

(…) Nelle stanze
metteranno i fiori, vicino allo specchio
che forse consuma e forse salva.

«La parola non salva, talvolta sogna», avverte invece nella poesia intitolata Nessun dio. Riprendendo il legame con la tradizione accennato all’inizio di questo breve articolo, è interessante notare l’affermazione del poeta – quasi si fosse trovato in amichevole colloquio – nel dire che mentre Baudelaire sogna sapendo di sognare, Rimbaud rende l’anima mostruosa, dilatata e dilaniata dal sogno. Ecco, il corridoio sognante di Bonnefoy prosegue corridoi precedenti e si concentra in questo: vedere per quello che è, nominare ed essere, sia arte sia vita continuata nel sogno.

Cristiano Poletti

 

[1] Y. Bonnefoy, Rimbaud. Speranza e lucidità, Donzelli, Roma, 2010 (Notre besoin de Rimbaud, Seuil, Paris, 2009).

[2] L’heure présente, Mercur de France, Paris, 2011. Edizione italiana: Mondadori, Milano, 2013, traduzione di F. Scotto.

[3] Elementi che tornano in un successivo lampo di prosa: «…sull’erba altissima nella luce, un’erba spettinata, che quasi nasconde l’orizzonte delle montagne blu», pag. 73.

[4] In Voce udita accanto a un tempo, pag. 67.

[5] Le prime due sezioni del libro presentano poesie composte in due quartine iniziali e due terzine finali. In proposito, il poeta ha dichiarato: «Se io non avessi adottato questa scelta prosodica (…) queste poesie non sarebbero mai esistite».

2 comments

  1. Bel pezzo, Cristiano. Poesia di altre entita’. La tua scrittura critica si sta aprendo felicemente alla bella e vitrea comunicazione!

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.