Giorno: 29 agosto 2014

Bonnefoy, parole scelte

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Nell’introduzione al “suo” Rimbaud, Bonnefoy sostiene che «leggere un grande poeta non significa dover decidere che è grande (…), significa chiedergli di aiutarci».[1] Per aiutare noi stessi quindi scegliamo dello stesso Bonnefoy alcune parole da L’ora presente,[2] consapevoli di quanto esse riverberino dal vasto passato dell’autore. Mettendole in luce, queste parole mostrano sia la linfa essenziale della sua poesia sia come essa continui la grande tradizione francese.

Il già: ripetuto nell’arco delle prime tre poesie del libro, ne è l’autentica chiave di lettura; di più, è il cardine per aprire la porta dell’opera. È avverbio che indica il luogo e il tempo del presente, il qui e ora, l’orizzonte più vivo cui tende la sua poesia. Si tratta dell’invito a «fare del nulla parola», osando il più possibile, con la fiducia che gli occhi possano ancora stupirsi, che ricolorino la cosa osservata, mentre rifiorisce, in sogno, il mondo visto.

L’erba: dove ha casa e si consuma il qui e ora. A pagina 53 troviamo un vero e proprio manifesto di poetica, Rami bassi: il crescere umano nella metafora della maturazione di un frutto, e il “già” che ancora una volta appare, a metà poesia, per destinare il presente tanto desiderato a un brusco cambio di direzione e di senso. Nel quadro di un’erba che è appunto origine e destino di tutto, l’oblio conduce qui e ora (sia il maintenant sia l’à présent) in un territorio inaccessibile, simboleggiato dal blu della notte e della lontananza.[3] Solo nella parola, allora, «stringendo a sé il vocabolo e la sua ombra», è possibile recuperarli, trattenerli.

Psiche
: con la prima delle “messe in prosa” (o potremmo forse dire “racconti”) la poesia di Bonnefoy ci regala un passaggio fondamentale. Scrive: «Siamo proprio sicuri di quel che vediamo? dice lui, o dice lei».[4] Poi fissa il cuore della domanda nel  definire lo sguardo: “Il suo sguardo è un cuore che batte, un pensiero”, scrive a pagina 77; e ancora, a pagina 79: “Gli occhi sono l’enigma del mondo”. Psiche che ritorna, sempre, che «Vuole non essere altro che questa camera buia», ci dice il poeta; che prende la nostra mano «Per condurla verso più di ciò che è». È la nostra mente, lo sappiamo cosa può fare, ampliare, sfalsare la realtà, ingannandoci.

Parole ricorrenti, si diceva, essenziali, e ricorrenti associazioni di parole.
Tra queste, la pietra e il rosso: la pietra è termine che riecheggia dal passato poetico di Bonnefoy; come del resto il rosso, il colore di ciò che è vivo. Al 1965 risale la raccolta Pierre écrite: da sempre, nella sua opera, vive l’idea di una scrittura come incisione. Ed è questo il motivo dell’associazione, il legare l’inerte al vivo, soprattutto grazie alle profondità della sfera onirica.

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