Quattro inediti di Valerio Grutt

grut lavatrici

 

Questo cuore aperto
può accogliere di tutto:
vetri di bottiglie, diluvio,
radici di albero, intere autostrade,
colate di cemento, costellazioni.
Ci passi senza abbassare la testa
tu e la morte nera, palafitte,
il crollo di una diga.
Questo cuore che aperto
può tenere tutto, trema
come lavatrice nella furia di centrifuga
ed è qui, è tuo.

 

*

Cinquecentomila anni per dirti
che non mi interessa
se è più cara la conad o la coop
se per il pavimento bianco
del bagno è meglio uno scottex
o lo straccio, cosa mangeremo
a pranzo o domenica
e non sono discorsi da fare di mattina.
Ma solo i tuoi occhi nella luce
di persiana, quando ti volti bambina
e il bene del mondo inonda
questa casa sepolta.

 

 

*

A mio padre, vent’anni – una lettera

Sono ventanni ed è un minuto
ho cercato la tua allegria
nelle piazze, nei viaggi
nelle risate delle ragazze,
quel tenere la vita in faccia
azzurra, lo scherzo pronto,
la strada al guinzaglio.
I campi dai finestrini dei treni
hanno detto tutto;
mamma ha dormito sul divano
perché da sola non lo scaldava
tutto il letto. È stata un guerriero
che neanche ti immagini
sono dolci i guerrieri
e non crollano, hanno l’inferno
in corpo, lo sfidano.
Sono cresciuti i tuoi cuccioli
hanno i problemi dei grandi,
ognuno ha conosciuto il buio,
lo strappo, ognuno
la luce che cresce sull’acqua.
Ora che tagli i capelli agli angeli,
come si sta? Dicono
che non c’è confine
che non si sente il passare.
Qui invece la plastica dura
sulla terra più di noi, il vetro
lo leviga il mare.

 

 

*

Se un giorno mi vedrai in questa stazione
insieme alle ragazze con i trolley
in un vento di frecciarossa, mi riconoscerai?
Figlio di passione, dallo sguardo
che fa il click dell’accendino.
Mi dirai: sei l’eletto
questa pioggia ti ha scelto
le macchine non partono senza il tuo respiro
e io in uno sbadiglio di alberi
ti ascolterò.
Oppure passerai tra la folla
come chi ha fretta
e non ha ancora marcato il biglietto
per voltarti alla fine e pensare:
neanche stavolta ce l’abbiamo fatta
avevo da fare, mi sono fermato poco
ma tornerò, non temere.
Siamo sempre gli stessi,
questo ti volevo dire.

 

Valerio Grutt è nato a Napoli nel 1983. Ha pubblicato Una città chiamata le sei di mattina (Edizioni della Meridiana, 2009), Qualcuno dica buonanotte (Alla chiara fonte editore, 2013), Andiamo (Edizioni Pulcinoelefante, 2013), e Però qualcosa chiama – Poema del Cristo velato (Edizioni Alos, 2014). Si occupa inoltre di musica e di video. È stato direttore editoriale della rivista Popcorner e direttore artistico del festival Lyrics – Autori di Canzoni. Dirige il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna e la collana di poesia Heket.

4 comments

  1. Non vorrei essere in controtendenza tendenzioso: vorrei capire veramente cosa hanno di bello per voi (soprattutto Damiani) queste poesie. Non esiste ricerca formale; passa pochissima corrente tra i versi, sono veramente banali i contenuti.
    Grazie e a presto
    Matteo

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