Quattro passi #2 – Epifania

Pietro Annigoni, "Apollo e Dafne"

Pietro Annigoni, “Apollo e Dafne”

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’epifania”. Buona lettura.

 

«Mio padre ha quest’effetto su quasi tutte le persone» spiegò a Lucy. «Ma cerca solo di esser gentile.»
«Tutti cerchiamo di esser gentili» disse Lucy, con un sorriso nervoso.
«Perché pensiamo di migliorare così il nostro carattere. Lui invece è gentile perché la gente gli piace. E la gente lo sa, lo intuisce, e si offende, o si spaventa.»
«Che sciocchi!» disse Lucy, sebbene in cuor suo simpatizzasse con la “gente” «Io credo che una gentilezza fatta con tatto…»
«Tatto!»
George alzò di colpo la testa con gesto sprezzante. Evidentemente Lucy aveva risposto a sproposito. Osservò la singolare creatura camminare su e giù per la cappella. Aveva una faccia segnata, troppo, per una persona così giovane, e dura, fino a quando le ombre non la velarono. Allora si fece tenera. Lucy lo avrebbe rivisto, a Roma, sul soffitto della Cappella Sistina, con una cesta di ghiande. Sano e muscoloso, emanava nondimeno un senso di grigiore, di tragedia, che poteva trovar soluzione solo nella notte. La sensazione svanì quasi subito. Non era da Lucy provarne di così sottili.

(Edward Morgan Forster, Camera con vista, Mondadori 1997, traduzione di Marisa Caramella, I ed. or. 1908)

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Era più bello che non si possa dire, e, come gli era accaduto altre volte, Aschenbach sentì con dolore che la parola può soltanto celebrare, non riprodurre, la bellezza sensibile.
Non si era attesa la cara apparizione; essa gli giunse insperata senza lasciargli il tempo di atteggiare il volto a calma e dignità. Gioia, sorpresa, meraviglia vi si dipinsero certo chiaramente, quando il suo sguardo s’incontrò con quello di colui che tanto gli mancava – e in quell’attimo avvenne che Tadzio sorridesse, sorridesse a lui in modo eloquente, familiare, carezzevole, aperto, con labbra che si dischiusero, dapprima lente, nel sorriso. Era il sorriso di Narciso che si piega sullo specchio dell’acqua, il sorriso lungo, profondo, ammaliato, col quale tende le braccia al riflesso della sua bellezza – un sorriso, appena un’ombra, contratto, contratto nella vanità dello sforzo di baciare le labbra vezzose della propria immagine, civettuolo, curioso, un po’ dolente, incantato e incantatore.
Colui che aveva raccolto quel sorriso, si affrettò via con esso come con un dono fatale. Era così turbato, che dovette fuggire le luci della terrazza e del giardino, e a rapidi passi cercò il buio del parco retrostante. Proteste stranamente indignate e soavi eruppero da lui: «Non devi sorridere così! Ascolta, a nessuno si deve sorridere così!». Si gettò su una panchina; fuori di sé, aspirò il notturno profumo degli alberi. E, abbandonato sulla spalliera, le braccia penzoloni, sopraffatto e percorso da brividi ricorrenti, sussurrò la formula eterna del desiderio – qui impossibile, assurda, perversa, grottesca e tuttavia sacra, anche qui veneranda: «Ti amo!».

 (Thomas Mann, La morte a Venezia, BUR 1990, traduzione di Bruno Maffi, I ed. or. 1913)

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Non era un déjà-vu. Billy non aveva la sensazione di aver visto tutto questo in precedenza. Sentiva invece che questa strana perfezione stava aspettando lui e che lui, ora che la vedeva, stava diventando qualcosa di nuovo, qualcosa di particolare, dopo la lunga confusione della fanciullezza. Mosso da uno slancio irresistibile, balzò in piedi con un urlo e corse dietro a Bix. La terra sotto i suoi scarponi era molle e dissestata e Billy aveva la sensazione di entrare in un momento così reale da non lasciargli altra alternativa che correre gridando in quella direzione. Raggiunse Bix proprio mentre la vacca si girava, con un gemito di fastidio, e trotterellava via. Billy e Bix la inseguirono finché non cominciò a procedere a lunghi passi goffi e ondeggianti, dai quali era assolutamente esclusa qualsiasi traccia di fretta. La vacca era solo un placido appetito che si spostava, temporaneamente, a una velocità maggiore. Billy e Bix continuarono a inseguirla, strillando, finché, con un singolare accordo, si fermarono entrambi e rimasero lì a sbraitare l’uno contro l’altro. La faccia di Bix, eccitata e luccicante, era striata di sangue. Gridarono e accadde qualcosa d’invisibile. Un amore immenso tracciò fra loro un arco crepitante. Billy smise di urlare. Si bloccò. Ammutolito e improvvisamente spaventato. Bix lo guardò senza espressione, con una faccia divenuta vacua e stupida come quella di una statua. Poi s voltò e corse verso la macchina. Billy rimase solo nell’erba, con la passione e la paura che gli turbinavano dentro. Bix si portò via quel momento e Billy gli corse appresso, avido di una dose maggiore di quel che poteva accadere. Quando raggiunsero gli altri, per un breve periodo si scatenarono tutti in una spasmodica danza di gioia. La radio trasmetteva Light My Fire. Il momento riempiva ogni cosa.

(Michael Cunningham, Carne e sangue, Bompiani 2006, traduzione di Ettore Capriolo, I ed. or. 1995)

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Accadevano in quel rettangolo di terra, sopra quel rettangolo di terra, sopra quel rettangolo di terra, non più grande di un fazzoletto, cose arcane, forse le cose invisibili di cui si legge nel Credo, o almeno testimonianze di esse. Nel cielo tesissimo, quando tutto era pace, usciva dal nulla un nuvolo di storni, si librava un istante e poi rientrava nel nulla. Il cagnolino bastardo, col quale ziu Poddanzu parlava come con un cristiano, aveva scoperto presso la siepe una lepre che aveva fatto i figlioli, e il cane, invece di fare il cane, si era messo a leccare i leprotti, che si stiravano contenti. Una biscia aveva attraversato lo spiazzo trascinando il suo lungo treno fino ai piedi di ziu Poddanzu, e si era messa a fissarlo con la testolina lucente, lanciando la lingua in rapidi messaggi. Dal fondo della tana, i grilli comunicavano con le stelle. E in un pomeriggio di agosto (di questo mi rendo io testimone), mentre tutto era d’intorno silenzio, non una foglia si muoveva, e il carro del sole se ne stava sopra la vigna, ziu Poddanzu e i ragazzi preparavano nella stalla lo strame per i due bovi che pascolavano nella lontana tranchita, quando vedono le loro teste apparire dalla mezza porta, come grandi e tristi mendichi. Zio Poddanzu restò senza fiato. Presto, presto. Fece entrare le bestie, sprangò tutte le porte e le finestre, e rimase in attesa. Dopo mezz’ora il diavolo si scatenò sulla campagna, sradicò venti, trenta alberi, levò in aria pecore e cani che erravano in cerca di scampo. Ziu Poddanzu riaprì le porte, e tutto fu come prima.
Questa era la vita profonda di Locoi, il mistero pagano della natura che si accompagna al mistero cristiano, i buoi, gli asini, le pecore, i re guidati da una stella attorno alla culla di un bambino destinato a morire. In casa di Don Sebastiano non si faceva il presepio, a Natale, perché non si badava a queste sciocchezze, e in fondo si credeva poco, anche se Don Sebastiano non mancasse mai l’ultimo giorno dell’anno al Te deum della cattedrale, e Donna Vincenza nei momenti di più nera solitudine sgranasse il rosario con le distratte preghiere. Ma i ragazzi trovavano senza saperlo il presepio nella lingua, e questo rettangolo di terra, con le sue persone, le sue case, il suo mito apriva i loro cuori al mistero. Se Don Sebastiano avesse potuto immaginarlo, forse non avrebbe piantato la vigna.

(Salvatore Satta, Il giorno del giudizio, Adelphi 1979)

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