Mese: agosto 2014

Reloaded (riproposte estive) #14: Ottavio Olita, “Codice Libellula”. La verità negata (doppia nota di lettura)

 

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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Venti anni fa, il 2 marzo 1994, un elicottero della Guardia di Finanza, nome in codice “Volpe 132″, con due uomini a bordo, Gianfranco Deriu, maresciallo, e Fabrizio Sedda, brigadiere, sorvola la costa meridionale della Sardegna. L’ultimo contatto radio con l’aeroporto di Elmas avviene alle 19,15: «Ci dirigiamo sull’obiettivo segnalato sul radar». Alla domanda: «Volpe 132, quale obiettivo?» non c’è risposta. Silenzio anche al successivo tentativo di collegarsi con l’equipaggio, alle 19.52. “Volpe 132″ è scomparso, inghiottito, cancellato. Quella che segue è una storia, specialità nostrana, di testimonianze ignorate,  di depistaggi e crimini, di «verità negate», la storia del caso definito  come “Ustica sarda”, che ha visto sei interrogazioni parlamentari –  la più recente del dicembre 2013 – e la richiesta dell’istituzione di una Commissione di inchiesta. A 20 anni esatti dal 2 marzo 1994 Poetarum Silva presenta, con una doppia nota di lettura, il romanzo che Ottavio Olita, giornalista e scrittore, ha dedicato al caso “Volpe 132″: “Codice Libellula”. La verità negata.

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Filippo Tuena – Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale) – (due parole su)

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Filippo Tuena – Quanto lunghi i tuoi secoli (Archeologia personale) – ed. Pro Gigioni Italiano 

 

Ti dovevo questo, prima o poi. Per il molto che ti ho tolto e per quello che, pur togliendoti molto, ti ho consegnato vergine, pulito dalle scorie, dai rimorsi e dai ricatti affettivi. È con la memoria che cercherò di consegnarti la storia che ti precede . Consideralo una sorta di risarcimento, te ne renderai conto se non ora, col tempo. Quel che ne farai non è argomento di discussione. Con ogni probabilità non riuscirò a saperlo, il tempo non me lo concederà perché dovrò svanire anch’io perché tu abbia consapevolezza di quel che è accaduto. Pure ho qualche pensiero e rischio qualche azzardo. Azzardo relativo, perché ormai si lavora solo con le parole, occorre dirlo, assai meno feroci degli eventi. Non che manchino di forza ma ormai ho la consapevolezza che l’uso delle parole ha sempre qualcosa di consolatorio. Forse perché ogni libro che si scrive per essere una lettera d’amore dove si trovano giustificazioni per errori commessi, si sottovalutano le omissioni, si abbelliscono le circostanze. Ma quello che racconto è quel che mi è rimasto ed è questo quello che ti consegno. […]

Comincia così Quanto lunghi i tuoi secoli di Filippo Tuena, con una lettera a Cosimo, il figlio, dal titolo Senza destino. L’autore scrive al figlio e apre un varco nella memoria. E racconta, meravigliosamente. Le prime cento pagine, più o meno, rappresentano il vero viaggio nel passato. Le partenze alle origini di tutto, le foto che saltano fuori, vecchie lettere. I nonni, le case di Roma, la Svizzera, la guerra. Una galleria d’arte, gli studi, un bar che non c’è più. I viaggi. Questo, però, non è un diario, è un racconto vero e proprio. La memoria che si fa narrazione in splendide pagine, che si ricompone su carta.

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Bonnefoy, parole scelte

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Nell’introduzione al “suo” Rimbaud, Bonnefoy sostiene che «leggere un grande poeta non significa dover decidere che è grande (…), significa chiedergli di aiutarci».[1] Per aiutare noi stessi quindi scegliamo dello stesso Bonnefoy alcune parole da L’ora presente,[2] consapevoli di quanto esse riverberino dal vasto passato dell’autore. Mettendole in luce, queste parole mostrano sia la linfa essenziale della sua poesia sia come essa continui la grande tradizione francese.

Il già: ripetuto nell’arco delle prime tre poesie del libro, ne è l’autentica chiave di lettura; di più, è il cardine per aprire la porta dell’opera. È avverbio che indica il luogo e il tempo del presente, il qui e ora, l’orizzonte più vivo cui tende la sua poesia. Si tratta dell’invito a «fare del nulla parola», osando il più possibile, con la fiducia che gli occhi possano ancora stupirsi, che ricolorino la cosa osservata, mentre rifiorisce, in sogno, il mondo visto.

L’erba: dove ha casa e si consuma il qui e ora. A pagina 53 troviamo un vero e proprio manifesto di poetica, Rami bassi: il crescere umano nella metafora della maturazione di un frutto, e il “già” che ancora una volta appare, a metà poesia, per destinare il presente tanto desiderato a un brusco cambio di direzione e di senso. Nel quadro di un’erba che è appunto origine e destino di tutto, l’oblio conduce qui e ora (sia il maintenant sia l’à présent) in un territorio inaccessibile, simboleggiato dal blu della notte e della lontananza.[3] Solo nella parola, allora, «stringendo a sé il vocabolo e la sua ombra», è possibile recuperarli, trattenerli.

Psiche
: con la prima delle “messe in prosa” (o potremmo forse dire “racconti”) la poesia di Bonnefoy ci regala un passaggio fondamentale. Scrive: «Siamo proprio sicuri di quel che vediamo? dice lui, o dice lei».[4] Poi fissa il cuore della domanda nel  definire lo sguardo: “Il suo sguardo è un cuore che batte, un pensiero”, scrive a pagina 77; e ancora, a pagina 79: “Gli occhi sono l’enigma del mondo”. Psiche che ritorna, sempre, che «Vuole non essere altro che questa camera buia», ci dice il poeta; che prende la nostra mano «Per condurla verso più di ciò che è». È la nostra mente, lo sappiamo cosa può fare, ampliare, sfalsare la realtà, ingannandoci.

Parole ricorrenti, si diceva, essenziali, e ricorrenti associazioni di parole.
Tra queste, la pietra e il rosso: la pietra è termine che riecheggia dal passato poetico di Bonnefoy; come del resto il rosso, il colore di ciò che è vivo. Al 1965 risale la raccolta Pierre écrite: da sempre, nella sua opera, vive l’idea di una scrittura come incisione. Ed è questo il motivo dell’associazione, il legare l’inerte al vivo, soprattutto grazie alle profondità della sfera onirica.

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Mestre in Centro dal 30 agosto al via

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Al via sabato 30 agosto la terza edizione di “Mestre in centro”

Cinquantanove giorni di musica, mostre, fiere, mercati, appuntamenti culturali, eventi sportivi, incontri con libri ed autori: torna, da sabato 30 agosto, “Mestre in centro”, la tradizionale kermesse che fino al 27 ottobre trasformerà il centro di Mestre (VE) in uno “spazio eventi” all’aperto.
“La manifestazione – afferma Sergio Pomponio, sub-commissario del Comune di Venezia – cade quest’anno in un momento particolare e difficile per la città, ma non per questo è in tono minore, come testimonia il ricco programma delle iniziative che coniuga, anche in questa edizione, aspetti molto diversi tra loro, spaziando dagli eventi tradizionali, come la fiera di San Michele o la festa del santo patrono, ad appuntamenti culturali di alto livello. Un segnale importante per Mestre e per tutta la Terraferma, che contribuisce a ridurre quel senso di lontananza dal Centro storico veneziano che si fa più sentire proprio nei momenti di difficoltà”.

Ad alzare il sipario della manifestazione, sabato 30 agosto, sarà la Banda Osiris con un doppio appuntamento: alle ore 18, in piazzetta Pellicani, i quattro musicisti presenteranno il libro “Le dolenti note. Il mestiere del musicista: se lo conosci lo eviti”; alle 21, in via Palazzo, la Banda si esibirà in uno spettacolo gratuito tratto dal libro.
Ce n’è per tutti i gusti nel variegato calendario degli eventi, da quelli dedicati agli amanti dello sport, come la Maratonina di Mestre (14 settembre), “StimoLadanza” (20 settembre) e il trofeo di pugilato “Città di Mestre” (27 settembre), alle fiere e i mercati della tradizione, come la terza edizione di “Altro futuro”, fiera della decrescita e della città sostenibile (19-21 settembre) e la fiera di San Michele “Gusto e sapori a Mestre”, dedicata quest’anno ai metodi di conservazione del cibo (24-29 settembre). Da non perdere il “Festival della politica”, con tanti ospiti ed incontri dall’11 al 14 settembre, con due importanti anteprime la sera del 10. Al centro della programmazione, lunedì 29 settembre, la festa di San Michele, con il consueto alzabandiera in Piazza Ferretto alle ore 10 e la santa Messa nel Duomo di San Lorenzo celebrata dal patriarca Francesco Moraglia. Nel mese di ottobre torneranno inoltre “Il suono improvviso” (giovedì 2), l’attesissima fiera “MestrEuropa”, con tanti espositori internazionali (3-6 ottobre), e “Ad alta voce” (sabato 4 ottobre), la maratona di lettura promossa e organizzata anche quest’anno da Coop Adriatica. Prosegue anche quest’anno il coinvolgimento degli studenti delle scuole superiori, cui sarà dedicato il 14 ottobre l’incontro con Lucia Annibali sul tema della violenza sulle donne, e che saranno protagonisti di alcuni incontri con gli autori organizzati dal collettivo studentesco “Spritz letterario” del Liceo scientifico Morin nelle giornate dal 21 al 24 ottobre. Novità di quest’anno saranno inoltre le iniziative promosse dall’Università Ca’ Foscari: vere e proprie lezioni universitarie per aiutare i ragazzi delle scuole superiori ad orientarsi nella scelta della facoltà universitaria.

L’intera manifestazione si realizza grazie alla collaborazione de La Feltrinelli di Mestre, Radio Ca’ Foscari e collettivo Spritz Letterario del Liceo Scientifico “Ugo Morin”.

Il programma completo degli eventi è online sul sito www.mestreincentro.it; la pagina Facebook è invece questa: https://www.facebook.com/MestreInCentro

Quattro inediti di Valerio Grutt

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Questo cuore aperto
può accogliere di tutto:
vetri di bottiglie, diluvio,
radici di albero, intere autostrade,
colate di cemento, costellazioni.
Ci passi senza abbassare la testa
tu e la morte nera, palafitte,
il crollo di una diga.
Questo cuore che aperto
può tenere tutto, trema
come lavatrice nella furia di centrifuga
ed è qui, è tuo.

 

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Reloaded (riproposte estive) #13: Roberto Bolaño, la parte della letteratura

 

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

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Roberto Bolaño: la parte della letteratura

Nella sua ultima intervista (da l’ultima conversazione edizioni Sur 2012), a una delle domande di Mónica Maristain, Roberto Bolaño, rispose: «L’unico romanzo di cui non mi vergogno è Anversa ,forse perché continua a essere incomprensibile […] Il resto della mia ‘opera’, be’, non è male, ci sono romanzi divertenti, il tempo dirà se sono anche qualcosa di più. […] Ma a dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri.» Queste poche parole racchiudono, a mio avviso, molto del pensiero del grande scrittore cileno. La sua maniera di porsi di fronte alla sua opera è la stessa con cui si pone davanti al resto della letteratura; in un certo senso, queste parole, spiegano la sua maniera di stare al mondo. Riconosciamo la sua ironia, il distacco, lo sguardo acuto, la modestia, le sue convinzioni «Leggere è sempre più importante che scrivere», e la consapevolezza. Roberto Bolaño possedeva una determinazione fuori dal comune, era uno scrittore ostinato. Pretendeva da se stesso il massimo e sapeva di poterlo ottenere. Queste peculiarità fuse al suo talento straordinario gli hanno permesso di scrivere pagine memorabili di letteratura: racconti, poesie, romanzi e (almeno) due capolavori: I detective selvaggi e 2666. Solo una cieca dedizione può permettere di scrivere due libri monumentali e bellissimi. Storie che, con ogni probabilità, lo scrittore cileno, aveva sempre avuto in mente di scrivere, forse, inconsciamente, addirittura prima di saperlo. Soprattutto nei racconti di Bolaño, è facile ritrovare situazioni, o personaggi, chiave dei romanzi successivi, come se per testare le sue idee gli occorresse scriverle o, più semplicemente, come se metterle su carta fosse l’unica maniera di cominciare a comprenderle. I due capolavori, amati da lettori sparsi in ogni parte del globo, sono considerati tra i grandi romanzi latino americani (I detective selvaggi è stato paragonato – per importanza – a Il gioco del mondo di Cortazar e a Cent’anni di solitudine di Marquez) ma Bolaño non è soltanto uno scrittore latino americano, è anche europeo, non certo – o comunque non soltanto – per aver vissuto in Spagna tutta la seconda parte della sua troppo breve vita, lo è per la sua visione globale delle cose, per la sua voracità di lettore. Lo è perché poeta. I poeti forse più degli scrittori non hanno nazionalità. Egli stesso si definisce un “senza patria”: «[…] La mia unica patria sono i miei due figli. […] e forse, ma solo in seconda battuta, certi istanti, certe strade, certi volte o scene o libri che porto dentro di me e che un giorno dimenticherò, che poi è la cosa migliore da fare con la patria» (da L’ultima conversazione edizioni Sur 2012). (altro…)

Di civette e cucuwàsh. Oskar Pastior e Yzu-Francesco Albano

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La civetta della neve

Vengono anch’essi a scaldarsi
accanto al camino i vecchi Dei.
Viene intirizzita a chiederci asilo
la civetta della neve.

Leonardo Sinisgalli

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Traducendo Zärtlich di Oskar Pastior

Con Pastior porto le civette ad Atene;
gelosamente, al ritmo di Tirso.
E mi sorride la saggia noncuranza
del cuore che saltella, carezza
immemore di ingorda indifferenza.

Anna Maria Curci

.

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La civetta, simbolo, presenza e forza,  sorvola da tempi molto antichi la poesia. Sembra, anzi, che essa, nei casi più durevoli per bellezza e verità, non l’abbia mai abbandonata. Nei testi qui affiancati – rispettivamente di Oskar Pastior e di Francesco Albano, in arte Yzu, di cui ricorre oggi il terzo anniversario della morte – la civetta volge il suo sguardo ai poeti e li sostiene, carezzevolmente sapiente oppure  immobile con sovrana dignità.

 

ZÄRTLICH

Dichter tragen mitunter Eulen nach Athen?
Mir gefällt es wenn die Eulen
weise sind und wir sie
sorgsam tragen.

Unter den Achselhöhlen der kleinen Athenerinnen
ist so viel Platz für die
klugen Liebkosungen
der bernsteingefiederten Vögel.

Auch Wiederholungen
heben den Thyrsustakt.
Leichter tanzt der Marmor,
wenn die Reprise ihn auffordert.
Oh wie jung macht das Erkennen
und wieder und wieder das
schöne Erkennen!

Weiser werden selbst die Eulen
im Nest, so nahe dem
hüpfenden Herzen.

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Quattro passi #4 – Amore

AMORE

Pietro Annigoni

Quella che segue è una piccola rubrica che per quattro lunedì, ad agosto, proporrà altrettanti brani di celebri libri attorno a un unico tema, introdotto da un’opera di Pietro Annigoni. Oggi, “l’amore”. Buona lettura.

 

Gli occhi più scuri che avesse mai visto, in un bagno di luce. Riccioli nero carbone che sfuggivano a due lunghe trecce. Pelle estiva, il colore della sabbia accarezzata dalla marea. Magra nel grembiule verde e blu della Holy Angels. Mentre l’occhio destro piangeva, il sinistro esultava. Le labbra si schiusero in silenzio. Voleva dire: «Ti conosco», ma la cosa non trovava conferma nella sua vita passata, così si limitò a fissarla, infiammato e non sorpreso.
Lei sorrise e disse: «Io sposerò un dentista».
Aveva un accento che non avrebbe mai perso. Consonanti addolcite, una «r» appena appena liquida, la tendenza ad avvolgere le parole non con le labbra ma già nella gola. Il suo contributo alla lingua inglese era musica allo stato puro.
«Io non sono un dentista» disse lui, imporporandosi fino alle orecchie.
Materia sorrise, e guardò i tasti del piano sparsi ai suoi piedi.
Aveva quasi tredici anni.
Se avesse picchiato sul mi bemolle, probabilmente le cose avrebbero preso un altro verso, ma aveva picchiato sul do diesis, e nessuno dei due aveva motivo di presagire sventure.

(Ann-Marie MacDonald, Chiedi perdono, Adelphi 2002, traduzione di Giovanna Granato, I ed. or. 1996)

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Reloaded (riproposte estive) #12: Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

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Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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Leggendo Alfred Andersch

«indignatevi il cielo è azzurro» scrive
Andersch. Dei materni aguzzini pure
volto affilato e le lacrime a getto
conosco, flagellante passepartout.

Non sei diafana, madre. Stratagemmi
occlusioni tu dipani da sempre.
Commi rifili e cucire non sai.
Alle corde, terroristi ci chiami.

Anna Maria Curci

Alfred Andersch a 100 anni dalla nascita

di Anna Maria Curci

Cento anni fa, il 4 febbraio 1914, nasceva a Monaco di Baviera Alfred Andersch. Andersch ha ai miei occhi molti meriti, non ultimo quello di aver contribuito in misura consistente al riconoscimento della scrittura di Arno Schmidt. Suoi romanzi e racconti sono stati tradotti in italiano, in Italia fece il suo primo viaggio già nel 1934, in Italia fu soldato – ai tempi della “guerra totale” venne reclutato anche lui,  avversario politico del regime nazionalsocialista, lui,  che nel 1933 era stato rinchiuso per alcuni mesi nel campo di concentramento di Dachau -, in Italia, agli inizi di giugno 1944, prima disertò e fu poi tra i prigionieri delle truppe alleate, in Italia ambientò le vicende di alcune delle storie da lui scritte, in Italia soggiornò tra il 1962 e il 1963. Tuttavia, attualmente sono ben pochi in Italia a conoscerne il nome. Nel giorno del centenario della nascita il mio omaggio a questo scrittore si concretizza nella mia trasposizione in italiano di suoi versi e nella trascrizione dell’incipit del suo racconto Un amante della penombra, riportato qui nella traduzione di Italo Alighiero Chiusano.

Dalla raccolta del 1977 empört euch der himmel ist blau, “indignatevi il cielo è azzurro”, scelgo i versi che danno il titolo al volume e che sintetizzano in maniera chiara e incisiva i due fari della vita e della scrittura di Andersch: estetica e resistenza. Andersch ebbe a scrivere «L’estetica della resistenza altro non è che la resistenza dell’estetica.» A chi vuole separare artificiosamente i due ambiti, Andersch replica: «indignatevi il cielo è azzurro»:

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Fernando Coratelli – Ritratti da spiaggia

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Ritratti da spiaggia

 

La vecchia anoressica

La vecchia anoressica ha un marito, una rivista, una sedia da mare, due coppe perfette di silicone all’altezza del petto ossuto e scheletrico. La vecchia anoressica vista di spalle potrebbe lasciare credere di essere una quarantenne, ma quando si gira e mostra il suo mento cadente, gli occhi gonfi e le guance raggrinzite mostra che i quaranta li ha passati da un paio di decenni tutti. La vecchia anoressica è scientifica nell’arte dell’abbronzatura con il suo minibikini: orologio alla mano espone ogni parte del corpo al sole per lo stesso minutaggio. Siede sulla seggiola da mare con una gamba arcuata e una distesa, poi inverte la posizione degli arti inferiori. Dopodiché si mette in piedi a leggere la rivista dando le spalle al sole, poi il profilo destro, infine quello sinistro. Verso ora di pranzo, mentre il resto della spiaggia a ferragosto armeggia con pietanze di tutti i generi, la vecchia anoressica richiama a sé il marito inerme sotto l’ombrellone e gli propone di mangiare. Dopo avere addentato una susina e addirittura due acini d’uva, la vecchia anoressica dà un sorso alla bottiglia d’acqua e esclama: “O dio quanto ho mangiato, sono sazia, mi sa proprio che stasera non ceno”. Il marito fa sì con la testa e prosegue a sbocconcellare il suo panino con la mortadella.

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Karoline von Günderrode, “A quel tempo vita dolce vivevo”

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Un dono che mi è giunto recentemente, graditissimo, da Annamaria Ferramosca mi ha riportato sulle tracce di una poesia che ho conosciuto tanti anni fa attraverso la lettura di Kein Ort. Nirgends (Nessun luogo. Da nessuna parte) di Christa Wolf. Si tratta della poesia di Karoline von Günderrode, poesia tanto alta quanto dimenticata, come accade troppo spesso, dai manuali di storia della letteratura tedesca per le scuole. Il libro che ho ricevuto in dono è Sconfinare. Percorsi femminili nella letteratura tedesca (Luciana Tufani Editrice, 2013) di Rita Calabrese, della quale ho avuto modo anni fa di apprezzare il contributo ricchissimo al volume Della stessa madre, dello stesso padre. Tredici sorelle di geni (con Eleonora Chiavetta, Tufani 1996). Il passaggio che ha ridestato in me la gioia di un viaggio a ritroso nelle mie letture è questo:

«L’IO va assumendo connotazioni femminili, mentre il NOI comincerà ad abbracciare le donne dell’una e dell’altra parte, nella comune oppressione patriarcale e nella stessa costruzione d’identità.
Dall’intreccio di queste tematiche nascono, strettamente collegate tra loro, L’ombra di un sogno, antologia delle opere di Karoline von Günderrode e il racconto Nessun luogo. Da nessuna parte, in cui la stessa Günderrode è protagonista insieme a Heinrich von Kleist. Le due opere segnano la riscoperta di questa grande voce poetica del romanticismo, morta suicida nel 1806, con modalità e linguaggi differenti. L’ombra di un sogno è opera germanistica che si configura come esemplare lezione di metodo a segnare una vera e propria rottura del canone letterario classicocentrico lukácsiano della RDT e l’inserimento del Romanticismo, ma soprattutto la rilettura di una voce poetica − e in questo Anna Seghers fa da punto di riferimento − lacerata tra corpo di donna e virile talento poetico, mentre Nessun luogo. Da nessuna parte mette in scena l’incontro fittizio, ma molto verosimile, tra i due poeti suicidi. In filigrana, nel dramma di intellettuali costretti dopo le speranze della Rivoluzione Francese, a «battere a sangue la fronte», come scriveva A. Seghers a Lukács negli anni ’30, contro il muro di una società repressiva e finiti suicidi, pazzi, esuli, comunque disperati, si riflette il dramma degli intellettuali della RDT.» (Rita Calabrese, Sconfinare, pp. 182-183). (altro…)

Scogliera

Vivara vista da Solchiaro (Procida)

Vivara vista da Solchiaro (Procida)

Corriamo nel grigio cenere della polvere e il frinire di cicale non ancora morte. Il primo scavalca il cancello, seguito dagli altri. Maglie e costumi restano impigliati tra le sbarre o si strappano, mentre la pelle è graffiata dal filo spinato. Il sangue rapprende e coagula all’aria.
Mezzogiorno è alto nel cielo, infuoca l’aria e arde la terra. Ogni cosa è conficcata nell’orizzonte. La macchia di piante e arbusti è bruciata dal sole, piegata dai passi radi che creano il sentiero. L’odore pungente di rosmarino penetra le nostre narici. La nostra pelle di ragazzi è spessa e scura e i muscoli affiorano guizzanti, pronti alla prova.
Paco arriva per primo alla sommità della scogliera. Guarda in basso nel riverbero del mare, si volta nella nostra direzione e, nel silenzio del meriggio, balza in perfetto equilibrio di roccia in roccia. Noi seguiamo il percorso indicato.
Arriva nel luogo prescelto, Paco getta il telo sugli scogli e lancia le scarpe in mare, ad indicare il punto dove entrare in acqua. D’un tratto si slancia nell’aria, fende lo specchio del mare con le mani giunte e la testa e il corpo protesi. Barone lo segue e poi ogni altro respira e si tuffa nel vuoto. I corpi nuotano in apnea tra lame di luce nel blu cobalto. Risalgono e affiorano respirando a pieni polmoni. Le grida e i richiami rimbalzano tra le rocce. Inizia la conta di chi è in acqua e gli occhi si alzano su quelli rimasti sulla costa.
“Tuffati! Tuffati senza guardare!” Ora le voci della banda confondono il Piccolo. Il rito è iniziato. La banda esige la prova. Gli sguardi non confortano ma sfidano. L’impatto stordisce ma il Piccolo è in acqua. Resta solo Azzolini, esita per due volte sul ciglio da varcare e non resta che lo scherno, chi non sente la prova è fuori e si ritira nell’ombra. C’è chi rimane a fissare la propria esclusione.
I volti segnati dal sale scorgono con precisione la preda, il riccio è preso, spaccato e succhiato via. La sfida continua e l’altezza è sempre maggiore, il corpo di Paco s’inarca sicuro nel balzo più alto, un gesto descrive la traiettoria nell’aria. Un frutto di mare è sottratto al fondale e lasciato su uno scoglio a marcire. Un ultimo slancio e risaliamo gli scogli, nessuno si volta. Vivara alle nostre spalle giace nel sole.

© Francesco Filia

(Pubblicato con lievi modifiche sul sito Nellocchiodelpavone in data 11 settembre 2010)