Mese: luglio 2014

Martina Caschera – Pub

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parigi – foto di gianni montieri

 

Martina Caschera – Pub

 

Non c’era niente.
Dal mio lato della strada solo asfalto lucido di pioggia fresca, luce da lampione e qualche neon di negozio chiuso che aveva investito su certe luminarie stanche l’estate precedente.
La vecchia Punto, che sapevo bianca, doveva sembrare, agli occhi dei pochi passanti, un confetto pallido sulla strada di provincia, sfrecciante il giusto.
Non c’era niente.
Né bello, né brutto. Un vuoto in cui le cose spuntavano senza molta voglia.
Palazzi, palazzine, edifici in muratura e cemento. Per la via solo qualche anima, ché quando si fa buio meglio non girare troppo a piedi.
Gruppi di tre o quattro persone comparivano e scomparivano ad intermittenza, grazie ai fari, grazie ai lampioni.
— Che facciamo?— chiese lui, rompendo un silenzio che s’era fatto splendidamente compatto.
— Non lo so — feci io, disturbata da quella crepa.
— Avevi detto volevi uscire, siamo usciti.
Le sue affermazioni erano così, le sue domande anche. Non presupponevano aggiunte, ma se le aspettavano. A volte, il più delle volte, preferivo non aprire bocca. Io, che sono così logorroica. Lo innervosivo, ma mi sembrava il giusto prezzo per quel modo di fare domande passivo-aggressivo.
In quel momento pensavo: sii chiaro, sii chiaro una volta tanto. Dimmi esattamente quello che vuoi. Ma non dissi nulla e rimasi a guardare gli stracci di panorama, dal finestrino.
Lui era però sereno quella sera, non colse la provocazione e anzi, propose mestamente:
— C’è un pub qui vicino. Non è un posto figo, ma è un pub.
— Va benissimo, figurati. Mi basta una birra.
Sorrise leggermente, più ad apprezzarsi nello sforzo comunicativo che a compiacersi della soluzione trovata quella notte, tra di noi. Una soluzione momentanea, come tutte le soluzioni.
— Eccolo, è quello lì. Nulla di che. E’ pieno di ragazzini… —
Si giustificava, come se dovesse ancora vendermi quella piccola città in cui viveva. Come se avesse ancora il bisogno di ricordare a se stesso di non avere più alcuna pretesa.
Scorgevo la luce del neon, bianca, illuminare la piazzola antistante al pub. Carica di giovani fumanti. Mi sfuggì un sorriso, poggiai la mia mano sulla sua, che cambiava marcia, per parcheggiare.
Sereni scendemmo dall’auto, mentre nella mia testa tutto lo spazio si riempiva di figure umane. Nella realtà c’erano una decina di persone, che si relazionavano con flemma, come al rallentatore. Le mani, le braccia, le une sulle altre, meccanicamente. Avranno avuto tutti all’incirca vent’anni e soffrivano di dipendenza da tabacco.
Lui mi sorrideva in maniera più decisa, tenne la mia mano mentre ci facevamo largo tra le persone e superavamo la soglia. Essere lì insieme era tornato ad essere bello, riconoscibile.
In pochi istanti eravamo dentro un locale in penombra. Musica rock anni ’90. I Blur. I Placebo.
Non c’era niente.
Niente sui tavoli. Niente sotto i tavoli. Niente alle pareti.
Era un vuoto assoluto di bellezza: ci sembrava di tagliare l’aria  a fette, coi nostri corpi perplessi e snob.
Trovammo un tavolo, ci sedemmo. Lui aveva perso il suo finto imbarazzo iniziale e ora semplicemente si sedeva in quel nulla, in attesa di riempirsi di birra. Andava bene, benissimo. Non riuscivo a immaginare niente di più rilassante. Avrei davvero potuto essere chiunque, fare qualsiasi cosa.
Scandagliavo le sagome che, come noi, riempivano lo spazio con corpi e parole. Ragazzini, sì, ma anche qualche coppia matura. Sorrisi, di certo qualche storia sospesa. Oh sì, da qualche parte lì dentro c’erano dei pieni che lottavano per sopravvivere, c’erano dei nodi che si giravano attorno, per non sciogliersi.
Ma io non potevo coglierli. E non volevo.
Non c’era niente. Ed era bellissimo non doversi difendere.
— Che prendi?
— Una chiara.
— Piccola?
— Piccola…
Si alzò e si avvicinò al bancone, deciso. Conosceva il barista. Si fermò lì fino a che non furono pronte le birre, le portò lui al tavolo. Ricaricato, sembrava un altro.
— Pensa che lui era a liceo con me.
Allungai una mano verso la mia piccola birra, mentre lui avvicinava a sé un bel boccale.
— Chissà com’è rimanere nella stessa città da sempre- commentai io.
Sì. Dall’alto del mio niente, ogni tanto rilasciavo osservazioni. Neutre, secondo me, ma che avevano effetti di lama.
— Come deve essere? Una merda. —

© Martina Caschera

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***

Nota biografica: Martina Caschera nasce a Napoli nell’86, al momento vive tra Napoli e Prato, su un treno nel mezzo. Ha studiato lingue orientali, appassionata di letteratura e arti grafiche cerca di conciliare le sue passioni muovendo i primi passi nel mondo della critica del fumetto. Continua comunque, imperterrita, a scrivere racconti e talvolta poesie. Collabora con Extravesuviana e con Una Banda di Cefali.

(Ri)scoprire “Berlin Alexanderplatz” di Fassbinder

di Nicolò Barison

berliner

Se mi chiedessero di citare un’opera imprescindibile per approcciarsi al cinema di Fassbinder, la mia risposta sarebbe, senza alcun dubbio, Berlin Alexanderplatz. La cosa potrebbe sembrare, ad un occhio inesperto, una scelta singolare, in quanto Berlin Alexanderplatz non è propriamente un film, ma uno sceneggiato di 13 puntate più un epilogo realizzato per la televisione tedesca nel 1980. Ma non fatevi ingannare, questa miniserie rappresenta la summa, l’opera omnia del grandissimo regista tedesco.
Ambientata nella Berlino del 1928, tratta dal romanzo omonimo di Alfred Döblin, racconta l’odissea umana, morale e spirituale di un uomo alla deriva, Franz Biberkopf (interpretato magistralmente e con straordinaria adesione da Günter Lamprecht). Franz esce di prigione dopo aver scontato la pena per l’omicidio della sua fidanzata Ida ed è intenzionato a condurre una vita onesta. Passa da un lavoretto all’altro, prima venditore di stringhe per scarpe, poi di giornali, ma, dopo aver conosciuto il malavitoso Reinhold, entrerà in un vortice autodistruttivo che lo porterà ad esiti infausti, nonostante i buoni propositi iniziali.
In molti infatti, non a torto, hanno visto un parallelismo fra quest’uomo, le cui azioni sembrano avere tutti i connotati di un vero e proprio calvario, le cui gesta ricordano molto la figura cristiana del martire, e le vicende autodistruttive della Germania che porteranno, da lì a breve, all’avvento del Nazionalsocialismo.
Emblematica, per far comprendere allo spettatore lo spirito che animerà l’intera opera, è la scena iniziale, dove Franz Biberkopf esce dal carcere di Tegel dopo quattro anni di reclusione. Franz, immobile davanti alla porta, contempla incerto la libertà duramente riacquistata, da cui traspare un senso di inadeguatezza verso il mondo, altro tema carissimo a Fassbinder, che è presente in molte sue opere. A questo proposito, una delle immagini più significative che mi vengono in mente è la scena del pranzo “nel ristorante dove mangiava Hitler” ne La paura mangia l’anima, film del 1973, dove vengono ritratti i due protagonisti, novelli amanti, spaesati e titubanti, seduti a un tavolo in un locale completamente deserto.
Fassbinder, maestro nel regalarci figure indimenticabili di umiliati e offesi dalla società e ambientazioni sature di sofferenza e senso di morte, raggiunge con questa miniserie la vetta più alta del suo cinema, opera che contiene un vero e proprio testamento spirituale del grande regista tedesco.
Unica avvertenza per lo spettatore che volesse approcciarsi a questa “serie televisiva”: durante la visione delle 13 puntate più un onirico epilogo, non mancheranno la fatica e il disorientamento. Non è una serie che si può guardare tardi la sera, magari mezzi appisolati. Insomma, richiede uno sforzo di concentrazione, ma questo sforzo sarà più che ripagato.
In un’epoca di fiction televisive popolate da buonismo, sentimenti spiccioli, preti, carabinieri e Cesaroni, fa sempre bene ricordarsi cosa era riuscito a realizzare più di trent’anni fa, in quasi 15 ore complessive, un genio del calibro di Fassbinder.

Reloaded (riproposte estive) #2: “Uno zero più ampio” – cento poesie di Emily Dickinson tradotte da Silvia Bre

 

dickinson

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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È da pochi giorni uscito per Einaudi il volume Uno zero più ampio, raccolta di cento poesie di Emily Dickinson a cura della poetessa e traduttrice Silvia Bre.
Sono convinta che Emily Dickinson sia tra quegli autori il cui nome basti a far affiorare una costellazione intima e mentale, una mappatura della propria esperienza di lettore appassionato o occasionale, un percorso più o meno coinvolto, benedetto o accidentato. Qui si parlerà, dunque, solo della possibilità di leggere alcuni suoi versi in una nuova versione italiana.
Già una volta, con la raccolta Centoquattro poesie (Einaudi, 2011), mi sono sentita fortunata a poter godere in italiano dei versi della poetessa di Amherst attraverso il lavoro di un poeta acuto e rigoroso come Silvia Bre, abile nel maneggiare quella galassia linguistica e tematica che fa della Dickinson l’autore dei salti vertiginosi dal filo d’erba alla rotazione siderale. Ma anche dello strappo e della calma gelida, dell’amore acuminato, selettivo, dell’abbandono subìto quanto imposto, del mistero, ora doloroso ora aggraziato, della morte. Anche in questa seconda raccolta, Emily Dickinson mostra il suo volto assieme violento e composto, compresenza che non potrebbe esistere senza un’estrema esattezza di pensiero, di ritmo e di linguaggio.
A questo si attiene la nuova versione. Da un lato, la scelta antologica percorre l’estrema varietà dei temi affrontati dalla poetessa nel corso della sua produzione; dall’altro, la traduzione si tiene ferma al proposito di rispettarne timbro e sfumature senza la minima interferenza.
«Curandomi di non togliere, e soprattutto di non aggiungere» (1): questo, fin dalla prima raccolta, è stato il metodo della poetessa e traduttrice. Ne è derivata una lingua snella, fedele il più possibile al portamento dell’originale, sia nella leggera severità di andamento del verso, sia nel tono dei suoi contenuti; non si smussano forze né si esasperano dolcezze: nessuna possibilità di senso è deviata o caricata con aggiunte o precisazioni.
Ospite (e guardiana) di un passaggio, Silvia Bre si è imposta l’essenziale. In questo modo l’italiano segue le torsioni e le giunture del pensiero di una poetessa mai semplice eppure sempre chiara: ogni nudità resta nudità, ogni enigma è enigma. E se traspare la lotta serrata del traduttore con ogni singolo verso, battaglia che non perdona distrazioni, è per la levità del risultato finale.

(1)   Nota di S. Bre in Centoquattro poesie, cit.

© Giovanna Amato

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It might be lonelier
Without the Loneliness –
I’m so accustomed to my Fate –
Perhaps the Other – Peace –

Would interrupt the Dark –
And crowd the little Room –
Too scant – by Cubits – to contain
The Sacrament – of Him –

I am not used to Hope –
It might intrude upon –
It’s sweet parade – blaspheme the place –
Ordained to Suffering –

It might be easier
To fail – with Land in Sight –
Than gain – My Blue Peninsula –
To perish – of Dellight –

[405]

Si può essere più soli
senza la solitudine –
Mi è così consueto il mio destino – 
Forse l’altra – pace –

interromperebbe il buio –
e affollerebbe la piccola stanza –
troppo esigua – in metri – per contenere
il sacramento – di lui –

Non sono abituata alla speranza –
Potrebbe irrompere –
La sua dolce sfilata – profanerebbe il luogo – 
consacrato al soffrire –

Potrebbe essere più facile
soccombere – con la riva in vista –
che arrivare – alla mia azzurra penisola –
e morire – di gioia –

***

The Martyr Poets – did not tell –
But wrought their Pang in syllable –
That when their mortal name be numb –
Their mortal fate – encourage Some –
The Martyr Painters – never spoke –
Bequeathing – rather – to their Work –
That when their conscious fingers cease –
Some seek in Art – the Art of Peace –

[544]

I martiri poeti – non dicevano –
ma plasmavano in sillabe il tormento –
perché all’offuscarsi del nome mortale –
quel mortale destino – desse a qualcuno forza –
I martiri pittori – mai parlarono –
lasciarono – invece – dire all’opera –
perché al fermarsi delle dita sapienti –
qualcuno cerchi nell’arte – l’arte della pace –

***

A loss of something ever felt I –
The first that I could recollect
Bereft I was – of what I knew not
Too young that any should suspect

A Mourner walked among the children
I notwithstanding went about
As one bemoaning a Dominion
Itself the only Prince cast out –

Elder, Today, A session wiser,
And fainter, too, as Wiseness is
I find Myself still softly searching
For my Delinquent Palaces –

And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forhead now and then
That I am looking oppositely
For the Site of the Kingdom of Heaven –

[959]

Sempre ho sentito una perdita di qualche cosa –
La prima volta che posso ricordare
ero stata privata – non sapevo di cosa
Troppo piccola perché qualcuno sospettasse

che una in lutto vagava tra i bambini
ciò nonostante me ne andavo in giro
come chi rimpiange un dominio
di cui ero il solo principe in esilio –

Più grande, oggi, una sessione più saggia,
e anche più stanca, com’è la saggezza
mi scopro ancora a cercare di nascosto
i miei inadempienti palazzi –

e un sospetto, come un dito
mi sfiora la fronte ogni tanto
che io stia cercando al contrario
la sede del regno dei cieli –

 

***

articolo pubblicato in origine il 19 ottobre 2013

“Il buio altrove” di Francesco Iannone (inedito)

FRANCESCO IANNONE

IL BUIO ALTROVE

 (inedito)

Chi ha osato respingerti
oltre le tendine del mio bene
dietro il vetro di un richiamo solo mio
fortissimo ti amo anche se non sono
del tutto pulito del tutto deterso
non del tutto
sano.
Il tempo ci chiede il ricamo delle prigioni
dove i giorni resistono alle cose da fare
e l’amore diventa la pazienza del tessitore
chino sul telaio e il filo di lana
da snodare.
Che volgare ruvida nervatura corre in su
dalla mano
si vede che da giovane facevo rotolare
cocomeri
è inutile adesso imitare finezze
intellettuali
sono grezza materia
come dici tu
sono uno stomaco una sacca
di fitti tessuti molecolari
il fianco grosso del mulo
che strattona
che sferraglia il suo maleficio
in un calcio o un raglio peggio ancora
di quelli che smantellano
l’udito
e fanno terremoto
giù per la campagna.
Ora la smetto
questa poesia
questa lagna
che non scala vette
(io che ho sempre amato prodigi e altezze
non ammetto riduzioni di stile
non metto sgambetti alle parole)

.

I bambini galoppano il buio
sono gli ussari della notte
i guerrieri dell’altrove.
Lo so, un giorno arriverai
col tuo esercito di infanti
le spade tutte lucenti
porteranno il qui della luce
i lampi sotto gli elmetti
sgusceranno come timidi segreti
non detti.

Riempi i miei cesti di crisantemi
riempili tutti con le mani
le mie dispense di conserve utili
per gli inverni a venire
e fissami dal lato
più alto del tuo bene
dove il mio nome luccica
come un’orma nella neve.

.

Non avere paura delle parole
verità bellezza dolore
senti come tuonano
amazzoni che frustano l’aria
come forzano guerriere
i limiti del sangue
le inossidabili catene.

Non avere paura delle parole
e che ogni verso sia un inchino
sii un amante servile
uno schiavo obbediente
sii la natura slargata della partoriente
che se ne frega di soffrire.

Poeta ti prego
più carità più carità
più obbedire più dire
sono tuo Amore.

. 

Uccello analfabeta che mai verso
cantò
sono qui per i suoi prodigi di acrobata
incantatore
per le sue prodezze alate.
Steli lunghissimi premonitori
di bellezza tronchi altissimi perché
solo altissima può essere la gioia
infinite scie in corsi d’acqua
di corpo che annaspa e aggancia
il suo grosso dorso
alla scogliera
di un desiderio di roccia.
È tutto così volgare se vive disgiunto
il silenzio del bosco
è inaccettabile senza l’invocazione
dell’animale
molto volgare non nascere facile
come qualcosa che non c’era
e all’improvviso appare.

Oh moltitudine di cose innamorate
che tutte vi atteggiate nel vanto
della neve
la luce qui, il buio altrove.

.

Cresce in me il debito del pane. Lievita
la mollica sotto le scorze dure. Il pane gentile
delle nonne la mattina alle 6.
È inutile che porti la luce. Il pane
sa crescere al buio dei lini. Il pane cresce
già nei sacchi sulle spalle degli uomini
rudi. Il pane è già la foglia di spighe, l’acino
macinato già si sente pane.
Tutto è alla portata della mia comprensione.

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Francesco IannoneSulla scia del discorso avviato con Pietra lavica (“Poesia”, nr. 281, aprile 2013) questo inedito in cinque movimenti si propone quale manifesto (su tutti il primo movimento) di una poetica paradossalmente in fieri dove l’unica certezza è quel punto fermo della chiusa, quel “debito del pane” che volge lo sguardo nella direzione opposta al vettore figlio-padre: qui il debito si esprime nella direzione padre-figlio.
Il canto dalla partenza artificialmente atona (si guardi la sequenza dei versi da «Ora smetto… / […] / non metto sgambetti alle parole» del primo movimento) progressivamente — nei successivi due movimenti — si libera di ogni scoria grezza e lascia posto a una sorta di ricerca di una dimensione umana da riconquistare che è appunto quel “debito del pane” che occupa tutto il quinto e ultimo movimento. Il debito contratto da Iannone è perciò di segno diverso, malgrado alcuni tratti in comune, a quello di Lorenzo Mari, perché qui si guarda ai figli e non ai padri; è il limite dell’imperfezione umana a essere cantato: l’incapacità di rendere per intero quanto viene all’uomo donato dalla vita proprio nel momento in cui la vita si dona. Lo scarto tra ciò che viene restituito in minima percentuale rispetto al dono ricevuto genera il debito. E se guardassimo alle poesie di Pietra lavica non potremmo non notare quanto questo inedito prenda le mosse proprio da quel primo germe, a partire dal rovesciamento della direzione del vettore che nella poesia “Parli al padre…” indicava la centralità della ricerca non nella presenza-assenza della figura paterna bensì nel riconoscersi figli e padri a propria volta: «Parli al padre – ma tu chiami padre / gli alberi e la bianchissima cascata / che soccorre le radici padre / la pietra sistemata a segno della strada / quando passi l’accarezzi e unisci / le mani a fare più vera la preghiera. // […] // Padre dolcissimo / ho imparato a bere / il bianco dei tuoi occhi / ho succhiato tutto il liquido dai bulbi, / ora vedo me attraverso le cose, il mondo». [fm]

Francesco Iannone (Salerno, 1985) ha pubblicato la raccolta Poesie della fame e della sete (Ladolfi, 2011; premio come opera prima ai premi “Solstizio” e “L’Aquila”; finalista ai premi “Penne” e “Beppe Manfredi). Altri suoi componimenti sono apparsi in antologie e riviste. Un’anticipazione del suo prossimo libro è stata pubblicata nel fascicolo nr. 281 (aprile 2013) della rivista “Poesia”.
Francesco Iannone è redattore della pagina on-line della rivista “Atelier”.

La deriva del continente

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Paterson, Love Speech, 1 giugno 1998

Queste luride puttane laureate
non lasciano mai nulla al caso.
Prima ti spiegano. Poi ti perdonano
e quando te ne vai
ti fanno sanguinare il naso.
Era così che mi dicevi al parco
e che avevi una figlia addosso
e che era un fatto, era così che eri,
e ti lasciavi scorrere, fermo,
educavi le rose a intrecciarsi
per imparare l’arco
e quelle si intrecciavano, sì,
ma intorno all’osso…
Progettavamo pace perpetua
oltre che fondi comuni di investimento.
Valevano più delle nostre vite
–Te lo ricordi Paterson?
O del fatto che il capo, anzi la capa
chiedesse a noi di perquisire i fiori
per vedere se c’erano insetti dentro
per capire se erano belli fuori…
L’Europa era sparita nelle corolle
separata da Paterson e dai suoi eredi.
L’Europa aveva assunto le forme
di un monumento ai caduti in piedi.

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Paterson, 23 anni, studia
e nel week-end vola low-cost in Europa…

Paterson ha finito l’università
fa uno stage alla Lehmann Brothers
e per un po’ se ne va.
Mario invece rimane dov’è
con la giacca stirata.
La ragazza olandese
viene a Corfù per fine mese…
C’era l’ingresso. Senza le porte, bianco.
La prima cosa che s’illuminava
era la S di Sesso. Sulla barra degli strumenti
comparivano l’icona. E la spina nel fianco
assieme a tutti quei nomi falsi.

(di Marco Mantello)

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Module Construction Yard
Paterson, ne fai 40 lunedi prossimo

Module Costruction Yard: ai limiti
del viale, dietro la muraglia di cemento
prefabbricato, s’innalzano verso i cieli,
verso possibili lontane biosfere,
questi metalli lucidi,
fragili speranze riflesse negli occhi di chi
s’infila davanti all’ufficio Risorse Umane
e frettolosamente espia.
Ho guardato lo scintillio del sole d’agosto
sui tubi verticali, sulle giunture
dei moduli sovrapposti lungo il viale vuoto
alle 13: la profezia, il contrasto
coi vecchi capannoni attorno,
e i piazzali semivuoti. Ho visto lo sporco
depositato negli anni
e nelle vie di scolo, polveri di marmo
e altre polveri.
Subappalti. Avvicinarsi al natale

(di Gabriel Del Sarto)

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A Londra, a quarant’anni e un mese
Over the garden (Over the Counter)

La luce verso cosa la riflette. Per esempio, le piante.
Il resto passa attraverso.
La prima cosa che Paterson ha fotografato sono state le
macchie. Le fumaggini sopra le foglie. Sulla finestra il vaso
diventava sempre più piccolo, la pianta più grande.
L’umidità sul muro, il trucco lavato dal pianto.
“Vorrei portarti al Parco Keukenhof„
Distese di tulipani. Al mattino, molto presto, prima che lei
ricominciasse.
L’ingresso. Lo stabilimento. Il piano da raggiungere, la porta,
l’ordine dei gabinetti e dei poster che annunciano la ripresa
dei lavori per migliorare se stessi.
“Oppure al Castello di Sofiero„
Ci sono le più belle piante d’Europa. Varietà di rododendri
e di rose.
Da ragazzo. Con Mario, qualcuno che era morto.

Pensare a chi insegna alle rose a intrecciarsi, per imparare
l’arco.

(di Elisa Davoglio)

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La folla con un Paterson a quota 35

– uscirà nudo una mattina a fendere
la folla alla fermata di una qualunque metropolitana
– in fila le formiche invadono il terreno,
la zappa si conficca, le scompiglia
avanzano i più forti
tutto un presidio – io rimpiangevo i deboli
– ho occluso i circuiti, bruciati i ponti
strappati i by-pass, intorno c’è il deserto
nessun nemico – mi chino
– sta per i fatti suoi, quasi ringhioso,
il gatto nato bianco, quasi albino,
le zampe dietro sbilenche
si rifugia tra i pini, i peli irrigiditi
di resina la crosta, non sorride
rifugge – mio fratello ha paura
– bere di notte acqua alle pozze
incontrare allegri porcospini
spedire i minatori nel ventre delle madri,
le sciocche, povere talpe – un rospo deciduo
328
verde squillante tra i ciclamini la mattina
l’involucro, di suo, già corpo vivo
– l’istante che gli frullano
le ali, d’un colpo la tortora che
plana e la farfalla enorme
candeggia questa luce, squaglia
crema, intanto che si scollano
etichette, si arrestano i pensieri
frullano insieme tutti – senti
i respiri
– ora che il giglio più non segna i giorni
e l’ombra dello sguardo dentro il buio
è come quel portone chiuso alle spalle,
ora frantuma la linea del crinale,
la piazza vuota, la notte dei cristalli.

(di Viola Amarelli)

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Paterson, 45 anni, Tolosa
la pellicola della vita ha preso luce…

3
Un tempo amavo usando lunghe frasi quasi magiche
un tempo ragliavo come un asino
per dare lezioni al mondo
e giravo con in tasca teoremi
Un tempo non aspettavo risposte su di me
da telegiornali scemi
ma mi lasciavo alle spalle i paesi
di cui non sopportavo i programmi e le leggi
4
Hanno diramato l’identikit
barba tatuaggio capelli crespi occhi neri
un primo piano come tanti che ti ho scattato
un ritratto che profuma di Oriente
e puzza di sudore fritto
Tu non hai quell’odore
mai avuto neanche a letto
Ma adesso di sicuro
ti attribuiranno anche questo difetto
5
Il rumore del crollo
il silenzio dello stallo

(di Simone Consorti)

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Infanzia Paterson: 2 giorni, dall’analista
dopo un week-end a Granada

Sono nato come tutti gli altri:
in sala parto di anonimo ospedale
– sturato l’utero con una ventosa –
non mi hanno conservato il cordone ombelicale.
Perché costava un pacco e mamma e babbo,
pur volendo per il loro figlio il meglio,
pagavano due mutui trentennali
di bilocali ai confini dell’Impero:
niente da fare per le staminali,
ma un giorno sarei stato il re del caseggiato
e avrei affittato a caro prezzo a sei cinesi
e ad una banda di senegalesi che mi hanno,
col sudore della fronte, di fatto finanziato
viaggi, studi, il master di sei mesi alla Bocconi
e il fumo che compravo a Capodanno.
Allattato da mamma-biberon
– nei Settanta era il boom del latte artificiale –
non me la sono poi passata tanto male,
anche se la mancata suzione della tetta
è stata causa della mia disfatta
con Carla e con le donne in generale
di questi amori liquidi che vivo
(l’ho letto venerdì sull’Internazionale
sulla rubrica psico-comportamentale
che sfogliavo sul volo di Easy Jet
per raggiungere a Granada Hyun-Shik
dolce orientale conosciuta in chat).
La mia infanzia l’ho trascorsa nell’ovatta
della doppietta Ciocorì più Atari,
che mi hanno reso un riformato a vita
impreparato al collasso dello Stato
e delle istituzioni, al crack globale
che nelle notti insonni sogno di sanare
mandando Space Invaders sopra il Quirinale
o l’uomo tigre a Bruxelles, parlamentare,
io, Imperatore della “Dinastia del Poi”,
io, Paterson, come tutti voi.

(di Francesca Genti)

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Paterson, 17 anni in piazza
a Castellammare di Stabia
cera persa

Lo sussurravo tra me e me quando poi mi accucciavo sul selciato la sera, quanto eri stronza, quanto eri capace di rovesciare tutto facendo finta di fare un giorno l’infermiera, l’altro l’insegnante, l’altro la pioggerellina, non so, buona a nulla / capace di tutto. Pregavo comunque tutto continuasse così, indefinita la norma, in questo paese senza senso, in questa direzione qui, random, sottraendo, facendo mancare, rubando, allontanandosi, facendo così la più grossa delle presunte stronzate, il fottersene, anzi, di più, non solo fottersene, ma fare l’esatto contrario, fingere, perdere ogni morale. Voglia di rubare.

(di Albert Samson)

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Paterson viaggia in un’Europa che non fa altro che commemorare se stessa, le sue radici illuministe, le sue tragedie e le sue guerre otto-novecentesche, la sua civiltà esportata nel mondo. Sul piano lavorativo è stato per tutta la vita un funzionario del Regno dei Mezzi. Ha trascorso il suo tempo in uffici
e vacanze a Corfù, e targhe della Lehmann Brothers vendute all’asta. Ha avuto un uomo a Tolosa, ha scopato con un’olandese a Corfù, e ha trascorso un’infanzia serena a ciocorì e latte in polvere in qualche anfratto di Italia. Oggi Paterson è un ultracentenario che ama viaggiare per un continente alla deriva.

(dalla Postfazione del curatore Marco Mantello)

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La deriva
del continente
Viola Amarelli, Simone Consorti,
Elisa Davoglio, Gabriel Del Sarto,
Francesca Genti, Marco Mantello,
Albert Samson

Transeuropa – Nuova poetica – 2014

Manuel Cohen, L’orlo

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Manuel Cohen, L’orlo (Edizioni CFR 2014)

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Una scelta di poesie introdotta da una breve nota di lettura di Anna Maria Curci

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Leggere, ascoltare (con l’orecchio interiore o, come nel mio caso, riandando con la memoria alle occasioni in cui ho ascoltato dalla voce stessa dell’autore alcuni dei testi qui raccolti quando ancora erano inediti) le poesie de L’orlo di Manuel Cohen, significa trovare, ritrovare le note più autentiche della poesia di Cohen: il ritmo rigoroso a scandire l’intreccio di memoria e constatazione, la lucidissima e inequivocabile esortazione a non sbarrare loro (alla memoria e alla constatazione) la strada, il procedere sapiente di figure, rime e metri, l’attenzione e la tensione sempre alte ed evidenti nella «tramatura di fili tesi» tra assonanze, allitterazioni, enjambement e neologismi taglienti e tagliati per calzare impeccabilmente. Non viene mai meno, nelle quattro sezioni che compongono la raccolta, la tensione che anima il gesto poetico, che orchestra la partitura dal ritmo preciso, che progetta e nutre la struttura di ciascun testo. Mi piace definirla — con un complemento di specificazione che intende abbracciare e comprendere diversi aggettivi:  morale, etico, civile, letterario, artistico, umano e umanistico — tensione dello spirito, lucidissimo nella visione di più ambiti temporali, nei quali si muove con conoscenza profonda e altrettanto profonda sete di conoscenza. Tensione dello spirito, vigilanza dello sguardo, sapienza nel riunire contenuto e forma: si potrebbe obiettare che tutto questo fa parte del bagaglio indispensabile di chi si accinge al viaggio nella poesia. Il tratto che Manuel Cohen aggiunge al bagaglio, che porta sempre con sé senza stivarlo in angoli di difficile reperibilità, è una pietas che non si limita alla riverenza, al semplice, benché doveroso, tributo nei confronti di chi precede, ma salda in modo senz’altro efficace un mai cieco amore con l’impegno a raccogliere il testimone, a non dimenticare, a sottrarre all’oblio, con tanto ammirevoli quanto convincenti intenzionalità programmatica e resa poetica, persone, eventi, scrittori, amorevoli o severi maestri, come dimostrano anche gli esergo a ciascuna sezione. Dopo il mio primo incontro con la poesia di Cohen in Winterreise, del 2012, questa ulteriore tappa giunge a confermare apprezzamento e, nel mio caso, predilezione per il suo modo di concepire e praticare la scrittura poetica. (Anna Maria Curci)

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(strage di via d’Amelio, 19.07.1992)

che ora d’incerta luce ci fu data
che ora – tra giorno e sera – dibattuta
attende la nostra vita ricolma
ora che entra, che sparisce senz’orma
o vago indizio ormai, ora che deflagra
 bomba a bomba la città, la vita agra
 a palermo – come a roma – s’impiomba
cede il campo – paga il dazio – s’inombra.

(p. 13)

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II (la devastata)*

                     (Eboli dal treno a Battipaglia)

“Trenitalia augura ai passeggeri Buon Viaggio”
“Avvisiamo i signori viaggiatori
Che tra 5 minuti saremo alla stazione
Di Salerno”
“Salerno stazione di Salerno
Avvisiamo i signori viaggiatori che siamo
Alla stazione di Salerno
Prossima Fermata Napoli Centrale”

 

fine
gennaio ghiacciato giorno di sole
nel rinnovato parco di Trenitalia
tra Freccerosse d’argento Eurostar
qualcosa del vecchio mondo motorio
è rimasto ancora vivo funzionante
ad esempio sulla tratta Potenza-Napoli-Roma
fa la sua figura l’Intercity-Littorina
sali il giorno dopo la memoria a Bella Muro

tra campi non più arati
finite le fatiche le sementi
archeologici siti ammantati
per mancanza di finanziamenti
10 sindaci commissariati
per illeciti accaparramenti
ma questo dal treno non si vede vedi verdi
costoni monti aguzzi penetrando in gallerie
seriali che incidono il fiume le vallate zigzagando

scorci di pale eoliche pascoli vigneti

finché dopo l’ultimo traforo la vista si spalanca
l’orizzonte mentre il monte si allontana
ai lati ai piedi della piana ovvero vallata
ineducata colata edificata di cemento

rivoli neri discariche diossina
corsi d’acqua cementati / tralicci della luce allineati
fili tra filari fitti di frutteti
casupole campi capanni copertoni
rimesse di imprese Pezzullo-Oro-Di-Napoli
una piana invasa sterminata tra costoni
di monti a picco dirupanti ammassate
depositi palazzoni fabbrichette indotti installazioni
pratoni incolti coltivati capannoni Motta-Casa-Di-Spedizioni

a destra su palazzine a 7 piani a Battipaglia

snulleggiano parabole a sinistra scheletrici
roveti canneti acacie sconce nella piana
ebolana sagome di costruzioni spettri
abusivi mai finiti grandi firme repertuali fornaci
incenerite attività inattive e inoperose di archeologia
industriale depositi della S.L.A. Ditta Trasporti Inurbani
e una scritta sui cementi dei muri contenimenti:

“prendimi ora e per sempre ti amo esageratamente”

sbirri
stazionano silvani alla banchina
per controlli a fumanti marocchini
sotto il cartello Paestum-Litoranea
tra casupole dai tetti d’amianto
ammantate alberelli di mimose
in gennaio già fiorite

mentre la corsa tra i binari

si distende
si srotola
si scorpora
s’apre ad libitum

.                indefinito
.                                         indefinibile
.                                                                    indifendibile
.                                                                                                  continuum

(pp. 18-20)

* I versi sono dedicati al caro amico e poeta lucano Salvatore Pagliuca, e sono stati scritti percorrendo il tratto Roma-Bella Muro il 27 gennaio 2011.

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*

IX       (la dimorata)*

(il bucato di Jolanda)

e là, nella mansarda centrale
la tramatura di fili tesi
da parete a parete, i versi appesi
alle pinzette dopo i bagni di sale
l’asciugatura in lasse messinesi
onde in foglietti per l’ordine a venire

e, da fuori, una trafittura che sale
a fiotti, a via dei Greci, la dimora
in vecchia muratura inumidisce
lambisce la clausura corporale
là s’espande mondatura di lavanda
insana inchiostratura, insonne Jolanda

(p. 32)

*Jolanda Insana, una delle maggiori poete contemporanee che difficilmente sarà candidata al Nobel, nata a Messina nel 1937 e residente nella Capitale da decenni, ha l’abitudine, molto naturale e artigianale, di appendere i foglietti con i suoi versi, man mano che li scrive, a lunghi fili per i panni fissati alle pareti della sua mansarda romana. Dopo qualche anno, l’intera struttura del libro le appare così, chiara e mondata.
Il testo, qui rivisto, è precedentemente apparso nel catalogo della mostra Incontro con gli autori. 24 anni di Arte, 1989-2012 a Portonovo, a cura di L. Socci, Edizioni Hotel Fortino Napoleonico, Portonovo (AN) 2012.

.

*

(curva sud)

“Il saluto romano ha solo una valenza sportiva.
 Ho incaricato il mio legale da tutelarmi da chi
infangherà  il mio nome”

(Paolo Di Canio, all’epoca calciatore della
Lazio, Agenzia Ansa, 22.12.2005).

ognuno ha la storia che merita
Di Canio ad esempio con quel nome
segnata ha una retta che non evita

la testa secca rasata in elezione
a una fede fiacca una fiaccolina
bislacca il braccio tende in azione

una faccina che dire? più coattina
che scema bruttina non poco lupesca
la parlata oscena repubblichina

nutrito a frattaglie trippa ventresca
venuto su nella sguaiata popolana
opulenta maiala amatricianesca

papalina cialtronesca ulliganniana
altro? la gazzetta dello sport stadio
studio di piede pallone in accademia

blasone da bar centurione gladio
non altro se non che nel clan intra moenia
lo sostiene in una memoria d’inverno

un compitissimo Alessandro Piperno

(p. 51)

.

*

(Mario Luzi)

con tutta la distanza che c’era e c’è
è incredibile quanto ti ami
e ti abbia amato sempre, Mario Luzi
mio maestro amico padre cercato
sempre, uomo a cui mi sono abbeverato
o, inquieto, rifugiato, non ti ho mai rinnegato
o tradito, né mi sono approfittato
ti penso sempre, ovunque tu sia andato

(p. 71)

.

*

(Ospedale Pediatrico Bambin Gesù)

A Francesco

“Mi darete un mondo speciale?”
chissà cosa sogni tra le luci a neon le corsie le stanze
le vetrate il pixel della play station le schermate
galattiche di window dinosauri mostri stratosferici
mondi di quark biblioteche di Harry Potter
letture da paura giallefantastiche per fuggire la realtà

chissà cosa aspetti da questa assurda civiltà — realtà
capovolta di fiume cretto o cemento di case
abitazioni strade capannoni orride installazioni
che doni vorresti per il male — alzatacce
corriere spaventi siringhe infermiere interventi flebo
borsette cateteri per il drenaggio – magari un rene

buono per crescere mangiare sperare continuare
leggere studiare sorridere vivere correre giocare.

(p. 77)

___________________________________________________
Manuel Cohen è autore di versi, critico contemporaneista e saggista. Si occupa prevalentemente di Poesia italiana, in lingua e nei neo-dialetti, dirige e co-dirige alcune collane di poesia per CFR, Dot.com.Press-Le Voci della Luna, Puntoacapo. Figura nelle redazioni di: «Ali», «Argo. Rivista di esplorazione», «Carte Urbinati. Rivista di Lett. Ital. e Teoria della Lett. Dell’Univ. Degli studi di Urbino», «Il parlar franco. Critica e scrittura neodialettale», «Punto. Almanacco della Poesia italiana», e collabora ad alcuni tra i principali periodici di settore: «Atelier», «Letteratura e dialetti», «Poesia». Suoi saggi e interventi appaiono in volumi miscellanei, atti di convegni e riviste, in Italia, Europa, USA e Latinoamerica (tra gli altri, su: Baldassari, Baldini, Bellezza, Bufalino, Buffoni, D’Elia, De Vita, Finiguerra, Franzin, Fucci, Guerra, Insana, Jabès, Jacottet, Kenaz, Luzi, Loi, Melèndez, Nadiani, Neri, Porta, Rosselli, Villa, Volponi, Zuccato, Zanzotto, i Nuovi autori delle Marche, La poesia romagnola, i Poeti della Svizzera Italiana, la Narrativa d’Israele). Tra i suoi più recenti lavori: L’Italia a pezzi. Antologia della poesia neodialettale (in co-curatela con V. Cuccaroni, G. Nava, R. Renzi e C. Sinicco, Ancona, 2014); Appunti di Geocritica, per una mappatura della Poesia Italiana Contemporanea (ATM, Monaco di Baviera, Germania 2013); in uscita è una trilogia che raccoglie tre ampie selezioni di scritti critici 1991-2014: La prefazione. Teoria e prassi, per una apologia del prefatore-mappatore necessario; La recensione. Teoria e prassi. Appunti di Geocritica e manualetto d’autodifesa della critica di servizio e Il saggio. L’intervento, il saggio breve, il mapping e la lettura del testo singolo. Teoria e prassi. Per una critica post-ideologica e contemporaneista. In poesia ha pubblicato: Altrove, nel folto (a cura di D. Bellezza, Roma 1990); e dopo venti anni di silenzio: Cartoline di marca (prefazione di M. Raffaeli, Teramo 2010); Winterreise. La traversata occidentale (nota di G. D’Elia, Sondrio 2012) e L’orlo (introduzione di G. Lucini, Sondrio 2014).

Reloaded (riproposte estive) #1 – Su ‘LA DOPPIA IMMAGINE’ di Anne Sexton

 

anne sexton 1967 - foto bettman corbis

anne sexton 1967 – foto bettman corbis

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

I, who was never quite sure
about being a girl, needed another
life, another image to remind me.
And this was my worst guilt; you could not cure
or soothe it. I made you to find me.

(Io, che non sono mai stata davvero sicura
riguardo all’essere una donna, ho avuto bisogno di un’altra
vita, un’altra immagine per ricordar-mi [per ricordare me stessa].
E questa è stata la mia colpa peggiore; tu non potevi curarla
o lenirla. Io ti ho fatta per trovarmi.)

(da The Double Image in To Bedlam and Part Way Back [Manicomio e parziale ritorno], 1960)

.

Basterebbe una citazione soltanto, una citazione da una poesia soltanto, ad avvolgere tutti noi lettori, a trascinarci nelle domande che torturano un’esistenza. Lasciarsi condurre in versi che indagano un sé tormentato eppure preciso e analitico, com’è quello di Anne Sexton, che è stata una delle più grandi poetesse americane del secondo Novecento, assieme a Maxine Kumin e Sylvia Plath, voci coeve e forti, è intraprendere un viaggio anche nel proprio sé, specialmente se chi legge è una donna. Riconosciuta da tutta la critica come autrice di una confessional poetry intima e sagace, Anne Sexton è stata probabilmente anche un’acuta cacciatrice del mot juste, una scrittrice attenta a dove posare l’orecchio: leggere i suoi testi ad alta voce è immergersi nella bellezza della musica, è scavare nel suono assieme al senso. Il senso sta tutto nei suoi temi: da un lato la religione in un momento in cui le priorità della società viravano verso temi laici e politici, dall’altro i motivi familiari e femminili, intensi e fisici, dove il corpo, la sessualità tutta, la maternità, le frustrazioni delle donne, il rapporto coi genitori, le convenzioni sociali sono spigoli d’un poliedro di vetro che riflettono di continuo la luce del verso e della sostanza poetica, luce che colpisce talvolta violentemente il volto e accieca la vista (e la lettura). Cos’è altrimenti un verso in cui l’enjambement (forma) si applica a tagliare la carne viva della poesia, separando another / life, dove in ultima casa stanno sure /cure, invocazioni, desiderio di guarigione – anche dalla sua propria, stessa bipolarità? Cos’è un verso che pone il ‘me’ in rima con se stesso, duplica anzi moltiplica l’identità, l’essere e l’esistere?
Anne Sexton trafigge con pochi segni, pur restando all’interno di quella che è l’esplorazione del quotidiano anche attraverso l’inconscio; eviscera la vita, la scompone a puzzle, in forme nuove perché lontane dal tradizionale passo della poesia angloamericana, dando però la misura della sua distanza nel camminare-scrivendo. La sua è una poesia che arriva dritta sino alla profonda complessità dell’essere, analizza anzi si auto-analizza sempre ed è perciò anche una poesia di terapia che opera anche a livello di catarsi.
È facile perciò riconoscersi ancora oggi nei suoi versi, perché la sua doppia immagine che è anche poliedrica in termini di varietà stilistica, rimarca la capacità di dire e dirsi: The Double Image è proprio questo: affondare nelle crepe d’un rapporto edipico irrisolto per perimetrarsi, sciogliere i nodi, collocarsi e (tentare di) comprendersi appunto. C’è tutta Anne Sexton qui: c’è la sua malattia; ci sono i tentativi di suicidio; c’è la maternità difficile; c’è il ripensarsi attraverso il tormentato rapporto con la madre: «stranger. And I had to learn/ why I would rather/ die than love, how your innocence/ would hurt and how I gather/ guilt like a young intern/ his symptons, his certain evidence» («sconosciuta. E dovevo imparare/ perché volevo morire invece che amare, /perché mi faceva male la tua innocenza,/ e perché accumulo le colpe/ come una giovane internista/ rileva i sintomi, e la certa evidenza»). Nella strofa precedente, la [splendida] sconosciuta è la figlia Joyce, che qui può essere confusa con la madre stessa in questo continuo scambio di ruoli, attribuzioni inverse e perverse percezioni della realtà da un letto di manicomio. Come avviene nella strofa che conclude la poesia, anche questa sezione s’incrina, si spezza laddove c’è bisogno di sottolineare una mancanza, e allora la Sexton impone l’enjambement rather / die, e poi pone in posizione finale di verso ‘intern’, e ‘innocence’ e ‘evidence’ che fan rima; il suo è un mescolare le carte, è un eterno gioco dello specchio, che in questa lirica trova compiutezza e intensità notevoli.
La scelta di questa poesia tuttavia, si lega anche ad un’intuizione, poiché Sexton qui riesce a tradurre i propri moti dell’animo ad ogni capoverso, puntellandoli e ricucendosi così: in questo ricorda un’esperienza di internamento narrata molto bene nel film Un’ora sola ti vorrei di Alina Marazzi (2002), che racconta la vicenda della madre Liseli Hoepli tragicamente scomparsa a seguito del suicidio nel 1972. Non c’è nulla che leghi Sexton a Liseli apparentemente, se non l’estrazione sociale altoborghese, eppure ricorda Marazzi (nel volume allegato al dvd Rizzoli), la loro vita sembra un tentativo precoce di rifiutare una condizione imposta, quella d’incarnare il prisma del femminile in tutte le sue accezioni (madre-figlia-moglie-etc.) senza spirito critico, per legge naturale, quella legge che sarebbe stata messa in discussione dal Femminismo di lì a poco – o che era in quel momento in revisione. Riguarda dunque l’accettazione di ruoli, riguarda la scelta della follia come arma di difesa dal mondo e d’autodifesa da sé, che può portare anche alla distruzione (o auto-distruzione). C’è nei diari di Liseli come nelle poesie di Sexton questo pensarsi nudo, un pensarsi-oltre, oltrepassando dunque le soglie d’un ‘essere donna’ chiuso (e rinchiuso), ancora troppo poco declinato, rovesciando a ragione i parametri.

© Alessandra Trevisan

Articolo pubblicato in origine il 3 aprile 2012

***

Nota: Nata nel 1928 in una famiglia altoborghese del New England, Anne Sexton ha trascorso tutta la sua vita a Boston, dove s’è suicidata nel 1974. Suo per Live or die nel 1967 il premio Pulitzer. Suoi testi sono usciti in volume per la casa editrice Le Lettere; Crocetti ha pubblicato invece L’estrosa abbondanza nel 1997, con traduzioni di Rosaria Lo Russo, Antonello Satta Centanin (Aldo Nove), Edoardo Zuccato, qui con variazioni mie. Per una versione completa della lirica, qui: http://www.americanpoems.com/poets/annesexton/622.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56538

da “Senso di facilità” di Valerio Nardoni

nardoni

 

*

 

LA MATTINA CHE SALE
È la mattina che sale, e ti reclama
sottilmente, a cinque piani,
coi martelli degli operai.

Quando spariscono gli argini
boscosi, la diga della notte,
e l’orecchio si incrina, si frantuma
nei mondi con i nomi
tutti già presidiati.

A meno che tu non sfugga una volta
e io ti dica
dove conservo un grido
e non ti avevo più aspettata.

Nella tua fabbrica di cerini,
– chissà dove sei con la testa –
il mare capta il tuo mistero.

*

VIA GRANDE

Friggi, radiolina,
ti dimeni in un’ortica
di cotone.

Il mare non si scandalizza e aspetta
che si chiudano, portino via
gli ombrelloni prima del solito.
L’orizzonte un momento brucia,
nel buio del temporale che monta
al largo.

Un porticato di carte a piccoli voli e sandali
che ammiccano di sciogliersi. Corri via.
Non servirebbe,
non sai se fare o no una doccia,
ma canticchieresti lo stesso,
anche di più, che oggi
nulla era diverso da quello che non c’è,
e che t’ha guardata.
Tutta.

*

EX VOTO
Non ti ho saputa illuminare
di una luce più duratura
al gioco che esistiamo
solo noi: mi hanno convinto
a mandarti via.
Ma anche se qui non stride
si logora l’invenzione del mondo.
La forza che sprigionasti
schiantandoti su di me
si dibatte in albe arrugginite.
Aspri i frutti colorati, sangue
se mi si è scheggiato fra le mani
che in verità mi piace
sorprenderti ancora
con me. C’è una memoria
che non corrode la bava
della tua malattia:
non riusciresti a ucciderti qui,
né io confondo più con l’eterno
il tempo trasparente
(incendiato, sommerso
o inciso nella pietra) con cui tu
sembravi in confidenza.

*

LONTANA MALEDETTA
Ti portai tanti di quei regali
che mi prendesti per un’aspirina.
Lì per lì nemmeno
mi ero tolto la giacca,
né mi rendevo proprio conto
di quanta vita,
quanto d’umano evidentemente –
non so cosa. Bello da morire.

Ora mi tocca
questo miracolo di riflesso,
che non avrei desiderato.
Il mondo, per noi,
non era tanto più che un argomento,
è che altro da noi, io e te così – noi cosa?

Pensavo di no, che non esisteva,
ma se non mi tormenti
ti nomino mio primo amore;
da solo, maledetta.

Ci saremmo comunque perduti,
come no?
Per mio padre che si fa la barba e mi dice
che gli vengono sulla faccia
le macchie dei vecchi,
vedi? e gli rompe i coglioni,
e gli rovina o illumina la festa,
qui, a Madrid,
con quel rischio dissolto in onde meravigliose
e stellari. Cioè la notte, nel mare.
Cioè io. Rompe uguale a prima,
poi però dice a mia mamma, riconosci però
che sono migliorato, ora sono rimbecillito.

Si spazientisce al Rastro,
poi a Nuevos Ministerios il giorno dopo
le dice che ci sono delle bancarelle, sotto la pioggia,
lei trova un regalino per Elena e Matteo,
lui mi guarda e dice
che scema.

Faccio la mossa di contrastare
illusioni che non ho mai
neppure immaginato,
né saprei dire come
ora riconosco, Profs. E lo stesso,
come lui,
non ho mai distinto forse
fra la gente e me.

*

 

 

ESTATE DI TERRA
Tutto iniziò quando tornai a essere povero.

In questo letto di periferia,
non avvilito, ma saldo intorno al nulla,
provando a superarlo, giorno giorno,
prima di chiamarlo così sia.

Il bisogno di fare bene a oltranza
fiaccava le nostre cause:
avevamo perduto il morso
e non il suo ricordo,
che ora funziona quasi
da norma.

Non ho potuto essere giovane,
non tirò vento.

Tornammo verso terra,
nelle nostre case
bruciate
per non servire più.

 

© Valerio Nardoni

 

 

 

 

Giovanni Raboni, (Zona Cesarini)

San Paolo - foto gianni montieri

San Paolo – foto gianni montieri

(Zona Cesarini)

Il tiro, maledizione, ribattuto
sulla linea nell’ultima convulsa
mischia a portiere
nettamente fuori casa, fuori causa, col dito
mignolo, con la spalla, con l’occipite, con
la radice del naso
dell’avversario accorso, guarda caso,
da metà campo – o forse (chi capiva
più niente con quel buio) dal compagno
che va in cerca di gloria
a scapito evidente degli schemi
non più tardi di ieri ribaditi
nella fantastica pace del ritiro
dal mister quando ancora
tutto, anche vincere, anche
azzeccare questo tiro teso, radente, tra decine
di gambe e lentamente
spalancando la bocca
correre verso il centro, rotolarsi
nell’erba, in lenta muta sfida stendere
le braccia al cielo era possibile…

 

Giovanni Raboni, Nel grave sogno, in Tutte le poesie, Garzanti (Gli Elefanti)

Francesca Fiorletta su “Da Pascoli a Busi” di Matteo Marchesini

Il critico Bovary 

di Francesca Fiorletta

marchesini

Leggendo l’ultimo libro di Matteo Marchesini, Da Pascoli a Busi. Letterati e letteratura in Italia, edito quest’anno da Quodlibet Studio. Lettere, non si può non saltare sulla sedia, a parer mio, per almeno tre valide ragioni, che vado qui elencando.
Innanzitutto, e non mi sembra questo un dato granché risibile, una causa è l’ingente mole del testo: più di 500 fittissime pagine di critica militante, che variano dall’analisi del Piacere a quella sul Mattia Pascal, dai testi di Malaparte a quelli di Levi, Bianciardi, Volponi, Amelia Rosselli, (cito solo alcuni nomi e numi tutelari, per brevitas) fino ad arrivare alle scritture di Garboli, Debenedetti e Paolo Zanotti, coprendo insomma un arco temporale già ben contestualizzato nel titolo, con saggi brevi e lunghi articoli, scritti in questi ultimi anni principalmente per le pagine culturali della testata “Il foglio”.
Operando una sorta di mappatura critica, dunque, Marchesini ripercorre, con uno studio mirato e particolarmente approfondito, un secolo importante, di tutt’altro che facile definizione, e restituisce al lettore, in maniera anche piuttosto unitaria, qual è la sua idea precipua del fare letteratura, o meglio, più in generale, cosa s’intende col fare cultura in Italia, oggi.
Proprio questa solida per quanto acuminata compostezza, sia di toni utilizzati che di lettura generale del panorama contemporaneo, ci porta dritti al secondo dato sorprendente: la giovane età del nostro critico, che a poco meno di 35 anni, per citare (ma vado a memoria!) una simpatica espressione di stima dell’amico Guido Vitiello, “ha già letto tutto quello che è possibile leggere, se consideriamo le pause quotidiane necessarie per mangiare un panino e per radersi” (n.d.r., Marchesini è solito portare una lunga barba, molto folta).
Si può essere o meno d’accordo con le tesi presentate in questa densa raccolta di saggi, ma di certo non si può mettere in discussione la caparbietà dell’esposizione in prima persona, e men che meno la sicurezza dialettica con la quale Matteo Marchesini è in grado di suffragare ogni sua singola, minuziosa posizione, ideologica e metodologica insieme. Diremmo che, sulla carta, questa indole marcatamente puntigliosa e selvaggiamente seria insieme dovrebbe essere d’uso comune, specialmente tra chi si prendesse la briga di autodefinirsi un “uomo di lettere”.
Ebbene, il terzo e, se vogliamo, più indecente e incandescente punto sul quale s’impernia la fatica critica di Marchesini, e che dovrebbe dunque, a torto o a ragione, suscitare ammirazione o sdegno, aberrante ripulsa o completa adesione, è la disamina di una figura alquanto perniciosa, ma tuttavia adeguatamente oggettivata e reale: quella del poeta (e/o intellettuale) “Bovary”. Marchesini grida al “Re nudo!”, e lo fa con una naturalezza tale da sembrarci, sulle prime, totalmente inappuntabile: addita senza tema una certa forma mentis intellettuale, ormai da tempo inevitabilmente corrotta, che riduce la cultura a nulla più che un mezzo di autopromozione sociale, a un mero status symbol, blandamente nobilitante per chi gravita attorno alla patria delle umane lettere.
Nomina spudoratamente, e lo fa senza specifiche anagrafiche, perché la corruzione di cui parla sembra più essere un’astrazione globale, un mal costume oramai generalizzato e imperante, l’intera generazione di critici suoi coetanei, lui dice, più o meno, «quella che va dai quarant’anni in giù», e si rammarica di non trovare tra di loro, salvo alcuni casi esemplari, dei validi interlocutori con cui intavolare un dibattito critico veramente incisivo, che sia suffragato da posizioni concrete e ben strutturate, e non da posizionamenti endemici e strutturali, insiti nel ben noto gioco/giogo delle conventicole elitarie piccolo borghesi e molto spesso addirittura regionalistiche, di cui questo mondo, come altri, è sempre più satollo.
In realtà, verrebbe da dire, non c’è niente di nuovo sotto il sole. E, ripeto, si può essere o meno d’accordo col critico barbuto Marchesini. Quello che a me è parso fin da subito un vero pregio del suo discorso, e lo dico sentendomi anche un po’ chiamata in causa, quale plausibile parte “additata”, è la dichiarata volontà di confronto.
Il tono di Marchesini, che alterna molto spesso la satira e la parodia, è molto particolare, in questo: da un lato, come dicevamo, resiste una certa assertività ragionativa e ben salda sulle proprie idee, che lui non lesina di esprimere, articolare, commentare minuziosamente in ogni singolo saggio; dall’altra, però, la sua scrittura e, come credo, la sua verve più intima, è sospinta da una quasi viscerale volontà dialogica, da un necessario quanto vitalistico bisogno di confronto e, perché no, certamente anche di scontro e dibattito con gli uomini (e le donne) di lettere del suo tempo.
È per questo, soprattutto, secondo me, che non si può restare indifferenti davanti a un’operazione del genere. Personalmente, non amo affatto le polemiche, specialmente quelle sterili e fini a loro stesse, e ritengo ce ne siano fin troppe, ogni giorno. Tuttavia, credo e spero che molti critici suoi e miei coetanei si alzeranno in risposta a queste mordaci affermazioni, non necessariamente per innescare l’ennesima lotta intestina, ma per provare anzi a raccogliere questo ostinato “guanto di sfida”, e a intavolare così davvero quello che potrebbe essere un fruttuoso dialogo comune sulla versatilità della letteratura tutta, fuori e dentro i testi.

David Means: Il punto

means

 

David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

 

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto (titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono.
Gli americani sanno scrivere i racconti meglio di tutti, questa è la mia opinione. David Means è, forse, il più bravo, tra i viventi, se la gioca con George Saunders, quest’ultimo riesce a emozionarmi di più ma solo Means mi fa piangere con quelle lacrime che non vorrebbero uscire. Saunders mi fa anche ridere (come David Foster Wallace), Means mi mette accanto la pietà (come Carver). Tutti e quattro mi commuovono, perdutamente.

Un uomo senza alcun progetto che ce la metteva tutta – in quel particolare momento – per dare l’impressione di sapere, almeno fino a un certo punto, dove voleva andare rispetto al proprio punto d’origine.

C’è un punto comune nei tredici racconti qui pubblicati. Il punto in cui le cose cambiano, o in cui il protagonista pensa che possano cambiare, o quello in cui sono cambiate ed è troppo tardi o, forse, troppo presto. A volte è il tentativo di giustificarsi o assolversi, altre è il bisogno di qualcosa che somiglia a una carezza (come una fetta di torta lasciata su una finestra). Non è il destino e non sono le azioni, ma qualcosa di intangibile che è meno di un pensiero, di un istante, di un punto. Una rivelazione.
Qualcosa è già accaduto prima che la storia cominci (come in Carver). Non è necessario sapere di cosa si tratti, Means lascia che il lettore abbia l’intuizione di un evento, di un passato, di un gesto che abbia condotto i personaggi al tempo della prima frase. Non ci sono le grandi città (un’altra caratteristica comune con Carver, soprattutto, ma anche con Saunders), eccetto l’idea della metropoli fuori dal condominio nel quale si svolge il primo racconto I colpi: un uomo è barricato nel suo appartamento, ossessionato dai colpi che chi vive al piano superiore – intenzionalmente, a suo avviso – batte continuamente ed è contemporaneamente preda dei ricordi, della nostalgia di una moglie amata; vibrano dentro i colpi di un matrimonio fallito. Il resto delle storie sono l’altra America: il Nebraska, l’Ohio, l’Oklahoma. L’irrinunciabile Tulsa. E poi i ponti sotto i quali dormire e dove sedersi intorno al fuoco a raccontare storie di abbandoni, di fame, di alcolismo e di coltelli. E ancora: rapine, morte, padri e figli, e paure.
Il racconto nel racconto. Spesso mentre si sviluppa la storia principale al lettore ne viene esposta anche un’altra, che è quella che il protagonista non dice agli altri ma rimugina dentro di sé. Non dire diventa un’altra maniera di scamparla. Means pare dirci che uomini che hanno perso tutto riescono a tenersi ancora qualcosa da parte, un ricordo da preservare o la dignità.  Allora non tutto è perduto.

Forse è semplicemente utile ricordare a se stessi che esistono ancora misteri occulti a portata di mano.

La prosa di David Means è bellissima, spesso si torna sulla frase (o pagina) appena letta solo per riassaporare il piacere di sentirne il suono. Il sogno americano, se c’è stato, è definitivamente infranto. I personaggi di Means con quel sogno non ci hanno mai avuto a che fare, oppure l’hanno dimenticato. Eppure l’America è proprio quella che ci viene mostrata. Il sogno promesso esiste (o è esistito) anche perché non si realizza. David Means scrive delle cicatrici lasciate dalle promesse non mantenute. Lo fa meravigliosamente.

© Gianni Montieri

 

Nota: Per chi volesse saperne di più su David Means consiglio anche la lettura di un articolo di Cristiano de Majo su Rivista Studio e, naturalmente, di leggere Il Punto e tutti gli altri libri di David Means.

 

Elina Miticocchio, Per filo e per segno

 

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Elina Miticocchio, Per filo & per segno (edizioni Terra d’ulivi 2014)

 

Cura, attenzione, attitudine a un ascolto sensibile e capacità di individuare, talvolta di istituire, connessioni non percepibili dallo sguardo superficiale: queste le qualità che Elina Miticocchio manifesta e dispensa, ogni giorno, in un lavoro di lettura e riflessione che non conosce soste. Di tutto ciò è testimonianza il suo libro Per filo & per segno, apparso in questo anno 2014 nelle edizioni Terra d’ulivi. Ogni volta che leggo le parole di Elina Miticocchio, che seguo i fili – in colori di volta in volta diversi – che ama riannodare e tessere, il mio pensiero va ai racconti di Adalbert Stifter, alle sue Pietre colorate e alla “legge mite” che lo scrittore austriaco espose nella premessa alla raccolta. Sono le piccole cose, crescite e intrecci e incontri di ogni giorno, a prevalere e a durare, nel lungo tempo, quello di chi ha occhi e orecchie per l’attesa, sul tumulto, il portento, la calamità.

Ho appuntato queste riflessioni qualche settimana fa, confortata dalla conoscenza della scrittura di Elina Miticocchio. Oggi, in un pomeriggio estivo che brontola minaccioso, mi addentro ancora una volta nella lettura di Per filo & per segno e mi imbatto in un endecasillabo che introduce e accompagna con passo lieve e perfetto il mio percorrere le sei tracce (e un «ultimo filo» a conclusione) che ne compongono trama e ordito:

d’acque annuvolati giorni scomparsi

Introduce e accompagna il percorso, questo endecasillabo, e, soprattutto, ne illustra in maniera esemplare la cadenza, anche se, è bene dirlo, l’endecasillabo non è l’unica misura a fare la sua apparizione nella raccolta. ma si affianca a quinari, a senari, a settenari. Un ruolo importante per la cadenza è quello rivestito dai verbi; molti di essi sono relativi alla vista (i bisillabici «sbircia», «vede», il trisillabico «osserva»), alla tessitura («tesse», «annodato»), all’attesa («sosto», «attendo»), al viaggio e all’approdo, alla dimora e alla pesca; senz’altro centrale è il verbo “sognare”, che appare qui in prevalenza alla prima persona singolare del presente.

Chi scruta, guarda, sbircia, vede e, insieme, tesse fili, lo fa spesso guardando non solo indietro, al ricordo, ma innanzi a sé, «al di là del vetro», sa cogliere la luce giusta e, con moto proprio, illumina, indirizzando lo sguardo di chi legge e ascolta, il dettaglio e l’insieme, il colore e il candore. Illumina scene presenti e passate, oggetti cari a chi scrive e carichi di “segni”: scatole di latta decorate e altri depositari delle epoche di una vita. Sbaglia, tuttavia, chi crede che siano nostalgia e rimpianto a dominare la scena. Tutt’altro: chi scrive sa e vuole superare la «cornice» e cantare le «scritture esuli».  In questo un esercizio quieto e costante, agile e, insieme, resiliente è lo strumento primario.

 

© Anna Maria Curci

 

* * *

 

una nuvola silente
dipinta sulla parete

distilla il suono
goccia la pioggia

notturna mi infilo
nel solito sogno

– Lola, il prato, una ricreazione –

Mi spunta in testa il mare
lunga una conchiglia
soffiata in cantilena da mia madre.

 

(dalla sezione: primi fili primi segni, p. 8)

 

* * *

 

La lettera mai
aperta scivola dall’arco
dell’occhio sta alla finestra
il buio di un dialogo
profondo il segreto è tragitto e dondola
parole le emerge dal bianco
di gelso angeli con le ali spezzate
in punta di penna trascrivono i passi
di gesso il vuoto in me s’arrende
un pieno di rosso
disegna le voci noi recitanti amore
di vetro abbiamo contato le stelle
tra i capelli giorni fini sottili dispersi
soffiando il respiro oltre il secchio di fuoco
scalzi infiniti.

 

(dalla sezione: tra fogli-e frammenti i nodi dei fili, p. 20)

 

* * *

 

Quando al mattino il bianco
scrive preghiere candide
tra le mani accoglienti
il mare che ho nel cuore
diventa calma una conca
ricolma.

 

(dalla sezione: nell’istante i fili s’internano, p. 26)

 

* * *

 

La parola spesa
presa all’amo divenne
guerra e sole
e non valse una cornice
per disegnare i volti
stretti schiacciati di cartone
di cartone le scritture esuli
naufraghe in perenne ascolto di voci
affogate in mare
un perimetro brevissimo di carta bagnata.

 

(dalla sezione: Di filo una pagina rifilando il sogno, p. 36)

 

* * *

Ribalto il poema
accolgo il nome

finissima e bianca

la soglia scoloro
di neve mi ritrovo

(dalla sezione: in stati del bianco in confini di filo, p. 44)

* * *

per la strada
dell’oro col mio filo-bottone
leg(g)o la scucitura
dei sassi che ho perduto

(dalla sezione: Lumen per un filo che non trovo, p. 50)

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Elina Miticocchio, nata a Foggia dove attualmente vive e lavora, cura il blog Imma(r)gine e collabora con il sito web Cartesensibili

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Scelta di poesie e nota sono apparse in precedenza sul blog “Lettere migranti”, qui