Giorno: 20 luglio 2014

Reloaded (riproposte estive) #2: “Uno zero più ampio” – cento poesie di Emily Dickinson tradotte da Silvia Bre

 

dickinson

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

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È da pochi giorni uscito per Einaudi il volume Uno zero più ampio, raccolta di cento poesie di Emily Dickinson a cura della poetessa e traduttrice Silvia Bre.
Sono convinta che Emily Dickinson sia tra quegli autori il cui nome basti a far affiorare una costellazione intima e mentale, una mappatura della propria esperienza di lettore appassionato o occasionale, un percorso più o meno coinvolto, benedetto o accidentato. Qui si parlerà, dunque, solo della possibilità di leggere alcuni suoi versi in una nuova versione italiana.
Già una volta, con la raccolta Centoquattro poesie (Einaudi, 2011), mi sono sentita fortunata a poter godere in italiano dei versi della poetessa di Amherst attraverso il lavoro di un poeta acuto e rigoroso come Silvia Bre, abile nel maneggiare quella galassia linguistica e tematica che fa della Dickinson l’autore dei salti vertiginosi dal filo d’erba alla rotazione siderale. Ma anche dello strappo e della calma gelida, dell’amore acuminato, selettivo, dell’abbandono subìto quanto imposto, del mistero, ora doloroso ora aggraziato, della morte. Anche in questa seconda raccolta, Emily Dickinson mostra il suo volto assieme violento e composto, compresenza che non potrebbe esistere senza un’estrema esattezza di pensiero, di ritmo e di linguaggio.
A questo si attiene la nuova versione. Da un lato, la scelta antologica percorre l’estrema varietà dei temi affrontati dalla poetessa nel corso della sua produzione; dall’altro, la traduzione si tiene ferma al proposito di rispettarne timbro e sfumature senza la minima interferenza.
«Curandomi di non togliere, e soprattutto di non aggiungere» (1): questo, fin dalla prima raccolta, è stato il metodo della poetessa e traduttrice. Ne è derivata una lingua snella, fedele il più possibile al portamento dell’originale, sia nella leggera severità di andamento del verso, sia nel tono dei suoi contenuti; non si smussano forze né si esasperano dolcezze: nessuna possibilità di senso è deviata o caricata con aggiunte o precisazioni.
Ospite (e guardiana) di un passaggio, Silvia Bre si è imposta l’essenziale. In questo modo l’italiano segue le torsioni e le giunture del pensiero di una poetessa mai semplice eppure sempre chiara: ogni nudità resta nudità, ogni enigma è enigma. E se traspare la lotta serrata del traduttore con ogni singolo verso, battaglia che non perdona distrazioni, è per la levità del risultato finale.

(1)   Nota di S. Bre in Centoquattro poesie, cit.

© Giovanna Amato

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It might be lonelier
Without the Loneliness –
I’m so accustomed to my Fate –
Perhaps the Other – Peace –

Would interrupt the Dark –
And crowd the little Room –
Too scant – by Cubits – to contain
The Sacrament – of Him –

I am not used to Hope –
It might intrude upon –
It’s sweet parade – blaspheme the place –
Ordained to Suffering –

It might be easier
To fail – with Land in Sight –
Than gain – My Blue Peninsula –
To perish – of Dellight –

[405]

Si può essere più soli
senza la solitudine –
Mi è così consueto il mio destino – 
Forse l’altra – pace –

interromperebbe il buio –
e affollerebbe la piccola stanza –
troppo esigua – in metri – per contenere
il sacramento – di lui –

Non sono abituata alla speranza –
Potrebbe irrompere –
La sua dolce sfilata – profanerebbe il luogo – 
consacrato al soffrire –

Potrebbe essere più facile
soccombere – con la riva in vista –
che arrivare – alla mia azzurra penisola –
e morire – di gioia –

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The Martyr Poets – did not tell –
But wrought their Pang in syllable –
That when their mortal name be numb –
Their mortal fate – encourage Some –
The Martyr Painters – never spoke –
Bequeathing – rather – to their Work –
That when their conscious fingers cease –
Some seek in Art – the Art of Peace –

[544]

I martiri poeti – non dicevano –
ma plasmavano in sillabe il tormento –
perché all’offuscarsi del nome mortale –
quel mortale destino – desse a qualcuno forza –
I martiri pittori – mai parlarono –
lasciarono – invece – dire all’opera –
perché al fermarsi delle dita sapienti –
qualcuno cerchi nell’arte – l’arte della pace –

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A loss of something ever felt I –
The first that I could recollect
Bereft I was – of what I knew not
Too young that any should suspect

A Mourner walked among the children
I notwithstanding went about
As one bemoaning a Dominion
Itself the only Prince cast out –

Elder, Today, A session wiser,
And fainter, too, as Wiseness is
I find Myself still softly searching
For my Delinquent Palaces –

And a Suspicion, like a Finger
Touches my Forhead now and then
That I am looking oppositely
For the Site of the Kingdom of Heaven –

[959]

Sempre ho sentito una perdita di qualche cosa –
La prima volta che posso ricordare
ero stata privata – non sapevo di cosa
Troppo piccola perché qualcuno sospettasse

che una in lutto vagava tra i bambini
ciò nonostante me ne andavo in giro
come chi rimpiange un dominio
di cui ero il solo principe in esilio –

Più grande, oggi, una sessione più saggia,
e anche più stanca, com’è la saggezza
mi scopro ancora a cercare di nascosto
i miei inadempienti palazzi –

e un sospetto, come un dito
mi sfiora la fronte ogni tanto
che io stia cercando al contrario
la sede del regno dei cieli –

 

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articolo pubblicato in origine il 19 ottobre 2013