Giorno: 15 luglio 2014

da “Senso di facilità” di Valerio Nardoni

nardoni

 

*

 

LA MATTINA CHE SALE
È la mattina che sale, e ti reclama
sottilmente, a cinque piani,
coi martelli degli operai.

Quando spariscono gli argini
boscosi, la diga della notte,
e l’orecchio si incrina, si frantuma
nei mondi con i nomi
tutti già presidiati.

A meno che tu non sfugga una volta
e io ti dica
dove conservo un grido
e non ti avevo più aspettata.

Nella tua fabbrica di cerini,
– chissà dove sei con la testa –
il mare capta il tuo mistero.

*

VIA GRANDE

Friggi, radiolina,
ti dimeni in un’ortica
di cotone.

Il mare non si scandalizza e aspetta
che si chiudano, portino via
gli ombrelloni prima del solito.
L’orizzonte un momento brucia,
nel buio del temporale che monta
al largo.

Un porticato di carte a piccoli voli e sandali
che ammiccano di sciogliersi. Corri via.
Non servirebbe,
non sai se fare o no una doccia,
ma canticchieresti lo stesso,
anche di più, che oggi
nulla era diverso da quello che non c’è,
e che t’ha guardata.
Tutta.

*

EX VOTO
Non ti ho saputa illuminare
di una luce più duratura
al gioco che esistiamo
solo noi: mi hanno convinto
a mandarti via.
Ma anche se qui non stride
si logora l’invenzione del mondo.
La forza che sprigionasti
schiantandoti su di me
si dibatte in albe arrugginite.
Aspri i frutti colorati, sangue
se mi si è scheggiato fra le mani
che in verità mi piace
sorprenderti ancora
con me. C’è una memoria
che non corrode la bava
della tua malattia:
non riusciresti a ucciderti qui,
né io confondo più con l’eterno
il tempo trasparente
(incendiato, sommerso
o inciso nella pietra) con cui tu
sembravi in confidenza.

*

LONTANA MALEDETTA
Ti portai tanti di quei regali
che mi prendesti per un’aspirina.
Lì per lì nemmeno
mi ero tolto la giacca,
né mi rendevo proprio conto
di quanta vita,
quanto d’umano evidentemente –
non so cosa. Bello da morire.

Ora mi tocca
questo miracolo di riflesso,
che non avrei desiderato.
Il mondo, per noi,
non era tanto più che un argomento,
è che altro da noi, io e te così – noi cosa?

Pensavo di no, che non esisteva,
ma se non mi tormenti
ti nomino mio primo amore;
da solo, maledetta.

Ci saremmo comunque perduti,
come no?
Per mio padre che si fa la barba e mi dice
che gli vengono sulla faccia
le macchie dei vecchi,
vedi? e gli rompe i coglioni,
e gli rovina o illumina la festa,
qui, a Madrid,
con quel rischio dissolto in onde meravigliose
e stellari. Cioè la notte, nel mare.
Cioè io. Rompe uguale a prima,
poi però dice a mia mamma, riconosci però
che sono migliorato, ora sono rimbecillito.

Si spazientisce al Rastro,
poi a Nuevos Ministerios il giorno dopo
le dice che ci sono delle bancarelle, sotto la pioggia,
lei trova un regalino per Elena e Matteo,
lui mi guarda e dice
che scema.

Faccio la mossa di contrastare
illusioni che non ho mai
neppure immaginato,
né saprei dire come
ora riconosco, Profs. E lo stesso,
come lui,
non ho mai distinto forse
fra la gente e me.

*

 

 

ESTATE DI TERRA
Tutto iniziò quando tornai a essere povero.

In questo letto di periferia,
non avvilito, ma saldo intorno al nulla,
provando a superarlo, giorno giorno,
prima di chiamarlo così sia.

Il bisogno di fare bene a oltranza
fiaccava le nostre cause:
avevamo perduto il morso
e non il suo ricordo,
che ora funziona quasi
da norma.

Non ho potuto essere giovane,
non tirò vento.

Tornammo verso terra,
nelle nostre case
bruciate
per non servire più.

 

© Valerio Nardoni