Giorno: 9 luglio 2014

Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

Stasera sarà Argentina – Olanda e questo racconto parla di un’altra Argentina – Olanda, di Mario Kempes, di un bambino a cui piaceva il calcio, di dittatura e di sogni

Poetarum Silva

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Alcuni giorni della vita di Mario Kempes

 

Prologo

Sono le tredici e dieci del 26 giugno 1978, ora di Buenos Aires. La notte prima, i festeggiamenti per la vittoria dei Mondiali di calcio, da parte dell’Argentina, hanno inebriato tutto il paese. Nelle stanze del ritiro dei campioni, c’è ancora grandissima euforia, tutti sono contenti, tutti sono pronti a ricevere le medaglie e gli onori del caso. Tutti meno uno. Mario Kempes è chiuso in bagno da più di un’ora, Daniel Bertoni (suo compagno di stanza) è agitato, chiede a Mario di sbrigarsi. Kempes non uscirà, il capocannoniere del Mundial non è contento. Mario Kempes ha finito lo shampoo.

21 giugno 1978: Quiroga

Non c’è nessuno più argentino di me, sì lo so che gioco nel Perù. E allora? Vuoi sapere com’è andata? Io sono un buon portiere, ho giocato nel Rosario Central (sì Rosario, proprio dove giocheremo tra un…

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Le cronache della Leda #22 – U.S.A.

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Le cronache della Leda #22 – U.S.A.

 

La settimana dei saluti, quella che ha preceduto la partenza, la settimana del delirio, del via vai, di gente che entrava e usciva da casa mia. La settimana delle raccomandazioni della Luisa, dei consigli dell’Adriana, degli abbracci – troppi – della Wanda, dei mezzi sorrisi emozionati dell’avvocato, ma anche la settimana di Wimbledon, che non ho potuto seguire come avrei voluto. La settimana degli amici che mi vogliono bene e che ancora non ci credono che io abbia deciso per gli Stati Uniti, dopo tutti questi anni. La settimana delle lacrime versate e dei mille Controlla il passaporto e il visto; dei Portati un pullover che non si sa mai. E io a dire loro che in luglio sulla East Coast fa caldo. A New York, a Boston e negli altri posti dove andrò fa caldo. Ma niente, con gli apprensivi non c’è niente da fare.

Poi tutto d’un tratto è pronto, baci e abbracci, e via all’aeroporto con l’avvocato. Libri in borsa, a portata di mano, via al check in e poi l’imbarco. Scalo a Parigi e dove se no? I film in aereo, le hostess, le gocce per dormire, e poi stiamo iniziando la discesa verso New York, e poi atterriamo. Mio figlio e mio nipote non sanno che sono qui. La Luisa e l’Adriana disapprovano questa mia decisione, l’avvocato non si è espresso, la Wanda mi ha fatto il pollice su all’americana. Li avvertirò tra una settimana, ora prima devo guardarmi questa città da sola, devo farmi i giri dei film, sarà banale ma che si conceda a una donna che ha sempre fatto la cosa giusta di essere un po’ frivola.

E poi cosa ci sarebbe di frivolo? Passeggiare dentro Central Park come in un film di Woody Allen? Sorridere sotto le insegne dei teatri di Broadway? Sì, lasciatemelo fare. Lasciate che io prenda un hot-dog per strada sorridendo al venditore. Lasciatemi andare al Moma o camminare lungo l’Hudson. L’Upper east side. Harlem, Brooklyn e il Bronx. Sì, anche il Bronx, voglio andare a vedere i luoghi di DeLillo da Underworld a L’angelo Esmeralda. A mio figlio non piacerebbe di sapermi nel Bronx, non lo saprà, al massimo vedrà un paio di foto. La Statua della Libertà non mi interessa. Coney Island sì. Poi voglio andare a vedere i giardini, quelli piccoli, quelli un po’ appartati, quelli dei libri di Grace Paley.

Mentre decollavo da Milano, Roger Federer perdeva al quinto set da Djokovic, la partita me l’ha raccontata l’avvocato su Skype, pare sia stata una delle più belle finali di sempre, peccato che Federer non l’abbia vinta, peccato che io non l’abbia vista. L’avvocato mi ha detto che è stata così bella che arrivati a un certo punto il risultato finale non aveva più alcuna importanza. L’avvocato ne capisce e se lo ha detto, io gli credo. Potrei fermarmi qui fino a settembre e seguire da vicino gli Open Usa, ma non corriamo troppo con la fantasia. Ho detto a mio figlio che starò una settimana in montagna con la Luisa e che non porto il computer, così non potremo sentirci su Skype. Gli ho detto di non preoccuparsi e che lo chiamerò domenica.

Ora c’è New York, poi dopo l’estate vi racconterò tutto, vi faro la cronaca per stare in tema, ora esco la città mi aspetta, c’è una bella luce, in alto si riflette ovunque, sono pronta per fare una cosa che sognavo da un sacco di tempo: «Taxiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii».

Leda

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Nota: La Leda durante il periodo statunitense, diciamo così, non ci scriverà, è giusto che si goda l’America e i suoi cari, tornerà a trovarci a settembre.

©gianni montieri