Giorno: 4 luglio 2014

La città ha fondamenta sopra un misfatto. Giuliana Musso su Medea.Voci di Christa Wolf

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Progetto Speciale BEL-VEDERE per la rassegna teatrale “Paesaggio con Uomini 2014” – Echidna Cultura

9 e 10 luglio 2014 a Mirano (VE), Giardino di Villa Belvedere, ore 21.15-23.00

LA CITTA’ HA FONDAMENTA SOPRA UN MISFATTO

Liberamente ispirato al romanzo Medea.Voci di Christa Wolf

mise en espace, edizione 2014

Drammaturgia e conduzione di Giuliana Musso

Con: Nunzia Antonino, Marta Cuscunà, Oscar De Summa, Andrea Macaluso, Giuliana Musso, Aida Talliente, Francesco Villano

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Cosa vanno dicendo. Che io, Medea, avrei ammazzato i miei figli. Che mi sarei voluta vendicare dell’infedele Giasone. Chi potrebbe mai crederci…?”  Christa Wolf

La città ha fondamenta sopra un misfatto è una narrazione corale che scorre come un torrente in piena. Un testo lirico e politico allo stesso tempo ma anche un racconto carico di tensione e di terrore contrappuntato da canti e percussioni che volano sopra una Corinto all’alba o scivolano giù giù nei labirinti, nelle viscere oscure, fondamenta della città. Ed è penetrando le fondamenta della città che questa Medea scopre il terribile segreto sul quale si è costruito il potere di una leadership politica esclusivamente maschile e autoritaria: l’uccisione della principessa Ifinoe, primogenita di Creonte e Merope. A causa di questa scoperta la donna-Medea diventerà suo malgrado soggetto di una implacabile macchina del fango, di una feroce caccia alla strega. La civilissima Corinto in cui si muove Medea, la straniera, è una società schiacciata da tensioni interne ed esterne, manipolata da un governo che utilizza la menzogna come propaganda e che troverà nella figura della donna il perfetto capro espiatorio sul quale scaricare angosce e tensioni. Sarà la città stessa dunque, non la madre, a macchiarsi del delitto dell’uccisione dei figli di Giasone e Medea.

Il nostro incontro con il romanzo Medea. Voci di Christa Wolf è stato travolgente. Un’opera poetica di grande suggestione tracciava una linea scientificamente corretta, e da molte voci condivisa, tra elementi ancora disgiunti: la distruttività del potere e la questione di genere, l’origine delle società umane e il mondo in cui viviamo oggi. Medea di Christa Wolf prende forma dalle tracce pre-euripidee del mito e lo colloca in quel momento tragico di svolta della storia umana, quando Dio, che in origine era femmina, ha cambiato genere, quando le società umane, rette dalle madri assieme ai loro fratelli, furono travolte e sovvertite dall’irrefrenabile violenza dei padri. Ecco che si impose un modello culturale fondato sul conflitto come principio evolutivo, sull’uso della forza come principio di giustizia e assicurato da una trasformazione del mito e delle religioni che avrebbe legittimato la sottomissione delle donne e le nuove norme sociali.

La città ha fondamenta sopra un misfatto si apre con il dettagliato racconto del difficile parto dei gemelli di Medea per porre fin da subito l’accento sulla Medea\madre, così inconciliabile con quello della Medea\infanticida, per poi proseguire ponendo l’attenzione sul quel tragico momento di passaggio nella storia umana dalle società matrifocali, dettagliatamente descritte dall’archeomitologa Marija Gimbutas, a quelle patrifocali, che ancora rappresentano l’unico modello possibile immaginato dalle nostre menti. Un passaggio ben descritto nella teoria della “transizione culturale” di Riane Eisler. Ma l’arte forse può arrivare dove il pensiero scientifico non può spingersi: il romanzo della Wolf fa appello alla nostra intelligenza emotiva, ad una memoria antica custodita nel nostro inconscio, ad un senso di verità e giustizia legato alla condizione biologica di essere umani. Medea. La città ha fondamenta sopra un misfatto offre spazio a un più netto interrogativo sul tema della violenza nell’archetipo del padre che sacrifica i figli, al tema della manipolazione della verità come mezzo di propaganda politica e sulle ragioni dell’espulsione delle donne dalla leadership politica.

(Giuliana Musso)

Informazioni e prenotazioni Echidna Cultura, Mirano (VE)
Tel. 041.412500
www.echidnacultura.it

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Giuliana Musso, attrice ed autrice teatrale, è diplomata presso la Civica scuola d’Arte Drammatica “Paolo Grassi” di Milano. Durante gli anni della sua formazione predilige lo studio dell’improvvisazione comica, della maschera e della narrazione. In qualità di attrice lavora in diverse produzioni di prosa contemporanea e in alcune produzioni di Commedia dell’Arte. Dal 2001 si dedica esclusivamente a progetti di teatro d’Indagine, firmando tutti i testi che porta in scena.

NATI IN CASA (2001), scritto con Massimo Somaglino, sulla nascita di ieri e di oggi. Il monologo, ospitato nel 2004 nella trasmissione Rai Report, è stato pubblicato da L’Unità nella collana di dvd “Teatro in-civile” (2005) e nell’antologia di teatro contemporaneo “Senza Corpo” Ed. Minimum Fax a cura di Deborah Pietrobono (2009). Nel 2010 “Nati in casa” è uno dei testi del programma Face à Face – Parole d’Italia per le scene di Francia- e viene rappresentato in forma di lettura presso il Théâtre de la Ville di Parigi.

SEXMACHINE (2005), monologo per più personaggi maschili sulla sessualità commerciale. Musiche in scena di Gianluigi Meggiorin. Nel 2005 riceve il Premio della Critica dell’ANCT.

TANTI SALUTI (2008) spettacolo di teatro clownesco e teatro d’indagine sul tema della morte. Con Beatrice Schiros e Gianluigi Meggiorin. Tanti saluti è stato pubblicato nel cofanetto dvd “Storie Necessarie” (2010) edito da Rai Cinema e Argot Produzioni.

LA FABBRICA DEI PRETI (2012) sull’educazione impartita nei seminari italiani degli anni ’50 e ’60.

Poesie da “Come Dio su tre croci” di Giuseppe Nibali (Affinità Elettive Edizioni, 2013)

Giuseppe Nibali, Come Dio su tre croci

1.

Sottile
la siciliana
arte della sottrazione
l’estate puttana

.                               Nelle reti vuote
.                                              una mezza dozzina di mare
.                               distesa al sole
misera, misera
maledizione.

.

6.

Umidi i lampioni delle sei
la mattina del tuo addio
con appesa una bandiera di biancheria

già falliti i tentativi
di fermarti ai mandarini
e passati i pappagalli – i piombini
della pistola che serbavo
per i capricci d’ingranaggi.

Ma tu inseguivi le cavolaie
– Guarda! Attaccano i muri
.                                            muoiono dappertutto –

.

10.

Ti vedo in vita
in vitreo andare in cerca
sulle basole sconnesse
che dall’arsura del paese vanno
ai monti incanutiti

Un’insegna introduce i ricordi
la ruggine dei fratelli sui muri diroccati
dalla chiesa uno sbuffo
chiuso in una parola da rosario
“ora pro nobis” – il tuo cattolico viandare –
E donaci un vangelo crudo:

.                               “a cu da – a cu leva lu distinu
.                               e nun ci pari mai lu nostru dunu.

.

13.

Non di te, mai di te

crocefisso che squadri
noi penosi dietro ai muri
tutti sporchi di pensieri
senza spalle dove appendere
quelle voci, quel colore
di gesso.

Siamo noi adesso
a chiodarci i polsi
alle croci – noi ladroni
con la noia domenicale
che copre la televisione
spegne l’urlo al Golgota

e non vogliamo deposizioni.

.

18.

L’ultimo valoroso Orlando
nella spada il sangue
posto dei marciapiedi
la sabbia bianca di calce
sporcata ai silenzi

non c’è un futuro
che non sia di vigna
vergine d’adolescente incendio
non c’è uno sparo − m’insegnavi −
né una scarpa che non tenda
all’edera
che non perda inchiostro.

.

30.

Con le mani agli stracci
ridevi di gusto
dietro il briciato
legno, la croce
di labbra che tre volte
riapri.

Poi di notte
riscopri quel volto
che ha bocca di voce
lo tremi − lo soffi
lo riporti al passato.

 

.

.

Giuseppe NibaliGiuseppe Nibali, catanese, classe 1991, fresco dell’assegnazione del premio nazionale intitolato a “Elena Violani Landi”, sezione opera prima, proprio con la raccolta Come dio su tre croci, malgrado la giovane età non è nuovo alla scrittura poetica: anzi, la sua vita sembrerebbe in qualche modo essere stata destinata presto all’incontro con la poesia.
Anche in lui, come altre voci siciliane di questi anni, agisce in una certa misura il mito della terra natia visto con un misto di nostalgia e rabbia che trova espressione anche nel recupero della più popolare delle espressioni artistiche della sua Sicilia: i “pupi”. Sicché se improvviso compare Orlando, sappiamo bene che nel nome agisce la tradizione insieme alla più recente storia dell’isola; se compare il nome di Orlando è perché in esso riverberano le identità dell’io poetico; se, infine, compare il nome di Orlando è perché in esso coincidono origine e destino, passato e presente-futuro, padre e figlio.
Eppure è proprio in questa sorta di ponte con la tradizione (come fu in Bartolo Cattafi, giustamente ricordato nella postfazione da Bernardo Pacini) che troviamo la forza di un’espressione poetica che non si culla per niente nel ricordo, bensì interroga il tempo per spostare lo sguardo in avanti.
E se teniamo presente che questi frammenti di un poema dell’assenza prendono le proprie mosse dalla perdita del padre, sarà ancora più chiaro lo scarto di questa poesia rispetto a molte altre voci che affollano la poesia di questi ultimi anni. [fm]