Giorno: 2 luglio 2014

Le cronache della Leda #21 – I dubbi, i figli e Mark Strand

parigi - foto gianni montieri

parigi – foto gianni montieri

Le cronache della Leda #21 – I dubbi, i figli e Mark Strand

 

Chissà se è solo testardaggine la mia, presa di posizione o che altro. A volte mi dico se non sia il caso che io compri un biglietto, prepari la valigia e lo prenda quel volo. Alla mia età forse è il caso di smetterla con la sindrome (mai dichiarata) d’abbandono e che vada a trovare mio figlio e mio nipote. Che vada a vederla questa America dove stanno. Forse quando vedrò la casa, gli oggetti, il tragitto che fanno per andare a insegnare uno e a studiare l’altro, come giocano insieme, che film guardano, come passano le domeniche, forse mi convincerò che quello è soltanto un posto dove i miei cari stanno bene. Un posto che a quel punto potrebbe sembrarmi più vicino. Un posto come un altro.

Mio nipote mi scrive delle bellissime e-mail, in perfetto e affettuosissimo italiano. Un sasso, in tutti questi anni, sarebbe stato meno irremovibile. Che nonna è una che legge le fiabe a suo nipote due o tre volte nella vita e soltanto per Natale?  Un nipote non è una festa comandata. E io dovrei mettere da parte un po’ di cose, ricompormi e andare a dichiarare che non c’è niente da perdonare. Dovrei andare a dire quello che ho capito da un pezzo, ognuno sceglie quello che è meglio per sé; e non si può far sentire in colpa un figlio per tutta la vita. Forse dovrei.

Ma non è facile e non so il perché.

Piove oggi, pare che giugno sia diventato ufficialmente un mese deputato alla pioggia. Temporali di lunga durata e per questo non dovrebbero essere definiti tali. Grandine, vento e panni stesi in casa. Estate, a quanto pare. La Luisa dice se andiamo a farci una settimana al mare quando il tempo si assesta,  e noi quando ci assestiamo, amica mia? Ci basterà un po’ di mare? Anche la Luisa che pare sempre più leggera, una che prende la vita in maniera più semplice, non pensate che sia una che non abbia pensieri, che non abbia tormenti. La solitudine è una cosa che non ti lascia mai stare, non la scegli mai veramente, è una conseguenza, qualcosa che capita e a cui ti abitui. Chi l’ha detto che è l’inverno il luogo dove essere malinconici. Io, la Luisa, per non dire della Wanda, d’estate ci perdiamo in certi struggimenti che nemmeno nei romanzi dell’ottocento.

Comunque se decido di andare non li voglio avvertire, farò loro una sorpresa, anzi prima mi visito un paio di città che ho in mente da sempre e poi li chiamo e dico: «Sono qui, venitemi a prendere.» Un po’ cinematografica come idea, ma se devo fare il passo ci devo mettere pure un pizzico di sceneggiatura. In questi giorni sto leggendo Quasi invisibile di Mark Strand. No, non sono poesie, ma volano e ti fanno volare meglio delle poesie, essendo Strand un poeta, uno dei più bravi. Le prose di questo libro sono quanto di più vicino al mio sentire di questo periodo che potessi leggere. Sono come me, un piede va e l’altro sta, una parola aggiunge e l’altra toglie.

Non ci sono parole per descriverlo

Come divampavano quegli incendi che non esistono più,
come peggiorava il clima, come svaniva l’ombra del
gabbiano senza lasciare traccia. Era la fine di una sta-
gione, la fine di una vita? È stato talmente tanto tempo
fa che pare non sia mai esistito? Cos’è in noi che vive
nel passato e ha nostalgia del futuro, o vive nel futuro
e ha nostalgia del passato? E che importanza ha quan-
do la luce entra nella stanza dove dorme un bambino
e la madre che si sveglia, aprendo gli occhi, desidera
sopra ogni cosa che ciò che non è in grado di nomina-
re infonda in lei l’opposto del risveglio.

(Mark Strand – da Quasi invisibile, trad. Damiano Abeni)

Leda

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©Gianni Montieri