Mese: luglio 2014

Due arie da “Gli oscillanti” di Claudio Morandini

Oggi su Poetarum Silva ospitiamo due arie dal libretto teatrale di Gli oscillanti di Claudio Morandini. I testi − particolari e insoliti anche come genere, per il nostro blog − non sono mai stati pubblicati altrove, pertanto ringrazio molto l’autore per questa concessione.

Alessandra Trevisan

"Gli oscillanti" in scena a Ravenna

“Gli oscillanti” in scena a Ravenna

Gli oscillanti

Prèmiere dell’opera a Cesena. Seduti: Marta Raviglia e Claudio Morandini

“Gli oscillanti” – appunti su un libretto d’opera

Potremmo definire Gli oscillanti un’opera jazz, basata non su una vera e propria trama, ma su temi, o motivi, come l’equilibrio, il dondolio, la vertigine, il precipitare, eccetera. Per essa ho scritto il libretto, dopo avere accolto le indicazioni di Marta Raviglia, che con Manuel Attanasio si è occupata della parte musicale (composizione, direzione, esecuzione). Marta ha inoltre coordinato il gruppo di allievi del workshop Voce che danza, corpo che canta in vista della prima rappresentazione dell’opera presso il Conservatorio Maderna di Cesena, il 22 giugno 2014. Insieme hanno lavorato sui movimenti, sull’interazione dei corpi, sulle voci, sull’improvvisazione controllata, sul collettivo e sul singolare. L’esperienza, felice, è stata riproposta il 23 luglio a Ravenna, presso l’ex-Chiesa Santa Maria delle Croci, con lo stesso organico a cui si sono aggiunti altri musicisti, e sarà ripresa anche altrove, fino a sfociare, in autunno, nella registrazione in studio per un CD.
Il termine “libretto”, che risale a una tradizione illustre, per quanto talvolta ritenuta minore, nel nostro caso è da intendersi con qualche virgolettatura. Quello di Gli oscillanti, flessibile e adattabile in ossequio allo spirito sperimentale del progetto, alterna arie solistiche e pezzi d’assieme (in prosa, però, quasi mai in versi), canto e recitativi, ed è giocato sulla contrapposizione tra una LEI e un LUI che non sono personaggi fissi, e nemmeno sono caratterizzati come femminile e maschile, ma si presentano piuttosto come gruppi che si alternano dinamicamente nello spazio e nel tempo. Ho cercato, nello scrivere il testo (in particolare le due “Arie”, di LUI e di LEI, che ho il piacere di presentare qui), di trovare un tono, un ritmo, un cursus che si prestassero al recitar cantando jazzistico distribuito tra i diversi interpreti.
In linea con la tradizione del libretto d’opera, ho voluto che le parole si ponessero con umiltà al servizio della musica: adattabili, forse meno cariche di senso, ma, spero, più dotate di musicalità, ritmicamente e coloristicamente disponibili, più che semanticamente solide – molto leggere, poco ingombranti, in nome di un’idea di sviluppo di natura più musicale che letteraria. Così, senza mai sentirmi sminuito, anzi con grande divertimento e senso di libertà, ho lavorato a Gli oscillanti, che non è il primo progetto di questo genere a cui mi sono dedicato, ma è il primo a concretizzarsi così rapidamente in una serie di spettacoli.

(altro…)

Luoghi comuni. Gli spazi culturali occupati si raccontano in video

luoghicomuni-picc

 

 

La rivista Argo (www.argonline.it) ha deciso di dedicare una nuova opera della sua omonima collana, dopo “Calpestare l’oblio” e “Coralina”, proprio alla realtà degli spazi culturali occupati, che come il Teatro Valle resistono alla deriva mercantilista del nostro pianeta, proponendo un altro modo di gestire i beni pubblici e privati abbandonati.

Luoghi comuni. Gli spazi culturali occupati si raccontano in video è il titolo scelto per questo DVD+libro che raccoglierà i video autoprodotti di Teatro Valle Occupato (Roma), Nuovo Cinema Palazzo (Roma), Macao (Milano), S.a.L.E. Docks (Venezia), Ex Colorificio Liberato (Pisa), Teatro Rossi Aperto (Pisa), Ex Asilo Filangieri – La Balena (Napoli), Teatro Pinelli Occupato (Messina),Teatro Coppola | Teatro dei cittadini (Catania). L’opera è co-prodotta dal Teatro Valle Occupato e dall’associazione no-profit Nie Wiem (organizzatrice dei festivalwww.lapuntadellalingua.it e www.cortodorico.it), e co-edito dalla casa editrice Gwynplaine (www.gwynplaine.it).

Ora, tutti quelli che condividono spirito e merito dell’opera possono contribuire alla sua realizzazione, partecipando alla campagna di crowdfunding, qui: www.indiegogo.com/projects/luoghi-comuni-gli-spazi-culturali-occupati-si-raccontano-in-video/x/6574957

Reloaded (riproposte estive) #5: Casa di Saba, con vista

 

trieste-vista

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

***

Malinconia amorosa
del nostro cuore,
come una cura secreta o un fervore
solitario, più sempre intima e cara;
per te un dolce pensiero ad un’amara
rimembranza si sposa;
discaccia il tedio che dentro ristagna,
e poi tutta la vita t’accompagna.

Malinconia amorosa
nel giovane che siede
dietro un banco, che vede
(…)

Malinconia amorosa
della mia vita,
prima del cuore ed ultima ferita;
chi a cogliere i tuoi frutti
ama l’ombre calanti, i luoghi oscuri,
lento cammina, va rasente i muri,
non vede quello che vedono tutti,
e quello che nessuno vede, adora.

(altro…)

L’errare della poesia

LetterpiediCoverwebjpg

L’idea della letteratura con i piedi mi ha fatto pensare sia al camminare che allo scrivere male e quindi alla doppia accezione del verbo errare. Scrivere è un camminare, un procedere di passo in passo, di piede in piede, basti pensare alla metrica quantitativa delle lingue classiche. La poesia, prima orale e poi scritta, nasce con i piedi, il cui battere serviva a dare il ritmo del verso, la cui unità di misura era il piede, che era formato da due o più sillabe brevi o lunghe che costituivano la misura del verso. Nel piede, inoltre, i due elementi distinti, uno forte, chiamato arsi e segnato dall’ictus, uno più debole chiamato tesi dove la voce si abbassa, sono la misura della voce e del respiro e rendono la poesia inseparabile dal corpo che la dice. Il peregrinare degli aedi nella Grecia arcaica di corte in corte per raccontare storie di uomini, di guerre, di viaggi, in cambio di ospitalità per poi riprendere la marcia, almeno così ci piace immaginarli, rende in maniera archetipica l’unità originaria tra passo, voce, racconto e memoria che è alla base della nostra civiltà e del modo in cui si è autorappresentata. I piedi sono ciò che ci lega alla terra, al suolo, al nostro specifico stare al mondo, basti pensare alla postura eretta, e al tempo stesso ci permettono di slanciarci verso l’alto, quindi allargare con la vista l’orizzonte della nostra percezione. Senza i piedi sui quali poggiamo il nostro corpo, non potremmo vedere quel che vediamo e quindi neanche immaginare quello che immaginiamo (senza i piedi Dante non avrebbe potuto vedere le stelle e quindi scrivere la Commedia). Essi rimandano subito al camminare, al respirare, al parlare e la poesia non è altro che il più intimo respiro che tenta di dire il nostro rapporto col mondo, con il destino che muove le vite dei mortali. Quando camminiamo, magari su strade non abituali, su percorsi non conosciuti e sentieri – per me che sono un animale cittadino quando mi inoltro in periferia o per stradine secondarie − corriamo il rischio di perderci, di non sapere dove andare o corriamo il rischio di non saper tornare (e qui è la figura di Odisseo che ci viene incontro), oppure abbiamo camminato o corso tanto che i piedi iniziano a farci male o ci manca il fiato. In poesia accade lo stesso, e non so se sia una metafora del camminare o viceversa o entrambe metafore essenziali della nostra esistenza. La poesia è inoltrarsi in un sentiero sconosciuto, quello dell’invenzione con mezzi che già abbiamo a disposizione (rime, versi..), che però di volta in volta devono essere reinventati, modificati, aggiustati, riparati come delle scarpe a cui siamo affezionati e che non vogliamo buttare e che ogni volta risuoliamo. In fondo la poesia dà il meglio di sé quando abbandona le vie già battute e ne perlustra altre reinventando i suoi strumenti, quando crea un sentiero. (altro…)

Spinea Sogna 2014 – 29 luglio-1agosto

fili-sito-14-370x185

La terza edizione di SPINEASOGNA a Spinea (VE) attraversa i luoghi, naturali e non, dell’agglomerato urbano riproponendo un programma con l’intenzione di comporre nel tempo un mosaico identitario della città; la piazza del quartiere Villaggio dei Fiori, un parco, la sua piccola oasi, la strada prospiciente alla villa veneta divenuta biblioteca con il suo giardino ed una antico oratorio. Si formano così nuovi significati, nuove geografie e nuove frequentazioni dei cittadini, nuovi usi dei luoghi grazie all’azione di tanti artisti.

martedì 29 luglio
ore 21.00
Villaggio dei Fiori – Arena
clownerie
Freakclown
ANDEMM

ore 22.00 c.a.
Oratorio Santa Maria Assunta
reading
Tiziano Scarpa
GROPPI D’AMORE
NELLA SCURAGLIA

*

giovedì 31 luglio
dalle ore 21.00
Parco Nuove Gemme e Oratorio
Santa Maria Assunta
SCURE SCURAGLIE

(altro…)

Mario Santagostini – Felicità senza soggetto (uno sguardo su)

santagostini

 

Mario Santagostini – Felicità senza soggetto – Mondadori 2014 – € 17,00 – ebook € 6,99

 

C’è un uomo che si muove nel presente e che del presente osserva le mutazioni. Le registra passo dopo passo, vivendoci dentro. Un uomo che, però, non perde il contatto col passato, con la storia. Il tempo trascorso è guardato (e raccontato) come qualcosa che sta dietro una nebbia sottile o sotto una macchia d’olio, qualcosa che appare e scompare. Così come fanno i ricordi, i dubbi. Mario Santagostini in questo bellissimo nuovo libro, traccia una retta che unisce presente e passato, i versi ci vengono a dire, ancora una volta, che è qui che si vive ma quello che è stato non è svanito, non è perduto, non è tutto sbagliato. Cos’è rimasto delle utopie? Delle tanto amate periferie urbane? Dove sono le fabbriche, dove sono le lotte? Dov’è Milano? Santagostini lascia che tutto esploda, tutto compaia (o ricompaia) nella grazia delle sue poesie. Milano, ad esempio, che quasi si ricostruisce nella sezione Sironi.

Il mio sogno era: macchine / e parassitismo operaio. / Qui, anche la politica ha fallito. / Allora ho dipinto il futuro quando / non ama nessuno. / Nemmeno questa città, / dove si sente arrivare il temporale / con giorni d’anticipo / dai nervosismi di vespe, / libellule, di qualche mimosa.

Sironi sogna, e sono sogni che puzzano di qualcosa che se ancora c’è va cercato, ed è lì che il poeta ci porta, nelle periferie, nei cortili più nascosti, nella ruggine di Sesto, di Cinisello. Piccole macchie dietro i cavalcavia delle tangenziali. È struggente, ma mai nostalgico, questo passato che non si è trasformato in futuro e che rimane lì come vernice scrostata da un muro, o una lamiera piegata fuori da un cantiere, o come una voce rimasta a cantare in coda a un corteo finito da troppo tempo.
C’è, poi, un’altra linea, tipica di Santagostini, il richiamo e il rimando  tra un titolo e l’altro, tra i versi, come se le parole e le poesie si cercassero e ricongiungessero in un continuo girotondo, che non è un vezzo ma un’esigenza, una punteggiatura che viene prima di quella reale. Non esiste poeta che non si ponga domande, ripetute, eterne. Un esempio ne è il testo (L’ex comunista)

(altro…)

Reloaded (riproposte estive) #4: Xenia tondelliani!

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

.

Pier Vittorio Tondelli, Biglietti agli amiciBiglietti agli amici è sicuramente l’opera più anomala di Tondelli: ventiquattro biglietti, uno per ogni ora del giorno partendo dalla notte, raccolti inizialmente in un’edizione di sole ventiquattro copie da regalare il giorno di Natale del 1986. Xenia tondelliani!
Una seconda edizione, con tiratura di cinquecento copie autografate dall’autore, uscì successivamente per coprire le spese editoriali sostenute dall’editrice Baskerville. La storia della nascita di un libro particolarissimo s’incrocia in modo indissolubile con la nascita di un’avventura editoriale che assumerà il nome di un editore inglese. Niente di più tondelliano, se ci si pensa. Pier Vittorio Tondelli aveva concepito un’opera intima ma non diaristica: brevi prose che sfioravano l’aneddotica e l’aforistica senza diventare né aneddoti né aforismi; brevi prose che ruotavano attorno a un intimo gioco di citazioni che spaziavano, come d’uso in lui, dalla letteratura alla musica, dall’arte figurativa al cinema, attraversando la più intima costellazione delle auctoritates tondelliane.
Biglietti agli amici è questo: la trascrizione di un bisogno intimo di un autore che a un certo punto, con l’approssimarsi dei trent’anni (costante il riferimento all’amata Ingeborg Bachmann), sentì l’esigenza di raccogliere nell’unico modo che gli era possibile i suoi amici, riappropriandosi della parte propria depositata in loro. A questo serve il sottile e complicato gioco di citazioni, perché solo il destinatario del biglietto conosce la chiave di lettura; al lettore comune rimane la fascinazione di una prosa evocativa, e la tensione di un dettato penetrante; ma al lettore rimane anche l’incertenzza di non avere compreso bene perché non sa a chi si riferiscano quelle iniziali puntate che precedono ogni biglietto.
Solo le prime ventiquattro copie scioglievano i nomi dei destinatari. Nomi che a un certo punto rischiammo di conoscere tutti per una svista del tipografo che, pronto a licenziare la terza edizione (visto che pure la seconda andò esaurita in pochissimo tempo), sempre di cinquecento copie, non si accorse di avere mandato in stampa la prima versione (come raccontano Mario e Maurizio Marinelli in Storia di un libro, rapido contributo pubblicato nel primo numero interamente dedicato a Tondelli di “Panta”, 1992, pp. 80-83).
Leggerlo e rileggerlo senza conoscere i destinatari però non nasconde il “vero Tondelli”, come mi è capitato di leggere in alcune sedi. Davvero sapere quale dei passati suoi amori si celi dietro quel biglietto, o quale amico o amica dei primi anni, renderebbe il libro più godibile? No, io non lo credo. Sapere, per esempio, che A.T. e F.W. possano essere Aldo Tagliaferri e François Wahl toglie quel che di misterioso se non proprio misterico, iniziatico, c’è nei primi due biglietti (i due, tra l’altro, sono nominati esplicitamente nella chiusa del biglietto numero 1).
Io di questo libro amo anche ciò che non conosco e mai capirò. Amo la pagina a sinistra del biglietto, quella che mi riporta gli angeli posti a tutela dei giorni della settimana (i sette angeli che si susseguono di giorno in giorno), o i simboli che se non mi parlano la lingua che invece parlano Tondelli e i suoi destinatari, mi parlano certamente di un mondo che affascianava Pier Vittorio Tondelli al punto da fargli concepire quest’opera. Poco importa se non si comprenderanno nella loro totalità, o nemmeno in modo infinitesimale, il valore delle tavole angeliche e astrologiche che, ricavate come si sa da Barrett, accompagnano e scandiscono il progredire delle singole ore; affascina il fatto che siano là per calare le brevissime prose o gli estratti dal diario letterario (perché questo sono i brani in corsivo) in una dimensione non accessibile; siano là per staccare Tondelli dalla dimensione ‘romanzo’ quale aveva vissuta fino alla pubblicazione precedente; siano là per traghettarci nel prossimo capitolo, quello frammentario e maturo di Camere separate.

(c) Fabio Michieli

________________
Seconda ora della notte. Biglietto numero 2
F.W.

Ieri, domenica, a Chantilly mentre Severo rapito dal paesaggio autunnale, grigio, sfumato eppure così “tridimensionale” e profondo diceva: “È un puro Corot”. Lui si è chiesto perché da qualche anno ama viaggiare, mentre, quando aveva vent’anni, assolutamente no. E trova una ragione: quando era giovane non aveva la scrittura e era solito dire agli amici: “I paesaggi, le città non mi interessano perché non li posso far miei. Non li posso mangiare”.
Ora, invece, tutto lo interessa e lo riguarda perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi. Per tutto questo solo ora ritrova nei confronti del mondo esterno quella stessa curiosità che aveva nella fanciullezza. In questo il suo trentunesimo anno lo avvicina a quel bambino che era più di quanto sia mai accaduto nel corso della sua giovinezza.
Mentre scrive queste note, sulle prime pagine del libro di Bachmann, il sole è rispuntato a Boulogne.

.

***
Quinta ora della notte. Biglietto numero 5
L.M.

Conseguenza di uno shock-Baldwin vivissimo: il plot deve essere forte, una storia funziona se ha un intreccio ben congegnato… Ho bisogno di raccontare, di far trame, di scardinare i rapporti fra i personaggi. Il fumettone mi va benissimo, più la storia e lo stile sono emotivi meglio è. Inizierei con un ambiente (gli ambienti, i paesaggi dell’oggi, ecco come manca nei libri) cioè Rimini, molto chiasso, molte luci, molti café-chantant e marchettari…”
Il 2 luglio 1979 Lui hai scritto queste osservazioni su una pagine del Diario. Ha impiegato sei anni per disfarsi di queste ossessioni. Oggi, tutto ciò non lo interessa più. Quello che invece vorrebbe scrivere è un distillato di “posizioni sentimentali”: tre personaggi che si amano senza possedersi, che si appartengono e si “guardano” vicendevolmente senza appropriarsi l’uno degli altri. E sullo sfondo tre grandi città europee…

.

***
Settima ora della notte. Biglietto numero 7
A.P.

102. La Benda

Quando era un giovane che si esercitava nell’arte del taglio e cucito, Si Ster andò a trovare il Grande Maestro Yoshij per chiedergli il segreto della sua raffinatezza elogiata in tutto l’Impero. Con grande stupore lo vide vestito di una sola, lunga, benda bianca.
“Perché meravigliarsi?” disse allora Yoshij. “La Trasandatezza è una condizione dello Spirito. Il suo massimo grado consiste nel Sublime Trasandato il cui raggiungimento però necessita di una costante pratica di vita e di esercizio assiduo. Il Sublime Trasandato diventa allora l’agio delle cose.”
Uscendo dal tempio Si Ster vide una lumaca e fu illuminato.

.

***
Seconda ora del giorno. Biglietto numero 14
M.M.

In quel dicembre a Berlino, nella sua casa di Koepenickerstrasse io volevo tutto. Ma era tutto, o solo qualcosa, o forse niente?
Io volevo tutto e mi sono sempre dovuto accontentare di qualcosa.

.

***
Ottava ora del giorno. Biglietto numero 20
E.R.

Ma io volevo baci larghi come oceani in cui perdermi e affogare, volevo baci grandi e baci lenti come un respiro cosmico, volevo bagni di baci in cui rilassarmi e finalmente imparare i suoi movimenti d’amore.

.

***
Undicesima ora del giorno. Biglietto numero 23
G.V.

Le volte che mi sei mancato… oh, non per la lontananza, ma proprio per la diversità del sentire, le volte che mi sei mancato sono esattamente questi minuti di attesa e di angoscia e di terribile lucidità aspettando un treno a Santa Maria Novella alle due e trentacinque del mattino. Ma le volte che mi sei mancato, oh, non per la lontananza, ma per questa diversità dello sguardo sono i miei occhi che tesi non vedono quasi più.

.

.

Pier Vittorio Tondelli

Biglietti agli amici

a cura di Fulvio Panzeri,

Bompiani

.

.

.

.

[contributo pubblicato la prima volta l’11 settembre 2012]

I 5 (+1) libri da leggere quest’estate (e anche dopo) (secondo me)

P1080926

 

Non è una classifica; l’ordine è causale. Leggeteli tutti!

 

1) Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. [continua a leggere la recensione Qui]

.

2) Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore, 2014 – € 14,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Anna Maria Curci

Si può raccontare la Storia inventando una storia. Si possono prendere le documentazioni, interi archivi, libri, certificazioni e metterle al servizio di una nuova narrazione. Si può inventare e allo stesso tempo raccontare la verità, così si dovrebbero fare le biografie, così si dovrebbero fare i romanzi. Questo è quello che ha fatto Felicitas Hoppe in Johanna, da poco uscito per Del Vecchio editore, e, tradotto in maniera splendida da Anna Maria Curci. La meraviglia, però, non sta soltanto nel cosa ma nel come. Il come con cui la Hoppe ha raccontato la pulzella d’Orleans è straordinario. [continua a leggere la recensione Qui]

.

3) David Means – Il punto – Einaudi 2014 – € 16,00 – ebook € 9,99 – traduzione di Silvia Pareschi

Faccio un’ammissione di stupore e meraviglia all’inizio, promettendo di usare le due parole il meno possibile nella scrittura di questa nota. Sono colpevole, dunque, di essermi stupito e meravigliato moltissime volte durante la lettura di questa nuova raccolta di racconti di David Means: Il punto(titolo originale The Spot, 2010); gli “Oh” e gli “Andiamo” si sprecavano. È passato un mese da quando ho terminato di leggere, mi sono ricomposto e posso scriverne fingendo di non essere il tifoso che sono. [continua a leggere la recensione Qui]

4) Francesca Serafini – Di calcio non si parla – Bompiani 2014 – € 10,00

Di mio nonno che se la prendeva sempre con Beppe Savoldi perché ai tempi era il più forte, e non gli andava perdonato nulla. A Savoldi non bisognerebbe perdonare mai d’aver voluto cantare, qualche rigore sbagliato ci può stare. Di radioline attaccate all’orecchio, e le voci di Ameri e Ciotti e gli scusa Ciotti ma il Napoli si è portato in vantaggio. Di mia madre che ripete all’infinito: «E mo’ basta cu stu pallone». Di tutte le volte che almeno qui, almeno a cena, insomma è Natale, qui di calcio non si parla. [continua a leggere la recensione su Fútbologia]

.

5) Donald Barthelme – La vita in città – Minimum fax 2013  – € 11,00 – ebook € 5,99 – traduzione di Vincenzo Latronico

Ho finito di leggere il libro di pomeriggio. La sera sono arrivato a casa e i ponteggi dei lavori in cortile non c’erano più, ma in bilico, su un davanzale, erano ricomparse le mie scarpe sparite da mesi. Allora ho scritto una poesia, questa:

e quindi un cantiere nel palazzo
scarpe da tennis che scompaiono
polvere, impalcature, operai infine
e io che li accuso mentalmente
voi, voi, voi ladri di vecchie adidas
e la racconto e la dimentico
poi è marzo, i lavori finiscono
i ponteggi smontati in un giorno
cortile pulito, lenzuola stese
adidas più sporche che mai,
come in un racconto di Barthelme,
riapparse sul bordo del balcone
di un vicino, do l’acqua ai fiori
in questa vita in città, di ringhiera.

[continua a leggere la recensione Qui]

 

libro jolly: George Saunders – Dieci dicembre – Minimum fax – € 15,00 – ebook € 7,99 – traduzione  di Cristiana Mennella

La versione di Andrea 

Ho letto Dieci dicembre di George Saunders (Minimum Fax, traduzione di Cristiana Mennella) su suggerimento di Gianni Montieri. Gianni era talmente preso dai racconti di Saunders da dimenticarsi di scendere alla fermata giusta della metropolitana. Mi sono detto che in un libro non può esserci niente di più promettente di questo.

La versione di Gianni

Quella che segue potrebbe essere una recensione appassionata, ma sarà obiettiva, ve lo garantisco. Ho letto Dieci dicembre due volte. Alla prima lettura saltavo le fermate della metropolitana, alla seconda prendevo appunti. La prima volta, come si fa con un libro di racconti, ho cominciato dall’inizio e ho seguito l’ordine dettato dall’indice. La seconda volta ho cominciato dalla fine, dal racconto che ha lo stesso titolo del libro e che mi aveva commosso particolarmente [continuate a leggere Qui]

***

© gianni montieri

 

Lorenzo Poggi, Mentre cammino

Poggi

 

Lorenzo Poggi, Mentre cammino, Edizioni Tracce 2014


Nota di lettura di Anna Maria Curci



Conosco da qualche tempo e affermo, senza timore di esagerare, di frequentare quotidianamente la poesia di Lorenzo Poggi. Sono doni dell’alba i suoi, frutti talvolta aspri, ma sempre lontani dal carattere di insapore cosmesi  che hanno i prodotti di serie. Non perdono mai il contatto con la terra, su cui sono ben piantati i piedi di chi scrive; questi, tuttavia, sa volgere lo sguardo sia al rigagnolo maleodorante che gli scorre accanto, sia al cielo in perenne mutamento di colori e segni.
Poesia nata e sviluppatasi in età matura, è tuttavia ben lungi da toni epigonali e stanche ripetizioni, da sperimentalismi nati già rugosi di qualsiasi sorta. È la poesia di chi prosegue un cammino intrapreso per scelta, ma non dimentica mai il pericolo imprevisto di soste obbligate, deviazioni, frane, oscuramento della meta: in altre parole,  il principio di realtà, troppo spesso ignorato altrove in nome di una strombazzata e mendace creatività, termine vuoto, velo glitterato a coprire imbarazzanti nudità di senso. Non è un caso, dunque, che la sua recente raccolta, pubblicata dalle Edizioni Tracce in questo anno 2014, porti il titolo Mentre cammino.
“Poesia onesta”, come afferma Plinio Perilli nella bella prefazione, richiamandosi a Saba, poesia che si cimenta con misure e impianti diversi, con “pagine” e “paesaggi” di varia natura, e che presenta alcune forme e figure ricorrenti, utilizzate con coerenza e consonanza al contenuto: la struttura anaforica con il ricorso al modo infinito o al condizionale,  oppure ancora  al tempo passato prossimo – che fa pensare alla lezione di Thomas Brasch nel componimento Il bel 27 settembre – l’aggettivazione puntuale e appuntita, l’uso della sinestesia (“prati saporiti”) che manifesta un amore quieto e durevole per la natura.
L’osservazione della realtà si affianca spesso alla protesta, non tanto vaga invettiva, quanto piuttosto esortazione a non perdere mai di vista il rischio di inganni e mistificazioni. A rendere la poesia civile di Lorenzo Poggi originale e meritevole di attenzione intervengono le immagini e gli accostamenti,  che spaziano tra il mondo rurale  e i concetti di ampia e intenzionale astrazione.
Ha ben presente la valenza formativa del cammino, l’io poetico, che dichiara di sé: «ho imparato a sorridere affacciato/ alla finestra del mondo». (amc)

* * *

 

C’è qualcosa che mi sfugge

Scorrere lungo pareti pronte a esondare
travalicando campi inondati da escrementi di mucca
e dischi rotti a marcare i tempi delle stagioni.

Confondersi tra papiri e canne inesistenti
di paludi sospirate e mal conosciute
tipiche di chi sta in città.

Ridisegnare sanpietrini dai gomiti smussati
per sentire ancora i passi marcianti
come avvisi di morte.

Ritornare indietro per dare un senso al presente,
ascoltare le voci sibilanti nel bosco di pioppi
o rovistare a lungo nella madia del tempo.

Cucire orli a giorno per tende
a coprire la luce e mischiare il tutto
nell’ombra indecisa della mente confusa.

(p. 15)

.

*

Le piume dei merli

Ciondolando tra me e me
alla ricerca d’un qualcosa da credere
mi sono arrampicato fin sopra la torre
e sparso le ali per terra.
Ho gridato l’urlo del falco
vomitando la rabbia che ho dentro.
Ho toccato le piume dei merli
e le guglie più alte del monte
ma non sono riuscito a carpire
il segreto di chi sa dove andare.

(p. 42)

.

*

Paesaggi  

Una vela a supporto
d’un’alba tagliata
da nuvole sparse.

Prime luci argentate
trapelano da sotto il merletto
inaridendosi in deserti di pace.

Prati saporiti di primavera,
viali alberati e rocce a picco,
lagune un po’ ottuse
grigie di aria e laghi
dai bordi sfrangiati
col sole che scende
e la notte che sale
su spiagge infinite
e palme lasciate
su distese marine
e tramonti pezzati
d’incontri proibiti
in boschi nascosti.

Alzandomi in volo
da montagne incantate
su laghi gelati e savane
sperdute in alberi soli
ritrovo geroglifici sparsi
dietro voci argentine
e cascami di case
senza perché.

(p. 50)

.

*

Pagina nuvola

Vorrei che questa pagina fosse una nuvola
per portarla nel cielo come aquilone,
vorrei che restasse chiara come una luce,
vorrei non riempirla di parole assurde
come suoni d’arpa nella tromba delle scale,
vorrei non violentarla con il trucco di scena,
vorrei tanto imboccare il sentiero
che si perde all’orizzonte senza toccare terra.

Poi, insieme, recuperare i cocci
della nostra identità perduta
e metterli in vaso sul davanzale mortificato
del nostro apparire quotidiano.

(p. 52)

.

*

Passeggiata

Certo non è facile uscire da soli
senza voltarsi ad ogni passo
per vedere chi è rimasto attaccato
alle logore vesti dei sogni d’un tempo.

Si lasciano tracce sparpagliate
su rombi inespressi di memoria
e ventagli di desideri senza cornice
come fumo tra le mani.

Piccoli residui multicolori
si rapprendono in fretta
su tappeti falsamente esotici
ad ogni angolo di ponte.

S’intuisce un odore:
qualcuno sta fabbricando
aria di natale e le luci
si fanno strada nella mente.

(p. 56)

.

*

Vestire le ore

Se i giochi annunciati son già trascorsi,
non serve stendere ricordi sul filo della memoria.
Anche se ancora ti sembra di vivere
un bambino che fa a corse col tram,
le ore che passano senza vestiti
non lasciano segni, accumulano anni,
prosciugano fonti mentre preparano il conto.
Allora ho imparato a cucire vestiti alle ore,
ho imparato a non mettere da parte ricordi,
ho imparato a gustare i momenti,
ho imparato a sorridere affacciato
a torso nudo sulla finestra del mondo.

(p. 72)

.

_____________________________________

Lorenzo Poggi è nato a Roma, dove vive tuttora,  il 21 marzo del 1943.
Laureato in scienze politiche, è stato per oltre venti anni capo redattore e responsabile di produzione della “Guida delle Regioni d’Italia” un grosso annuario di informazioni anagrafiche sulle principali strutture regionali in tre volumi e oltre 4000 pagine.
Successivamente, per dieci anni, è stato direttore responsabile della “Guida ai Governi Locali”, pubblicazione tutta incentrata sugli organigrammi politici e amministrativi di regioni, province e comuni.
Dismessa questa attività, è tornato alla sua vecchia passione: la poesia, che già aveva rallegrato la sua prima gioventù. L’attività poetica è iniziata (o ripresa dopo cinquant’anni) nel dicembre del 2009 e si è concretizzata nella produzione di oltre 1000 poesie pubblicate su vari siti: Poetare, Poetry & Literature, Cantiere poesia e, da ultimo, con un’assidua presenza su facebook nei siti e gruppi poetici.
Per soddisfazione personale ha dato alle stampe quattro raccolte contenenti le sue poesie più amate: Sassi sparsi, nell’ottobre 2010, Sussurri e grida, nel febbraio 2011, Il cielo che aspetta, nel settembre 2011 e La luna nel pozzo, nel febbraio 2012.

Poesie di Álvaro Pombo – traduzione e commento di Martina Vannucci

alvaro pombo

VARIACIÓN TERCERA

Separado de la muerte por una barrera imprecisa
he escrito con letras tranquilas como islas
a espaldas de las criaturas reales
a medio camino entre la realidad
y la fábula
dulcemente tejido alrededor del cuerpo
de gigantescos árboles aún sin nombre
apoyada la cabeza en láminas de piedra pulimentada
con agujas de lluvia remota
multipliqué las llanuras y deshice las lindes
de las falsas heredades posibles
hasta unirme a la glotona lengua subterránea de sedosos ríos como mercurio

.

VARIAZIONE TERZA

Separato dalla morte da una barriera imprecisa
ho scritto con lettere tranquille come isole
alle spalle delle creature reali
a metà strada tra la realtà
e la favola
dolcemente tessuto intorno al corpo
di giganteschi alberi ancora senza nome
con la testa appoggiata su lamine di pietra levigata
con aghi di pioggia remota
ho moltiplicato le pianure e ho distrutto i confini
dei falsi poderi possibili
fino a unirmi all’avida lingua sotterranea dei setosi fiumi come mercurio

.

.

VARIACIÓN SEXTA

Los árboles nos detuvimos cerca de los árboles
pasamos como un río o crecimos de pronto como un río tras las lluvias
irreconocibles como una montaña al atardecer
Durante muchos años nos acompañaron los animales los perros
que nos adelantaban ladrando
o se perdían en pueblos transparentes
olvidados olvidándonos copulando con perras de pastores deshechos
en el polvo
En la sala se oía el mar de un óleo monótono
El pescador es todavía una imagen
pero el hombre que desde atrás desde el mundo sostenía esa imagen
no es ni siquiera imagen
No nunca fuimos viajeros mortales o inmortales
Leímos libros
y yo supongo que entonces leí lo que recuerdo ahora
y yo supongo que estuve donde estuve y que hice un viaje
aunque no hablé con nadie y viajé solo

.

VARIAZIONE SESTA

Noi alberi abbiamo indugiato vicino agli alberi
siamo passati come un fiume o siamo cresciuti di colpo come un fiume dopo le piogge
irriconoscibili come una montagna al tramonto
Per molti anni ci hanno fatto compagnia gli animali i cani
che ci precedevano abbaiando
o si perdevano in paesi trasparenti
dimenticati dimenticandoci copulando con cagne di pastori sfatti
nella polvere
Nella sala si sentiva il mare di un olio monotono
Il pescatore è ancora un’immagine
ma l’uomo che da dietro dal mondo sorreggeva questa immagine
non è neppure un’immagine
No non siamo mai stati viaggiatori mortali o immortali
abbiamo letto libri
e io suppongo di aver letto ciò che adesso ricordo
e suppongo di essere andato dove sono andato e di avere fatto un viaggio
anche se non ho parlato con nessuno e ho viaggiato solo

.

.

VARIACIÓN OCTAVA

Dudábamos solíamos pasear al atardecer preguntas
que no se formulaban nunca o respuestas que nunca
parecían completas
Eran los días sinuosos de la madurez de muchos de nosotros
el cielo invulnerable resplendecía demasiado
y los hombros cuajados de meditación inservible
vacilaban ante la grave acusación de las herramientas
e imaginábamos jardines esos días remotos circundados
por altos muros de piedra y hiedra surcados por las nubes irregulares
recluidos en rosaledes cálidas donde surte una fuente confiado
hilo de agua entre las guijas
lo transparente nos sorprendía en exceso
y la hierba demasiado verde húmeda y frondosa de los rincones
equivocaba los miembros violentos que aspiran al descanso monótono de un vientre obnubilado
Apenas hablábamos contemplándonos recorríamos mentalmente
caminos recorridos tiempo atrás repasábamos los errores
recontábamos con dedos inseguros los muertos y las pérdidas
tratábamos de adivinar el significado de la viveza
de frases insignificantes y la llegada de un huésped inofensivo
nos sobrecogía largas horas como el augurio inesperadamente
sonriente del crecimiento analógico de las orquídeas

.

VARIAZIONE OTTAVA

Dubitavamo di solito passeggiavamo al tramonto domande
che non si formulavano mai o risposte che mai
sembravano complete
Erano i giorni sinuosi della maturità di molti di noi
il cielo invulnerabile risplendeva troppo
e le spalle cariche di meditazione inservibile
vacillavano di fronte alla grave accusa degli attrezzi
e immaginavamo giardini quei giorni remoti circondati
da alte mura di pietra e d’edera solcati dalle nuvole irregolari
recluse in caldi roseti dove sgorga una fonte fiducioso
filo d’acqua tra la ghiaia
le trasparenze ci sorprendevano a dismisura
e l’erba troppo verde umida e frondosa degli angoli
confondeva le membra violente che anelano al riposo monotono di un ventre obnubilato
Parlavamo appena contemplandoci percorrevamo mentalmente
strade percorse un tempo ripassavamo gli errori
ricontavamo con dita insicure i morti e le perdite
cercavamo di indovinare il significato della prontezza
di frasi insignificanti e l’arrivo di un ospite inoffensivo
ci sorprendeva lunghe ore come l’augurio inaspettatamente
sorridente della crescita analogica delle orchidee

.

.

VARIACIÓN DUODÉCIMA

La luna resbala sobre las superficies continuas de las piedras amigables
la luna resbaldiza que enmarcaba los hombros de los árboles
reverdecidos los años lóbregos y silenciosos que todavía permanecen
largas horas de soledad antigua y detallada como un mármol veteado de horizontes
el horizonte es indeciso la luz es indecisa la noche es indecisa
y las montañas amenazan los enfermizos pueblos del fondo de los valles
los valles han cambiado de postura una o dos o tres veces en el curso
de una misma noche o en el curso de dos o tres o cinco o quince milenios
nada ha sucedido mientras tanto
me fío de estos muertos panoramas que a tientas coinciden con nosotros
Me fío de todas las cosas que no varían nunca y que nunca han derrotado
el esfuerzo concupisciente del hombre
la luz es indecisa como la muerte ahora que la muerte inicia su
transcurso voraz liviana luna afila el mundo y sollozan
metálicas criaturas seducidas por los remotos alaridos de los pájaros
brillan apesuradamente mostrándose contrarias a su naturaleza
pretendiendo ser vivas o ser muertas o en general contrarias
a lo que siempre han sido
Y la luna consigo arrastra el resplandor melodioso de otros reinos
y con la pesadumbre de sus muecas sus caries y sus venas encandila
los élitros de criaturas monótonas entre los helechos
dotadas de ramificaciones e intricadas por las azules arterias limonares
cuya ambigua superficie caliza copia en última instancia los motivos
circulares del leopardo o de los animales que por supuesto hieden
Faltan aún varios años para que vuelva el hombre al monstruoso olvido
de la naturaleza sagrada a la indiferencia sagrada a la identidad sagrada
Aún faltan varios años para que la luna se adueñe de nosotros ocultisimamente
y que todo termine en un borbotón de sangre asexuada

.

VARIAZIONE DODICESIMA

La luna scivola sulle superfici continue delle pietre amichevoli
la luna scivolosa che incorniciava le spalle degli alberi
rinverditi gli anni bui e silenziosi che ancora rimangono
lunghe ore di solitudine antica e dettagliata come un marmo venato di orizzonti
l’orizzonte è indeciso la luce è indecisa la notte è indecisa
e le montagne minacciano i malati paesi dal fondo delle valli
le valli hanno cambiato posizione una o due o tre volte nel corso
di una stessa notte o nel corso di due o tre o cinque o quindici millenni
niente è successo nel frattempo
mi fido di questi morti paesaggi che tentoni coincidono con noi
Mi fido di tutte le cose che non variano mai e che hanno sconfitto
lo sforzo concupiscente dell’uomo
la luce è indecisa come la morte ora che la morte inizia il suo
corso vorace leggera luna affila il mondo e singhiozzano
metalliche creature sedotte dalle remote grida degli uccelli
brillano frettolosamente mostrandosi contrarie alla loro natura
pretendendo di essere vive o morte o in genere contrarie
a ciò che sono sempre state
E la luna trascina con sé lo splendore melodioso di altri regni
e con l’angoscia delle sue smorfie le sue carie e le sue vene abbaglia
le elitri di creature monotone tra le felci
dotate di ramificazioni e aggrovigliate da azzurre arterie limoneti
la cui ambigua superficie calcarea copia in ultima istanza i motivi
circolari del leopardo o di animali che ovviamente puzzano
Occorrono ancora diversi anni perché torni l’uomo al mostruoso
oblio
dalla natura sacra all’indifferenza sacra all’identità sacra
Ancora occorrono diversi anni perché la luna si impadronisca di noi occultissimamente
e che tutto finisca in un gorgoglio di sangue asessuato

.

.

VARIACIÓN DECIMOCTAVA

No nos abandones en figuras inmóviles que hechizamos y nos hechizaron
porque aunque es culpa nuestra la culpa no es nuestra
aunque el amor es nuestro es también de los árboles
Ten piedad de la luz imprecisa que circunda ese rostro
imaginado no acariciado y continuo como la voz plateada
cuyo nombre he velado para gemir sin rostro junto al suyo
No nos abandones cuando la lluvia empaña los paisajes
y las fábulas empañan la pulcritud de los seres
Este es un valle pobre y sin recuerdos nadie quiso regresar aquí
o quedarse
los niños no sollozaban nunca y los dedos oscuros ordeñaban las ubres como zarzas
Cubierto por la ampliación de unos créditos permanecí entretanto
enamorado de ti sin júbilo y sin suerte
Acuérdate de mí cuando entres en el maravilloso gesto circular
de tu reino

.

VARIAZIONE DICIOTTESIMA

Non ci abbandonare a figure immobili che abbiamo stregato e che ci hanno stregato
perché anche se è colpa nostra la colpa non è nostra
anche se l’amore è nostro lo è anche degli alberi
Abbi pietà della luce imprecisa che circonda questo volto
immaginato non accarezzato e continuo come la voce argentata
il cui nome ho vegliato per gemere vicino al suo
Non ci abbandonare quando la pioggia appanna i paesaggi
e le favole appannano la chiarezza degli esseri
Questa è una valle povera e senza ricordi nessuno volle tornare qui
o rimanere
i bambini non singhiozzavano mai e le dita oscure mungevano le mammelle come rovi
Coperto dall’ampliamento di alcuni crediti sono rimasto intanto
innamorato di te senza gioia né fortuna
Ricordati di me quando entrerai nel meraviglioso gesto circolare
del tuo regno

.

.

VARIACIÓN DECIMONONA

La luz que se parece en los escaparates a todos los ausentes
confirma el dejo antiguo de una tristeza general
lentamente anónima la tarde
hacia un reposo torna que no es mío
Mi caída sucede en otro reino ha sucedido ya
ya se ha olvidado
mi voz es otra mi rostro no se reconoce
tras el asunto de esta Primavera
¿Qué fábulas se hicieron? ¿Qué decían?
No lo sé ni me importa
También lo verdadero se dijo (entre paréntesis) se confundió muy pronto
se deshizo como un consejo no atendido
¿A quién he de atender ahora que la muerte cuchicea consejos por su parte?
A tiempo si el tiempo no lo impide volveré a verte el próximo milenio
Oh amor mío!

.

VARIAZIONE DICIANNOVESIMA

La luce che assomiglia nelle vetrine a tutti gli assenti
conferma un tono antico di una tristezza generale
lentamente anonima la sera
a un riposo torna che non è mio
La mia caduta avviene in un altro regno è avvenuta ormai
ormai è stata dimenticata
la mia voce è un’altra il mio volto non si riconosce
dopo ciò che è accaduto questa primavera
Che favole si sono fatte? Che dicevano?
Non lo so né mi importa
Anche il vero è stato detto (tra parentesi) si confuse molto presto
si è distrutto come un consiglio non ascoltato
Chi devo ascoltare ora che la morte bisbiglia consigli da parte sua?
A suo tempo se il tempo non lo impedisce ritornerò a vederti il prossimo millennio
Oh amore mio!

.

.

VARIACIÓN VIGESIMOPRIMERA

Ni la ciudad ni el silencio espejismo de la luz de la tarde
se extiende más allá de un remoto deseo
sin apoyo
Ven conmigo a la soledad comprensible de las habitaciones vacías
y las calles anónimas
háblame de tu niñez
Oh háblame de tu niñez!
Fuimos niños a la vez
Seguro que nos parecemos algo en algo

.

VARIAZIONE VENTUNESIMA

Né la città né il silenzio miraggio della luce della sera
si estende al di là di un remoto desiderio
senza sostegno
Vieni con me nella solitudine comprensibile delle stanze vuote
e per le strade anonime
parlami della tua infanzia
Oh, parlami della tua infanzia!
Siamo stati bambini insieme
Sicuro che ci assomigliamo un po’ in qualcosa

.

.

VARIACIÓN VIGESIMOCTAVA

Y tras la muerte fuimos niños nosotros dos
Se trajeron las sillas a sus sitios de siempre se cerró el armario
de su cuarto
y se ataron sus cartas en paquetes inmóviles
La nariz se pudrió antes que las extrañas
y su frente se descompuso antes que las tripas
Sus retratos se llenaron de hojas insignificantes
y sus labios se parecían a todos los labios
Reunidos en la cocina sin encender la lumbre regresamos poco a poco
al curso inconsistente del tiempo
Sus ojos fueron como todos los ojos fugaces
y abstracta hurañía de objetos empeñados empañó sus objetos
de uso personal
Oh gigantesca espalda objetiva de la muerte!
Un cepillo de dientes es sólo un cepillo de dientes y un hombre es sólo un hombre

.

VARIAZIONE VENTOTTESIMA

E dopo la morte siamo stati bambini noi due
Si sono portate le sedie ai loro posti di sempre si è chiuso l’armadio
della loro stanza
e si sono annodate
le loro lettere in pacchetti immobili
Il naso è marcito prima delle viscere
e la loro fronte si è decomposta prima delle interiora
I loro ritratti si sono riempiti di foglie insignificanti
e le loro labbra assomigliavano a tutte le labbra
Riuniti in cucina senza accendere la luce siamo ritornati poco a poco
al corso inconsistente del tempo
I loro occhi sono stati come tutti gli occhi fugaci
e l’astratta ritrosia di oggetti impegnati ha offuscato i loro oggetti
di uso personale
Oh gigantesca schiena oggettiva della morte!
Uno spazzolino da denti è solo uno spazzolino da denti e un uomo è solo un uomo

.

.

VARIACIÓN TRIGESIMOSEXTA

Deshaz todos los reinos que he inventado mis fábulas mis nombres
porque en la nieve acumulados lirios más dulces más fríos que nosotros
dicen lo suficiente sin hablarnos
Tu nada y tu pobreza es limpia como un árbol temprano
que no recuerda nada o nadie ha visto
Oh Dios sin ser ninguno deshaz todas mis fábulas deshazme
para que vuelva no siendo ya y regrese al borde como tú
de una canción de amor aún no aprendida
oh Dios deshazme

.

VARIAZIONE TRENTASEIESIMA

Distruggi tutti i regni che ho inventato le mie favole i miei nomi
perché nella neve accumulati gigli più dolci più freddi di noi
dicono quanto basta senza parlarci
Il tuo niente e la tua povertà è pulita come un albero prematuro
che non ricorda niente o nessuno ha visto
Oh Dio senza essere nessuno distruggi tutte le mie favole distruggimi
Affinché possa tornare senza più essere e possa ritornare sul limite come te
di una canzone d’amore non ancora imparata
Oh Dio distruggimi

.

.

 TRIGESIMOCTAVA VARIACIÓN

El alba es un laúd lejano
El cielo es una gaviota imaginada
E imaginado es todo hasta el olvido
No hay más acá que sirva de paréntesis
Ni más allá que sirva de horizonte
Imaginado es todo hasta la muerte
E imaginé tu amor que no existía
E imaginé que imaginé tu amor que no existía
E imaginé que imaginé que imaginé tu amor que no existía
El olvido y la muerte fueron reales sin embargo

.

TRENTOTTESIMA VARIAZIONE

L’alba è un liuto lontano
Il cielo è un gabbiano immaginato
E immaginato è tutto persino l’oblio
Non c’è più qua che serva da parentesi
Né più là che serva da orizzonte
Immaginato è tutto persino la morte
E immaginai il tuo amore che non esisteva
E immaginai che immaginai il tuo amore che non esisteva
E immaginai che immaginai che immaginai il tuo amore che non esisteva
L’oblio e la morte furono reali tuttavia

.

.

LA VOCE DELL’INCONSISTENZA

Álvaro Pombo nasce a Santander nel 1939. Le sue origini e la sua permanenza a Londra, durata undici anni, dal 1966 al 1977, saranno lo spunto per la poesia di Variaciones, seconda opera in versi, uscita nell’anno in cui il poeta farà ritorno in patria. Pombo assimila la tradizione letteraria inglese e la rielabora in modo assolutamente originale, ricorrendo a un linguaggio lirico e concettuale (Pombo Álvaro, Relatos sobre la falta de sustancia y otros relatos, Catédra, Madrid, 2013; p. 104), ironico e trascendente, autobiografico e personalissimo. L’effetto è straniante, sembra allontanare il lettore: «La luce che assomiglia nelle vetrine a tutti gli assenti/ conferma un tono antico di una tristezza generale/ lentamente anonima la sera// a un riposo torna che non è mio.»
Pombo sfida la verticalità della poesia, ricorrendo a versi che, susseguendosi in continui enjambement, costituiscono un verso potenzialmente unico e infinito. Anche l’uso frequente e funambolico degli avverbi mostra la necessità del poeta di respirare a pieno la pagina bianca. Pombo gioca con il linguaggio, lo possiede al punto da renderlo inconsistente, le parole, i versi dicono molto, troppo, al punto da diventare, mi si permetta il riferimento al poeta italiano Giorgio Caproni, un’ “oltreparola”, che nel nostro caso diventa tale in senso ritmico e prosodico. Quando la lingua non veicola più il senso, è proprio il ritmo a guidarci, la sua voce è chiara e forte: attraverso la varietà, la poliedricità, la coesistenza di armonia e dissonanza si esprime l’incredibile imprevidibilità della vita. È nell’attrazione tra opposti che si genera l’unità dell’opera: si tratta di una poesia caotica e surreale (introduzione di J. A Masoliver Ródenas in Pombo Álvaro, Variaciones, Editorial Lumen, Barcelona, 1978), metafisica e ironica, trascendente e fisica, ma soprattutto inconsistente, nel senso di ‘platonicamente illusoria’. Niente è vero, ma piuttosto verosimile, il tutto e il niente non si oppongono ma confluiscono in una stessa dimensione. È proprio nell’inconsistenza che risiede la sostanza del verso.
La poesia di Variaciones è indefinibile, inclassificabile, è impossibile dichiarare in termini assoluti l’appartenenza di Pombo a una generazione poetica. La critica lo definisce, per questo, “post-generacional” (Ródenas J.A Masoliver, Voces contemporáneas, Acantilado, Barcelona, 2004, p. 257). Tutto ciò si traduce in un sistema poetico privo di gerarchie, in cui a guidarci non è più la nostra consueta tendenza cartesiana, che tenta di affidare alla realtà un ordine logico e consequenziale, quanto piuttosto la consapevolezza che una realtà definita non esiste, come neppure un’unica verità.
Diventiamo consapevoli della pluridimensionalità di un mondo, a metà tra la favola e la realtà, la verità e la verosimiglianza, l’oblio e il ricordo, le tenebre e la luce, il presente e il passato, l’amore e l’assenza dell’amore. Tutto è potenzialmente possibile, tutto è contemporaneamente vivo e presente. La realtà si dispiega in modo imprevedibile e soprendente, Pombo non si limita a descriverla, quanto piuttosto a evocarla, pretendendone tutta la sua concretezza: ecco perché non si limita a parlare di orchidee ma di «crescita analogica delle orchidee» (variazione 8, v. 21) per descriverci il modo in cui il fiore si presenta ai nostri occhi, un susseguirsi di fiori tutti uguali. La sua anticonvenzionalità risiede proprio nel suggerire, e non tanto dichiarare, una realtà concreta evidente, è un approssimarsi precipitoso verso la realtà, che trova nel linguaggio e nelle parole l’ostacolo e insieme il mezzo per realizzarsi. La realtà viene esasperata al punto da risultare ovvia e comune come un qualsiasi oggetto di uso quotidiano «uno spazzolino da denti è solo uno spazzolino da denti e un uomo è solo un uomo» – la complessità dell’esistenza si riduce a una semplice evidenza.
Pombo fa della poesia un’esperienza poetica della realtà (Álvaro Pombo, Protocolos (1973-2003), Lumen, Barcelona, 2004, p. 16), compie un viaggio alla ricerca della verità, esprimendone la contingenza e l’assurdo, possiede il linguaggio superandolo, riduce la parola a mero oggetto e la illumina di significati incompiuti e possibili.
Rinuncia a ogni definizione certa per accogliere la bellezza di tutto ciò che è potenzialmente possibile, enumera il mondo soltanto per sconfiggere l’oblio, fa del suo verso un canto, una voce unica, che dovremmo ascoltare nella sua forza e non lasciare che si affievolisca in un sussurro.

Martina Vannucci

.

BIBLIOGRAFIA

Pombo Álvaro, Protocolos (1973-2003), Lumen, Barcelona, 2004, p. 16;
Pombo Álvaro, Relatos sobre la falta de sustancia y otros relatos, Catédra, Madrid, 2013;
Pombo Álvaro, Variaciones, Editorial Lumen, Barcelona, 1978;
Ródenas J.A Masoliver, Voces contemporáneas, Acantilado, Barcelona, 2004.

.

Reloaded (riproposte estive) #3: Gli anni meravigliosi – 18 – Oskar Pastior

Pastior_copertina

 

Dal 16/7 al 31/08 (il mercoledì e la domenica) abbiamo deciso di riproporre alcuni articoli di qualche tempo fa, sperando di fare ai lettori cosa gradita, buona estate e reloaded (La redazione)

 

***

 

La diciottesima tappa della rubrica “Gli anni meravigliosi” si sofferma su una poesia di Oskar Pastior, che il pubblico dell’emittente tedesca NDR 3 ebbe modo di ascoltare nel corso di una trasmissione il 13 dicembre 1972. Qualsiasi testo di Oskar Pastior, appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, è una sfida per chi voglia affrontarne la resa in un’altra lingua. In special modo rispolverature conferma la veridicità di questa affermazione. L’allusione alla consuetudine, farsa quotidiana delle ‘rispolverature’ ha un crescendo che culmina nel riferimento al misticismo di Jakob Böhme (1575-1624), “Philosophus teutonicus” ricorrente nelle operazioni di recupero (alla moda?).

IN SPECIAL MODO RISPOLVERATURE sarebbero da fare
giornalmente pare che se ne sia entusiasti esse
avrebbero un che di tanto generoso in sé
soprattutto le stagioni in tutte le
misure si vorrebbero in sé considerare esse
portano il futuro in casa e cuore
e soltanto lo sgombero quotidiano preserva ciò che
altrimenti cadrebbe a pezzi la si farebbe magnanimamente
finita si prenderebbe nota del grido di raccolta
ci si vorrebbe vedere per tempo si ri-
correrebbe a jakob e  ci si illuderebbe
di rispolverature di böhme in aree industriali di vaste pro-
porzioni

BESONDERS ENTSTAUBUNGEN seien täglich
vorzunehmen man sei davon angetan sie
hätten etwas so großmütiges an sich
vornehmlich die jahreszeiten in allen
größen wolle man an sich beachten sie
bringen die zukunft in herz und heim
und nur tägliche räumung erhält was
sonst zerfiele man tue sich großmütig
etwas an man merke den sammelruf vor
man wolle sich sehen beizeiten man neh-
me jakob in anspruch und mache sich
böhmes entstaubungen industrieller groß-
flächen vor

Oskar Pastior (da: »… sage, du habest es rauschen gehört«,  Werkausgabe Band 1, Hanser, München-Wien 2006, 353)

(traduzione di Anna Maria Curci)

_____________________________________________

Oskar Pastior nacque a Sibiu (il nome tedesco della città è Hermannstadt) il 20 ottobre 1927. Appartenente alla comunità di lingua tedesca in Romania, Pastior frequentò nella città natale, dal 1938 al 1944, la scuola secondaria, sempre nella lingua tedesca, la lingua che si parlava in famiglia, la lingua dei libri che leggeva. Nel 1945, proprio perché appartenente alla comunità di lingua tedesca,  fu deportato nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina, dove rimase internato fino al 1949.  Al ritorno nella città natale, iniziò dapprima a lavorare e solo nel 1953 poté conseguire la maturità; nel 1955 intraprese il corso di studi in  lingua e letteratura tedesca presso l’università di Bucarest. Dopo la laurea, conseguita nel 1960, lavorò per otto anni a Bucarest come redattore di un programma radiofonico in lingua tedesca. Nel 1968, durante un soggiorno per motivi di studio nella Repubblica Federale Tedesca, decise di non ritornare in Romania.  Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, si trasferì a Berlino.  Dal 1969 alla morte, avvenuta il 4 ottobre 2006, Pastior ha svolto esclusivamente l’attività di scrittore. Come Georges Perec e Italo Calvino, anche Oskar Pastior ha fatto parte dell’OuLiPo, Ouvroir de Littérature Potentielle, fondato nel 1960 da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i premi letterari dei quali fu insignito figurano i seguenti: 1965, in Romania, Premio per la Nuova Letteratura di Romania, nel 1969 Premio Andreas Gryphius,  nel 2006, postumo, il Premio Büchner. Nel 1981 Pastior soggiornò a Roma, all’Accademia Tedesca di Villa Massimo, in qualità di vincitore di quella borsa di studio che viene annualmente assegnata ai migliori giovani artisti della Repubblica Federale Tedesca. Nella poesia lirica sperimentale così come nella prosa, argomento centrale della scrittura di Pastior è il rapporto con lingua e linguaggio.  Una lingua ‘liberata’ dalla camicia di forza della costruzione logica è in grado di creare nuovi mondi di esperienza e di conoscenza: questo vuole dimostrare la sua ricchissima produzione lirica. Alcuni titoli: Fludribusch im Pflanzenheim (1960), Vom Sichersten ins Tausendste (1969), Gedichtgedichte (1973), Höricht (1975), An die Neue Aubergine. Zeichen und Plunder (1976), Ingwer und Jedoch (1985). Anagrammgedichte (1985),Modeheft (1987), Kopfnuß Januskopf (1990), Vokalisen & Gimpelstifte (1992), Das Unding an sich (1994), Eine kleine Kunstmaschine (1994), Das Hören des Genitivs (1997), Villanella & Pantum (2000). La casa editrice Hanser ha pubblicato dal 2003 al 2008 l’edizione completa delle sue opere in quattro volumi. Fu Herta Müller (premio Nobel per la letteratura nel 2009) a raccogliere le testimonianze di Pastior sulla deportazione della minoranza tedesca romena nei campi di lavoro forzato dell’Ucraina.  Il romanzo Atemschaukel, Altalena del respiro, era stato progettato come un’opera a quattro mani, che Herta Müller decise di proseguire e concludere da sola dopo la morte di Pastior.

© Anna Maria Curci

L’articolo è apparso la prima volta il 18 luglio 2013, qui.

F.I.L.I. 2014 – Esercizi di cittadinanza felice. 22 e 25 luglio

testata-sito-370x185

F.I.L.I. – FILANDA IDEE LAVORO IDENTITÀ

ESERCIZI DI CITTADINANZA FELICE

dodicesima edizione a Salzano (VE) presso la Filanda Romanin-Jacur, 22 e 25 luglio 2014

*

MARTEDÌ 22 LUGLIO
ore 21.15
ASCANIO CELESTINI
RACCONTI “IL PICCOLO PAESE”
di e con Ascanio Celestini
musicista in scena GIANLUCA CASADEI

«FATTO STA CHE SIAMO IMMOBILI,
OGNUNO NEL SUO BUCO.
IN UN MILIONE DI ANNI
NEMMENO LA MOSCA HA IMPARATO
A SALVARSI DAL RAGNO».
A VOLER SMETTERE DI CAMMINARE IN FILA INDIANA,
BISOGNA COMINCIARE A RAGIONARE IN CERCHIO.

Ascanio Celestini

“Ci sono storie che vanno raccontate. Ci sono momenti indispensabili che si costruiscono tra chi parla e chi ascolta, su di un ponte immaginario di spettacolo e realtà, quasi disarmante. Ogni volta che racconta una storia, Ascanio Celestini costruisce mattone su mattone questo collegamento, che resta solido dalla prima all’ultima parola”
In “Confessione di un assassino” Joseph Roth fa dire a Golubcik che «le parole sono più potenti delle azioni – e spesso rido quando sento l’amata frase: «“Fatti e non parole!”. Quanto sono deboli i fatti! Una parola rimane, un fatto passa! Di un fatto può essere autore anche un cane, ma una parola può essere pronunciata soltanto da un uomo».
Nei miei racconti cerco di mettere insieme le parole e non di fatti. Certe volte non accade niente. Un meccanismo che si inceppa è l’unico avvenimento. Spesso i personaggi non hanno nome e le relazioni arrivano quasi ad azzerarsi. Ci sono le parole che diventano semplici come rotelle di un ingranaggio, come chiodi che tengono insieme dei pezzi di legno. I racconti del Piccolo Paese sono micro storie che iniziano e finiscono in pochi minuti, una specie di concept album dove canzoni diverse raccontano un unico luogo. Qualcuna proviene dalla tradizione popolare, ma tutte hanno in comune l’improvvisazione. Salgo in scena senza copione e scaletta.
http://www.ascaniocelestini.it

*

VENERDÌ 25 LUGLIO
ore 21.15
BRUNO STORI
I GRANDI DITTATORI
testo e regia Bruno Stori e Letizia Quintavalla
con Bruno Stori, musiche Alessandro Nidi

Uno spettacolo travolgente d’energia, teso, veloce, che tiene
avvinto il «popolo del pubblico» all’ascolto, una scoppiettante,
intelligente teatralità. (…)
Valeria Ottolenghi

Ecco Bruno Stori, nel capitolo d’esordio del progetto, diretto insieme a Letizia Quintavalla, di un teatro che parla al pubblico e ai ragazzi della dittatura. Solo sul palcoscenico, accompagnato da un pallone, metafora del mondo, e da una scritta “IO NON SBALIO MAI” Bruno Stori affronta un monologo tragicomico raccontando la frenetica giornata del dittatore tra abluzioni, condanne ed esecuzioni. Seguono i discorsi in piazza, tra ovazioni e promesse di cibo e lavoro, mentre il volto del dittatore si moltiplica su monete, francobolli, foto, busti e statue. Il dittatore arringa la folla, cerca il consenso, l’approvazione. Nelle sue adunate sta sempre più in alto e chiede al popolo/pubblico di moltiplicarsi: più bambini, più soldati! Nel coro unanime si rivela un altro personaggio: Bernardino l’ ”ometto” che si chiede il perché delle cose, che si interroga e riflette sul significato della dittatura.
I due personaggi, in un dialogo diretto con gli spettatori, si confrontano con gli inganni e le grottesche miserie della dittatura in un viaggio nel passato, ma anche nel presente del condizionamento dei media e della televisione, con gli occhi bene aperti su populismo, pensiero unico, connivenza coi poteri forti.
Un ringraziamento al Grande Dittatore di Charlie Chaplin che è stata la fonte di ispirazione e ha dato l’impulso alla creazione del progetto. http://www.solaresonline.it

info e prenotazioni
Echidna/paesaggio culturale
tel 041. 412500 – 340. 9446568
www.echidnacultura.it

Scarica il programma: pieghevole_FILI 2014