Giorno: 15 giugno 2014

Tre inediti di Bill Willer

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DIVERTISSEMENT (salire le scale/per niente Montale)

quante volte le ho salite le scale
di casa
i passi i gradini
l’intonaco a pezzi
le macchie gli ingressi
di mondi interi universi
e io pensavo alla vita vivevo gli amori
ci saranno giorni migliori di questo
adesso salgo le scale aspiro ci credo
a un futuro diverso ma in fondo è lo stesso
solo con te accanto che sali le scale
solo con te che aspetti nel letto
immaginare qualcosa per salire più in alto
immaginare contro tutto immaginare
c’è da salire le scale è così importante?
c’è il letto ed è vuoto è così rilevante?
c’è da aprire la porta è davvero pesante?
io dicevo che alla fine del resto
contano solo gli errori
ci saranno giorni più vivi di questo
ma adesso parlo al presente
ci sono giorni più belli
posso salire le scale
fino alla porta avere la chiave sapere che gira
ed entrare più dentro scavare più a fondo
anche se è buio l’ingresso le maniglie i pomelli
ed i nomi il tuo nome è l’eco di tromba
che fa da canzone la canzone si spezza
nel fiato quando arrivo in cima più stanco
e la canzone ripete: vivere
tutto in tutto e per tutto
mentre al mio fianco l’eco bisbiglia
di tutto ci si può accontentare
e mentre canto
salgo le scale

gennaio 2014

 

 

l’aspetto del tempo

ero un trucco un espediente
quello che ti risollevava la serata
che aspettava all’uscita al lavoro
quello che il cavallo il principe quello azzurro quello piccolo
che inventava le parole la musica il ballo
quello del letto delle gambe dei brividi
ero l’animale e il dio

ero il bambino scappato di casa
rimasto dietro la siepe ad aspettare
ma se non fossi tornato non mi avrebbero trovato
ero un tavolo non apparecchiato
ci mangiavano su solo le formiche
e chi aveva problemi con le regole del galateo
ero la felicità della pelle
da sognare da esplorare tutt’intorno al tuo neo
sono un letto dove dormo da solo
sono il mal di stomaco che vi attende alla metropolitana
troppo affollata per i vostri igienizzanti
sono tutti i decadenti che respirano da tutti i pori
troppo arresi alla voglia della tua mano
con cui vorrei cavarti tutti gli occhi
con cui non mi hai guardato

ero il male di chi non pronuncia Io
e rinnega l’unica cosa per cui è nato
cioè agire per conto del dio maligno
che ci ha ingannato e dato in pasto
il suo cadavere bucherellato dai vermi
e ancora vi lamentate che siete malati?
che l’aria è inquinata che la primavera è passata?
il tramonto è finito l’occidente nella notte
sfolgora di una cartapesta stellata
che ci preparate il carnevale ai bambini
poveri figli di mariti coglioni
e donne a tempo che tanto le donne
sanno solo far finta
di aspettare
cucire la tela e saperla disfare

adesso non è proprio più tempo di assedi e scoperte
ci sono solo le categorie impacchettate del porno
e il giorno che viene non sa di niente
si lascia guardare e canticchiare
volevo legarti le orecchie le costole le ginocchia
e regalarti le canzoni che sapevo cantare
ma la guerra distrugge ogni possibile resto
ricordi che eravamo giovani e belli?
ricordi le strade le panchine le nostre?
e il lungomare intorno era una giostra
che pagava contenta per girarci intorno

adesso ho bevuto più di quanto possa permettermi
e non per soldi né per stomaco o voglia
ma solo per tutta la rabbia che non ho da spendere
ero bello dicevi e ribaltavo sedili e sogni
e trasmissioni tv. tutto il mondo
rotolava adesso
fraziono la saliva
quando vedo giovani che sembrano fumetti
e sembrano oggetti che sembrano costretti
ma devo accontentarmi della barista migliore
quella che abbina la divisa al ricordo della mia ordinazione

la mattina che inizia il sogno di una giornata memorabile
di essere quello che vieni a prenderti ad arrenderti
alla guerra di crimea del vietnam e dei cent’anni
addormentata da millenni e io quel bacio
l’ho sempre saputo dare
ma hai preferito il fastidio estivo delle zanzare
il raffreddore autunnale l’attesa
invernale del natale l’aria immobile e inquinata
del tuo giorno cittadino di una primavera tranquilla
tranquillamente andata a male
nel frigorifero delle tue scuse migliori

adesso io ho perso il tempo
quello brutto oppure bello quello mascherato
alle feste che abbiamo scordato di annullare
ma intanto canto e sono sempre quello
che parte per Troia con gli dèi accanto
pensando di ritirarmi poi in riva al mare
quando mi va di fare l’amore
sono sempre stato l’attentatore
che della Storia proprio non gli importa
ma comunque di bombe a mano
è sempre bene averne di scorta

“rapinate le banche dei sogni
nei cavot hanno chiuso i tesori
spargete il sangue dei vecchi
non fateci caso alle loro famiglie
ai rimproveri delle patrie zitelle
siate giovani.
non fatevi vedere”
il pazzo lo cantava stamattina
ma non stavo simpatico al suo cane
e non ho finito la lezione
sono tornato a casa e sul balcone
mi aspettavano il sole e una scia di formiche
andavano alla loro Normandia
e così non ho più pensato
che non mi hai più aspettato

Chi mi aspetta al varco dei miei anni?
quanto tempo ho per  la mossa del cavallo?
quanto coraggio di fronte quel sigillo?
le trombe che squillano il mare nero che mitraglia
ogni possibile buon sentimento
questo è il tempo dei morti
uccisi in battaglie di pubblicità e gradimento
ho scelto un angolo in cui mi rannicchio
so aspettare il momento
ma tu sei lontana non fa niente
la mia vita come tramontana
scende a valle dai monti
rinfresca le correnti
getta i pesci nelle reti altrui
e si placa soltanto nei mari del sud

E tu
tu non c’eri già più
il regno dei morti accoglie solo gente
che come me è stanca di aspettare e farsi aspettare
accoglie soltanto chi vive male
quelli che tutto sommato
li lascia campare

16 febbraio 2013

 

 

Canto infedele

Perdonate la mia incuria
l’abbandono il disprezzo
la presunzione superba
di voler essere il tempo
che ignora distrae disturba
riverbera trapassa inchioda
ogni singola cosa

perdonate di me
la pratica sadica
della distanza le parole come bisturi
il vecchissimo trucco di far diventare
la mia stanza un sacro impero di luci
il letto un altare un trono sull’astronave
di un popolo futuro alieno ed evoluto
e ogni vestito il giullare una giostra
e ogni sigaretta l’ultima scusa
dei denti da mettere in mostra
e il sesso l’anello perduto
con cui farvi credere
che vi serviva potere
che vi poteva piacere

perdonate i miei inganni già da tempo
ero pronto agli affanni da tempo
sorvolavo le voglie le sfogliavo come
fiori di campo intrecciando corone di anni
per tradire cambiare inventare
trasfigurare differire rimuovere
tutto ciò che si muove

ma tutto questo dolore
lo sento come una lama
quella più gelida che in tutto il corpo
in ogni punto punge, in ogni punto strappa
quello che credo essere carne
e che invece è soltanto preghiera
di averne

Alla morte
che arriva scalza ogni sera
senza trucchi né ombre o veli
né ombretti o rossetto né seta
o corpetti né matita o mascara
alla morte non ho niente da offrire
né il mio ricordo essere stato bambino
né i desideri perfetti come dita sottili
i riccioli chiari i sorrisi migliori
dell’amante o amata più bella
né il coraggio o la speranza
gli angoli oscuri della mia stanza
dove posso inginocchiarmi.
E allora prego

allora la prego di baciarmi di nuovo
di leccare più giù e più in fondo di bere e succhiare
quello che credo. Di mostrarsi nuda
mostrandomi il mondo
lanciandomi oltre ciò che sta fermo e il movimento
lasciandomi muto
nel sogno

 

 

Bill Willer (pseudonimo di Andrea Billwiller) nasce a Napoli nel 1978 ma viene educato presto allo spostamento, cioè al tradimento; cambia spesso case, regioni, città. Giunto alla maggiore età (trent’anni) perpetua in autonomia questa sua formazione e attualmente vive e lavora in Liguria meditando i prossimi tradimenti.
Un suo racconto è recensito nella rivista letteraria “Storie” nel 1997.
Finalista della V edizione (anno 2000) del concorso internazionale di poesia “Etniepoesie” Città di Trieste.
Inserito nell’antologia poetica Periferie (2004) e poi Armi di pace (2005) a cura del Comune di Napoli e della Regione Campania, oltre che in un paio di plaquette del Centro socioculturale “il Cerriglio” nei medesimi anni.
Ha partecipato a vari reading letterari nei locali napoletani.