Giorno: 9 giugno 2014

Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne

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Antonella Cilento, Lisario o il piacere infinito delle donne, Mondadori 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Lettere, scritte in lingua e stile seicenteschi dal personaggio che dà il titolo al romanzo e indirizzate a una destinataria divina, comunque al di fuori e al di sopra della vicenda, si alternano agli interventi di un narratore onnisciente: la formula non è nuova, si potrebbe obiettare a proposito di struttura e articolazione di Lisario o il piacere infinito delle donne di Antonella Cilento. Già, la formula non è nuova, né alla letteratura italiana, né alla letteratura mondiale di tutti i tempi; ma è la formula nuova a tutti i costi che cerchiamo quando leggiamo, il piacere – non certo infinito, ma forzatamente passeggero – di intravedere un sentiero mai battuto prima? Umana, e dunque non aliena da alcuno di noi, è senz’altro la ricerca dell’innovazione. Su questo punto non faccio alcuna fatica a concordare; obietto, tuttavia, con tratto forse inattuale, che sono da un lato il modo in cui si ‘lavora’ la materia narrativa, dall’altro la sostanza che nutre l’impianto del testo, che ne anima l’architettura,  a dar reale conto a chi legge delle qualità di un libro – uso intenzionalmente il plurale qui – e a costruire, dettaglio su dettaglio,  il piacere della lettura.

Ora, ben lungi dall’imitare Avicente Iguelmano nel suo ossessivo e insieme ottuso frugare le fonti del piacere femminile, mi accingo tuttavia a portare ‘evidenza’, ad esporre prove di ciò che rende Lisario di Antonella Cilento un libro che si legge “con piacere e con profitto” per tutte le sue caratteristiche, non solo per la trama, avvincente, che trasporta chi legge per molti luoghi – Baia, Napoli, Pitigliano, Erice, per menzionarne solo alcuni – in un viaggio nel quale è l’autrice a tenere saldamente il timone.

Prendo le mosse, esattamente come fa il romanzo, dal ‘controcanto epistolare’. Le lettere che Lisario Morales, muta in seguito a una maldestra operazione chirurgica, scrive alla Madonna, costituiscono la voce del personaggio principale, quella voce che ella ha perduto per sempre, informano sulle letture – invero inusuali per una fanciulla di quel tempo, senz’altro affascinanti, tutte puntualmente proibite, a partire dall’amato Cervantes – di una giovanissima di fatto reclusa nel palazzo di famiglia; seguono l’evolversi della vicenda e sono destinate ad essere prove consistenti a carico di alcuni personaggi, che via si aggiungeranno alla costellazione del romanzo, e a discolpa di altri. Rivelano molto dell’animo di una donna alla quale è per sempre preclusa l’espressione di creatività artistica, e che pure sviluppa, nel corso della sua vita, strategie molto creative di reazione, rifugio e rigetto – il lungo sonno è la più eclatante, ma non l’unica – rispetto alle violenze alle quali, fin da piccola e fin dalla rigida educazione paterna, viene sottoposta.  L’artificio al quale l’autrice ricorre è dominato senz’altro con abilità, non occulta maldestramente le reminiscenze letterarie antiche e recenti, di cui pure si nutre abbondantemente, e si innalza, come affermato in apertura di paragrafo, come vero e proprio controcanto alla storia fatta e scritta dagli uomini, liberi di muoversi e di parlare.

La Storia, quella che si agita, sussulta, si rivolta, oppure scorre lenta e carica di liquami, oltre che della grassa e perenne corruzione, di cui Tonno d’Agnolo rappresenta l’untuoso vertice, è quella di Napoli ai tempi della dominazione spagnola e della rivolta di Masaniello. È resa con i suoi colori e i suoi odori penetranti, con grande attenzione alla verità dei fatti e, soprattutto, con l’agilità e la precisione della cronaca nel restituire la pressione vociante e in tumulto della folla e, allo stesso tempo, attraverso ‘interni’ e singoli ritratti, veri e propri capolavori, che per la loro efficacia e la decisione del tratto potrebbero avere il titolo di dipinti famosi. Uno per tutti sarebbe, in tal senso,  La lezione di anatomia.

Il paragone con La lezione di anatomia – e, più in generale, con i dipinti – ben si adatta a introdurre il discorso su un terzo aspetto meritevole di attenzione in questo romanzo: nella costellazione di personaggi che si muove attorno a Lisario ce ne sono alcuni che spiccano, sia perché sono centrali nell’evolversi delle vicende, sia perché i micro-mondi nei quali si muovono, fatti di passioni professionali più o meno impure, hanno rivestito grande importanza nel contesto storico qui ricostruito e, allo stesso tempo, si caricano di metafore esistenziali. Sono le coppie di medici – Avicente Aguelmano e Johannes Töde– e di pittori – Jacques Colmar e Michael de Sweerts. I primi due sono accomunati da una ricerca morbosa, zoppicante e sempre bisognosa di sostegni esterni in colui che per meriti inconfessabili ha avuto in sposa Lisario Morales, spietata e fredda nel tedesco; i due giovani pittori, della cui infanzia narrano ricchi ed efficacissimi flashback, non potrebbero essere l’uno più diverso dell’altro. Jacques Colmar è uno dei pochi personaggi che conquistano lo sguardo benevolo, ancorché sempre acuto, di chi tiene le fila della narrazione. Forse perché è in lui che trova dimora l’amore autentico? Michael de Sweerts, tormentato ed irrisolto, ha destino e caratteristiche che lo rendono un personaggio letterario moderno, decisamente non eroico.

Un discorso a parte, infine, meritano gli intermezzi con i santi Teatini che popolano i sogni, o, più precisamente, gli incubi di Avicente Aguelmano: sono uno splendido e quanto mai arguto esempio del plurilinguismo che caratterizza le varietà adottate da Antonella Cilento nel narrare. Lascio a chi leggerà il piacere della scoperta e mi accontento di dire che l’eredità del teatro di Eduardo De Filippo – penso a De Pretore Vincenzo–  qui viene raccolta, fatta fruttare e restituita con accenti molto originali.

© Anna Maria Curci

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