Andrea Pomella – Saggio di fine anno

Sampa - 2013 - foto gianni montieri

Sampa – 2013 – foto gianni montieri

 

 

 

Saggio di fine anno

di Andrea Pomella

 

 

 

 

È il saggio di fine anno dei bambini della scuola materna, ci sono le seggiole dell’asilo ordinate a ferro di cavallo intorno al campo di pallacanestro, ma tu resti in piedi, perché sei il tipo che preferisce stare in disparte e avere la libertà di scartare via in ogni momento, e perché vuoi osservare le persone, i bambini e i loro genitori, lo spettacolo dell’umanità organizzata, tuo figlio, soprattutto, che fa capriole e coreografie coi cerchi di plastica insieme ai suoi compagni al ritmo di un’allegra musica infantile, che risponde agli ordini dell’insegnante di ginnastica come un cavallino ammaestrato e tu che pensi: “Queste sono le condizioni del mondo, piccolo mio, non ti insegneranno mai a farti guardare dagli altri con curiosità, ma solo a fare quel che fanno tutti”, tre donne davanti a te di cui vedi solo le nuche impregnate di tinte per capelli biondo ramato discutono del costo della retta alla Bocconi, dei progetti per il futuro che già immaginano per questi loro ragazzi di pochi anni, il sogno che hanno di farne da grandi degli enormi figli di puttana pronti a fottere tutti gli altri, forse le fotocopie dei loro mariti perfetti, broker, amministratori delegati, direttori commerciali, scappati dall’ufficio nel primo pomeriggio e che adesso si assembrano nel punto migliore della scuola per fare le riprese con le loro videocamere full hd, gomito a gomito, gessato delinquenziale contro gessato delinquenziale, tu che fai uno sforzo prodigioso per sembrare meno alieno, che ti avvilisci nei ricordi infantili a ripensare ai particolari della tua storia disgraziata che adesso si smarriscono nell’altra, comune a tutti, nella storia di questi leoncini che mostrano i loro progressi, nel giorno di festa in questo quartiere di Roma in cui sei finito ad abitare per delle cazzo di ragioni che ancora non ti spieghi, e vedi una coppia seduta in seconda fila, lui vestito di nero, magro, l’aria sofferta e un’età sopra i cinquanta, lei una ragazzina di venti con gli occhi grandi, e il loro figlio in mezzo, tenuto stretto, che non lo lasciano andare, nonostante le raccomandazioni giudiziose della maestra, i consigli per la socializzazione, il bambino se ne rimane per tutto il tempo acchiocciolato tra loro, non guarda mai i suoi compagni di scuola, non si esibisce insieme agli altri, e pensi che il tuo istinto sarebbe quello di fare altrettanto con tuo figlio, ma tuo figlio è fatto di una tempra diversa dalla tua, è estroverso, sa trattare con le persone, è a suo agio in ogni situazione, e questo è il meglio che ti potesse capitare, un figlio di quattro anni che ti spiega ogni giorno come si sta al mondo, tu con la tua anima amputata e scheletrica che prendi appunti mentali mentre lo vedi scorrazzare nel campo, farsi chiamare per nome da persone che conoscono lui e non conoscono te, ossia quel che succede normalmente in una vita competitiva in cui tu invece hai rinunciato a competere, come hanno rinunciato quei due che stringono il figlio in mezzo a loro, che a metà del saggio si alzano dalla loro seconda fila e se ne vanno senza salutare nessuno, tre schiene di differenti ampiezze che risalgono il cortile della scuola verso l’uscita, tre schiene (quattro con la tua) che trattengono, ciascuna a modo suo, una rabbia intensa e un terrore sconfinato.

©Andrea Pomella

 

 

6 comments

  1. non so se commuoversi sia una forma di complimento, però questo è. forse invecchio, forse altro mi frastorna, ma leggere del sentimento di estraneità (che culmina in quel “persone che conoscono lui e non conoscono te”) è qualcosa che mi inchioda all’unico vero perché irrisolto,l’ur-perché di tutta una vita
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  2. nel ringraziare andrea volevo sottolineare come il racconto sia costruito (e si regga) su un unico singolo, lunghissimo e meraviglioso periodo. Il punto è alla fine ed è l’unico

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  3. C’è sempre un velo di malinconia o qualcosa che gli somiglia quando si arriva alla fine, anche se nel prossimo anno, tutto ricomincia.

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