Giorno: 3 giugno 2014

Giulia Guida – Grigio

amazzonia -foto gm

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GRIGIO

“Toh, un capello bianco!” mugola divertita tra i denti, la lingua impastata dallo zucchero di una caramella gommosa con cui continua a giochicchiare distrattamente, disegnando piccolissime spirali granulose tra un dente e l’altro. Io sbatto le palpebre con una lentezza estrema, una due tre volte, come a richiamare un certo grado di concentrazione, e riduco gli occhi a due capocchie di spillo mentre mi faccio avanti verso lo specchio. Gli occhiali dormicchiano senza pensieri sul portaoggetti in legno che ho di fronte, tra la piastra in attesa di essere riscaldata e un barattolo aperto in cui il mio naso si avventura per rincorrere una scia pastosa di melone.

“Davvero?” gracchio io, mi esce una voce ruvida, silenziata, il ronzio di un’interferenza radio.

“Sì sì, proprio qui, in questa ciocca sulla fronte” mi fa cenno con la mano nel riflesso dello specchio. “Forse ne ho beccato anche qualcun altro sulla nuca. Come siamo messi in famiglia?” mi sorride inclinando la testa da un lato, i capelli arruffati che le ricadono sulle spalle in una geometria scomposta, scossi da ondate di elettricità rapidissime e irregolari.

“In famiglia …” faccio per cominciare, ma lo sguardo fuori fuoco si blocca sul mio doppio nello specchio. Strizzo ritmicamente gli occhi per ridefinire i contorni dello spazio in cui mi trovo: conto le confezioni di forcine, enumero mollettoni, pinzette, pennelli da tinta, passo in rassegna decine di creme nutrienti, misture colorate e cere fissanti, corro velocissima sulla trama a raggiera del diffusore di un phon, sbaraglio con tracotanza l’esercito di caschi asciugacapelli, traccio cerchi concentrici immaginari intorno ai fari fluorescenti incastonati nel soffitto per poi precipitare con un’agilità inaspettata nei canali di scolo dei lavatesta, m’infilo dispettosamente sotto le mantelline rosse delle clienti del salone – le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo, scriveva il poeta – mi arrampico sulle piramidi di gel in vendita, ventotto bottigliette, esclusa quella che la mano di Lisa sta afferrando in questo preciso istante, le dita appiccicose di Lisa che spingono delicatamente la mia testa verso il basso, assecondando il mio istinto costituzionale in direzione del vuoto, dove si raccoglie goccia dopo goccia tutto il bianco opaco dei miei occhi nel reticolo disordinato di quelli che fino a dieci minuti fa erano i miei capelli e ora sono soltanto filamenti sconnessi di una storia in cui non riesco più a raccapezzarmi.

“In famiglia …” balbetto, ogni parola accartocciata in un piccolo colpo di tosse, “in famiglia mia madre ha cominciato ad avere i capelli bianchi a diciassette anni”. Di mio padre non parlo, una zazzera di capelli liscissimi che avevano iniziato a ingrigire negli ultimi anni, una zona di grigio uniforme, senza recrudescenze ostinate di nero o esuberanti macchie di bianco, grigio cenere grigio catrame grigio nicotina. Di mio padre non parlo, delle sue mani butterate che sovrappensiero sistemano le stanghette dell’ultimo paio di occhiali dorati contro quella monocromia senza sbavature. Di mio padre, delle rughe ai lati degli occhi come cicatrici sbiancate dal sole, del profilo sbinariato del suo naso sempre fuori posto, delle crepe pulsanti che si dischiudevano luminose contro le tempie, di tutto questo no, non parlo.

Strizzo gli occhi più che posso, fissando quel che resta della mia faccia nello specchio ed eccole lì. Non posso rifiutarmi di vederle. Una ragnatela di grinze timidissime appostate agli angoli degli occhi. Un brivido mi pinza la colonna vertebrale.

Alzando lo sguardo verso Lisa, sorrido e dico: “Non è poi così male il grigio, non è vero?”

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©Giulia Guida