Mese: giugno 2014

Per Pier Mario Vello (1 ottobre 1950 – 29 giugno 2014)

Mario Vello, Utopia di una margherita (L'arcolaio, 2010)
Mario Vello, La casa sonora (L'arcolaio, 2011)

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da Utopia di una margherita (2010)

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L’arte della parola

“Una vera arte della parola − dice lo Spartano −
.  senza essere connessa alla verità
non esiste né mai esisterà”. Così riferisce Platone.
.  Né la poesia − bisognerebbe aggiungere −
senza una connessione con l’umanità.

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Rinascere

Chi è il sussurro, chi sono le onde?
L’acqua increspata ci rincorre come
qualcuno che chiama alle spalle
e ci tocca e gira come un vento improvviso.

Emerge il vivere per tutti
da un cavo di mare profondo.
Siamo in tanti ad essere alzati,
vibranti onde nella luce.

Piango perché sono intessuto alla morte
sasso scagliato alla fragile tempia
pietra piombata muta nel profondo.

E come un latrato dal fondo
mi grida dentro un crudo
un amore di rinascita ancora.

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Il risveglio

Se non fossimo come sassi nel sonno!
Il lume è strappato alla sua stoppa
muore nello spiraglio. Almeno tu
vai dritto in fondo alle cose.

Il vento forza il cancello.
Viviamo in fondo a soporifere fosse.
Parola, leva il buio che intoppa le cose.
Togli il sonno, e la pace, dove tocchi!

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da La casa sonora (2011)

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Aspettando

In una notte del freddo febbraio
una fascia di nuvole bianche è salita
da oriente fino a metà del cielo.

Nessun angelo ci viene incontro
lungo il viale bagnato tra i pioppi spogli
nell’aria che odora di neve.

Sarà tristissimo alla fine vedere la vita
dal fondo del filo mangiato degli eventi.
Sotto − in verticale − le stelle.

Odiosa questa corsa continua delle terra
che si tuffa nel lato buio del cosmo.
Vorrei più tempo per stare con te

.                                             e sorridere.

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La tessitura

Lavorano nell’ora del lapsus di luce
nei cortili spenti sul dorso del mondo virile
nel sopore notturno quando ovunque calmato
è il senso nella diastole d’esistere. Tre donne,
Lina, Clara, Pia nel labor vorticoso di flanella
con volo di mani, lane e cascate e zampilli.
Uno la madre, due la gioia bionda, tre la tristezza
che interroga muta. Cesio cesura cesoie
sul panno del tavolo sartoriale.
Tre schiene curve scialle silenzio e tre
scagnèl da stalla. Cucire dall’a con il b,
e l’omega della storia. Mettere estro
al nodo sotto la tela con premura
al tiro svelto, pollice e indie volando
in trama legando il filo, poi riemerso all’aria
d’intesa e gioia. Anche recidere.
Silenzio, favella e mutismo. Gelida
umidità d’imminente novembre, giù
discesa a fetida pastoia muta, alle porte,
ai nasi di cartilagine cava delle vacche
che risuonano al fiato così fragili.
A ogni silenzioso annodare un flash: la profezia,
l’epoca delle corse ai treni, il sole della piccola
opulenza utilitaria e proletaria, i tinelli lindi
il dito amputato di Paola in macelleria,
la malattia e le tre cose buone della notte:
il silenzio, la verità, l’immagine.

 

 

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Se nulla pubblico da Migranti è perché non conosco l’ultima raccolta di Pier Mario Vello (come pure non conosco la prima pubblicata per Manni). Ho conosciuto la sua voce quando pubblicò nel giro di due anni per L’arcolaio le sue due raccolte centrali, diverse l’una dall’altra per intonazione e architettura, ma soprattutto diverse, per me lettore, da tutto quanto avevo letto fino a quel momento. La parola, usata con sapienza, si offriva sia alla riflessione, alla meditazione, sia all’analisi della tensione tra l’umano e il divino (soprattutto con La casa sonora). Il tutto accompagnato da un’intelligente ironia che evitava al dettato di cadere nel tranello del retorico.
Pier Mario Vello è morto ieri, dopo una brevissima malattia. [fm]

.Mario Vello

 

Mirano Oltre Libri & Musica, con la poesia di Vittorio Bodini e Lula Pena

MIRANO OLTRE libri & musica 2014 – VI^ edizione

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La sesta edizione di “Mirano Oltre”, rassegna che si svolge nel centro storico della cittadina di Mirano (VE), è senza dubbio quella con il più spiccato carattere internazionale. Lo testimoniano gli omaggi al Portogallo e all’Africa, ma anche la serata in cui il blues di New Orleans incontrerà i racconti “siberiani” di Nicolai Lilin. Ci piace inoltre ricordare come la poesia sia ormai diventata una presenza costante nella rassegna miranese. Non è poi così sottile quel filo che unisce il poeta salentino Vittorio Bodini – ricordato nel centenario della nascita e letto da Gianni Moi – a Patrizia Valduga, Wislawa Szymborska e Marcia Theophilo, protagoniste delle tre precedenti edizioni. Ad ospitare gli appuntamenti saranno i consueti suggestivi angoli del centro storico miranese, ormai luoghi–simbolo della stessa rassegna: Calle Ghirardi, Villa Belvedere, Piazza del Campanile del Duomo. A conferma del carattere internazionale che distingue anche la serata di apertura (1° luglio) dedicata al Salento – con la contagiosa pizzica tarantata del gruppo Officina Zoè, il maggiore e più noto specialista italiano di questo genere musicale – gioverà ricordare che Bodini è stato anche tra i più raffinati ed originali traduttori della letteratura spagnola. Sta suscitando molto interesse Il serpente di Dio (Einaudi), nuovo romanzo del giovane scrittore russo, ormai italiano d’adozione, Nicolai Lilin, che dopo la fortunata Trilogia Siberiana ambienta la nuova storia fra le montagne del Caucaso. Il suo racconto troverà un controcanto inusuale nel blues profondo e crudo, mai banale di Papa Mali, veterano cantante e chitarrista della Louisiana che il batterista miranese Marcello Benetti ha scovato a New Orleans, città dove vive da qualche anno (15 luglio). Di spicco la presenza a Mirano della quarantenne cantautrice portoghese Lula Pena, dalla voce roca e profonda, che scrive e canta come una poetessa (22 luglio). Con appena due dischi alle spalle, Phados (1998) e Troubadour (2010), la cantante di Lisbona è partita dal fado per andare “oltre al fado”, consegnando al nuovo millennio la sua musica nostalgica con una sensibilità poetica spoglia e disadorna, e per questo contemporanea. Simonetta Masin, studiosa di letteratura portoghese, ci guiderà, attraverso Fernando Pessoa e José Saramago, nella comprensione delle poesie musicali di Lula Pena. Dopo il Portogallo sarà l’Africa la destinataria dell’ultimo omaggio della rassegna. Le melodie ipnotiche di Blue Africa, recente riuscito lavoro discografico del duo formato dal pianista Claudio Cojaniz e dal contrabbassista Franco Feruglio, con il loro accorato lirismo, costituiranno un’ideale contraltare musicale agli Imbarazzismi – titolo anche di un libro del 2002 – di Kossi Komla–Ebri, medico e scrittore togolese, naturalizzato italiano, esponente della cosiddetta “Letteratura migrante in lingua italiana”. Sono digressioni acute ed ironiche le sue, capaci di farci riflettere con leggerezza e profondità allo stesso tempo, sul purtroppo sempre attuale tema del razzismo (25 luglio).

Martedì 1° Luglio
Giardino di Villa Belvedere
dedicato al SALENTO
Omaggio a VITTORIO BODINI letture di Gianni Moi
OFFICINA ZOE’ pizzica e taranta

Martedì 15 luglio
Calle Ghirardi
NICOLAI LILIN Il serpente di Dio
PAPA MALI & MARCELLO BENETTI
L’altro blues di New Orleans

Martedì 22 luglio
Calle Ghirardi
dedicato al PORTOGALLO
LULA PENA post fado
letture a cura di Simonetta Masin

Venerdì 25 luglio
Piazza del Campanile del Duomo
Dedicato all’AFRICA
KOSSI KOMLA-EBRI Imbarazzismi
CLAUDIO COJANIZ & FRANCO FERUGLIO
Blue Africa

Associazione Culturale Buon Vento e Circolo Culturale Caligola, Libreria Mondadori Mirano e Banca di Credito Cooperativo Santo Stefano con il Patrocinio del Comune di Mirano

MIRANO (VE)
inizio spettacoli ore 21.15 ingresso libero; in caso di pioggia presso il Teatro di Villa Belvedere *

Informazioni
www.caligola.it
info@caligola.it
https://www.facebook.com/MiranoOltre tel. 3403829357 – 3356101053

Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto (rec. di Martino Baldi)

i dispiaceri del vero poliziotto

 

Roberto Bolaño, I dispiaceri del vero poliziotto, Adelphi, 2012; € 19,00, ebook, 2013, € 9,99; traduzione di Ilde Carmignani

 

Roberto Bolaño (1953-2003) iniziò a lavorare a I dispiaceri del vero poliziotto già negli anni Ottanta ma non licenziò mai la sua versione definitiva. Per questo quando è uscito postumo, nel 2011, non furono risparmiate critiche da coloro che vollero vedervi una pura speculazione commerciale.
Sono radunate nei “Dispiaceri”, tutte le caratteristiche e i temi del miglior Bolaño: i personaggi e i luoghi di 2666 (ma non solo), le fantasmagorie letterarie di La letteratura nazista in america (ma non solo), la moltiplicazione degli scenari di I detective selvaggi (ma non solo), le enumerazioni e le classificazioni parossistiche (davvero epica quella dell’incipit, mutuata dai “Detective”: «Per Padilla, ricordava Amalfitano, la letteratura era eterosessuale, omosessuale e bisessuale. I romanzi, in genere, erano eterosessuali. La poesia, invece, era assolutamente omosessuale. Nel suo immenso oceano distingueva varie correnti: frocioni, froci, frocetti, checche, culi, finocchi, efebi e narcisi»), i riferimenti malinconici e drammatici alla storia delle rivoluzioni sudamericane di Amuleto (ma non solo), l’affascinazione per le storie degli ultimi, dei perdenti e dei reietti che permea ogni suo libro («Nell’adolescenza avrei voluto essere ebreo, bolscevico, negro, omosessuale, drogato e mezzo matto, e come se non bastasse monco, ma sono diventato un professore di letteratura. Meno male, pensava Amalfitano, che ho potuto leggere migliaia di libri»), infiniti tunnel, botole e passaggi più o meno segreti verso e da praticamente tutti i testi della bibliografia bolaniana.
Archiviate senza bisogno di una risposta certa le perplessità a cui accennavo all’inizio sul tipo di operazione editoriale e le due note al testo che si premurano di offrirgli risposte plausibili, anche filologiche, va detto dunque che “I dispiaceri” da una parte non delude i più affezionati lettori di Bolaño, anzi li conforta e contribuisce ad arricchire alcuni temi e tracce lasciati in sospeso negli altri libri, dall’altra può essere preso in considerazione anche come una perfetta prima porta di ingresso nell’opera del grandissimo autore cileno, che, via via che ci si addentra dentro di essa, assume sempre più l’aspetto di un unico grande libro labirintico e senza uscita, o forse con un numero infinito di uscite. Viene a tal proposito in mente la definizione che Thomas Bernhard dava del teatro, ma che potrebbe essere benissimo adattabile a una ipotetica definizione della narrativa bolaniana: «Il teatro è l’insieme di tutte le mancanze di via d’uscita.» Un labirinto di mancanze, in cui la vita e la letteratura sembrano a volte davvero la stessa cosa, come imparano gli allievi del professor Oscar Amalfitano, protagonista principale del libro:

Capirono che un libro era un labirinto e un deserto. Che la cosa più importante del mondo era leggere e viaggiare, forse la stessa cosa, senza fermarsi mai. Che una volta letti gli scrittori uscivano dall’anima delle pietre, che era dove vivevano da morti, e si stabilivano nell’anima dei lettori come in una prigione morbida, ma che poi questa prigione si allargava o scoppiava. Che ogni sistema di scrittura è un tradimento. Che la vera poesia vive tra l’abisso e la sventura e che vicino a casa sua passa la strada maestra dei gesti gratuiti, dell’eleganza degli occhi e della sorte di Marcabruno. Che il principale insegnamento della letteratura era il coraggio, un coraggio strano, come un pozzo di pietra in mezzo a un paesaggio lacustre, un coraggio simile a un vortice e a uno specchio. Che leggere non era più comodo che scrivere. Che leggendo si imparava a dubitare e a ricordare. Che la memoria era l’amore.

© Martino Baldi

 

Nota: le recensioni di Martino Baldi le pubblichiamo in collaborazione con Biblioteca San Giorgio di Pistoia

 

Milano dalle finestre dei bar, di Luca Vaglio

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Milano dalle finestre dei barMarco Saya Edizioni, 2013 – di Luca Vaglio è una raccolta che parte da un’idea forte che si costruisce e si sviluppa in tutto il libro: una visione precisa di una città, Milano. Milano, luogo archetipico della poesia italiana, soprattutto a partire dal secondo novecento, diventa emblema e mappa di un modo di osservare la realtà. Realtà metropolitana che si dà nel suo caotico sovrapporsi apparentemente senza un perché, ma che può essere colta anche in sprazzi di pace o di pausa che solo una grande metropoli sa regalare e trasformarsi così in un immaginario luogo di vacanza, dove il frastuono diventa epifenomeno e il silenzio ne è invece la cifra essenziale. Nel silenzio lo sguardo del poeta può registrare i dettagli attraverso un filtro (le finestre dei bar) che rende ogni cosa degna di osservazione per diventare, poi, parola sussurrata e, attraverso essa, rielaborarli e restituirli nella loro verità essenziale e nascosta. Questa solitudine percettiva ed esistenziale, simboleggiata dalle finestre del titolo, diventa così un’occasione per una riflessione sempre acuta, a volte spiazzante, sul senso dell’esistere proprio e degli altri, sulla possibilità di perdersi o di ritrovarsi, sull’amore e sul dolore e su quel poco di gioia concessaci.

Beve del vino a sorsi lenti
e sorride mentre ascolta
una donna parlare
mi chiedo quale sia la misura
precisa del suo stare bene
se si accordi più al potere
o a una forma di amore
e per lui che peso abbia
l’impulso della passione
se il sesso sia un abisso
o una cosa naturale
e qui davanti a un piatto di fusilli
penso che soltanto dire no
mi ha salvato la vita
che da lì è passato
anche il più piccolo dei miei sì

(pag. 19)

I versi di Vaglio riescono, in un cortocircuito mentale ed emotivo, a cogliere il dettaglio minimo, quasi indifferente e a congiungerlo con l’immenso e coi temi capitali della vita, della sua essenza, del rapporto tra il microcosmo uomo e il macrocosmo dell’universo, come ne “Il riso in bianco e l’infinito”, testo emblematico dell’intera raccolta. Tutto questo avviene con l’utilizzo di un tono sempre piano, colloquiale, a mezza voce, che mostra il senso del suo dire non per accensioni improvvise, ma attraverso un pacato meditare, reso metricamente sia dal verso lungo di molti testi e da un uso parco dell’enjambement, sia da un verso più breve e più scattante, senza perdere mai quel tono complessivo di meditazione mai seriosa, sempre leggera, ma acuta, penetrante, quasi che le parole venissero fuori in un momento di distrazione o di sovrappensiero, tra un bicchiere di vino e un piatto di fusilli. La bellezza del libro consiste nell’equilibrio tra uno stato d’animo di apparente distacco e la fascinazione dell’io lirico verso la vita, che si fa continuamente sedurre dalle cose, dalle situazioni quotidiane, dagli eventi, dai dialoghi intercettati nei locali e, nell’attimo in cui osserva, sprofondato in una poltrona di finta pelle, si ritrae, quasi scompare dalla scena, arretra in un angolo della strada o di un locale, in una posizione defilata, senza però mai perdere il centro delle propria riflessione esistenziale, morale ed estetica. In conclusione potremmo azzardare l’ipotesi che Vaglio, in questo libro, impersona, intimamente senza appariscenti manifestazioni esterne, il ruolo del flâneur, di baudelairiana memoria. Il flâneur – soggetto della modernità industriale che si fa oggetto tra gli oggetti, che è solo nel pigia pigia della folla, per riprendere la definizione di Walter Benjamin – è lo spettatore della commedia umana della città contemporanea, la Parigi capitale del XIX secolo di Baudelaire o la Milano di inizio millennio, e da essa si fa sedurre, se ne sente fibra vivente anche se avverte contemporaneamente un malinconico distacco – reso evidente nel libro di Vaglio da due testi (Altri luoghi e Colico, 4 marzo) eccentrici rispetto al centro tematico- cerca di trovarne la grazia segreta, quell’appiglio che dia un senso al proprio girovagare in continua ricerca di dettagli, sprazzi, spiragli di bello, che giustifichino, anche solo per il tempo di un aperitivo, la sua e la nostra di vita.

Sera d’inverno all’Hemingway
– quattro guardano il Milan –
fuori dai vetri la neve
cade veloce e perfetta
cedo al bianco, lo spazio
buono per uscire da me
dove pulsa una memoria
larga e vera come un senso

(pag. 22)

 

© Francesco Filia

Vittorio Bodini (1914-1970): alcune poesie

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Vittorio Bodini nel 1927

Poetarum Silva si è già occupato di Vittorio Bodini poeta, con un articolo di Anna Maria Curci (qui) per la rubrica ‘in Apulien’ e un altro di Fabio Michieli (qui), quest’ultimo uscito in occasione del centenario della nascita il 6 gennaio 2014. Oggi posterò alcuni testi per proseguire nella lettura di un autore da riscoprire, ponendo brevemente alcune questioni che meriterebbero un approfondimento altrove.
Nato a Bari, vissuto tra Lecce e Roma, Bodini è una di quelle voci del secondo Novecento che ha radicato profondamente i propri temi poetici in quel Sud-patria che è la Puglia (meglio dire, nello specifico, il Salento) e da cui, come ricorda già Michieli, ha preso le distanze per tutto l’arco della sua vita. Curioso come si possa fuggire una terra entrata così prepotentemente nelle pieghe della poesia; possibile, quanto probabile spiegazione, starebbe negli stessi versi bodiniani «Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa» ricordati da Alessandro Leogrande su minimaemoralia. Un Meridione prima madre o ‘madre-prima’, cui sottrarsi tagliando il cordone ombelicale, eppure anche un Meridione-padre che tutto insegna e in cui sempre ritornare per ritrovare il senso, la strada di casa.
Salento come casa dunque, Sud come casa. Potremmo affiancare, come ricorda Michieli, le poesie degli anni Cinquanta di Bodini, ad altri autori coevi tra cui Rocco Scotellaro; mi viene da aggiungere, in questa sede, anche il nome di Goliarda Sapienza, le cui poesie pubblicate a sessant’anni dalla scrittura nel 2013 ma scritte negli anni Cinquanta (sempre Michieli ne ha pubblicato una selezione qui mentre una nota critica si trova qui) non hanno ancora ottenuto la giusta attenzione critica. Sapienza, con i suoi colori (il bianco abbacinante e il giallo), gli odori, i simboli della sua Sicilia (il sangue, il mare, per citarne un paio) si avvicina così tanto all’immaginario bodiniano da esserne quasi sorella; ricordiamo che La luna dei Borboni di Bodini risale proprio al 1952 e la seconda raccolta, Dopo la luna, al 1956. Tra i testi che oggi propongo si vedano i luoghi diversi, vissuti e interiorizzati: oltre alla Puglia, Roma e Palermo.
Ma torniamo all’accenno, molto interessante, di Leogrande, il quale mette in campo l’attività di traduttore e ispanista che Bodini perseguì affiancata a quella di giornalista: sue le prime traduzioni del Don Chisciotte, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo. Nell’articolo si ricorda l’epistolario ’54-’60 con l’amico Leonardo Sciascia e l’idea bodiniana di affrontare assieme la direzione di una collana letteraria per l’editore Sciascia che comprendesse pubblicazioni di autori di area mediterranea (catalani, spagnoli, portoghesi ma anche arabi), nell’intento di fare emergere la peculiare anima arabo-ispanica di quella letteratura, molto amata. Precoce e intuitivo, Bodini ricercava nel proprio lavoro la madre-Europa, madre-seconda che aveva formato la sua coscienza. Com’è entrata l’Europa nella sua poesia, dunque? Può trattarsi anche in questo caso di un’illuminazione ma mi verrebbe da dire, attraverso la vicinanza tematica, tramite un richiamo coloristico ad esempio del colore verde, peculiare della poesia di Lorca (che sicuramente Bodini conosceva); il verde è associato dall’autore spagnolo molto spesso alla ‘morte’ o a presagi mortiferi, ed è entrato anche nel titolo e nei temi della raccolta di Salvatore Quasimodo Il falso e vero verde (Milano, Schwarz, 1953) pubblicata negli stessi anni. Ma se, per quanto riguarda Quasimodo, potremmo parlare di poeta-epigono, quando leggiamo la poesia di Vittorio Bodini ci troviamo dinnanzi all’autenticità di una voce che ricerca se stessa al di là degli autori di riferimento (sempre che essi ci siano). La sua poesia sfonda il muro della connotazione regionale precorrendo i tempi, come già in Goliarda Sapienza; il Sud diventa perciò pre-testo di una dimensione vitale molto propria. Afferma infatti Michieli: «in questo apprendistato è come se il poeta avesse bruciato rapidamente un’intera tradizione, anche recente, a lui contemporanea intendo, con l’intento di trovare la propria voce», ‘voce-sola e unica’.

© Alessandra Trevisan

da La Luna dei Borboni e altre poesie (1945-1961)

FOGLIE DI TABACCO (1945-1947)

Sulle pianure del Sud non passa un sogno.
Sostantivi e le capre senza musica,
con un segno di croce sulla schiena,
o un cerchio,
quivi accampati aspettano un’altra vita.
Tutto è evidenza e quiete, e si vedrebbe
anche un pensiero, un verbo,
con il bigio sgomento d’una talpa
correre tra due pietre.

La pianura mirare a perdita d’occhi,
senza case, senz’alberi, senza una lettera:
livello di un’assenza a cui sole si sporgono
capre o spettri di capre morte da secoli,
che brucano le amare giade dell’insonnia,
l’acciaio senza luce d’antiche spade,
quando popoli amari si scontravano
e di sangue tingevano i cieli della preistoria.

Così, se qualche giorno dal sottosuolo
un riso magro scatenato nel vento
di scirocco si stira,
ciò che all’imperturbato cielo e ai corvi
scopre la vanga
sono le dentature di cavalli
uccisi che si rammentano
che dolce festa faceva
quand’era vivo il sangue sulla pianura.

*

ALTRI VERSI (1945-1947)

Lydia Gutiérrez
Caffè Greco, 1945

Teste di serpenti dondolano lentamente
nei caffè dove a Lydia Gutiérrez
non sarebbe bastato il mantello della sua chioma
se con ogni capello avesse potuto salvare la vita d’un uomo.
Gli stucchi delle sale sempre in penombra
(dove l’ora è tappata in una bottiglia verdognola)
sono lo sconsolato limite dei suoi fasti,
il ponte miserabile ai giovani della nostra epoca,
quelli che da ragazzi giuravano non senza rossore
che la musica non era che un suo attributo.
Oh, ditemi dove abita, a quale stanza ammobiliata
io busserò schernendomi del mio batticuore,
nei giorni di pioggia in cui il giallo delle case di Roma
sembra un loro modo curioso di piangere.

*

LA LUNA DEI BORBONI (1950-1951)

Piano si staccano
i tocchi
da un orologio e nuotano
fra pioggia, vento e vetri di finestre.
Le terrazze tamburellano
come teli da tenda
e il grido dei fanciulli:«Aea!» si perde
nelle vie
come pei corridoi
d’un castello assediato.
Inverno assediatore
vecchiaia dell’anno,
mette angoscia nei sensi,
chiude il domani.

Ma lasciamo un momento questa città.
Andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.

*

DOPO LA LUNA (1952-1955)

Con la parola nu

Con la parola nu
come un bastone
trovato fra le tombe
– nudità, nulla, nuvola –
attraverso il paese semispento
nel sonno del meriggio.

Un aquilone nu
violetto vola
da una mano invisibile
all’aprile;
un’altra mano fruga
un orto non più grande di una tasca.
Smuove fascine e serpi
un coraggio d’aprile.

Minimo e non eterno,
non ha paura
di nulla e di sorridere
il piccolo nu,
spenzolandosi a volte
dalla stanghe dei carri,
o immaginando sulla secca pianura
dolci fiumi del Nord
dai nomi sdruccioli o tronchi
che verdi rive cortesemente carezzano.
Può essere in ronzio
del nero moscone,
di quelli che son detti di buon augurio,
oppure il nome d’Italia
come un rimorso,
il cauto arrampicarsi del saraceno
sulle rugose coste
o quello della luna sugli ulivi.
Numero e nucleo un equilibrio nu
sonoro e mesto in infiniti fili
attornia come l’aria
questo presente gracile ed immenso.
E quando non bastasse,
questa è la verde vasca
del solfato di rame
e lì sta il cielo
liquido e azzurro!
(chi ha creato il mondo
e le sue nere virtù
nulla ha fatto di meglio
dei colori nei campi.)

*

VIA DE ANGELIS (1956-1960)

San Giovanni degli Eremiti

Vedi come frantuma questa tromba
negra la frase, rovistando i più
oscuri ripostigli dell’amore
e del tempo? O come l’erba
effimera tremando
somiglia al suo concerto?
E tu che pensi,
funerea carne al vento viola,
persa
tra le cupole rosse mussulmane
e il pallore dei ruvidi limoni?
cosa ottiene il tuo sguardo che non sia
silenzio che si fa colore,
colore che si fa scusa mortale?

*

SERIE STAZZEMESE (1961)

La verde noia uccide

I muschi, il capelvenere,
le testoline rosse delle more,
la polla che in silenzio
muove la bocca tremula
come vana figura
che s’allontana in sogno
ogni privata vicenda
hanno disperso. Chiedersi
«a che punto sono con me stesso?»,
non ha senso.
La verde noia uccide
gli idolatrici cuori.
Scivola il sandalo
dal piede,
ghermisce la giacca
un rovo.
Eccomi divenuto
bosco. Sarò
solo un filo fra i tanti
di questo verde arazzo dietro il quale
una pastora invisibile
implora un’invisibile capra.

*

I testi sono tratti dalla raccolta Vittorio Bodini, Tutte le poesie, a cura di Oreste Macrì (Lecce, Besa, 2010). L’edizione delle poesie di Vittorio Bodini a cura e con introduzione di Macrì apparve nel 1972 nella collana Lo Specchio di Mondadori. Ampliata e arricchita nel 1983 per gli Oscar, ora è disponibile soltanto nell’edizione Besa citata.

Davide Orecchio – Stati di grazia

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Davide Orecchio – Stati di grazia – Il Saggiatore – € 16,00 – ebook € 10,99

 

Quanto mi piacerebbe saper raccontare questo libro, ma non sono in grado, no. Per scrivere di questo libro bisognerebbe essere in possesso di una certa grazia, diversa da quella del titolo e diversa da quella che tocca l’autore, ma comunque una grazia, una leggerezza e una profondità di sguardo capaci di attraversare l’oceano parola per parola. Per Davide Orecchio le parole sono un po’ come le onde, e come le onde fanno avanti e indietro, si sollevano, si ritraggono, fanno schiuma, sbattono sugli scogli, muoiono sulla battigia, lì dove lo scrittore mette il punto. Questo libro è pieno d’acqua, acqua salata che va dalla Sicilia all’Argentina, dall’Argentina a Roma e racconta una storia terribile e meravigliosa, tragica e d’amore. Orecchio ha scritto una storia di abbandoni, dove ogni abbandono è legato all’altro; dove ogni personaggio è perduto e ritrovato, e tra la sparizione e la ricomparsa c’è il mutamento, c’è, come quando si ricompone un silenzio, lo stato di grazia.

Uscito con Pietro per fumare e fianco a fianco m’ha chiesto: «Allora come va la vita?»; questione che s’è staccata da me per colare lontano, dov’era peraltro la mia risposta.

Eccolo il primo abbandono. Un uomo che non c’è più parla a un uomo che non vuole più esserci. Uno fingerà di partire e un altro partirà al posto suo. Qualcuno abbandona la scuola, qualcuno la famiglia, qualcuno la propria storia. Dove una vita smette ne comincia un’altra. Un documento d’identità indossa un altro nome e così cambia pure la pelle. Si può sparire senza fare un metro oppure attraversando l’oceano, ed eccola l’Argentina, che da immagine su una rivista diventa luogo, posto, diventa mondo nuovo. Vecchio e nuovo sono, però, poli interscambiabili e questo romanzo ce lo dimostrerà. Pietro, Paride, Angela, Bartolo, Aurora, Diego, Arturo, Rosa, Johnny, Matilde: questi i personaggi principali. Anime che si incroceranno, si legheranno e spariranno scaraventate via. La Sicilia degli anni cinquanta, l’Argentina delle dittature, delle sparizioni. L’Argentina del dolore e della fuga. Poi Roma, dove forse sta la salvezza ma non la pace. La morte, il tradimento, l’amore perduto, la malinconia, la durezza e la Dittatura, tutto partecipa all’abbandono, alla solitudine degli attori di Orecchio. Eppure a nessuno di questi manca mai la forza, a nessuno viene meno la tenerezza. Dove tutto si ricompone, anche se solo per un attimo, lì si manifestano gli stati di grazia.

dove iniziano ad affiorare gli scomparsi: gente sparita da mesi torna a farsi vedere e i testimoni assistono al ricomporsi delle fattezze.

Davide Orecchio scrive in maniera splendida e unica, inventa e padroneggia un nuovo linguaggio, in cui le parole dondolano, giocano di sponda, rimbalzano. Un linguaggio che vede i verbi a volte ridotti all’osso, ma che non perde mai il ritmo. Un linguaggio che è il filo che lo scrittore ha tessuto per noi, annodando fatti reali alla pura, fantastica, finzione. Può succedere, per fortuna, ancora, di innamorarsi prima del suono delle parole e poi di quello che raccontano e di provare una sincera ammirazione. Anche per il lettore sono previsti degli stati di grazia, come quando durante il viaggio appare, dietro una curva, qualcosa di non previsto, una luce inattesa.

Poi la corriera ha suonato l’ora di ripartire e m’alzo e scopro che mi sono appena messa al mondo, lì sulla sabbia del fiume dove ho deciso di nascere. E, partoritami, sono tornata al sedile. Sono tornata al viaggio.

 

***

© Gianni Montieri

Le cronache della Leda #20: Montevideo e Nebraska

San Paolo - foto di gianni montieri

San Paolo – foto di gianni montieri

 

Le cronache della Leda #20: Montevideo e Nebraska

*

Il calcio mi è sempre piaciuto, ma dire solo calcio non sarebbe corretto, mi piacciono molti sport. Il tennis, ad esempio, nei prossimi giorni io e l’avvocato ci godremo Wimbledon e, speriamo, Roger Federer, ma dicevo del calcio. No, non voglio annoiarvi con la sconfitta meritata dell’Italia. Mi dispiace, naturalmente, sono una tifosa. Il calcio è uno sport bellissimo e, quando è ben giocato, uno spettacolo meraviglioso. Italia – Uruguay è stata una partita orribile, ventidue personcine dentro un rettangolo verde quasi immobili. Che tristezza.

Ho pensato agli appassionati, a quelli molto più appassionati di me, quelli che non si accontentano di un abbonamento alla pay tv e vanno lì dove i mondiali si giocano.

Leggevo qualche giorno fa di una famiglia cilena che in camper ha attraversato mezzo Sudamerica per andare in Brasile a seguire la propria squadra, si sono persi pure due volte non so più in quale deserto, ma avevano sintetizzato tutto con un “niente di che”. Leggevo, poi, di quattro amici uruguayani che in furgone hanno fatto un altro viaggio pazzesco per andare a tifare, per assecondare una passione. Stasera è a quei quattro ragazzi uruguaiani che penso. Saranno felicissimi, per carità, e giustamente, ma mi chiedo: non meriterebbero rispetto? Non avrebbero meritato che la propria squadra tirasse in porta? L’Uruguay ha fatto poco e niente, l’Italia ha fatto niente. Quella gente ha fatto migliaia di chilometri, per vedere niente. Il calcio è un’altra cosa.

La Luisa è una di quelle che tifava Uruguay, lo sapete perché? Perché l’Uruguay ha un Presidente in gamba, che guadagna pochi soldi, che pensa alla sua gente, che è avanti anni luce rispetto ai nostri politici. Che è onesto. Le ho impedito di venire qui a guardare la partita, che se la guardasse a casa sua, Luisa da Montevideo. Intendiamoci, tutto quello che dice su Mujica è vero, io stessa lo adoro, ma cosa c’entra, mi domando? Cosa c’entra il bene che quell’uomo fa alla sua gente con una partita di calcio? Niente, niente. Allora cosa avrei dovuto fare io? Mario Benedetti, l’uruguaiano, è uno dei mie scrittori preferiti, avrei dovuto tifare Uruguay per questo? O la Francia perché amo Parigi? Per favore. La Luisa ha poco da festeggiare, vanno fuori alla prossima.

Stasera per distrarmi mi guardo, finalmente, Nebraska, ho bisogno di una bella storia. L’avvocato mi ha parlato di un viaggio, di un padre e un figlio, di quelle strade americane che passano in mezzo al niente, poche case, molti silenzi. Spazi. Questo voglio vedere, spazi, e gente che sa cosa farci. Mi incuriosisce anche la scelta di girare il film in bianco e nero, forse è perché qualche volta i colori bisogna immaginarli, metterceli da sé, o forse perché il bianco e nero asseconda la lentezza, forse concede più tempo allo spettatore di pensare, o forse chissà. È che ho bisogno di qualcosa che ho perduto un paio d’ore fa, qualcosa che non è una partita, è un sogno. Ora mi guardo il film da sola, poi magari ve lo racconto.

Leda

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© Gianni Montieri

 

Alfred Corn, Poesie

alfred-corn - foto di robert giard

alfred-corn – foto di robert giard

BRODSKY AT THE CAFFÉ DANTE

A Village den, not far from Morton Street,
Where you’d hosted a party just the week
Before, your birthday cake a replica
Of A Part of Speech’s jacket. Practical
Joke? It wasn’t your most recent book,
Which blunt reviews had sort of trounced. But luck
’S a weathervane, and that year mine, too, had
Gone south, or sour, as I could tell you’d heard.

Strange: your large-scale forehead (the temple sported
A windswept curl Romantically borrowed
From Pushkin or Chateaubriand) was unlined,
Free of the trenches that gulags make or, exile.
Instead, it beamed a dynamic melancholy
Over our topics—none of them dire, really.
Ovid more vulnerable than Mandelshtam;
What Byron felt when he saw Dante’s tomb.

I asked if you linked the San Marco Lion
To the tenement on St. Marks Place, where Auden
Had lived for decades. Just to hear his name
Unpacked a smile… In fact, the piece of cake
They’d cut you showed the King of Cats’ brown sugar
Wing. Piston thrusts from that small figure,
Were counterparts to espressos we would drink—
Its caffeine still buzzing, I like to think.

BRODSKY AL CAFFÈ DANTE
Un locale del Village, nei pressi di Morton Street,
ci avevi dato un party proprio la settimana
prima, la torta di compleanno una replica
della copertina di A Part of Speech. Una
burla? Non era il tuo libro più recente, stroncato,
o quasi, da recensioni contundenti. Ma la fortuna
è banderuola, e la mia pure, quell’anno, era
messa male, o andata a male, come certo sapevi.
Strano: l’ampia tua fronte (la tempia sfoggiava
un riccio scarmigliato, Romantico prestito
da Puškin o da Chateaubriand ) era liscia,
scevra dalle trincee che scavano gulag o esilio.
Irradiava, invece, una malinconia dinamica
sui nostri temi – nessuno, in verità, cupo.
Ovidio più vulnerabile di Mandelshtam;
quel che Byron provò davanti alla tomba di Dante.
Chiesi se avevi associato il Leone di San Marco
all’edificio di St. Marks Place, dove Auden
aveva vissuto per decenni. Solo a sentirne il nome
sfoderasti un sorriso… Infatti, il pezzo di torta
che t’avevano tagliato esibiva l’ala di zucchero scuro
del Re di Gatti. Spinte di pistone dalla sagometta,
bilanciavano gli espressi che sorbivamo –
la sua caffeina ancora in circolo, mi piace pensare.

 

POEM FOUND IN TWO YEARS BEFORE THE MAST

Yes, whales. The first time that I heard them breathing,
We had the watch from twelve to four, and coming
Upon deck, found the little brig quite still,
Surrounded by thick fog, and sea smooth
As though anointed with fine oil. Yet now
And then a long, low swell would rise and roll
Under the surface, slightly lifting the vessel
But without breaking the water’s glassy skin.
We were surrounded far and near by shoals
Of sluggish whales and grampuses, though fog
Prevented us from seeing them rise slowly
To the surface, perhaps lying out at length,
And heaving those peculiar lazy, deep,
Long-drawn breathings, which must ever leave
An impression of supine, majestic strength.
Some of the watch were sleeping, and the others
Perfectly still, so that there could be nothing
To break the wild illusion, and I stood
Leaning over the bulwarks the water just alongside,
Whose sable body I almost fancied I
Could see despite the fog; and again another,
Just audible in the distance – until the low,
Regular swell seemed like the heaving of
The ocean’s mighty bosom to the sound
Of its sublime and long-drawn respirations …

POESIA TROVATA IN DUE ANNI A PRORA
Balene, sì. La prima volta che ne udii il respiro,
eravamo di turno dalle dodici alle quattro, e saliti
In coperta, scoprimmo il brigantino in stallo,
Cinto da fitta nebbia, e mare piatto
Come unto d’un fine velo d’olio. Pure, qua
E là un lungo, basso flutto montava e rollava
Sotto superficie, la nave alzando appena
Senza frangere però la vitrea patina dell’acqua.
tutt’intorno assediati da banchi
Di torpide balene e d’orche, benché la nebbia
Ci impedisse di vederle lente affiorare
in superficie, forse del tutto esposte,
Esalando quei peculiari, pigri, profondi,
Prolungati ansiti, che sempre lasciano
Un’impressione di supina, maestosa forza.
Qualcuno del turno dormiva, e gli altri
Perfettamente immoti, sicché nulla c’era che
Spezzasse lo strano incantesimo, e io in piedi
Addossato alla murata vicinissimo all’acqua,
quasi immaginavo di scorgerne la scura
sagoma malgrado la nebbia; e poi un’altra
Udibile a stento in lontananza – finché il basso,
flusso regolare parve quasi il sollevarsi del grembo
immenso dell’oceano vibrante al suono
Dei suoi respiri sublimi e prolungati…

 

THE BLUE LIGHT

:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::: San Miguel de Allende
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::Feast of the Assumption

Twelve noon. The open sky’s transparent
Weightless veils.

In the room, a mild, amorphous
Gloom wouldn’t give up announcing
That exalted silence that will never
Again hold its peace.

::::::::::::::::::::As comprehensive
As you are gentle, gather me in, blue
Light, you, filling up the corners…

Immobilized, then? No, better to go out
In search of the assumed subject –
The word, embodied, compassionate,
Fallen like a flame-red flower
Among the street’s rough cobblestones.

LA LUCE AZZURRA
                                            San Miguel de Allende
                                           Festa dell’Assunzione
Mezzodì.  I trasparenti
eterei veli del vasto cielo.
Nella stanza, una mite, amorfa
penombra non smetteva d’annunciare
quell’esaltato silenzio che mai più
si tacerà.
                             Comprensiva
quanto soave, accoglimi, luce
azzurra, tu, che i recessi colmi…
E dunque, immobile? No, meglio uscire
in cerca dell’ipotetico tema –
la parola, incarnata, pietosa,
caduta come fiore rosso-fiamma
fra i ciottoli scabri della strada.

 

I tre testi qui presentati, inediti in Italia, sono tratti dalla raccolta Tables, 2013, Press 53, e tradotti da Angela D’Ambra

Alfred Corn has published eight previous books of poems, the most recent titled Contradictions. He has also published a novel, titled Part of His Story; two collections of essays; and The Poem’s Heartbeat, a study of prosody. Fellowships for his poetry include the Guggenheim, the NEA, an Award in Literature from the Academy of Arts and Letters, and one from the Academy of American Poets. Poetry magazine awarded him the Levinson, Blumenthal, and Dillon prizes. He has taught writing at Yale, Columbia, Oklahoma State University, and UCLA. Since 2005, he has spent part of every year in the UK, and Pentameters Theatre in London staged his play Lowell’s Bedlam in the spring of 2011. In 2012, he was a Visiting Fellow of Clare Hall, University of Cambridge, preparing a translation of Rilke’s Duino Elegies. His first ebook, Transatlantic  Bridge: A Concise Guide to the Differences between British and American English, was published in 2012.With the fairy story The Lost Wing won the Premio Andersen for 2014, offered by the Comune di Sestri Levante.  When in the US, he lives in Hopkinton, Rhode Island.
Alfred Corn ha pubblicato prima di Tables otto libri di poesie, il più recente dei quali è Contradictions. Ha pubblicato inoltre un romanzo, Part of His Story, due raccolte di saggi, e lo studio di prosodia The Poem’s Heartbeat. Borse di studio per la sua poesia includono il Guggenheim, la NEA, un Premio per la Letteratura dall’Academy of Arts And Letters, uno dall’Academy of American Poets. La rivista Poetry gli ha assegnato i premi Levinson, Blumenthal e Dillon. Alfred Corn ha insegnato scrittura nelle Università di Yale, Columbia, Oklahoma e UCLA. Dal 2005, trascorre una parte dell’anno nel Regno Unito, dove il Pentameters Theatre di Londra ha messo in scena la sua pièce Lowell’s Bedlam nella primavera 2011. Nel 2012 è stato Cattedratico in Visita presso il Clare Hall, Università di Cambridge, per preparare una traduzione delle Elegie duinesi di Rilke. Transatlantic  Bridge: A Concise Guide to the Differences between British and American English,  suo primo ebook, è uscito nel 2012. La sua fiaba The Lost Wings, nel 2014 ha vinto il premio Andersen, promosso dal Comune di Sestri Levante. Quando è negli Stati Uniti, vive a Hopkinton, Rhode Island.

Angela d’Ambra. Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Università di Firenze); Master in traduzione letteraria (Università di Pisa). Traduzioni su rivista: su El Ghibli ha pubblicato (dal 2010 a oggi) poesie di Desi di Nardo, Rudyard Fearon, Francis Webb, Gary Geddes, Glen Sorestad, David MacLean, Bruce Hunter, Patrick White. Su Caffè Michelangelo (2011): Desi di Nardo. Su Sagarana (2014): Glen Sorestad, Alfred Corn. Su Nazione Indiana (aprile 2014): Gary Geddes.
Di prossima uscita: R.K Singh e Bruce Bond (El Ghibli); Bruce Bond (Euterpe); Glen Sorestad (Il Semicerchio).

 

Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

andrea

 

Interviste credibili #14 – Andrea Pomella

 

GM: Ciao Andrea, comincio con qualche domanda di servizio. Abiti ancora in quella zona di Roma dove al parco si vedono i bambini biondi con la ricrescita scura dei capelli?

AP: Sì, abito ancora nel villaggio dei dannati.

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GM: Io ho un po’ la fissa delle città: cos’è davvero cambiato nella capitale dai tempi in cui avevi diciotto/vent’anni? Com’è cambiato il tuo modo di guardarla? La ami ancora?

AP: Non è cambiato niente. Andando in metropolitana o passeggiando per le strade del centro ho sempre le stesse impressioni. Sono passati vent’anni, certo, e in vent’anni il mondo cambia e riversandosi nelle strade di questa città lascia le sue tracce. Ma sono piccoli sedimenti, come gli scarti delle lavorazioni industriali che inquinano le rive dei fiumi. E poi io non sono mai riuscito ad amare completamente Roma. Per amare Roma devi essere nato da un’altra parte, devi essere Fellini o Sorrentino, devi avere cura del tuo stupore.

*

GM: Ma non sarebbe meglio se invece di scrivere ci mettessimo a produrre lucchetti?

AP: A Ponte Milvio li hanno tolti da un pezzo. Andremmo di male in peggio.

(gm: a Venezia è la moda del momento)

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GM: Guardando ai tuoi racconti e romanzi, ma anche al saggio sulla povertà, mi viene sempre da pensare che ci sia un punto, un momento, un incontro, che faccia scoccare la scintilla e che ti spinga a scrivere, ma che in realtà il ragionamento venga da molto più lontano, una specie di osservazione critica quotidiana, è così? (ti prego fermami se dico cazzate).

AP: È così, ma credo che sia un percorso creativo abbastanza comune. L’osservazione critica non è una cosa che faccio deliberatamente, mi viene naturale. Quando sono lontano da casa ho la sensazione costante di vivere in apnea, di avere solo occhi per guardare e mai una bocca per fare due chiacchiere con uno sconosciuto. Sarà colpa della timidezza che mi pone sempre a una certa distanza dalle persone e dalle cose. È una posizione molto vantaggiosa per tenere lo sguardo sulla realtà, però ti fa vivere male.

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GM: Stiamo ancora un attimo su Roma, che è tornata prepotentemente dentro i romanzi, ci ho pensato leggendo il tuo La misura del danno e, più recentemente, Addio Monti di Masneri e Gli eroi imperfetti di Sgambati. Tre storie molto diverse ma che hanno Roma come comune denominatore e una sorta di disagio che si manifesta in maniera drammatica nel tuo romanzo, problematica e psicologica in quello di Sgambati e divertente nel libro di Masneri, ma il disagio c’è; è chiaro che nelle grandi metropoli c’è il disagio e c’è tutto, ma Roma è anche un simbolo, in maniera diversa da Milano, dei danni fatti e subiti dalle persone, così eterna e frantumata. Che ne pensi?

AP: Direi che in molti romanzi contemporanei è tornato di moda parlare dei quartieri della cosiddetta “Roma bene”. Fatte le debite proporzioni, assomiglia un po’ a ciò che accadde nel Novecento, tra le due guerre, quando in un mondo in profonda crisi nelle sue strutture portanti, sociali ed economiche, la letteratura puntò lo sguardo su una certa borghesia, descrivendone il disagio con gli strumenti del verismo e dell’analisi psicologica. Nei personaggi dei romanzi che citi tu si sente ancora il velleitarismo e la vacuità degli Indifferenti di Moravia.

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GM: I tifosi della Lazio e della Roma sono divisi per zona, per quartiere, per città e provincia o sono tutte minchiate e uno da bambino si sceglie la squadra che gli capita?

AP: A Roma la squadra te la scegli in rapporto alla tua indole. Ci sono predominanze di quartiere, certo. Flaminio, Prati, Cassia, Balduina sono a predominanza laziale. Primavalle, Testaccio, Garbatella sono feudi romanisti. In generale i romanisti sono di più e spesso si diventa laziali per affermare un’individualità, un carattere solitario e controcorrente. Sulle differenze antropologiche delle due tifoserie romane potremmo parlare per settimane. Per quanto mi riguarda sono cresciuto negli anni Ottanta, da laziale nelle classi in cui capitavo ero costantemente solo contro tutti. Considerato il peso del calcio in questa città si tratta di un vero e proprio apprendistato sociale di cui poi difficilmente ti liberi per il resto della vita.

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GM: Puoi dirmi a cosa stai lavorando in questo periodo, hai un romanzo finito? Ne stai scrivendo uno?

AP: Penso che un romanzo sia finito nel momento in cui va in tipografia. Fino all’ultimo giro di bozze non puoi dire di avere un romanzo finito. Al momento non ho contratti né bozze che fanno la spola tra casa mia e una redazione. Ho vari lavori a diversi gradi di compiutezza. Quale di questi poi diventerà un libro ancora non lo so.

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GM: Qual è la storia che ti piacerebbe raccontare?

AP: Non ne ho idea. Se lo sapessi sarei già a lavoro su quella storia.

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GM: Chi è il tuo personaggio letterario preferito?

AP: David Schearl, il ragazzino di “Chiamalo sonno”.

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GM: Voglio sapere (tanto per rompere un po’ le scatole) chi sono i tuoi scrittori preferiti e perché. E qual è il romanzo più bello che tu abbia mai letto.

AP: Gli autori: Steinbeck, Faulkner, Camus, Yehoshua, il Simenon dei non Maigret. Tra gli italiani: Tozzi, Buzzati, Fenoglio. Il romanzo più bello non lo so, quello a cui voglio più bene: “Sulla strada” di Kerouac.

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GM: Leggi poesia? (attento a come rispondi)

AP: Ne leggo abbastanza, mi piacciono Gelman, Hirschman, Adnan, il mio amico Alberto Masala, un tale Gianni Montieri.

(gm: montieri chi?)

 

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GM: Copieresti mai dei paragrafi da un tuo romanzo per metterli in uno successivo, camuffandoli ma non troppo?

AP: Hai presente quell’idea secondo cui un autore in realtà non farebbe altro che riscrivere sempre lo stesso romanzo per tutta la vita? Ecco, in questo caso abbiamo un autore che riscrive lo stesso paragrafo.

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GM: Quando scrivi e dove?

AP: Scrivo in ufficio, sottraendo tempo a un lavoro mortificante e inutile. Faccio come Willem Frederik Hermans che trascurava l’insegnamento della geografia all’Università di Groninga a vantaggio della scrittura. Ovviamente sto scherzando, in realtà scrivo di notte ai tavolini dei caffè di Montmartre, cercando ispirazione nelle prostitute e nelle fiale di laudano.

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GM: Vino rosso o bianco?

AP: Va bene anche un Negroni.

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GM: Porti ancora i baffetti stile Palanca/Lauzi?

AP: Una cosa ho imparato di recente: l’impatto della mosca è sottovalutato. La mosca ha la sua importanza. Togli la mosca e diventi Palanca. La rimetti e non fai più gol da calcio d’angolo.

 

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intervista a cura di Gianni Montieri

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Per info su Andrea Pomella  cliccate Qui

 

 

 

Paolo Triulzi – Polvere & Macigni

sus

Paolo Triulzi – Polvere & Macigni – Foschi editore – 2014 – € 16,00

Prologo

 

Dopo un po’ di colloqui di lavoro capisci come funziona la faccenda. Come in tante altre situazioni della vita si svolge una piccola commedia: un teatrino. I ruoli, di fatto, sono già assegnati e si tratta solo di calarsi adeguatamente nella parte. Per condurre a buon fine quest’operazione bisogna soprattutto tener conto della psicologia dei personaggi, cioè: tu e il datore di lavoro. Ognuna delle due parti conduce la recita, sempre secondo il copione, cercando di perseguire il proprio scopo.
Scopo del gioco tuo: farti prendere, ottenere il lavoro.
Scopo del gioco loro: portarti alla firma del contratto senza averti fatto capire esattamente cosa dovrai fare.
Sia detto che traccio questa mia teoria nella media, cioè tagliando le ali. Perciò escludo il caso in cui lo scopo loro sia quello di segarti ed escludo quello in cui tu sia in carriera e che ti capiti di poter decidere a piacimento e a suon di milioni per chi andare a lavorare. Qui si parla del mansionale medio, qualificato appena quanto basta e con esperienze generiche e non particolarmente significative, o del novellino fresco di studi, il che è quasi la stessa cosa.
Detto questo, torniamo al colloquio. Sarebbe troppo facile se in tutta schiettezza quelli ti dicessero: abbiamo questo lavoro che è una merda inimmaginabile, ma ti paghiamo per farlo, o mangi ‘sta minestra, o salti ‘sta finestra. Troppo facile, cicciobello. A quel punto tu potresti dire: grazie tante, del resto si deve pur campare, quindi mi ingoio la merda e grazie tante di nuovo.
Eh, no! È una cosa estremamente volgare e rude e denotativa di una qual certa miopia esistenziale l’affermazione che si lavora per il denaro. Si parli d’altro, dunque. Si parli delle possibilità che il lavoro offre, sia in termini di crescita personale che professionale. Si parli di motivazione, non quella vera ovviamente, e si sorrida. Soprattutto sorridi, ma non come un cretino. Fai un sorriso serio, lievemente accigliato come chi comprende bene le responsabilità di cui si fa carico, ma gioviale e sereno perché sai che riuscirai a gestirtele. Non devi assolutamente sembrargli uno spaventapasseri, che poi quelli pensano a quando ti incontreranno per i corridoi, o agli scambi di auguri natalizi col panettone aziendale, e già si toccano i coglioni.
Occhio alla penna, dunque, e avanti con la recita. Tu non dirai mai e poi mai che di quel lavoro specifico non ti frega un gran che, dell’azienda che te lo offre nemmeno, ma trovi lo stipendio tutto sommato sufficiente. Così tradiresti la premonizione di starti cacciando veramente in un lavoro del cazzo, presso un’azienda del cazzo.
Del resto di altri posti non te ne hanno offerti e tu inizi a tirare la cinghia, a tagliare sulle birrette e sul cinema, sei esattamente lì dove sei: con la bocca aperta sull’amo, pronto a inghiottire, quindi, anche per una sorta di orgoglio dell’extremis, non ci sputare sopra e ingoia!
Loro, da parte loro, si complimenteranno con te per il tuo curriculum, tanto per cominciare. Qui non ti sbrodolare addosso: lo dicono solo per rompere il ghiaccio e farti rilassare la muscolatura, per farti sembrare che stai giocando in casa così, magari, ti lasci andare a qualche dichiarazione un po’ sopra le righe che poi loro ti potranno rinfacciare quando farà più comodo.
In seconda battuta, ti magnificheranno l’Azienda e la sua importanza storica e nazionale. Faranno un excursus oscuro e riassuntivo dell’organigramma, poi ti prometteranno opportunità di lavoro fantastiche, occasioni di far carriera a ogni angolo di cesso, crescita professionale che dovresti a momenti essere tu a pagare loro.
Questo, più o meno, è il copione di quando ti hanno individuato e cercano di tirarti dentro piazzandoti amo, esca e compagnia bella sotto al naso.
E tu hai fame. E loro lo sanno. E tu sai che loro lo sanno. E tutta questa consapevolezza è pur vero che non cambierà niente di niente nel corso delle cose.
Una volta che hai firmato, del resto, la musica cambia. Ti presentano il tuo capo, proprio il tuo, quello destinato ad alitarti sul collo per il resto della tua vita, e scopri che è un’isterica. Ti mostrano in concreto il tuo lavoro e scopri che si tratta di mettere numeri dentro tabelle e nient’altro per otto ore filate. Eh, eh: la musica cambia, bello. Eccome se cambia!
Poi, diciamolo, è vero che alla fine ti pagano il pattuito ma quell’evento mensile, di per sé normale, diventa l’unica cosa lieta che ti capiti in trenta giorni e tu ricominci ogni primo del mese il conto alla rovescia fino al ventisette. Giorno in cui ti ricorderai per quale motivo hai continuato a ingollare negli ultimi trenta giorni.
Ma forse sto esagerando. Forse sto confondendo la trattazione teorica con il mio caso personale. Cercherò, perciò, di parlare di me, in modo che il lettore possa distinguere le indicazioni valide dalle escandescenze di uno che ha somatizzato oltremodo la sua entrata nel mondo del lavoro.
Intanto dirò che troppo tardi sono riuscito a darmi una linea da seguire durante i colloqui di lavoro. Questa linea, ora, è basata su di una constatazione: ciò che bisogna mostrare di possedere, in un colloquio di lavoro, sono due opposte caratteristiche: il carattere e l’affidabilità.
Dico opposte perché se, da una parte, l’affidabilità si concretizza nel dare la sicurezza di essere pronti a eseguire ogni tipo di ordine in qualunque momento, dall’altra parte bisogna dare l’idea che lo si farà “con carattere”. Cioè senza dover apparire servili, supini, mansionali, ma piuttosto conniventi, finalizzati a ciò che sarà il successo aziendale. Bisogna, in sostanza, vendere la bella immagine di se stessi, forti e intelligenti e spavaldi, sì, ma al servizio dell’azienda, ma non come sottoposti sottomessi, bensì come sodali, amanti, figli. Come a dire: farò tutto quel che mi chiederete certo, ma lo farò prima di tutto per me, ne trarrò personale godimento, perché Voi e io siamo destinati a fonderci in un’unica entità, un Nirvana.
Si dà così il via anche a diverse suggestioni metafisiche e sacre, legate all’esito dei colloqui di lavoro. Lo dice la parola stessa: “Assunzione”. Come l’Assunzione della Vergine viva in Cielo, o l’assunzione di stupefacenti per un tossicodipendente.
Devo dire che io, proprio in quel momento così delicato e centrale nella formazione del rapporto di fiducia fra datore di lavoro e lavoratore (o meglio: del datore di lavoro NEL lavoratore), io, dicevo, fragorosamente, toppai.
Infatti riuscii a far capire, con vari giri di parole, ai vertici supremi dell’ufficio Risorse Umane la mia scarsa simpatia per i prodotti che l’azienda produceva.
Mettiamo che l’azienda fosse produttrice di dentifricio, io avrei detto di non aver mai condiviso molto l’usanza di lavarsi i denti. Se l’azienda avesse prodotto preservativi, io avrei affermato di praticare il sesso non protetto. Se avesse prodotto hamburger io mi sarei professato vegetariano. Se avesse stampato libri io mi sarei dichiarato analfabeta. Se l’azienda, infine, fosse stata un grosso emittente televisivo nazionale io, in quel colloquio, sarei stato quello che affermava fieramente di non guardare la televisione e nemmeno possederne una.
Mi proclamai comunque ben felice di svolgere per loro qualsiasi lavoro che fosse stato intellettualmente gratificante, sufficientemente dinamico, adatto a un giovane laureato con velleità artistiche quale io ero. In fondo non c’è proprio bisogno di amare una cosa per studiarla e migliorarla, sostenni.
Un altro errore, naturalmente. Certe sfumature non possono assolutamente essere sdoganate in queste sedi, sarebbe come togliere i costumi agli attori durante una rappresentazione ma chiedere loro di continuare a recitare come se niente fosse.
Lo sguardo della Selezionatrice, a quel punto, si era fatto interrogativo e perplesso.
Mi ero reso conto, intanto, e anche ‘sta volta troppo tardi, che l’ufficio Risorse Umane e io non stavamo parlando la stessa lingua.
Io parlavo di inclinazioni, di realizzazione, di creatività; loro invece utilizzavano un altro lessico, più concreto: esperienza maturata e titoli di studio, per esempio. Essendosi a quel punto anche l’ufficio Risorse Umane reso conto, a sua volta, di non riuscire a parlare con me, iniziò a parlare esclusivamente con il mio curriculum.
Ero al secondo colloquio e, quindi, qualche cosa dovevano pur averla trovata in me o, forse, avevano bisogno di tappare assolutamente un buco. Comunque fosse, venni invitato a ripresentarmi dopo una settimana per la terza volta. Cioè, per un nuovo, e si sperava definitivo, colloquio.
Al terzo appuntamento arrivò a parlare con me un omone dal faccione gioviale e l’accento romano e io capii subito che quello era lì per “risolvermi” in quanto la Selezionatrice aveva segnalato di avere a che fare con un problema.
L’omone era venuto apposta dalla sede di Roma per calarmi i calzoni e mettermi le mutande di latta. Infatti mi disse subito che avevano trovato quello che faceva per me. In seguito scoprii che, per facilitargli l’immedesimazione nella recita, spesso agli uffici del personale non viene spiegato precisamente per quali mansioni assumono la gente che assumono. Un lavoro dinamico, mi disse, di pubblica relazione, avrei parlato molto l’inglese e avrei avuto orari flessibili. Sembrava interessante come esperienza lavorativa, peccato che quell’uomo stesse mentendo. Quell’uomo era quello che in gergo tecnico viene definito “una faccia da culo”, apparteneva a una divisione distaccata dell’ufficio Risorse Umane e veniva chiamato in gioco di tanto in tanto, come un sicario della mala. Uno che viene da fuori, che fa il lavoro sporco col sorriso sulle labbra, si lava le mani alla toilette pubblica e torna (a giocare a tressette) da dove era venuto.
Io, preso per fame e sfinimento, come da programma, smisi di resistere e mi feci risucchiare, lasciando che l’omone gioviale facesse il suo lavoro fatto di pacche sulle spalle e sonore risate fuori luogo.
Mi diedero un lavoro impiegatizio classico, così classico da essere per lo più scomparso a metà del Novecento. Di flessibile avevo solo l’orario in cui decidevo di andare a mangiare, oscillante fra mezzogiorno e mezza e l’una. Di dinamico mi venne, principalmente, una sindrome paranoide.
Cominciai, perciò, una volta scoperto l’ufficio e le mansioni, a sospettare che quell’impiego fosse stato una specie di punizione per aver detto l’indicibile al secondo colloquio. Non solo, infatti, non avevo dimostrato di essere arrendevole e ubbidiente, ma non avevo neanche dimostrato carattere (per poco non citavo a memoria i poeti crepuscolari: “codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”), e oltretutto, e soprattutto, non avevo dato l’idea di essere pronto a fondermi con l’azienda, anzi, ci avevo cacato metaforicamente sopra.
Con il passare dei mesi mi sono convinto sempre più che la mia assegnazione all’Ufficio Polvere&Macigni non fosse stata casuale, ma punitiva. Ormai, però, me l’avevano fatta e io avevo preso il mio posto al P&M: seduto sotto un macigno, con la faccia nella polvere e così per otto ore al dì, più una di pausa pranzo.
D’altra parte, e ad onor del vero, mi assicurano di non essere l’unico al quale sia toccata questa sorte poco amica. Inoltre, le stesse autorevoli fonti mi dicono invece essere io l’unico a lamentarsi di un destino considerato comune dalla maggioranza delle persone. Per questo finirò subito con quella che è stata successivamente, sempre dall’ufficio Risorse Umane, definita la mia lamentatio sine causa, non la farò troppo lunga e cercherò di attenermi ai fatti.

© Paolo Triulzi

Nota: Il romanzo di Paolo Triulzi, uscito a maggio di quest’anno per i tipi di Foschi editore, è vincitore del premio nazionale “Città di Forlì”, 2012. Sono molto contento di pubblicarne oggi il prologo (per gentile concessione dell’autore), per questioni di stima e affetto, contento che quelle fotocopie che ebbi il privilegio di leggere tempo fa siano diventate un libro. (gianni montieri)

Anteprima: “Santuario del transitorio” di Alessandro Salvi (L’arcolaio, 2014)

Alessandro Salvi, Santuario del transitorio

Costato un lavoro lungo anni (almeno cinque), Santuario del transitorio accorpa tre movimenti precisi che sono anche il risultato della revisione di precedenti plaquette o singoli testi che hanno goduto di una circolazione autonoma a partire dal 2009. Finalmente ora le tre sezioni, Santuario del transitorio, Madrigali eroici e Ladro di tamerici, vestono l’abito definitivo, che non solo nella forma chiusa e nel solco di un Novecento fattosi tradizione sviluppa la poesia di Alessandro Salvi: Santuario del transitorio è tutto condito con un’abbondante dose di ironia e disincanto che ben rendono lo straniamento dal tempo, il quasi desiderio di allontanare il tempo e la storia in una dimensione forse barocca (e per un poeta nato a Pola nel 1976, e residente a Rovigno, il tempo e la storia da allontanare sono ben precisi, identificabili, riconoscibili).
Perciò ogni scelta di registro, ogni scelta di campo, sono azioni in un certo senso politiche, azioni necessarie per la sopravvivenza stessa della poesia in una società che corrode e corrompe ogni cosa: la poesia è la speranza per chi, prossimo all’imminenza anagrafica di luziana memoria, intende comunque indicare una via possibile per sé e per chi in questi versi comunque ci si ritrova in parte. Malgrado, ripeto, siano assenti la Storia come protagonista diretta, e quindi anche il “momento politico” (Mauro Sambi), e l’io si dichiari «ai ferri corti con il quotidiano».
Prende perciò le mosse da questa prima dichiarazione di inappartenenza al proprio momento storico un viaggio che ci condurrà verso il santuario del provvisorio, di ciò che è precario e si contrappone all’assoluto, all’astratto, all’eterno (sono parole di Alessandro Salvi). Ma non siamo portati a visitare un sito archeologico in rovina: non ci accolgono macerie. La lingua solida, robusta, che conosce un «impasto di aulico e quotidiano» (sono parole di Mengaldo riferite a Saba che trovano un senso anche per Alessandro Salvi senza far gridare allo scandalo) fino a una deriva gergale di segno opposto, è la corda con la quale ci reggiamo, ed è la corda che si lega alle strutture all’apparenza solide di questo santuario: madrigali, sonetti, una sestina sono le stanze che ci accolgono. E se i madrigali ultimamente godono di una rinnovata fortuna (si pensi ai madrigali di Gianluca D’Andrea, centrali anche nella sua raccolta [Ecostistemi]), stupisce di più la presenza di una sestina (che chiude la raccolta e che a un novecentista come me ricorda immediatamente il tardo Ungaretti), e più ancora di una sonettessa («suonata e un po’ depressa»), caudata e manierista, come ripresa del più italiano dei metri usati in poesia. Non fatevi però depistare da questo gioco! Ricordatevi che appartiene al barocco la capacità di distrarre dalla realtà con ogni mezzo, per rappresentare in altro modo la stessa realtà che si cerca di allontanare, di fuggire.
E se per allontanare il contemporaneo si può utilizzare la lingua, ecco che Salvi ottiene l’effetto ricercato: lo straniamento totale. Il recupero di una linea che si origina da molto lontano è quanto di meno comune si possa incontrare di questi tempi nella poesia italiana, a meno che non si scada nel manierismo, nell’imitazione, nel tranello della memoria scolastica. Ciò non avviene mai in Santuario del transitorio; non può avvenire dal momento che il poeta possiede non solo gli strumenti per piegare la lingua, ma possiede anche la forza per dominarla e giocare con essa, fino a farla letteralmente (e figuratamente) franare (come nei versi finali di Le inarrivabili parole tramano). E in questo procedere, malgrado siano nette le posizioni che oppongono questa poesia a quella affine per tema di Gabriele Gabbia, vedo proprio innestarsi la raccolta di Salvi nel solco di una riflessione toccata anche da La terra franata dei nomi. Sicché ogni lontana parentela assunta a difesa della propria poesia viene spazzata via nell’attimo stesso in cui ci si accorge che il poeta parla al suo presente: il poeta è nudo davanti a una moltitudine di specchi e solo questa rifrazione, questo moltiplicarsi continuo di immagini di sé come fossero i mille intricati percorsi interni a un labirinto, gli consentono di sopravvivere, di non soccombere al peso della precarietà.

[prefazione a Santuario del transitorio di Alessandro Salvi, L’arcolaio, 2014]

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da Santuario del transitorio

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*
Del mondo ogni contorno rendi acuto
robusta e mesta serpe del pensiero
che t’intrufoli subdola nel mio
io più recondito.
Gomito a gomito con il delirio
e ai ferri corti con il quotidiano,
sei tu il pane che bene o male sfama.

 

*
Io vi parlo da questa
inospitale zona del sentire.
Sì, questo scrivere pare mi annienti
a poco a poco, ma
mentre mi invento un vivere migliore
m’abituo a questo fuoco con cui gioco
da tempo ormai. Noi siamo solo ostaggi
del provvisorio.
Non è una fuga nell’irrazionale
bensì si tratta solo di guardare
l’invisibile che si spoglia e addita
lì dove vita e morte si coagulano
in un tutt’uno.
Io dentro queste parole ci vivo.
E muoio, a volte.
In quest’antro mi nascondo dal mondo,
venite a prendermi se ci riuscite..

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Senhal

Non è di te che penso. Penso ad altro,
a questa indenne e magica insistenza
con la quale mi ostino a non desistere.
A volte, è vero
sì ti bramo, ma sei inabbordabile.
Sembri lontana come una galassia
cui diamo un nome appena e tante ipotesi,
anche se – a dire il vero – ne sappiamo ben poco
di quanto accada, quale vita pulsi,
ammesso sia possibile una vita,
ma questo è già un altro paio di maniche.
Tu non hai colpa alcuna di quel che avviene, sei
innocente e candida come il camice
del macellaio.
Sei così come sei, e basta. Insormontabile
un silenzio lunare adesso ci divide..

.

da Madrigali eroici

.

5.

Non ce la faccio a subire ulteriori
sconfitte, sempre le solite scene…

Non posso tollerare più le vostre
parole polveriere, che in agguato
minacciano di esplodere.

Questi sguardi caudati non mi piacciono
per niente,
manco le vostre mani frigorifere.
Via dalle vostre grinfie e dalle vostre
graffianti smorfie amorfe.

Ora sono di un’altra specie, dicono.

E non mi è dato essere che questo:
cinico osservatore di me stesso,
allegro affossatore del non detto..

.

6.

Queste sono parole di ossidiana…
idilli brilli e sconquassati invero,
tutti intenti a tradire più che a dire,
o sbaglio? Sii sincera con me, dimmi
i drammi che ti stritolano, dammi
una ragione in più per non demordere;
se vuoi t’offrirò un altro giro ancora.
Vomiteremo infine sull’aurora
o al chiar di luna. Il resto poco importa..

.

da Ladro di tamerici

.

Senti, parliamone da vecchi amici:
aiutiamoci a vicenda. Ti chiedo
di riprovare ad essere felici,
una miglior soluzione non vedo.

Sono un ladruncolo di tamerici.
A volte faccio il gradasso, poi cedo
al tuo cospetto. “Maledetto” dici
“ti rodi il fegato e il cuore allo spiedo

infilzi, crogiolandolo al lentissimo
rogo dei tuoi rimorsi, i quali fingo-
no di non esserci… poi stai malissimo”.

Di nero allora io tutto dipingo,
affogo nel mio fango e non è il massimo.
Non chiedermelo perché a te mi stringo.

Io rimango ramingo.
Né come uomo, né come poeta
giungerò mai all’agognata meta.

.


Alessandro SalviAlessandro Salvi
(Pola, 1976) vive da sempre a Rovigno. Esordisce nel 2008 con la pubblicazione della raccolta Piovono formiche carnivore e altre inezie (Aletti); seguito nel 2011 da Eserciziario di metafisica per principianti, silloge inclusa nel volume collettivo Creare mondi (a cura di Alessandro Ramberti) per conto della casa editrice riminese Fara. Altre poesie e insieme a testi vari (recensioni, traduzioni, prefazioni) sono apparsi sia su carta sia in rete: “Sovremenost” (2/maggio 2009), “La Battana”, “Panorama”, “La Voce del popolo”, “TELLUSfolio”, “Farapoesia”, “Neobar” e altrove. È stato segnalato da Maurizio Cucchi su “Specchio” e “Tuttolibri” (“La Stampa”). Alcuni suoi componimenti sono stati inclusi nelle antologie: La ricognizione del dolore (2007), a cura di Pietro Pancamo e Il segreto delle fragole 2010 (2009), a cura di Elio Pecora e Luca Baldoni. Risale al 2011 è la plaquette, pubblicata con la En Avant! Produzioni di Pistoia, I fori nel mare. Nello stesso anno viene pubblicata, per la Apeiron di Rovigno, la seconda edizione di Piovono formiche carnivore e altre inezie con la traduzione in croato delle poesie a fronte.

Mario Melis, Notizie dall’Isola

MelisCopertina

 

Mario Melis, Notizie dall’Isola, Edizioni Cofine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Ha sempre chiari dinanzi a sé l’impegno e la responsabilità la parola che si manifesta, si snoda, si articola e congiunge in sapienti enjambement in Notizie dall’Isola di Mario Melis. Non è tanto questione di chiedersi se scavalcare o meno il divieto formulato da Adorno circa l’impossibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz: Mario Melis ha perfetta coscienza dell’obbligo del confronto con l’enormità, con l’inaudito, ma sa, al contempo, che questo è stato sempre – nella poesia intesa nel senso più alto e pieno del termine – il compito della parola che crea, che istituisce ponti, che illumina connessioni, che mette a nudo lo scandalo. Ecco dunque perché l’opera va letta nella sua interezza e nella sua continuità, con l’Isola – concreta e immaginata, metafora esistenziale e Itaca di un immaginario che assume forme diverse nel tempo – approdo, punto di partenza, nodo e realtà ‘altra’.

Proviamo dunque a seguire alcuni itinerari nell’Isola. Ciascuno di essi avrà un filo conduttore. Ferma restando, infatti, la coerenza interna dell’opera, sottolineata, come vedremo più avanti, dall’autore stesso nella nota che conclude il volume – non possono e non devono essere ignorati alcuni sentieri che il poeta sceglie con una lucidità programmatica che non sacrifica il complesso sull’altare di una bellezza ignara, tranquillizzante e, pertanto, innocua.

Il primo dei sentieri che percorreremo, con i versi dell’autore, alcuni in doppia versione, in spagnolo e in italiano, è lastricato con il ricordo di chi ci ha preceduto, memoria di transiti con gradi differenziati di notorietà: da tutti loro proviene, urgente, la richiesta a un dialogo e, di conseguenza, a un’analisi o a un riesame della nostra esistenza alla luce della comunicazione con essi:

II

¿Porque piensas a la guerra de Troya?
Este perfil de la precariedad
sin embargo como si no vivieras
y yo no vivo
a oscuras que te pienso
a la raíz de la sangre
en la cadencia de las paradas
nocturnas de las estaciones
en la distancia lateral de la casa
donde no se llega nunca.
Una tarde y vuelve en el recuerdo
en el interior desvanecer
resistes a la negación de la historia
‘aquella niña no existe mas’
en el balanceo del barco
desatando en el ejercicio de los gestos
aceptas como Ulises morir.

II

Perché pensi ancora alla guerra di Troia?
Quest’ombra che sta davanti o dietro
la sagoma della precarietà
eppure come se tu non vivessi
e io non vivo ignara che ti penso
alla radice del sangue
alla cadenza delle fermate
notturne alla stazione
nella distanza laterale della casa
dove non si giunge mai.
Una sera e torna nel ricordo
nel vanire interiore
resisti alla negazione della storia
“quella bambina non esiste più”
nel dondolio della barca
scegliendo nel moto dei gesti
come Ulisse di morire.

(pp. 7-8)

* * *

Ma non possono essere morti i morti e i vivi
Perché è il loro travaglio che li cerca,
sebbene per un episodio trapassato
di travestimenti uguali di entrambi.
Hanno atteso gli alberi senza speranza
un focolare e la casa,
ombre modellate di me e mi modellano,
ciascuno con un nome e i sinonimi
con il tepore della mia presenza, testimoni,
attendiamo la resurrezione, la replica.
Perciò dopo la tua partenza
la finzione di essere tornata,
due volte è morto il gatto Pessoa,
ma con un nome diverso.
E al fresco seminare di bambini
ha aperto le palpebre la città materna,
agli esuli, ma anche da essa esuli all’alba.

(p. 11)

Il ricordo, la memoria sono collegati intimamente al mito e all’epica classica – Omero innanzitutto – da un lato e alla Storia dall’altro. Il mito e l’epica classica attraversano la raccolta con la forza di un pungolo al pensiero, ché il sogno non è mai fuga dalla realtà, ma, al contrario, intuizione più alta della vera realtà. Né è mai indolore questo sogno, sempre cosciente – come Euridice – del precario, del transitorio, del rimpianto, e la bellezza per antonomasia, Elena di Troia, ne esce trasfigurata, sì, ma dalla sofferenza, ridimensionata, o meglio, in altra dimensione:

 

[…]
Nell’arte innocente della sera
la premessa è ricordare
con un andamento quieto
come quando si scendono le scale:
così il tramonto imprime sopra il volto di ieri
il reticolo di rughe.
“Starò attenta a non sfuggirmi” disse
ma ero io a parlare Elena del sogno.
L’avessi lasciata a un angolo di strada
per ritrovarla
in un accordo tra la penna e l’albero di fuori.

(p. 14)

* * *

Lettera

Senza il focolare dei tuoi occhi
nella foto sfocata delle parole che guardano i ninnoli
sugli scaffali della libreria,
siamo rimasti tu e io Elena
la contadina di Itaca nel sogno.
Entro ogni parola, divisa, il suo confine.
Per approdare all’impasto della voce dell’isola.
Il masso sulla strada donde esala
dal comignolo il fumo di memorie,
nella notte mugola il lamento
ognuno alle proprie case.
I defunti di Troia.
Le sagome dei soldati dentro il foro
confitte al gioco di guerre di parvenze,
con il ricordo nello sguardo obliquo
della fotografia, per scalare le mura
della città assediata.

(p. 25)

* * *

[…]
Ha steso la mano a una scheggia di legno
scolpita in simulacro di bambino
come scende i gradini Euridice
per un senso del corpo
quando arretra la mano per toccarsi
o il rimpianto del proprio nome
prima della pronuncia.
Vive e muore così.
“Sono e non sono Atalaia?” domanda,
saltando all’altro fronte delle parole
che si tralasciano
scivolate dal letto dell’amore.

(p. 31)

La Storia è il perpetuarsi dell’orrore; di quell’orrore la Shoah ha dispiegato l’estremo, spesso presentato come indicibile. Non da Melis. Come afferma, infatti,  l’autore nelle Note: «Scrivere dunque, significa scrivere sempre di Auschwitz e qui lo tento espressamente.» Ma che cosa significa “scrivere di Auschwitz”? Nel componimento centrale di Notizie dall’isola, Alla ragazza di Auschwitz, troviamo una risposta. La scrittura, qui,  nella sua sapiente compostezza e nel suo procedere denso e profondo, autentica poesia, aspira sempre e da sempre alla sublimazione del reale. Ma, ribatte Melis, non può dimenticare il Tempo, il suo scorrere, i suoi solchi, le sue catastrofi, le sue sopraffazioni, le vittime, i carnefici, i posteri e i coevi muti, i vocianti, i corresponsabili, i complici, gli ignari e gli ignavi.

Alla ragazza di Auschwitz

I
Leggo una notizia sul giornale,
misuri i passi fino alla finestra
e seguirai la lenta decadenza delle stelle
mi domando
Mai l’ora è la sua stessa ora.
O arretra: l’aria di un altro tempo,
l’immagine di un amante.
Era il fumo di un autistico sogno
esalato da una radura di alberi stranieri
o corre avanti nell’attesa
come le anime di una radiografia
o un orologio retrogrado sepolto
tra le vene del polso
una vecchia foto per domani
non quella della ragazza sul computer.
Occupa i possessivi dello spazio
quando vogliono toccare le parole.

II
E tu venivi per un ombroso vicolo.
Ti presto i miei pensieri della strada.
Sorprendi che possano abitare corpi umani
dentro il nome dell’isola
come solo l’amore senza ragione è eterno
contemplando la caducità di un paesaggio dal balcone.
Secondo la convenzione verrà anche l’inverno
all’isola tra intervalli di acque
e cadranno le foglie di una donna
in attesa di un frutto.
Il velo che copre il silenzio al fondo
perché le case recludono fuori
inciampando le tracce del cammino

(pp. 27-28)

«Il passato non è morto, non è neanche passato», scriveva Faulkner in Requiem per una monaca, in una frase poi ripresa da Christa Wolf in Trama d’infanzia. Nelle Note a Notizie dall’isola, Melis scrive: «passato e presente si confondono». Sono intimamente collegati, dialogano tra di loro mossi da un nuovo sentimento del tempo nel quale essere e divenire, agire e subire, partire (dall’isola) e restare (nell’isola), accadere e non accadere oltrepassano i confini reciproci, andando incontro l’uno all’altro polo :

Piccole fosse davanti alla soglia
Quando l’ombra dell’anabasi dei passi
L’eredità di un nome conduce
La sera si può intraprendere
Lo scricchiolio che fa la strada
Nella biforcazione dei capelli.
Col ginocchio si scala la sponda del letto
Perché nei particolari si concentrano
Le morte azioni dei vivi
Della casa si lascia la sua assenza

Questo non accadere
È solo un altro accadere:
Dalla radice di un albero
Alla punta di un’agonia
Il passo oscuro di una voce corporea
Udita un giorno e certo moritura
Ritrovata nelle sottolineature di un libro
Della quale avremmo dovuto
Essere contemporanei
Ora nel viaggio del nostos
Nel nostro spazio interiore
E si rinuncia al sentiero che sbocca al mare oceano
Per ascoltare un nome

(p. 17)

*  *  *

[…]
Le lettere nel percorso degli occhi
si annullano nel libro
come il gorgo la sera
inghiottite ai margini del bosco
l’autobiografia degli alberi.

Dallo spiraglio del corpo
l’immagine dissolta dalla foto
la donna giunta da un nome:
l’ascolto di un suono in alto
come un frammento d’ostia alla finestra.

(p. 21)

E allora, ancora, che cosa significa «scrivere di Auschwitz»? Significa che la parola è cosciente della propria impossibilità di essere salvifica, ma che non rinuncia alla propria responsabilità. Allora, la sua “tensione morale” si manifesta e deve manifestarsi anche nella cura e nella ricerca, del nome e del ritmo, della flessione e della misura (qui molto varia, ché accanto agli endecasillabi e ai settenari troviamo molti varietà di versi), in un alternarsi non scontato, ma dettato dalla materia di cui si nutrono:

Invece il tempo sospeso nello spazio
un intervallo tra sé e sé
una discesa contraddittoria di fiume
nell’umiltà delle parole
fino al silenzio come una preghiera
che si specchiava al di là dello sguardo
solo credevi inutile partire
per tornare rimanendo nell’isola.
Una diversa distanza dei pronomi.

(p. 24)

* * *

La consonante aleph o il moto della laringe
se il mondo comincia per vocale.
Dirama l’albero ma oppone il silenzio.
Quando sospendo il fiato prima di pronunciare
tutto giace nel grembo del preludio:
un bambino dentro la placenta
e pennuti nell’aia dalla finestra schiusa
al chiaro della luna
Ieri c’era ancora la ragazza,
tesa alla vita della deportazione.

(p. 37)

* * *

[…]
Si ignora il nome dell’isola
quello che cerca e quello che è cercato
entrambe nostre.
Non accolse i nomi
eppure sono annessi dall’esterno
nello stesso giardino
le voraci formiche della carta.
Chiedono
se torneranno a casa dentro il sogno
senza tempi come la luce
o se si possa trasferirla a un altro.
In mezzo c’è il battello della lingua.

(p. 38)

Ma, ed ecco la coerenza interna alla quale aspira e che senz’altro raggiunge Melis in Notizie dall’isola, solo la parola che assume il carico pesante, fradicio di pioggia, del tempo, che della lingua sa e sa adoperare, operando scelte responsabili, accezioni, coniugazioni e flessione, solo questa parola è poesia, anche se inizia, anzi proprio perché inizia con un riferimento, capovolto con serissimo umorismo, alla grammatica valenziale e alla ‘leggendaria’ valenza zero del verbo “piovere” in italiano:

Il soggetto di tutto il tempo piove.
La poesia è piovosa.
Il noce disgregato delle gocce
entro la ragnatela
avanza dall’altro marciapiede
e attraversa la strada sospinto dalla pioggia
la tua pietà che cade goccia a goccia,
infeconda come un bisogno di madre
per una selvaggina di parole.
I passi come
una striscia di Morse,
forse dalla radice di morire,
dove si può cadere negli spazi
e oltre la storia con le mani tese
la soledad dell’acqua.

(p. 43)

Ben lungi dall’essere, come il verbo “piovere”, “zerovalente”, la poesia di Mario Melis trova nella coerenza dei suoi vari aspetti, delle sue ‘valenze’, un punto di forza fuori dal comune e un indubbio, robustissimo valore.

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Mario Melis è nato a Roma il 2 febbraio 1942 e vive a Palestrina (RM).
Ha insegnato lettere in un istituto statale della Capitale. Ha pubblicato ricerche di carattere storico-archeologico e il libro di poesie L’altro (Roma, Ed. Cofine, 2004).
Sue poesie sono presenti sul sito www.poetidelparco.it.