Mese: maggio 2014

Stefano Sgambati – Gli eroi imperfetti

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Stefano Sgambati – Gli eroi imperfetti – ed. Minimum fax 2014 (€ 15,00 – ebook 7,99)

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Come vivono le persone? Veramente, intendo. Dentro quali spazi di muovono, e quanto sono piccoli questi spazi? Parto da queste due domande per provare a ragionare sul Gli eroi imperfetti di Stefano Sgambati, uscito da poco. La storia è ambientata a Roma, e Roma è immensa ma è scomponibile come tutte le cose sterminate. In frammenti. E i frammenti sono i quartieri, le schegge sono le vie, i piazzali. Quante storie può contenere un frammento, quanti personaggi?

Una volta, a una Biennale Architettura erano in mostra dei piccoli plastici (no, Vespa non c’entra), l’architetto credo fosse giapponese. L’idea, naturalmente, era quella della città vivibile. L’architetto era partito dai piccoli spazi: le aule di scuola, le stanze, i condomini. Guardando questi micro luoghi dall’alto, saltava all’occhio come queste micro persone potessero facilmente incontrarsi, conoscersi. Insomma: non potevano mancarsi nel bene e nel male.

Stefano Sgambati, quando abbiamo presentato insieme il libro a Bologna, mi ha detto (e io sono d’accordo) che nelle grandi città è quasi impossibile che le persone si incontrino per caso; lui invece aveva bisogno che i suoi personaggi si incontrassero e che si piegassero alla sua idea di storia. Ho pensato a quell’architetto, anche lui o lei voleva che le persone si incontrassero. Voleva una città vivibile, un posto dove si potessero raccontare delle storie.

Il frammento che sceglie Sgambati è il Piazzale di Ponte Milvio. Intorno al piazzale: due appartamenti, un’enoteca, una libreria con bar, un negozio di cornice e il Tevere. I personaggi principali sono cinque: Gaspare, Corrado, Carmen, Irene e Matteo. E questa è la storia.

C’è una donna trovata morta nel Tevere prima che i giorni di questo romanzo comincino. Gaspare suo marito, corniciaio, racconta una versione della storia a Corrado e Carmen, proprietari di un’enoteca. Questa versione il lettore non la conoscerà. Non la conosceranno né Irene figlia di Gaspare, né Matteo libraio innamorato di Irene. Tutti ne porteranno in qualche maniera il peso. Irene che è il personaggio più fragile, la figlia, sopporta il peso psicologico più pesante; Sgambati ce lo mostrerà nei suoi atteggiamenti, nel suo modo di vivere che tende a escludere sentimentalmente gli altri, nei suo dialoghi con la psicologa. Corrado e Carmen scopriranno come l’apparente solidità della vita normale è destinata a frantumarsi per un niente. Matteo è testimone degli eventi passati e desideroso protagonista di quelli presenti. Matteo che crede che il suo amore per Irene e le coincidenze che li legano possano convincerla a stare con lui. Gaspare che pare avere tutto sotto controllo, che pare prevedere le mosse di tutti, mostrerà infine la sua debolezza.

Le persone che se ne vanno, che si allontanano, sono come quei limoni secchi che si rinvengono ogni tanto nei frigoriferi: si erano nascosti per giorni dietro al contenitore dei formaggi e a guardarli adesso neanche più sembrano agrumi. Come poteva, un limone ridotto in tal modo, accecare se spruzzato in un occhio o far pizzicare la lingua? Le persone che prima c’erano e ti parlavano e ti davano l’impressione di poterti abbattere o sorprendere o cambiarti, quando ritornano distanti, cioè ombre, si svuotano, si sgonfiano. Diventano limoni secchi lasciati a incartapecorirsi nei frigoriferi.

Stefano Sgambati scrive molto bene, senza eccedere, ma le sue parole arrivano dove devono. I personaggi lo seguono, non sfuggono alla storia, ne sono partecipi ma nei limiti in cui l’autore ha deciso. La strada è segnata. Gli eroi imperfetti è un romanzo sulle persone, sulle debolezze, sul dolore, sui desideri, sulle piccole cose: quelle decisive. Basta poco a sconvolgere vite, apparentemente, tranquille e nessuno è così forte come sembra. E poi c’è la pietà, che ricompone a un certo punto quasi tutto, una specie di carezza dell’autore, che, mentre i personaggi attendono la piena del Tevere, lascia passare attraverso i loro sguardi che si sfuggono e cercano allo stesso tempo, in mani che di nuovo si tengono, in una voce di donna che chiama qualcuno.

Lo sento: i momenti che si ricorderanno fanno rumore, un rumore flebile come il piccolo soffio che emette un barattolo di conserva quando si svita il tappo per la prima volta. Da un rumore del genere non si torna indietro.

© Gianni Montieri

David Foster Wallace (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

Illustration by Kathryn Rathke

Illustration by Kathryn Rathke

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Domani sera alle 22:00 NONOSTANTE SI FINISCA OVVIAMENTE PER DIVENTARE SE STESSI | RACCONTI SU D.F.W. con Paolo Cognetti, Martina Testa e Alessandro Raveggi. Domani Inedito comincia.

«E allora stanotte, per farti star zitto, ti dirò che con Dio ho due o tre conti in sospeso, Boo. Mi sembra che Dio abbia un modo piuttosto disinvolto di gestire le cose, e questo non mi piace per nulla. Io sono decisamente antimorte. Dio sembra essere sotto ogni profilo promorte. Non vedo come potremmo andare d’accordo sulla questione, lui e io, Boo»

Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.
Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare.
Che le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse. Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Che Dio – a meno che non siate Charlton Heston, o fuori di testa, o entrambe le cose – parla e agisce interamente tramite degli esseri umani, ammesso poi che ci sia un Dio. Che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un dio o meno piuttosto in basso nella lista delle cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano.

(da Infinite Jest, Einaudi; trad. Edoardo Nesi)

La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…

(da Il re pallido, Einaudi; trad. di Giovanna Granato)

Giulietta (sul perché il gestore del maneggio guarda mia sorella e immediatamente sella il sauro)

cavallo

Sul perché il gestore del maneggio guardi mia sorella e immediatamente selli il sauro – una belva magnifica di cui al momento ho dimenticato il nome, simile a quello di una regina longobarda, e che ribattezzerò, per comodità, Squartapopoli – e sul perché il suo assistente, nel vedere la sottoscritta, lasci uscire dalle stalle una cotoletta cotonata alta quanto le mie spalle, è necessario fare qualche considerazione. Ma prima sarà il caso, forse, di delineare meglio la vicenda.
«Sono tutte e due cavalle molto beneducate», dice il gestore mentre lascia che mia sorella balzi in sella e si avvicina, preoccupato, tendendomi una mano, «ma stai tranquilla», fa a me, «che la tua è particolarmente buona.»
Annuisco più che convinta del suo assioma. Piantata a quattro zampe nel terriccio, senza dare segni di vita propria, la mia cavalla mi abbandona alla subdola sensazione che la sua pancia sia fatta per ospitare un manipolo di puffi vestiti da guerra. Declinato gentilmente l’aiuto per salire in sella, gesto equivalente a scavalcare una ringhiera, mi rendo conto nel giro di pochi minuti che se io pure mi sgozzassi per protesta la mia cavalcatura procederebbe nel suo dovere di seguire mia sorella ovunque il suo passo la conduca.
L’istruttore propone a Giulietta piccoli esercizi. Squartapopoli ubbidisce sotto le sue mani, liquida come mercurio; restia soltanto ai passi più noiosi, la sua lunga testa a tratti ne strattona le briglie, si impunta, chiede il trotto. La mia dimostra un carattere solo nell’inquietante misura in cui ad un certo punto inchioda, scoprendo una fascinazione per la mia scarpa destra. Ora: io ho amato due volte, delle quali solo una a perdita di testa, e senza la minima intenzione di riagganciarla al collo; ma nulla di paragonabile alla devozione con cui l’equina ha teso la sua bocca anelante verso il mio stivaletto.
«E come si chiama questa cavallina?», chiedo per fare conversazione e per distrarre gli astanti dall’immagine del mio piede succhiato con impegno da un ronzino.
«Gocciadimiele.»
Ecco. Su come tutto questo sia potuto accadere, è necessario fare qualche considerazione.

Sono un’amante dei ritmi dell’allodola, ma quando scendo da Roma per passare qualche giorno con i miei, in dorato esilio, le mie ore di sonno mattutino tendono a moltiplicarsi. Sarà per l’assenza di responsabilità, sarà per la camera non esposta ad est, sarà per la sistemazione comoda, per il senso di sicurezza e protezione, sarà per qualsiasi scusa voi vogliate essere così gentili da contribuire a fornirmi, ma tendo a non dare segni di vita prima delle nove.
Mia sorella, già in piedi da ore, in genere mi porta il caffè. Prova un paio di volte a svegliarmi, mi tasta il polso, poi mi abbandona al mio destino. Quando ho le forze per alzarmi, ingollo il caffè raffreddato e metto piede in cucina con la verve di una blatta in avanscoperta.
Giulietta ha i capelli raccolti, a quel punto, in cucina. Sta ascoltando Santana. Ha le mani rapidissime: sta arrotolando una sigaretta, oppure sistema le ultime cose nella borsa, per scendere a studiare. Risponde a una mail. Non posso aiutarla a fare niente, perché tutto è già fatto, ho soltanto la mia tazzina da lavare. Giulietta è sulla porta mentre io ancora devo capire come ci si sfila un pigiama.
Tono su tono, mia sorella conosce sette modi per mettere un foulard. Io conosco un modo solo per non strangolarmi con una sciarpetta. Se io ho la fortuna di avere ciglia così grandi da non poter mettere il mascara, lei ha la fortuna di saperlo mettere senza accecarsi. Giulietta è l’unico essere umano a essere passato per decine di passioni una più dissimile dall’altra mantenendo, in tutte, lo stesso aplomb: il karate, la chitarra elettrica, la collezione di civette, ogni cosa è stata portata a termine come se danzasse. Adesso fotografa, ma non per passione. Fotografa perché un rettangolo di quello che vedono i suoi occhi decide di staccarsi in maniera precisa dal resto ed esige da lei un esatto bilanciamento del bianco e un’inequivocabile inquadratura. Così frequenta l’accademia, dove ha scoperto che ubbidire a quello per cui si è nati pretende precisioni concentriche sempre più sottili e sempre più sottili forme di tortura. E che sua sorella un fondo di ragione ce l’aveva quando strillava come un’ossessa a chi le chiedeva se la gratificasse l’hobby della scrittura.
Così scendiamo al bar, a metà mattina, e ognuna si mette a lavorare alle sue cose. Io ho i compiti dei cuccioli d’uomo da correggere, o un libro da recensire, o qualcosa da scrivere al computer. Lei sta rivedendo fotografie, misurando prospettive, leggendo un libro di storia dell’arte. Ci interrompiamo, a volte. Lei, per esempio, dice:
«Durante una giostra a cavallo, il Duca di Montefeltro perse un occhio. Da quel momento si fece ritrarre sempre di profilo. Se guardi bene qualsiasi suo ritratto, vedrai che l’osso del naso è limato. Chiese di farlo per guadagnare una visuale più centrata.»
Dice:
«Pare che Botticelli si chiami così per colpa di suo fratello, così grasso che tutti lo paragonavano a una botte. In famiglia erano tutti un po’ robusti, ma lui esagerava. Il nomignolo si estese.»
Le giro uno sguardo di straforo. Lei nicchia. Dice:
«Nella maggior parte delle madonne, Perugino avrebbe fatto il ritratto di sua moglie.» Dice: «Bernini avrebbe soffiato l’incarico della fontana di Piazza Navona a Borromini regalando un modellino d’argento del lavoro alla cognata del papa.» Dice: «Durante la festa per i suoi ottant’anni, Frank Sinatra fece circondare Kate Moss dalle sue guardie del corpo e la baciò.»
Nulla di questo ha mai il tono saputo con cui qualcuno di voi può aver letto le frasi, quindi vi prego di tornare daccapo e arrotondare le labbra, con un filo di stupore, e rendersi più lucidi gli occhi, perché è così che Giulietta lo dice.
È per queste ragioni che il gestore del maneggio vede mia sorella e immediatamente sella il sauro.

 © Giovanna Amato

N.B.: Questo brano è stato steso dopo la prima lezione di equitazione. Per amore di correttezza va detto che, al momento in cui scrivo, ne è avvenuta una seconda, dove l’istruttore ha voluto fare un tentativo affidandomi un cavallo più alto. Ho chinato il capo in segno di assenso con studiata vezzosità. Giulietta è stata la regina del birillo. Io ho trascorso l’intero trotto urlando.

Wu Ming – (aspettando InEdito – Raccontare obliquo)

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Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Il 23 sera alle 19,15 ospite di Macao sarà il collettivo Wu Ming con L’armata dei sonnambuli. Qui sotto un estratto  dal primo capitolo di 54 (Einaudi 2002) per accompagnarvi. InEdito è dietro l’angolo ormai (gm)

***

Capitolo 1

Napoli, Ippodromo di Agnano, domenica 3 gennaio 1954
Magione uscí per primo al tondino, accompagnato dall’artiere che indossava i colori
azzurro e oro della scuderia. Cominciò a girare, scrollando il collo, quasi a sciogliere la
tensione. Quattro anni di purosangue fulvo, muso sottile e affilato, nel ’53 aveva avuto una
buona stagione, molti piazzamenti e due vittorie. Dietro di lui, gli artieri introdussero gli
altri animali, superbi, un metro e ottanta al garrese, il fiato che si perdeva nell’aria
pungente del pomeriggio. Giuseppe Marano accarezzò il collo della sua Ninfa, favorita
assoluta, anche se sapeva di essere lui il piú nervoso dei due. Lanciò un’occhiata
interrogativa agli spettatori, poi completò il giro controllando le finiture per l’ennesima
volta. La cavalla sbuffò a pochi passi da Lario: i maschi non le andavano a genio. Poi Verdi,
Augusta e Redipuglia, molto belli anche loro, ma nomi buoni tutt’al piú per un
piazzamento, se non fosse che Augusta, sul terreno pesante, poteva fare bene. Fino al
giorno precedente, prima del cielo terso di quella domenica invernale, su Napoli aveva
piovuto e la pista era ancora allentata. Monte Allegro, il piú nervoso del gruppo, arrivò
sbuffando e tirando le briglie, senza badare alla voce dell’allenatore, che parve sussurrargli
qualcosa per calmarlo. Niente di nuovo: Monte Allegro era di quelle bestie difficili da
controllare, che divorano i primi mille metri e crollano sul finale.
In tribuna, Salvatore Lucania accese una sigaretta e osservò il vento portarsi via la prima
boccata di fumo. Si era dovuto togliere i guanti e adesso quasi se ne pentiva: il freddo era
intenso. Si voltò verso il Cavalier De Dominicis e disse: – Ma questa non era la città d’o sole?
Minchia, fa un freddo che pare di stare a New York!
Il Cavaliere rise, subito seguito dal capannello di gente che li circondava. Lucania si strinse
nel cappotto di cammello e continuò a fumare.
I due cronisti lo avvicinarono taccuino in mano.
– Signor Lucania, dicono che Eduardo è interessato al film sulla vostra vita. Lo avete
incontrato?
– De Filippo? No. Ottima persona, grande artista, ma non glielo lasciano fare, quel film, ve
lo dico io.
– E, dite, chi scegliereste per interpretarvi sullo schermo?
Lucania si aggiustò gli occhiali. – Cary Grant, of course. Tra gli italiani mi piace Amedeo
Nazzari.
Fu un’occhiata truce ed esplicita a convincere la carta stampata a non insistere oltre.
Responsabile di quello sguardo era Stefano Zollo, collo da bove stretto nella cravatta
sottile, affiancato da Victor Trimane, a evitare che l’andirivieni di persone infastidisse il
capo.
– I cavalli entrano in pista, – annunciò lo speaker dagli altoparlanti.
I fantini, già in sella per il riscaldamento, fecero sgambare i cavalli per saggiare la pista.
Ninfa pareva una principessa bianca in mezzo ai mori. Marano si assicurò il frustino al
polso e calcò il berretto sulla fronte. Lario sentí odore di femmina e scrollò la testa. Poi
passarono Verdi e Magione, seguiti da Augusta e Redipuglia. Per ultimo Monte Allegro: il
morello teneva la testa alta, i denti in vista, e Cabras, il fantino sardo, faticava a tenerlo
buono, continuava a parlargli e carezzarlo, senza grande successo.
Saverio Spagnuolo attese che il ragazzino tornasse con le quote dei picchetti. Lo vide
sfrecciare nella sua direzione e avvicinarglisi con un bisbiglio: – Save’, Ninfa sta a mezzo.
Spagnuolo annuí e si rivolse al tizio che lo aveva avvicinato: – Compare, Ninfa è
favoritissima, te la posso dare a settanta per cento, non di piú. Ma ci sono pure gli altri
cavalli se li volete, e là le quote sono alte.
Quello gli strinse la mano passandogli le banconote arrotolate: – Tu mi vuoi fare fesso. Il
settanta per cento va bene. Ninfa vincente.
– A disposizione. Statti buono.
L’allibratore clandestino adocchiò ancora i cavalli che sgambavano sulla pista e ricordò gli
ordini: tenere basse le quote finché si poteva.
Graffiò il taccuino con pochi geroglifici convenzionali e se lo ficcò in tasca. Poi spedí di
nuovo il ragazzino ai picchetti.
– Fatemi ventimila su Ninfa a quattro quinti.
– Settanta per cento.
– Pure con la pista lenta? – obiettò lo scommettitore per convincerlo ad alzare la quota.
– Settanta per cento, un affare. Se non vi sta bene, il picchetto ve lo paga a mezzo.
Spagnuolo afferrò la mazzetta e contò veloce, scarabocchiò ancora qualcosa e ne strappò
una striscia.
– Cinquemila su Ninfa.
Il giudice di gara diede il segnale di avviare i cavalli alle gabbie. Magione dentro per
primo, seguito da Augusta. Marano trattenne Ninfa finché non entrò anche Lario. Monte
Allegro girava ancora al largo creando qualche problema al fantino. Il nervosismo
contagiò anche Verdi e Redipuglia, che iniziarono a sbuffare e strattonare le briglie.
Gennaro Iovene richiuse la valigetta con gli strumenti veterinari e si avviò all’uscita delle
scuderie. La luce intensa lo abbagliò appena fu all’esterno. Ebbe un attimo di esitazione
poi prese per il vialetto lungo la destra, verso le piste, vedendo in lontananza i cavalli
entrare nelle gabbie. L’uomo col cappotto nero, mani nelle tasche, dava le spalle al circuito.
Iovene si limitò a un cenno del capo, e quando quello si accese una sigaretta seppe che il
segnale era giunto a destinazione.
Proseguí senza voltarsi, sentendo crescere il fragore del pubblico.
– I cavalli sono in partenza. Un minuto alla chiusura delle scommesse al totalizzatore, –
rimbombarono gli altoparlanti.
Marano tenne Ninfa ben stretta. La femmina puntò il muso oltre il cancelletto. Gli altri
erano già tutti dentro, eccetto Monte Allegro, che continuava a opporre resistenza. Con
poderosi colpi sui fianchi, e l’aiuto di un paio di inservienti, Cabras riuscí a farlo entrare.
Cassazione scalpitava quasi quanto il morello che era entrato per ultimo. Continuava a
soffiarsi il naso nervoso. Accanto a lui, anche Kociss non si sentiva tranquillo, con tutti
quei soldi nelle tasche. Erano piú di quanti ne avesse mai contati in vent’anni di vita.
Fecero un cenno a quelli che li aspettavano davanti ai picchetti, passandogli i soldi con un
movimento istantaneo. Partirono tutti e quattro all’unisono, infilandosi tra la gente che
assediava i banchi degli allibratori. Kociss allungò il mazzo di banconote: – Centomila su
Monte Allegro!
L’allibratore allungò il collo: – Cosa?
Piú forte. – Centomila su Monte Allegro!
La stessa scena si ripeté agli altri tre banchi. Gli allibratori si voltarono in un unico
movimento per riscrivere la quota sulle lavagnette. Da sette a due e mezzo. Era andata.
Kociss sfrecciò come un fulmine al totalizzatore, dentro l’edificio coperto, spintonando
alcuni scommettitori, raggiunse la ricevitoria all’ultimo secondo disponibile: – Centomila
sul numero sei, Monte Allegro.
La cassiera non batté ciglio ed emise la ricevuta. Al totalizzatore la quota di Monte Allegro
scese da centottanta lire a poco piú di novanta.
Kociss sorrise a Cassazione – Iamm’.
I cancelletti si aprirono con un unico clangore metallico riversando gli animali sulla pista.
– Partiti!! – tuonò lo speaker.
Saverio Spagnuolo se li vide sfrecciare davanti. Serrò le banconote stropicciate nelle tasche
e pregò sua madre in cielo che tutto filasse liscio.
Magione prese subito un paio di lunghezze, all’ingresso della curva. Marano lo lasciò
andare tenendo Ninfa un po’ discosta, sulla sua scia. Subito dietro Verdi, con ai fianchi
Redipuglia a precedere Lario e Augusta, Monte Allegro lungo lo steccato.
Iovene si fermò pochi metri prima del cancello. Si disse che era la curiosità di vedere la
corsa, ma sapeva benissimo che era paura. Paura che qualcosa andasse storto. In ogni
momento aveva la sensazione che la valigetta scivolasse dalla mano sudata o che qualcuno
gliela potesse strappare. La siringa lí dentro valeva duecentocinquantamila lire. Deglutí.
Ai mille metri Ninfa cominciò la sua progressione, incalzando Magione, che procedeva in
testa lungo lo steccato, fino ad affiancarlo. Augusta e Lario cominciarono a perdere metri,
non trovando terreno galoppabile. Cabras mantenne Monte Allegro lungo la corda,
accorciando la distanza dai primi e superando Verdi all’interno. Marano si voltò per
controllare la situazione, e vide il morello guadagnare terreno fino a piazzarsi in coda a
Magione. L’unica cosa che riuscí a pensare, giunti a quattrocento metri dal palo, fu: NON
ANCORA.
Kociss e Cassazione erano piazzati sul traguardo, trattenendo il respiro.
A duecento metri dall’arrivo, Ninfa, lanciandosi in avanti, scartò leggermente a sinistra,
già piú di una lunghezza di vantaggio su Magione. Cabras fulmineo infilò il muso di
Monte Allegro nel varco che si era aperto. Marano capí che quello era il momento, agitò i
gomiti come per chiedere il massimo alla cavalla, ma di fatto ne trattenne lo slancio. Vide
Monte Allegro spuntargli ai fianchi e mettergli il muso davanti fino a stamparlo sul palo
per un’incollatura.
Salvatore Lucania accolse la volata finale con un sorriso contenuto, mentre tutti, intorno, e
anche giú in basso, nel parterre, impazzivano di rabbia e incredulità. Monte Allegro primo,
seguito da Ninfa, Magione e Redipuglia.
Il Cavalier De Dominicis applaudí: – Complimenti, Don Salvatore, avete vinto un’altra
volta.
Lucania annuí serafico: – Che volete, io sono sempre piaciuto. Anche alla fortuna!
Il capannello assiepato intorno a loro applaudí e rise all’unisono.
Stefano Zollo rimase impassibile, muovendosi solo quando Lucania decise che era venuto
il momento di scendere.

***

© Wu Ming – 54 – Einaudi 2002 (il brano è scaricato dal sito di Wu Ming)

Le cronache della Leda #15 – Un funerale

 

berlino - foto gm

berlino – foto gm

Le cronache della Leda #15 – Un funerale

Siamo andate a un funerale, tutte e quattro: Io, la Luisa, l’Adriana e la Wanda. In questi casi ci troviamo sempre d’accordo, ai funerali di chi si è conosciuto e rispettato si va. È morto il papà della Giovanna, sì, quella del controspionaggio delle torte, si chiamava Mario e aveva novantotto anni, una bella età, come si dice in questi casi. Se ne è andato serenamente, come si scrive sui manifesti. Stavolta è andata davvero così. Non aveva malattie, i figli e i nipoti gli volevano bene, sua moglie Laura è morta un paio d’anni fa, tutto come sempre dovrebbe andare.

Mario era per tutti: il fornaio, e prima di lui suo padre, e prima forse il nonno, ma non ne sono certa. Fornai da generazione, come gli oli nei supermercati. Quando era ragazzo consegnava il pane in bicicletta, come nei film in bianco e nero. Una volta, anni fa, un mio studente mi disse che immaginava gli anni cinquanta, e i quaranta e i trenta, in bianco e nero e io gli risposi che aveva poca immaginazione e che si accontentava di rielaborare le fotografie che aveva visto. Gli dissi che noi avevamo colori bellissimi, che ci provasse a vederli. Io me lo ricordo Mario quando portava il pane in bicicletta.

Il parroco ha fatto una lunga predica un po’ noiosa. Per carità ha ricordato l’uomo, naturalmente, tacendo il fatto che Mario fosse un comunista convinto e che nessuno mai l’aveva visto in chiesa. È stato bravo perché ha sottolineato quello che faceva per i poveri, portava il pane del suo forno alla mensa della Caritas e quando poteva chiedeva a uno o due di questi di fargli le consegne in giro giusto per fargli guadagnare qualcosa. Al momento del Padre nostro è venuto giù un pezzo di intonaco proprio dietro l’altare. Abbiamo urlato in coro come quando si canta all’offertorio. Per fortuna non è successo niente, solo un po’ di spavento. Il parroco l’ha presa bene, io ancora meglio. Pure Mario l’ha presa bene, mi sa, chissà che quel cornicione non l’abbia fatto cadere Togliatti, per farla breve e chiudere la Messa. La bara è stata portata fuori rapidamente e mentre il corteo era pronto a sfilare per il paese fino al cimitero, sono arrivati i Vigili del Fuoco. Tutto quel rosso a Mario sarebbe piaciuto.

Ho preso la Wanda per il braccio, la Luisa ci seguiva a un paio di metri di distanza. L’Adriana non c’era. Ho abbracciato la Giovanna e suo fratello. Per un attimo è venuto da ridere a tutti e tre, pensando a Mario, al cornicione e a tutto il resto. L’Adriana dove si era cacciata, in tutto questo? La Luisa ha fatto come per andare a cercarla in Chiesa, poi abbiamo sentito un trambusto e ci siamo voltate. Un pompiere la stava portando fuori con la forza, lei urlava che non aveva fatto in tempo ad accendere una candela per Mario.

Leda

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©gianni montieri

 

 

Guido Catalano: poesie

guidocatalano

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao. Il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni: 23/24/25 maggio. Sabato 24 maggio alle 18,30 InEdito ospiterà La donna che si baciava coi lupi di Guido Catalano. Oggi andiamo verso InEdito con alcune sue poesie inedite. Il fine settimana si avvicina vi aspettiamo. (La redazione)

 

A conti fatti e mal che vada

A conti fatti
e mal che vada
t’avrò scritto
una mezza tonnellata
di poesie d’amore
di discreta meraviglia.
Mal che vada
e a conti fatti
te ne sarai fatta poco
o niente.
Io no
le rileggerò sorridendo
mi faranno compagnia
mi darò dello stupido
e dello splendido
sbatterò testate al muro
bacerò sulla bocca le nuvole.
Mi innamorerò come piovesse
e pioverò su prati lontani
rendendoli fottutamentissimamente belli.

 

A Torino non si scherza un cazzo

A Torino non si scherza un cazzo
a Milano gira il grano
a Roma è tutto un magna magna
a Napoli poi muori
a Verona ti innamori
ma a Torino
non si scherza
un cazzo.
Questa poesia d’amore non è una poesia d’amore
perché a Torino non si scherza un cazzo
perché è l’amore ai tempi di Torino
perché Torino ha i tempi dell’amore
ma è roba dura
è roba che te la devi faticare
è un amore che ci sta poco da scherzare.
Questa poesia d’amore
non è una poesia d’amore
è una spada laser
questa poesia è una spada laser
e noi siamo belli
e tu hai gli occhi buoni
– buoni non vuol dire stupidi
buoni vuol dire
che non si scherza un cazzo –
e noi siamo due Jedi io e te
e abbiamo capito
che il lato ganzo della forza
alla fine
è meglio.
A Torino fai più fatica qui a Torino
perché a Torino
non so se è chiaro
a Torino
non si scherza un cazzo.
Però se ce la fai a Torino
– e pochi ce la fanno –
a Torino se ce la fai
poi spacchi i culi
a mani nude
a mani nude legate dietro la schiena
su un piede solo
con un gatto su una spalla
sorridendogli negli occhi.
Perché se voglio io
hai presente la Luna?
anche la Luna a Torino
è una Luna
che ti giuro
è una Luna che non scherza un cazzo.
Io la Luna
io salgo sulla cazzo di Mole
e te la stacco dal cazzo di cielo
a morsi
la Luna
hai capito?
te la strappo dal cielo a morsi
e sai che faccio?
la sputo
e poi già che ci sono
la tiro giù la Mole
a testate la tiro giù
che mi ha rotto i coglioni pure la Mole
come la bagna cauda del cazzo
e i torelli sputazzoni.
Comunque
volevo solo dire
– perché magari mica si è capito bene –
che io a Torino ci vivo
ci muoio
e poi ci resuscito
perché qui a Torino
non si scherza
un cazzo.

 

Al netto di sta minchia

Al netto di sta minchia
se tornerai troverai il portone chiuso
se abbatterai il portone troverai cani da guardia
affamati come le bestie
se darai loro polpette al gusto di sonnifero
troverai la porta sbarrata da sette serrature
se scardinerai le sette serrature
troverai un campo minato di mine anti-donna
se saltellerai tra le mine anti-donna senza saltare in aria
troverai un corridoio pieno di ragni e topi e serpenti
tutti velenosissimi
anche i i topi velenosi, sì
e anche i piccioni velenosi troverai
se sarai così coraggiosa d’addentrarti nel corridoio
e così fortunata da non farti mordere, pungere, beccare, rosicchiare
troverai alla fine del corridoio
un piccolo uscio.
Al netto di sta minchia
il piccolo uscio si apre solo
con la parola magica.
Una parola fatta di mani, occhi, silenzi e strofinio di nasi.
E posto tu l’abbia mai saputa
al netto di sta minchia

 

E quanti questa notte

E quanti questa notte
sono stati svegliati dal temporale dentro il loro letto
e si son tirati su il lenzuolo fino al mento a fare scudo al freddo ai fulmini e alla finestra aperta che la sbatte il vento.
E quanti questa notte
hanno avuto un corpo da abbracciare ascoltando la pioggia che schiaffeggia i tetti
e quanti invece soli come i cani hanno contato i secondi dalla luce al tuono.
E quanti questa notte
hanno potuto dare un bacio sulla spalla della bella che t’addormisce accanto e quanti l’hanno sentita chiedere in sussurro “non dormi?”.
No, e neanche tu.
E quanti questa notte
si sono alzati a chiuder la finestra e quanti hanno aperto il frigo ci hanno guardato dentro illuminati dalla luce bianca e quanti sono andati a fare una pisciata a unire scroscio a scroscio e quanti sono stati a pancia in su nel quasi buio a pensare ma quanto è bello e che pauroso ma quanto è bello e spaventoso il temporale quando d’estate è notte.
E questa notte quanti han maledetto il cielo che non li fa dormire.
I cani soprattutto nascosti sotto i tavoli a tremare.
Io questa notte ero tra quelli
ho visto la tua ombra proiettata dal fulmine sulla parete della stanza.
E non maledicevo il cielo né l’ira di Dio che ne veniva giù.
Maledicevo il destino cane che questa notte avrei dovuto essere protetto da tutti quei capelli dai tuoi respiri stare svegli ad ascoltare il tuono magari ridere del cielo che si squarcia nascondermiti dentro e poi sì, forse,
dormire.

 

Ed io che credevo che l’amore fosse un gatto che viene dal Paradiso

Perché da bambino
al posto di farmi innamorare
di quella deficiente di Candy Candy
non mi hanno detto la verità?
Pensavano davvero che avrei imparato da solo?
Sbagliavano.
Avevano ragione.
Ho imparato che l’amore non è
né gatto né cane
l’amore non è una rana
e non è un cavallo
men che meno un rinoceronte
o una farfalla
sarebbe bello fosse una tartaruga gigante
ma non è.
L’amore non è un cazzo di gabbiano
che plana sul mare al tramonto.
Non è una balena.
L’amore non è quella cosa che mi avete detto.
Mi spiace per tutti i poeti
che fin dall’inizio
ci hanno provato.
L’amore è
una palla da bowling
scagliata da diecimila metri d’altezza
che sfonda il tetto del tuo condominio
e ti prende in pieno cranio
mentre stai facendo delle facce buffe
davanti allo specchio
lavandoti i denti
alle sette e un quarto del mattino
nel tuo cesso dalle piastrelle rosse.
Non so quanto ti deluda la notizia, bambina
sicuramente so che il mio cranio
è rivestito di adamantio
posso fare a testate con Wolverine
se capisci cosa intendo.
Il fatto poi di non mancarti a tal punto
da far rivoltare Guglielmone Shakespeare nella tomba
– se capisci cosa intendo –
rimane uno dei misteri irrisolti
di questa fase storica
di questo ridicolo
Paese
dei miei coglioni.

 

La chiamata

Chiederò agli amici poeti di cantarti
e agli amici gatti di miagolarti e farti le fusa di notte
agli elettrauto di ricaricarti la batteria in caso di bisogno
e ai grilli di farti serenate per addormentarti.
Chiederò al sole di scaldarti
e al vento di carezzarti
chiederò alla terra di sostenerti.
Chiederò agli alberi di ombreggiarti
chiederò ai pittori di dipingèrti.
Chiederò ai tassisti di portarti
e ai vigili del fuoco di salvarti
chiederò alle mamme di cullarti
chiederò a Bob Dylan di raccontarti.
Chiederò alle preoccupazioni di lasciarti
e chiederò ai bimbi di girotondarti
chiederò alla mattina di svegliarti delicatamente
e al Babau di non spaventarti
chiederò ai proiettili di mancarti.
Non so se tutti risponderanno alla mia chiamata
ma sono piuttosto ottimista.
Chiederò alle mie braccia di abbracciarti
e a te di farti abbracciare
chiederò a me stesso di lasciarti andare.

 

ogni volta che mi dai un bacio muore un nazista

– ogni volta che mi dai un bacio, muore un nazista
– avremmo dovuto conoscerci durante la Seconda Guerra Mondiale, non trovi?
– ogni volta che mi dici che ti manco, un camionista sorride
– cosa c’entra?
– non lo so, mi piaceva l’immagine di un camionista stanco che percorre la sua lunga interminabile strada dall’est all’ovest sul suo gigantesco autoarticolato e a un certo punto sorride, senza sapere neanche lui il perché
– sei strano tu
– ogni volta che facciamo l’amore, ringiovanisco di tre anni
– allora dobbiamo stare attenti, che non vorrei una mattina o l’altra, svegliarmi accanto a un bimbo
– ogni volta che vedo la luna che galleggia piena e gialla sulla mia città penso che anche tu, dalla tua città, se alzi il naso, vedi la mia stessa luna piena e gialla e tutto ciò mi sembra meraviglioso e romantico e bellissimo
– poi capisci che stai rincoglionendo?
– sì
– eh
– ogni volta che penso alla possibilità di perderti, il mio cuore si ferma per cinque secondi
– ho un amico cardiologo, ti do il numero
– ogni volta che mi dici che m’ami divento cintura nera di felicità settimo dan
– io non t’ho mai detto che t’amo
– c’è sempre una prima volta
– sembri molto sicuro di te
– non credi che io abbia un sacco di buoni motivi per esserlo?
– vuoi la verità?
– non so se sono pronto alla verità, baciami
– e sia, un nazista in meno.

 

Se questa fosse una poesia

Forse l’ho già detto che ci conoscemmo a primavera
e forse ho detto già
che la primavera è un bel posto per incontrarsi.
La verità
è che mancavano cinque giorni alla primavera
forse sei.
E non ricordo se già l’ho detto
ma quando la vidi la prima volta tremavo
forse sì l’ho detto
lei non se ne accorse
tremava.
Non era il freddo, cazzo
era primavera
era quasi primavera, l’ho detto?
certo.
È che quando l’ho vista la prima volta ho capito.
Ho capito in quel momento preciso
quando l’ho vista entrare
che avrei voluto
potuto
passare la vita con lei
passare la mia vita con lei
ad inventarci nuovi tipi di baci.
Non male come prospettiva, no?
La prima volta che abbiamo dormito assieme
mi sono svegliato prestissimo
ero troppo agitato e contento
la guardavo dormire in quella strana posizione
con le braccia tutte ingarbugliate e la faccia all’insù.
La guardavo sperando si svegliasse
sperando di non svegliarla
sperando mi sorridesse, al risveglio.
Non so se l’ho già detto
ma amavo il suo corpo
come ho amato poche cose al mondo
le mie mani a un certo punto
lo seppero a memoria quel corpo lì.
Avevo sviluppato una sorta di dipendenza tattile
per il suo corpo.
Non sono sicuro di averlo già detto
a lei lo dissi
fu una delle prime cose che le dissi
le spiegai che la mia ossessione per i baci
è data dal fatto di aver sofferto una gran fame
di baci, intendo
per molto
troppo tempo.
Lei capì subito il problema
e si prodigò in una cura ricostituente
a base di labbra, di lingue, di schiocchi.
Dovrei aggiungere qualcosa sul suo sorriso
ma temo di non esserne capace.
Sapeva sorridere
il che, non è così scontato.
Forse non l’ho detto
forse sì
se questa fosse una poesia
sarebbe una dichiarazione d’amore
ho usato il passato
per confondervi le idee.

 

© Guido Catalano

Emilio Argiroffi, poeta corale e visionario – di Maria Allo

Emilio Argiroffi . Foto di Marcellino Radogna

Emilio Argiroffi . Foto di Marcellino Radogna

 

Emilio Argiroffi, poeta corale e visionario

di Maria Allo

 

Risalire la fiumara del nuovo cammino
l’aspra fiumara del destino

E. Argiroffi

 

Dice di lui Maria Luisa Spaziani: «uomo politico inesauribile parlatore, brillante narratore conviviale, amante delle sorprese e dei paradossi, e lettore raffinato di quanto di meglio vi sia da leggere.»
Avevo poco più di vent’anni quando conobbi personalmente Emilio Argiroffi, in occasione del Premio Casentino, a Poppi (Arezzo), presieduto da Carlo Bo.
Ricordo che appresi delle sue origini siciliane e ne fui piacevolmente sorpresa soprattutto quando scoprii di conoscere un suo cugino omonimo, di Mandanici (Messina).
Ebbi la fortuna di entrare in amicizia con lui, stabilimmo anche un rapporto epistolare e in quel periodo incominciai a raccogliere segretamente i miei versi in un fascicoletto. Da allora divenne il mio maestro, ricco di insegnamenti e di umanità. Custodisco gelosamente le copie omaggio delle sue pubblicazioni con la dedica dalla grafia svolazzante, decisamente fuori moda nell’era digitale, a metà fra il segno e la scrittura, il graffito, il disegno e la secentesca missiva e mi lascio contagiare ancora, come allora, dal magma incandescente dei suoi versi.
Un percorso di vita emblematico quello di Emilio Argiroffi, cuore di cantastorie, dalla ricchissima produzione in versi all’impegno civile, una delle figure più alte della poesia italiana della seconda metà del  Novecento.
Siciliano dagli echi tomasiani per nascita (Mandanici, 2 Settembre 1922) e derivazione etnica, inseguito da rovelli mitteleuropei per parte di madre, calabrese per adozione rivoluzionaria (Taurianova, 28 Maggio 1998). Si trasferì in Calabria nel 1949. Umanista, poeta, pittore, autore di numerose raccolte di poesie per le quali ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, fu anche finalista al Premio Viareggio con la silloge I grandi serpenti miei amici (Casa del libro); medico molto amato e apprezzato, soprattutto dalla povera gente, dai braccianti agricoli, per i quali c’era sempre. Ha curato la regia di venti brevi documentari sui paesi della provincia reggina. Senatore del Partito Comunista Italiano per tre legislature, fu relatore della legge sull’inquinamento da rumore e sulla istituzione degli asili nido  pubblici, strumento importante, questo, che consentì a milioni di italiani di poter garantire un’educazione pubblica ai propri figli – nell’Italia di quel periodo erano in pochi a poter permettersi di dare istruzione ai propri bimbi. Argiroffi fu sindaco di Taurianova dal 1993 al 1997. Tutti, anche gli avversari politici, riconoscevano l’estensione della sua cultura, la consistenza umana dei suoi contenuti, la determinazione con cui si dedicava alle battaglie per l’affermazione dei diritti umani, per il riscatto del mezzogiorno e per affrancare l’uomo dalla misera e dalle dittature.
Come disse Giuseppe Neri, nella prefazione di una sezione della silloge Gli usignoli di Botonusa, una poesia come quella di Argiroffi non genera dal nulla, ma ha dietro di sé l’esperienza di Majakoswki, di Paul Éluard e delle avanguardie storiche che seppero infondere nuova linfa, nuova vitalità a un discorso consunto.
Da I grandi serpenti miei amici, che fu la prima raccolta poetica, a Le stanze del Minotauro, fino alle ultime raccolte, egli ha trasferito nella parola il barocco quasi sfinito e struggente della sua origine siciliana, il senso della morte che nel barocco si annida nella dimensione europea.
Ne I grandi serpenti esiste qualcosa d’altro: una dimensione asiatica, il mito non solo greco, ma indoeuropeo, come ne Le stanze del Minotauro. Il rapporto col mito è lì intenso e carico di allusivi significati, indaga nell’inconscio individuale e collettivo, giunge nel sottosuolo per riemergere nella realtà putrefatta a tratti ma rinnovata da quel sentimento civile che era il leit-motiv preciso del riscatto individuale e collettivo.
Alla fine del suo viaggio ne Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, poema postumo, summa poetica della sua ricca produzione in versi, con introduzione di Walter Mauro, Argiroffi ammette che la ricerca della verità è irraggiungibile perché la mente è corrosa dal dubbio, dall’eterno divenire, dall’ansia del divino. La vita non è altro che un andirivieni nella ricerca delle verità.
Ma «ciò che conta, in definitiva, è ritrovare in sé il canto degli usignoli, come accade a me di udire sui fitti rovi del piccolo torrente di Botonusa. Forse ciascuno di noi li ha ascoltati, almeno una volta, altrimenti – io credo – prima o poi li ascolterà, quando meno se lo aspetta» (E. A.).
Nelle sue liriche, come in un gioco di luci e di  ombre, rivivono infatti miti capaci di intercettare la voce degli umili e degli oppressi, dei dimenticati, così come la dimensione onirica che s’intreccia al realismo degli aspetti viscerali della vita e dell’uomo, in una perfetta sintesi dove parola e impegno civile furono un tutt’uno.

Mi rifugio in te
Isola parola
Cerco la strada
Ardua sul crinale del monte
[…]

Quando si è finito di leggere Gli usignoli di Botonusa rimane l’eco di sillabe dolci e sospiri, unita a echi lenti, lontani aritmici: è la storia, l’epos storico che risale. Il mito roboato sonoramente da tanti verseggiatori è fatto rivivere dalle cose e dai sentimenti, rinasce concretamente e dolentemente nel poeta, che porta con sé secoli e secoli (A. Piromalli).
Le Pescatrici del Piano delle Fosse di Argiroffi, pubblicato postumo da Città del Sole, arricchito da un dvd-documentario sul poeta, realizzato dal giornalista televisivo Paolo Bolano, colloca l’uomo, il poeta e la sua opera su un livello più generale e universale di valori condivisi, elevandoli a esempio di integrità morale e impegno civile. Si rivela ancora vivo e attuale in quanto il poeta urla e denuncia i mali di questo e di tutti i precedenti secoli, e indignato leva la propria voce a sostegno di tutti coloro che attualmente, come qualche anno fa nel mondo descritto dal poeta italiano, rimangono muti e ignorati, battuti e beati martiri del nuovo sistema.
Tutta l’opera di Emilio Argiroffi è costruita su uno stile libero, senza punteggiatura, con l’uso della maiuscola all’inizio di ogni verso e la minuscola dei nomi propri. Il linguaggio poetico, calibrato nell’uso dei termini, con ripetuti enjambement, è talvolta più narrativo quando vengono affrontate tematiche scottanti o evocati personaggi di un certo rilievo.

[…] la vendetta non ha compagni di strada
nel duro inverno d’aspromonte
la pietra rotola rossa
di braci infinite
nel mare viola di stesicoro
che lambisce radici di meli cidoni
e d’uve mantoniche
e quiete onde
tiepide di scirocchi
dove si specchiano
i rami grevi dei frutti
dei grandi olivi grecanici
[…] casolari
dove si consumarono
infinite generazioni di sofferenze
partenze […] per sorde megalopoli di ferro
dalle quali non si torna
[…] in un presente
figlio bastardo di un passato
abitato da serpentila vendetta
non ha compagni di strada.

Ne Gli usignoli di Botonusa il polo tematico della memoria, prendendo avvio da motivazioni percettive si configura come punto di riferimento di un procedere della rimembranza sul filo della gradualità di significati che hanno il loro significante nella duplice sfera del privato e dell’inconscio collettivo. Il linguaggio estremamente colloquiale che Argiroffi utilizza lungo l’intero arco dell’avventura poetica esprime una significazione in bilico, a metà strada, e in termini di forte efficacia espressiva, tra rimembranza, si diceva, e realtà: ne consegue una forte tensione spirituale verso le vittime della Storia, e al contempo una implicita condanna del protagonismo della storia stessa (Walter Mauro).
A pagina 29 della straordinaria silloge Gli usignoli di Botonusa e incastonata come una gemma rossa di passione e di sangue, si trova questa poesia dal titolo inquietante, Il grido della vendetta, che può essere considerata la sintesi delle varie tematiche di cui si nutre l’intera opera di Argiroffi: la bellezza aspra e dolce del mitico mare viola di Stesicoro, che accarezza le brune rocce aspromontane come se volesse levigarne le asperità e scoprirne il mistero, i venti del deserto che corrono sulla “sua” piana ricca di ulivi grecanici dove ogni suono e parola che giunge da tempi sconosciuti e remoti dove l’ululato del lupo, il sibilo del serpente incontrano la voce del mare.
Poesia corale dei protagonisti della storia, poesia degli ultimi e delle vittime, ma anche quella del Poeta Veggente il cui sguardo oltrepassa il presente della  storia e lo ripercorre su binari paralleli.
È così che il Poeta sente e vede la sua terra di adozione, quella che ha scelto per vivere e lavorare, la piccola comunità di Taurianova che guarda al mare degli eroi antichi che vi approdarono e di quelli moderni che per fame e disperazione ne fuggirono.
In altro luogo (p. 295 de La grotta di Endimione) dirà:

questa Taurianova
risorta su ceneri e suoni millenari
tra fanghi e rovi impigliati di cento miti
di mille melodie di usignoli
[…] signora dell’antico fiume
dove s’immerse oreste il matricida
[…] dove omero ancora risuona
nelle parole dei vinti
[…] Taurianova signora della piana
è terra di pallade atena
fu qui ch’ella colpiva il suolo con la lancia
ad ogni colpo sorgeva l’ulivo
il grande ulivo gigante
[…] qui fu toante
sposo della regina ipsìpile
qui visse ifigenia
sacerdotessa di artemide […].

Le sue liriche non hanno i toni giambici di Archiloco di Paro, ma quasi quelli della ballata, vibranti tutti di un pathos profondo che dà al verso un andamento spondaico e spesso “colloquiale”,  nonostante la finalità palese di un’accorata denuncia.
A pagina 34 de Gli usignoli di Botonusa si legge:

figli dell’uomo
lasciate che vi chieda
che ne sarà dei bambini
essi sono muti nel dolore
nessuno è più solo di loro
nel mondo in cui viviamo
nel deserto dei mondi
voi che cosa avete fatto
cosa state facendo
perché il loro cuore
non sia trafitto ancora
essi non chiesero di nascere
non chiesero ad alcuno di morire
tendete la mano a uno di loro
a uno soltanto
vi imploro
a uno soltanto.

Versi di protesta che poi si fa accorata preghiera d’amore, perché per il Poeta solo l’amore può salvare gli innocenti, i senza-voce, da un futuro di sopraffazione e di aberrazione. Per dire infine che la sorte dei diseredati di Taurianova e di tutto lo “zoccolo aspromontano” non motivò soltanto l’azione politica di questo moderno aedo loricato, immenso come un Aiace forte e leale che non lotta per sé, bensì per il bene degli altri, ma costituì la fonte primaria della sua poesia, il cui principale merito è quello di avere effettuato coi suoi splendidi versi la compenetrazione profonda del suo pragmatismo socio-politico nel mondo fantastico, mitico e solo apparentemente lontano del dolore umano. Il linguaggio colto, l’alta ispirazione, la potente immaginazione e la finalità umanitaria fanno della poesia di Emilio Argiroffi quanto di meglio sia stato scritto dal decadentismo in poi.

Non una lacrima si vide
Nel mare
Il dolore è chiuso
Nello scrigno di pietra
[ …]

Dice Nantas Salvalaggio «È come un lavacro primitivo, nelle turbolenti acque di un fiume in piena. E c’è di tutto in quelle acque: ciuffi di erba strappata ai margini, fiori morti, tronchi d’albero.»

Nell’autunno del golfo
Quanti azzurri
Giulia
E le parole d’Ovidio.

La solarità della poesia rispondeva all’elemento greco della sua condizione di poeta, l’oscurità del mito asiatico alla dimensione globale mediterranea della sua natura.

Siamo giunti alla meta
che ricercavamo
La città segreta
nelle grotte che nessuno
esplorò
[…]
Abbiamo concluso
il lungo viaggio nell’erta fiumara […].
Io non morrò
Tiranno
Io sono ancora il dubbio e la giustizia
sorgo dalla mia cenere
Il cuore di cantastorie si è fermato, ma non la sua parola.

(da: “Le azzurre sorgenti dell’Acheronte”, Città del Sole Edizioni)

 

© Maria Allo

 

Stato di edizione delle opere

È stata pubblicata postuma nel 2007 dal Rhegium Iulii, noto e attivo circolo culturale di Reggio Calabria, l’ultima fatica letteraria di Emilio Argiroffi, intitolata Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, Città del Sole Edizioni  e, prima della scomparsa della sorella Maria, anche un Compendio delle opere letterarie di Emilio Argiroffi.
A Palmi, presso la Casa della Cultura “Repaci” si è tenuta lo scorso gennaio la cerimonia di consegna delle opere di Argiroffi il cui valore economico supera il milione di euro fra dipinti, statue, specchi e oltre duemila volumi risalenti al 1500 e al 1700, opere che, per volontà della sorella Maria recentemente scomparsa, saranno a disposizione della collettività.

http://www.ilgiornaledellapianadigioiatauro.it/Taurianova%20-%20Emilio%20Argiroffi%20nell’Olimpo%20della%20grande%20Poesia%2002.htm

 

Bibliografia

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Opere di Emilio Argiroffi

I grandi serpenti miei amici, Reggio Emilia; Roma: Casa del libro,  1981

Epicèdio per la signora che si allontana – trilogia poetica / Emilio Argiroffi, Rosarno – Centro studi medmei 1985

Il cimento della parola sconosciuta, Ediz.Laruffa, Reggio Calabria

Gli usignoli di Botonusa, Soveria Mannelli: Rubbettino, stampa 1991

Trenodia per la morte di Abele, ovvero Alò qui Marcinelle, Reggio Calabria:  Laruffa, stampa 1996

.

Testo monografico

Emilio Argiroffi, Le azzurre sorgenti dell’Acheronte, a cura del Rhegium Julii, Ravagnese: Città del Sole, stampa 2006

.

Saggistica

Madrigale siciliano con alfabeti e tamburi, Reggio Calabria 1998. Con dedica a Leonida Rèpaci

Compendio delle opere letterarie di Emilio Argiroffi,  Isabella Loschiavo

1968-83 N.400 interventi parlamentari (Disegni di Legge, discorsi in aula e in commissione igiene e sanità, pubblicati negli atti del Senato e nelle edizioni del gruppo senatoriale P.C.I.

Emilio Argiroffi, da una lettera del 1992

Emilio Argiroffi, da una lettera del 1992

Luigi Bernardi – Il tempo delle croci (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

biennale architettura 2010 foto gm

biennale architettura 2010 foto gm

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Il 24 sera alle 19,30 Un giorno vi racconterò ricordo di Luigi Bernardi. Nell’attesa riproponiamo il bellissimo racconto di Luigi “Il tempo delle croci”. A sabato (gm)

***

Luigi Bernardi: Il tempo delle croci

Il secondo giorno di croci in piazza ce n’erano cinque. Cinque croci con un largo piedistallo che le teneva su, belle dritte a puntare il cielo. Chi le aveva messe aveva imparato la lezione della prima volta, quando di croce ce n’era una sola, ma con un piedistallo stretto e lungo che erano bastati gli spasimi della donna inchiodata sopra a farla rovinare per terra. Cinque croci e cinque crocifissi, tre uomini, una donna e un bambino. E neanche un segno che spiegasse perché.

Tonino il falegname dice che quelle croci sono fatte in serie, per cui c’è da aspettarsi che se ne trovino parecchie altre in giro. Poi dice che di chiodi del genere non se ne vedono più, che hanno smesso di fabbricarli da quando le case le costruiscono con il cemento armato. Alla fine si gratta la testa, spalanca gli occhi e dice che è proprio una cosa strana.

Il terzo giorno di croci in piazza ce n’erano soltanto due, un’altra era per terra, mezza rotta, pareva che un intoppo ne avesse impedito l’elevazione. I crocifissi erano un frate e una suora, lui calzava ancora i sandali, lei l’avevano lasciata con i piedi nudi. C’era chi sosteneva che la terza doveva essere per il cardinale. Uno biascicava che invece era meglio se fosse stata per il sindaco, però non spiegava perché.

Yuri lo zingaro dice che loro non c’entrano, che loro non hanno mai provato gusto a mettere in croce nessuno. Poi dice che i suoi figli avevano solo voluto fare uno scherzo, e che li tengano pure in galera se vogliono, basta che non sia per molto. Alla fine sputa per terra, si spazza la bocca con una manata e chiede se gli possono restituire almeno i due rami, che lui li aveva raccolti per fare la legna.

Il quarto giorno di croci in piazza ce n’erano ancora cinque, questa volta erano disposte in cerchio e al centro sembrava mancasse qualcosa. Erano tutti e cinque giovani, avranno avuto sui vent’anni ed erano vestiti diversi. Sotto quella dov’era inchiodata la ragazza con i capelli gialli c’era un cane, immobile, che però ogni tanto alzava la testa e guaiva. Si era lasciato portar via solo dopo che avevano smontato le croci. Ma c’erano già diciotto famiglie che lo volevano adottare.

Celso il poliziotto dice che non c’è verso, che la città è grande e le piazze troppo numerose, che non ce la fanno a controllarle tutte. Poi dice che le vittime non si sa chi siano, che non avevano documenti e che nessuno le ha ancora riconosciute. Alla fine si soffia il naso e aggiunge che questa è la cosa più strana, perché le fotografie di quelle facce le hanno viste dappertutto.

Il quinto giorno di croci in piazza non ce n’era nessuna. Erano tutti soddisfatti, soprattutto gli allibratori che avevano incassato le giocate e non dovevano pagare nessuna vincita, perché la gente aveva scommesso solo su una crescita di morti. Qualcuno che di nascosto teneva la lista dei cadaveri aveva messo via il quadernetto, poi aveva fatto finta di essere contento anche lui. Sotto sotto però si capiva che gli giravano le balle.

La signora Armida dice che è stato come i suoi reumatismi, che le vengono di quegli attacchi che durano proprio cinque giorni e dopo vanno via e la lasciano in pace per un po’. Poi dice che bisogna farci l’abitudine. Alla fine prende il rosario e comincia a sgranare delle preghiere, aggiunge solo che volenti o nolenti siamo pur sempre nelle mani del signore.

Il sesto giorno di croci in piazza ce n’erano novantadue, così tante che si faceva fatica a contarle.

***

© Luigi Bernardi

Cartoline persiane#12

centrali eoliche - Copie

Caro Rhédi,

mi sono trovato vicino ai vigneti all’ora del tramonto. All’improvviso è sbucato dalle spalle di un rudere un vecchio di queste parti. Mi ha rivolto un sorriso pieno di quattro denti. Si è seduto e ha cominciato a pulirsi le scarpe dal fango, usando un coltello da cucina. A un tratto, come se le avesse viste per la prima volta, si è girato stupito verso delle enormi pale a vento che sovrastavano il paesaggio. Il suo sguardo si è indurito, e ha cominciato a tirare pietre che ricadevano poco distante, e ancora lontanissimo da quei giganti d’aria. Se ne è andato sconsolato, biascicando bestemmie, o preghiere. Sono rimasto da solo con quelle strane presenze, che sembravano avere incantato la campagna.

Ho provato anche io a tirare qualcosa, inutilmente, colpendo invece un albero di nespole e stroncando alcuni frutti. Mi sono fermato. Adesso che il vecchio se n’era andato, ho cominciato a distinguere l’enorme ronzio delle pale. Sembrava separarmi dal cuore duro della terra. Le cose rimanevano come inspiegabili ed estranee, dall’altra parte del silenzio, gli alberi il pozzo il rudere il fango le vigne. Tutto era grigio tranne alcuni grappoli di uva scura. Un gatto, o una volpe, è passato rapido come una lucertola, senza rumore tranne il fruscio. Anche questo mi è parso senza senso. Se non fosse stato per il ronzio, avrei dubitato dell’esistenza di tutto, anche della mia. Ho pensato che il vecchio si era sbagliato, che quei giganti non erano nemici, ma che lottavano segretamente per noi contro un mistero insopportabile. Si erano installati in quella parte del mondo dove non arrivano le nostre pietre.

Sono andato via senza girarmi.

.

@Andrea Accardi

TREVIGLIOPOESIA 2014

a.f.base

È l’ottavo anno di Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, organizzato dall’associazione Nuvole in Viaggio e con il sostegno dell’Assessorato alla Cultura di Treviglio (Bergamo).

Inizierà domani, lunedì 19 maggio, presso l’Ariston multisala di via Montegrappa: un incontro speciale, fra cinema e poesia, con Franco Piavoli, regista de Il pianeta azzurro, Nostos e Poesie in 8mm.

Il programma poi si svolgerà tutto dal 23 al 25 maggio, sempre con accento posto sulla forza della parola poetica, con tre direttrici portanti: parla, immagina, contamina.

L’apertura di venerdì 23 maggio, presso il Chiostro della Biblioteca alle 21.00, è affidata al recital L’urlo di una generazione, un ricordo appassionato della beat generation.

Sabato 24 maggio protagonista sarà Fabio Pusterla, che dopo un incontro in mattinata con gli studenti delle scuole superiori, nel pomeriggio racconterà origini e sviluppi della sua opera, da Concessione all’inverno (1985) fino a Corpo stellare (2010), con sguardo rivolto al nuovo libro di prossima uscita per Marcos y Marcos.

In serata, invece, c’è attesa per la proiezione in prima assoluta del documentario Dammi del tu – Conversazioni con Franco Loi, che fu tra i primi ospiti del festival, nel 2007.

Domenica 25 maggio  un altro grande appuntamento, l’incontro con Mario Benedetti, che leggerà testi dalle raccolte Umana gloria (2004), Pitture nere su carta (2009) e Tersa morte (2013): una ricognizione emozionale della sua poesia.

Cornice alla manifestazione saranno i cortili poetici, dislocati nel centro di Treviglio, con musica, presentazioni di libri e le imprevedibili incursioni della guerriglia poetica, che proverà a coinvolgere i passanti facendoli diventare per qualche minuto parte attiva della manifestazione.

 

La sintesi del programma:

19 maggio, ore 21.00: Fra Cinema e Poesia – Incontro con Franco Piavoli

23 maggio, ore 21.00: Beat: l’urlo di una generazione – Recital

24 maggio, ore 18.30: Parole per terra – Dialogo con Fabio Pusterla
e alle ore 21.30: Dammi del tu. Conversazioni con Franco Loi – Proiezione del film

25 maggio, ore 18.30: Vedere nuda la vita – Lettura di Mario Benedetti

 

Il programma completo e dettagliato al sito web: http://www.trevigliopoesia.it/programma.html

 

 

 

L’umano che resiste. Recensione a Bagnanti di Renata Morresi. Di Martina Daraio

bagnanti, morresi

L’umano che resiste.
Recensione a Bagnanti di Renata Morresi

La seconda raccolta di poesie di Renata Morresi, pubblicata a distanza di tre anni da Cuore comune, si intitola Bagnanti (Perrone, 2013). Scevra da performative e concitate denunce della situazione contemporanea tanto quanto, all’opposto, da nichiliste e sdegnose forme di distanza ironica, Bagnanti rappresenta un’operazione piuttosto originale nel panorama contemporaneo proprio per il suo candore conoscitivo, volto a calarsi senza preconcetti nella realtà liquida della contemporaneità e a restituirla nei suoi limiti e nelle sue potenzialità.
L’onestà intellettuale di questa operazione trova la prima conferma nella postura stessa della voce poetica, consapevole della sua relatività al punto di rinunciare a qualunque soggettività assertiva, parodica o moralista, a favore di un io depotenziato di ogni privilegio o centralità. Non si tratta però del canto di una “marginalità” quanto piuttosto di una poesia biologica, che riguarda tutti gli esseri umani in quanto abitanti del pianeta, bagnanti di uno stesso mare eletto a sipario di secoli di vite e di morti.
La prima sezione si apre infatti coralmente con la constatazione d’«essere molti» ed essere arrivati al punto di dover «risalire all’indietro» alla ricerca di una dimensione primitiva, placentare. Ma le «antiche genealogie anfibie» lentamente riscoperte e raccontate, se da un lato difendono l’uomo restituendogli una tradizione e una forza storica, dall’altro lo privano di ogni privilegio ontologico rispetto a tutte le altre specie animali. Analogamente chi scrive, forte di una tradizione poetica confermata dalla scelta di epigrafi e forme metriche ben definite e coerenti in ogni sezione, preannuncia sin da questo primo testo l’esigenza di una partecipazione vitale e biologica alla vita, completamente estranea ad atteggiamenti di prevaricazione o dominio. La prima sezione della raccolta si costruisce proprio all’insegna di questa con-fusione tra umanità e naturalità animale, descrivendo corpi che come larve si muovono sugli scogli e sulla sabbia confondendosi col contesto circostante:

scendono caldi sulla sabbia
i corpi lenti molli
dischiusi tutti storti e
terra,
rinati tutti a caso
uomo, donna –

scendono gli uccelli

La divisione strofica e la pausazione del periodo sintattico creata attraverso l’uso di forti enjambament spesso stranianti, assieme alla lentezza locutoria imposta dalle sequenze allitteranti e dall’alta densità simbolica della scrittura, conferiscono a tutta questa prima sezione un ritmo strisciante, posato, anch’esso partecipe di quella dimensione primordiale e assoluta; e mentre il tempo della scrittura diventa esso stesso parte di questa visionarietà cosmica, il tempo e lo spazio rappresentati si relativizzano a loro volta: il ritmo delle lancette si perde, ad esempio, nella fatica di quel «secolo di settimane» lavorative che precedono l’agosto, o la distanza territoriale si contrae nello spazio di un abbraccio:

ciascun erede della casata
sparso nella sua longitudine

se allarga le braccia, se abbraccia
è una cala

entrata naturale

ma come, cosa, chi altri
che l’aria

Se da un lato il comune destino umano, e soprattutto il comune passato, suggeriscono un senso di fratellanza e vicinanza tra gli uomini, dall’altro si profila quell’incomunicabilità e il senso di un “abbraccio vuoto”.
Nel tentativo poetico di ritrovare nella liquidità un habitat e un’idea di uomo possibile, l’ambito delle relazioni interpersonali emerge infatti come una delle maggiori problematicità, a cominciare dal livello di scambio dialogico e dunque anche linguistico. La scrittura si popola di voci catturate nell’ambiente e riportate sulla pagina per metterne in evidenza la potenzialità di significazione: i discorsi sul treno, l’estreneità e insieme la somiglianza coi vicini di ombrellone, i silenzi delle case e dei luoghi familiari, i rumori del traffico e dei non-luoghi, gli annunci pubblicitari e i messaggi televisivi.
Si apre così una profonda ferita tra la realtà e il linguaggio, tra la corporeità concreta delle cose («s’arrende la pioggia / condensa a contatto col vetro») e la parola mediatica («“acqua in centro Italia” / fa il meteo»). A questo tema è dedicata in particolare la terza sezione, Vendesi, che attraverso una serie di ottave descrive appartamenti, elementi d’arredo e abitanti di luoghi il cui sapore di “casa” sembra attutirsi nel valore economico soggiacente.

All’ultimo piano 3 vani 2 bagni
soggiorno ampio con angolo cottura
panorama sulla valle momentanea
sospensione degli allacci possibile
ricavare altra stanza-studio poco
rumore dagli appartamenti – ma no
non m’oriento troppo vuoto troppo nord
un vento che il muro non sa confinare.

Il tema dei non-luoghi entra così anche nell’intimo degli spazi della quotidianità, riprendendo quelle stesse caratteristiche che, nella seconda sezione della raccolta, avevamo incontrato nello spazio anonimo della realtà aeroportuale. In un unico lungo poemetto che restituisce il senso e la fatica di un attraversamento, la sezione Aeroporto insiste infatti su immagini di vetro e di bianco, come per ricostruire sensorialmente la spersonalizzazione di quell’ambiente in cui anche la memoria e i “ricordi” diventano merce da scaffale. L’atmosfera è surreale, permeata da una robotica perfezione di marketing e marchingegni, all’interno della quale l’amarezza stessa della solitudine di ognuno appare imbellettata e bianca, inarrivabile. Il senso della bellezza e della storia sembrano scomparire nella serialità, il tempo e lo spazio tornano esatti e tutti i corpi si confondono.

Non avere mai più fame col fermino
delle nove e andare in bagno dove trovi
altra attesa di persone di varia dimensione
signore sempre alte bambine sempre bionde
vecchine dalla tale e tale storia.
Vago odore di ciclo anticipato papilloma
interno singolare. Così che tutti insieme
sembra quasi ci spostiamo andando
a tempo chierichetti ben disposti pastorelli
del presepe pasteggiando un certo numero
di paste sorseggiando un certo numero di sorsi
disponendoci in file di gruppetti spirali di tre
o di sette continue in rispetto dei rapporti.
[…]
In coda per entrare dondoliamo
le prolisse identità a tracolla
con il peso sull’una o l’altra gamba siamo
ritagli di volumi di un uomo ed una donna
le forme del loro intervallo. Avviseranno
che spegniamo i cellulari ci spoglieranno
controlleranno che portiamo solo carne
sotto stoffe o altre guaine e nel bagaglio
vietati gli acidi le armi, i tagliaunghie.

Esperienze visive, uditive, tattili, olfattive: nessun livello della sensorialità viene risparmiato nell’immersione nella realtà circostante. Lo stesso dicasi per l’ultima sezione della raccolta, Trenitalia, che raccoglie la coralità delle voci dei passeggeri alternando fedeli registrazioni dialogiche a commenti anonimi e impersonali di ciò che accade. L’idea stessa del luogo e del non-luogo si esaurisce in un collettivo lasciarsi trasportare inconsapevole.

«Dov’è Cesena?»
«dopo Faenza»
«no Faenza è subito prima di Bologna»
«ci sarà Forlì allora»
«forse Cesena»

fa pena la notizia del cane rubato all’uomo cieco
di Montallegro (Agrigento)

saper vedere tutte le torture
in successione

e

saper non-vedere

Eppure, dinanzi agli evidenti limiti della vita contemporanea, dinanzi alle tragedie accumulate, alle illusioni disilluse, e dinanzi all’apparente incomunicabilità, nella raccolta Bagnanti l’umano ancora esiste e resiste. Anzi: nasce proprio dal mistero di scoprirsi nudi, allo stesso tempo simili e alieni anche a noi stessi. Renata Morresi ci immerge completamente nell’acquario del presente cercando in esso di ritrovare una dimensione di abitabilità, provando senza pregiudizi antropologici ad orientarsi nel caos liquido, e lo fa avendo massima cura delle percezioni; così che proprio da quest’attenzione e premura di accudire il gesto e la sua ordinarietà ricava spazi di pensiero e di sublimazione di una realtà stravolta, tanto dal punto di vista spaziale quanto da quello interpersonale, ma non per questo meno potente. Neanche nei momenti di maggiore tragicità, infatti, il divenire dell’umano si priva totalmente di riconoscibilità, e della costellazione caotica dei discorsi di Trenitalia ci resta, in fondo, la rappresentazione di passeggeri mossi da un autentico desiderio di incontro, di contatto, di comunità, di genealogia.

ognuno ti tocca del tutto
d’una piena mancanza
ognuno da un’unica polla
di aria ti invita
nella sua stella nana

© Martina Daraio

Gianni Montieri – Il calcio a modo mio (due prose)

Sampa foto di gianni montieri

Sampa foto di gianni montieri

Queste due prose sono state pubblicate in origine sul sito ALLULTIMOSTADIO

 

***

Ci piaceva il calcio e questo era tutto

Ci piaceva il calcio e questo era tutto. Non importava che ci fosse pioggia o sole o neve. Una volta, mi ricordo, giocammo una partita a calcetto il 23 dicembre, mentre cominciava a nevicare. Dieci tizi felici che correvano in pantaloncini in mezzo al bianco, tutti sprovvisti di catene per tornare a casa dopo, tutti che se ne fottevano. Quando mi domandano cos’è il calcio per me penso a quel 23 dicembre, quella è una delle risposte.

Una delle più grandi umiliazioni della mia vita l’ho avuta a 14 anni, giocavamo la domenica mattina in un posto che si chiamava “abbasc’ ‘a scesa”. Partivamo da casa con le tute e le scarpette. Quella volta perdemmo, c’era un mio amico, che era bravissimo, mi sentii in dovere di chiedergli scusa per un gol sbagliato. Lui mi guardò e disse: «Vuje nun sapite proprio jucà ‘a pallone.» Pensai che avesse torto ma che quella volta era giusto che lui dicesse quella frase. Era il più forte e aveva perso. Il calcio poi era quella cosa lì, diventare rossi di vergogna per un gol sbagliato.

Il calcio certe volte era il cortile di mia zia. Una strana pavimentazione scoscesa, io e miei cugini che creavamo delle cose con i livelli di difficoltà. Il cross da far partire il più vicino possibile al marciapiede, autorestringere lo spazio di manovra. Crossare per ore e tutti a turno a saltare di testa. Il calcio era gol se entrava sotto l’arco dove nostro zio teneva parcheggiata una bellissima 1100. Non l’abbiamo mai graffiata. Il calcio se poi dovessero domandarmelo è quella cosa lì.

Il calcio per molti anni è stato una voce alla radio, più voci alla radio. Il calcio era Sandro Ciotti che ti diceva che gli spalti erano gremiti al limite della capienza e la temperatura era apprezzabile. E tu la sapevi la temperatura, io comunque immaginavo sempre un leggero venticello alle partite a cui assisteva Ciotti. Apprezzabile per me era un venticello. E poi Ameri con i suoi scusa Ciotti durante gli Juve – Napoli e ogni volta facevi un infarto, e ogni tanto era un gol nostro e andava bene così. E Luzzi con i suoi «Attenzione, attenzione ha segnato il Messina con gol di Bellopede.» mentre noi aspettavamo un gol del Napoli, c’era da morire. Se me lo chiedete il calcio è quella cosa lì.

Novantesimo minuto, quello era il calcio. Ma qui dico solo ciao a Marcello Giannini che se ne è andato da poco e a Luigi Necco che oggi compie ottant’anni. Sky non sei un cazzo, il calcio era quella cosa lì, se me lo domandate.

Il primo tv color comprato da mio padre, appena in tempo, prima di Italia – Argentina dell’ottantadue. Due miei amici che ballano come ossessi davanti al televisore e Pasquale un amico di mio padre che piange sul balcone dopo il terzo gol di Rossi al Brasile. Ma piangevamo tutti, il calcio era quella cosa lì, mica altro.

Maradona tutta la vita, tutta fatta di ringraziamenti e di io c’ero. Di paragoni e metafore. Diego è stato per anni la nostra unità di misura, facevi una cosa bene, in qualsiasi campo e allora: «A livell’ ‘e Maradona.» Sbagliavi un gol e giù di: «A te manc’ si ta pass’ Maradona.» Il gol all’Inghilterra, beh se il calcio non è quella cosa lì non so proprio cosa sia.

Milano, le sconfitte del Napoli la domenica, gli anni bui, la voglia di non essere in ufficio il lunedì, saltare gli sfottò, dimenticare, il calcio era quella roba che non volevi che ti sfottessero. Il calcio è anche quando sei in C e in B, e ti piace lo stesso. Milano è poi certe domeniche pomeriggio a San Siro con certa nebbia, una volta con Bruno congelati a un Inter – Cagliari, sicuramente il calcio è quella cosa lì.

Il calcio era quella roba che dopo la pizza e gli sfottò negli spogliatoi. Era, addirittura, certe volte andare a vedere la seconda squadra di Giugliano (i Boys) alle dieci della domenica mattina. Anche questa cosa non ce l’ha un motivo, oppure il motivo è soltanto il calcio. Trovarsi lì dove un pallone faceva le cose che doveva fare a qualsiasi ora.

Adesso che vengono a spiegarmi cos’è il calcio, com’è e come dovrebbe essere, mi viene da guardarli tutti, poi voltare le spalle e mandarli a cagare. Perché il calcio è anche quella roba lì, una roba dove ci si manda a cagare per un niente, per un fallo laterale.

***

Elenchi puntati con pallone

Quella cosa che mi era sempre piaciuta del gioco del calcio in realtà erano almeno dieci. Perciò erano quelle cose che mi erano sempre piaciute del gioco del calcio. Le dieci cose che vado nell’ordine ad elencare:

  1. Diego Armando Maradona
  2. Il Napoli Calcio
  3. Il tiro a rientrare fatto da chiunque
  4. Il dribbling ma mai fine a se stesso
  5. Kempes, Platinì, Van Basten, Bruno Conti, Baggio, Zidane e Totti
  6. Il passaggio in profondità
  7. Il triangolo, la sovrapposizione
  8. Il sole del San Paolo, la nebbia di San Siro, il fango della Premier League
  9. L’anticipo di Fabio Cannavaro
  10. I mondiali di calcio

Queste dieci cose non me le devono toccare, perché queste cose hanno un significato profondo, significano che:

  1. Sono stato bambino
  2. Ho avuto un Super Santos
  3. Andavo in curva a vedere il Napoli
  4. Ho visto Maradona palleggiare con un bicchierino di plastica
  5. Ho pianto per uno scudetto, per un mondiale
  6. Ho amato Bruscolotti, Frappampina, Volpecina, Caffarelli e Celestini
  7. Una volta ho visto un Milan – Bari nel gelo di San Siro, senza motivo
  8. Mi ricordo Beppe Savoldi, mi ricordo mio nonno che si incazzava con Savoldi
  9. Il quarto gol di Antognoni era regolare
  10. Enzo Bearzot.
  11. Mio padre che mi insegna il tiro all’ungherese
  12. Il lunedì a 7, il venerdì a 5
  13. La notte del terremoto dell’ottanta giocavamo a calcio per farci passare la paura
  14. Quando ci fu la prima scossa stavo giocando a pallone
  15. Mia madre mi diceva: non sudare

Me le toccano e mi fanno incazzare moltissimo:

  1. Le bombe carta
  2. Le prese per il culo
  3. Le bottigliette d’acqua controllate
  4. I camorristi, i fascisti, i ladruncoli, gli spacciatori a capo delle curve
  5. Le sparatorie prima di una festa. Le sparatorie sempre
  6. Non avere il coraggio di portare mio nipote allo stadio
  7. La retorica
  8. Le istituzioni
  9. Quelli che non fanno niente e non si dimettono mai
  10. Il mio collega che stamattina ha detto “siete sempre i soliti”. I soliti chi? I soliti cosa?
  11. L’arroganza dei dirigenti, di quasi tutti i dirigenti
  12. La debolezza dei dirigenti, di quasi tutti i dirigenti
  13. Il calcio scommesse
  14. le risse
  15. gli insulti
  16. quelli che non capiscono un cazzo di calcio e ne parlano

 

Vincenzo Montella ha detto: «Chi canta “Oh Vesuvio lavali col fuoco” magari si troverà là quando succederà.» Poi ha dato un buffetto a Insigne e ha detto: «Ma tu proprio stasera dovevi fare due gol?»

Aeroplanino una volta aeroplanino per sempre.

 

© Gianni Montieri