Giorno: 29 Mag 2014

Osservare lateralmente le cose – Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

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Osservare lateralmente le cose Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

Osservare lateralmente le cose. Questo dovrebbe essere uno dei compiti preliminari dello scrittore, e non farsi fregare dalla prassi, pertanto, dall’analisi condizionata dall’analisi, dal maremoto di ovvietà che stagna la vita dell’artista standard, con le sue passioni standard e le sue trasgressioni standard; perché osservare lateralmente le cose ci espone sempre a dinamiche nuove che non comprendiamo immediatamente, offrendoci un punto di vista alternativo e alternante, ché basta variare lo sguardo di pochi gradi e cambia l’oggetto del nostro vedere, cambiamo noi osservatori, muta il rapporto. Di conseguenza occorre essere disabituabili, per scrivere il teatro, e estremamente esperti nel riconoscere l’idiozia della consuetudine; degli avvezzi cronici al dispregio, all’acrimonia, e insieme dei catechizzati alla sofferenza più grande, quella di contraddirsi continuamente, affinché si sperimenti l’impossibilità della consolazione, il suo limite intrinseco. Perciò, Osservare lateralmente le cose sarà un luogo di sperimentazione, innanzitutto. E poi un luogo in cui ricercare o affinare la propria voce teatrale. Nessun limite di età, nessuna particolare esperienza richiesta. Un laboratorio di scrittura per drammaturghi o aspiranti drammaturghi o semplicemente per chi intende comprendere meglio le dinamiche della comunicazione, e della rappresentazione. Si partirà dalla struttura del testo, dalla scaletta, dalla descrizione fisica dei personaggi e dei luoghi, per arrivare all’organizzazione dei dialoghi, all’etica del racconto, alla definizione delle didascalie, alla revisione. Un massimo di dieci partecipanti per un percorso complesso e affascinante, la cui prima fase inizierà il 3 luglio e si concluderà il 31 luglio, per poi riprendere il 4 settembre e terminare il 29 settembre, con una pausa nel mese di agosto in cui gli scrittori potranno lavorare individualmente sul proprio testo.

Due gli incontri a settimana, in orario pomeridiano. Per chi non volesse, è previsto un percorso telematico, intervallato da tre incontri via skype, in cui si analizzeranno i contenuti del testo, le eventuali migliorie da apportare. Il calendario dei suddetti incontri sarà stabilito con ciascun partecipante. Le candidature per entrambi i percorsi – provviste di un breve curriculum – dovranno arrivare entro e non oltre il 23 giugno 2014 all’indirizzo mail teatrinocontroverso@gmail.com. La pratica di scrittura di baserà sui seguenti argomenti: le biografie immaginarie, i frammenti biografici e biografemi, le idiosincrasie, il flusso di coscienza, il monologo esteriore rivolto agli altri, il monologo esteriore rivolto a se stessi, lo skaz o monologo gergale, i tropismi, le impressioni sparse, le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le descrizioni di descrizioni, ovvero: le transcodificazioni, gli elogi (dell’apparente insignificante), le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le ucronie, le metamorfosi, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, la lingua palermitana, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, la struttura del testo, le didascalie, la revisione.

Due dei testi nati durante l’Officina di Scrittura Teatrale, verranno messi in scena (dopo una fase laboratoriale aperta ad attori e attrici) dai registi Giuseppe Massa e Marika Pugliatti. I due lavori debutteranno nella stagione 2015/2016 al Tmo. Il costo del laboratorio è di 150 euro. 80 euro per i partecipanti on line.

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Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel 1972. Drammaturgo, scrittore, regista e attore, per il teatro ha scritto: Ciò che accadde all’improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi – Premio Oltreparola), e i tre atti della Trilugia dell’impossibilità: Ouminicch’, Manichìni e ‘A Cirimonia, vincitore del 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano e Menzione speciale premio In-box (Siena, 2010). I suoi spettacoli – prodotti dalla Compagnia del Tratto – sono stati rappresentati nei maggiori teatri di ricerca nazionali. Nel 2013 fonda Teatrino Controverso, con il quale produce, oltre a Letizia forever, gli spettacoli del Dittico Del Disincanto (Visita guidata e Tauromachia) e Catechesi sulla sofferenza. Nel 2006 ha vinto il Premio Lama e trama con il racconto a N. Ha condotto, fra gli altri, laboratori di drammaturgia presso L’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano), La Vicaria (Palermo), il Teatro Della Contraddizione (Milano). Per la narrativa ha scritto: L’ammazzatore (Perdisa pop, 2007) e Concetto al buio (Perdisa pop, 2010), Cattiverìa (Perdisa pop, 2013). Nel 2012 Guglielmo Ferro mette in scena una versione teatrale del suo romanzo Concetto al buio. Invitato a più riprese dalle università di Liverpool, Manchester e Capodistria, recentemente gli è stata dedicata una tesi di laurea (Possibilità Vs. Impossibilità: la drammaturgia di Rosario Palazzolo).

Giuseppe Massa nasce a Palermo nel ’78. Debutta come attore il 18 Luglio del ’97 in Miraggi Corsari di Claudio Collovà, col quale intraprende un percorso di formazione lungo 8 anni. Nel 2002 è diretto da Antonio Latella in Querelle de Brest di Jean Genet. Nell’inverno del 2006 presenta come autore e regista Sutta Scupa. Il testo dell’omonimo spettacolo ottiene una segnalazione al Premio Ubu 2006 alla voce Nuovo Testo Italiano. Due anni dopo debutta al Festival delle Colline Torinesi con Rintra ‘U Cùori -(omaggio a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti), prodotto dal Teatro Garibaldi alla Kalsa. Nel 2009 mette in scena Sabella di Franco Scaldati. Due anni dopo debutta al Teatro Nuovo di Napoli con Nudo Ultras; cura insieme a Federico Bellini e Sybille Meier la drammaturgia di Mamma Mafia, spettacolo prodotto dallo Schauspielhaus di Colonia e diretto da Antonio Latella; mette in scena Richard III (overu la nascita dû novu putiri). Nel 2012 presenta all’ “Emergency Entrance Festival” di Graz Chi ha paura delle badanti?, di cui cura la parte autoriale e la regia; scrive Canto nel Fuoco (omaggio a Noureddine Adnane) messo in scena da Lukas Langhoff durante il Festival Voicing Resistance di Berlino. I suoi due ultimi lavori sono Buttitta Dreaming, un reading sui generis liberamente ispirato all’opera poetica di Ignazio Buttitta; e Barbablu non muore mai, una riscrittura in chiave horror della famosa fiaba di Charles Perrault.

Marika Pugliatti nasce nel 1971 a Messina. Dopo aver studiato con Castellaneta, Marchetti, Perriera, Camilleri, Sambati, Carpentieri, Baliani e Barba, debutta professionalmente nell’Amleto al Teatro Garibaldi, regia di Carlo Cecchi, interpretando Ofelia, ruolo che le vale alcune segnalazioni al Premio Ubu come Nuova attrice. Subito dopo entra a far parte del sodalizio artistico nato dall’unione delle compagnie Diablogues, di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, e Le Belle Bandiere, di Elena Bucci e Marco Sgrosso. Negli stessi anni lavora anche con Beatrice Monroy e Walter Manfrè (Indagine sul Dio), Alfonso Santagata (Tragedia a ‘mmare), Ninni Bruschetta (Antonio e Cleopatra, lo Studio), nuovamente con Carlo Cecchi (Leonce e Lena) ma anche con Silvano Baldi, Clara Gebbia, Antonio Raffaele Addamo e Giuseppe La Licata. Trascorsi sette anni a Madrid, dove insegna recitazione nella Scuola Italiana Enrico Fermi, torna in Italia dove riprende la sua carriera d’attrice. Dal 2009 prosegue il suo percorso teatrale con Vetrano e Randisi (I giganti della montagna – Premio Nazionale Le Maschere del Teatro come Miglior spettacolo dell’anno – e Trovarsi con Mascia Musy), alternando questa esperienza con altri incontri, quali quelli con Roberto Del Gaudio (Felice e Costanza, di cui è anche autore con Donatella Furino), Paola Pace (Medea di Max Rouquette), Gaetano Colella (Cenepentola, dello stesso Colella e di Francesco Ghiaccio) Paolo Mannina (Giochi di Società, di cui è anche ideatrice) e Antonia Truppo (Accammora, dello stesso Mannina). Nel 2013 dirige e interpreta due suoi spettacoli: 100Calls, che debutta a Berlino e di cui è anche autrice, e SU-A.

Giorgio Agamben, “Il fuoco e il racconto” (una minima nota di lettura)

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C’è un’andatura, nella prosa di Agamben, che dispone il lettore alla consegna di ogni altro atto mentale.
Anche nei suoi momenti più scorrevoli – perché di questo si tratta, nel nostro caso, di dieci saggi densi e complessi ma dall’incredibile limpidezza di lettura – una potenza ben dosata preme la pagina contro la retina, e si concede, senza nessun vezzo, di sfoderare, al momento giusto, l’unghiolo.
Cuore del libro è il saggio eponimo in apertura. È lui che segna il discorso intero, gli imprime spinta e da lì lo osserva ruotargli intorno. Il fuoco e il racconto sono i due poli che, secondo un racconto riportato da Scholem, aprono e chiudono un’apparente evoluzione: il primo, il fuoco, è il mistero, l’enigma, il mito; il secondo, che lo rimpiazza quando l’altro è perduto, è la storia. Ma che la perdita del mistero in virtù dell’affrancamento della storia (la sua “secolarizzazione”) sia, in letteratura, un progresso, è immediatamente escluso: non può appagare ciò che dimentica di essere, soprattutto, modo per testimoniare che si è perso il fuoco, quello stesso fuoco che, da solo, non potrebbe essere detto:

Il fuoco e il racconto, il mistero e la storia sono i due elementi indispensabili della letteratura. Ma in che modo un elemento, la cui presenza è la prova inconfutabile della perdita dell’altro, può testimoniare di quell’assenza, scongiurarne l’ombra e il ricordo? Dov’è il racconto, il fuoco si è spento, dove c’è mistero, non ci può essere storia.
Dante ha compendiato in un solo verso la situazione dell’artista di fronte a questo impossibile compito: “l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema” (Par. XIII, 77-78). La lingua dello scrittore – come il gesto dell’artista – è un campo di tensioni polari, i cui estremi sono stile e maniera. “L’abito de l’arte” è lo stile, il possesso perfetto dei propri mezzi, in cui l’assenza del fuoco è perentoriamente assunta, perché tutto è nell’opera e nulla può mancarle. Non c’è, non c’è mai stato mistero, perché esso è interamente esposto qui e ora e per sempre. Ma, in questo gesto imperioso, si produce a volte un tremito, qualcosa come un’intima vacillazione, in cui bruscamente lo stile tracima, i colori stingono, le parole balbettano, la materia si aggruma e trabocca. Questo tremito è la maniera, che, nella deposizione dell’abito, attesta ancora una volta l’assenza e l’eccesso del fuoco. E in ogni vero scrittore, in ogni artista vi è sempre una maniera che prende le distanze dallo stile, uno stile che si disappropria in maniera. In questo modo il mistero disfa e allenta la trama della storia, il fuoco gualcisce e consuma la pagina del racconto.

Entra così in gioco l’elemento che attraverserà i saggi – l’oscillazione, il tremito, l’equilibrio, la lotta serrata dell’uomo con le spinte e controspinte che lo avvicinano all’opera. Una volta insinuato, il tema riemerge in quello che del filo è la perla, il saggio Che cos’è l’atto di creazione?. Partendo dalla definizione di Deleuze di atto di creazione come “atto di resistenza”, Agamben desidera qui proseguire il discorso, inserirsi in una sacca di possibilità del pensiero, chiarire di cosa si possa star parlando quando si parla di “resistenza” e creazione. “Resistenza” e “potenza” (a sua volta poter-fare e poter-non-fare, “signoria su una privazione”) diventano allora un altro esempio di forza bipolare il cui equilibrio è la grazia dell’opera:

Colui che possiede – ho ha l’abito di – una potenza può tanto metterla in atto che non metterla in atto. […] L’architetto è potente, in quanto può non costruire, la potenza è una sospensione dell’atto. […] La potenza è, cioè, un essere ambiguo, che non solo può tanto una cosa che il suo contrario, ma contiene in se stessa un’intima e irriducibile resistenza. Se questo è vero, dobbiamo allora guardare all’atto di creazione come a un campo di forze teso fra potenza e impotenza, potere e poter-non agire e resistere. […] La duplice struttura di ogni autentico gesto creativo, intimamente ed emblematicamente sospeso fra due impulsi contraddittori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

Ciò che si perde, in caso di disubbidienza alla perfezione di queste forze, è chiaro: “l’artista ispirato è senz’opera”; “la potenza-di-non non può essere a sua volta padroneggiata e trasformata in un principio autonomo che finirebbe con l’impedire ogni opera”; infine, “chi manca di gusto non riesce ad astenersi da qualcosa, la mancanza di gusto è sempre un non poter non fare”.
A sottolineare il limine sottile tra l’opera e ciò che non lo è (o che smette di esserlo), la parola “potenza”, con tutto il suo carico di delicato equilibrio, ritorna nell’ultimo saggio (Opus alchymicum), dedicato all’Opera alchemica come aggancio tra lavoro su di sé e produzione di un’opera. Si è già detto altrove (Dal libro allo schermo. Il prima e il dopo del libro) che “un’opera in cui la potenza creativa fosse totalmente spenta non sarebbe un’opera, ma cenere e sepolcro dell’opera”. Qui lo sguardo si allarga, tocca l’interazione tra l’opera e i suoi creatori, o tra l’opera e i suoi guardanti:

Un soggetto che cercasse di definirsi e di darsi forma soltanto attraverso la propria opera si condannerebbe a scambiare incessantemente la propria vita e la propria realtà con la propria opera. Il vero alchimista è, invece, colui che – nell’opera e attraverso l’opera – contempla soltanto la potenza che l’ha prodotta. […] Ciò che il poeta, divenuto “veggente”, contempla è la lingua – cioè non l’opera scritta, ma la potenza della scrittura. […] Certo contemplazione di una potenza si può dare soltanto in un’opera; ma, nella contemplazione, l’opera è disattivata e resa inoperosa e, in questo modo, restituita alla possibilità, aperta a un nuovo possibile uso. Veramente poetica è quella forma di vita che, nella propria opera, contempla la propria potenza di fare e di non fare e trova pace in essa.

Ma questa nota di lettura è minima, e si è aggrappata a un solo filo. Tante le eco interne a mostrare, in questo libro, il telaio di una mente al lavoro su più fronti, il cui ragionamento si espande, con il battuto di una stessa terra, su più di un sentiero. Con un capo sempre ben stretto a “ciò che ci resta ancora e sempre da capire – il nostro essere parlanti” (Parabola e Regno). Perché

è sulla lingua che gli intervalli e le rotture che separano il racconto dal fuoco si segnano implacabili come ferite. I generi letterari sono le piaghe che l’oblio del mistero scalfisce sulla lingua: tragedia ed elegia, inno e commedia non sono che i modi in cui la lingua piange il suo perduto rapporto con il fuoco. […] Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore.