Giorno: 25 maggio 2014

TRP, un giorno dopo: Fabio Pusterla

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Treviglio, 24 maggio 2014

A Bob Dylan devo un grazie enorme. Lui, con la sua musica, è stato il primo richiamo alla poesia. Ho sentito uno spostamento, un trascinamento nel campo del ritmo – dice Fabio Pusterla – …poi il mio stupore quando seppi il suo vero nome, Robert Zimmerman, e il perché scelse presto di cambiarlo, in Dylan, in onore (forse) a Dylan Thomas. Allora cercai subito un libro del poeta. Con la lettura, con l’attenzione che richiedeva, trovai molto di cosa poteva essere il ritmo.

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“Argéman”, ossia quella lingua di neve che vediamo resistere stretta in qualche bocca di montagna, anche nella stagione più calda. Una parola che viene dal dialetto, suggeritami dal padre di un’amica che abita nelle nostre vallate. “Argéman” è il titolo del nuovo libro di Fabio Pusterla, in uscita in autunno, per Marcos y Marcos.

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In piazza a Treviglio passiamo sotto il palazzo del Comune. Appeso c’è un drappo con l’invito a partecipare a un torneo in onore di Giacinto Facchetti. Sei interista? Certo! Come potrebbe essere diversamente? Abbraccio.

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Il dialogo con Pusterla s’intitola “Parole per terra”. Perché di terre ne emergono, ancora, e soprattutto c’è, ancora forte, il richiamo ad abitarla, ad ascoltarla. Indossando l’abito della dignità, incollàti qui, parlarci, leggere e capire, cercare la via. Visione, immagine, ritmo e canto. Vedere. Ascoltare.

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Il primo grande amore, Dostoevskij – racconta – … e “Lo straniero di Camus”, un libro per me fondamentale… Non riesco a pensare a una vita che si privi della lettura…

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Richiamarsi alla terra, saldamente starci. Questa resistenza è il territorio della poesia, fatto di domande, poste necessariamente nel cuore misterioso dei fatti. Resistenza difficile, certo, ora che siamo stretti da una pressione economica e sociale tanto grave. Leggere, scrivere, chiedere continuamente cura, rimettersi alla via, stretta, che indica l’etica.

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E una poesia, splendida, ancora risuona da “Le cose senza storia”, del 1994:

Crespi d’Adda

Lungo i due lati del viale d’accesso
in doppia fila
si dispongono le tombe dei bambini:
piccole pietre uguali.
Il termine “bambino”
vuole indicare chi non ha raggiunto
l’età idonea al lavoro.

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Si evitino
le formule patetiche.
Il grande edificio grigio sullo sfondo
suggerisce compostezza
e abnegazione.

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Di fronte al cimitero
la natura ha disposto il suo omaggio:
grano e papaveri.
Ciò sia di sprone a tutti
affinché l’ordine regni in ogni orto.

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La geometria perfetta delle strade
non è senza rapporto
col senso del dovere: ricordàtelo.
Un giorno
tutto sarà così.

*

Se qualcuno
volesse per avventura andare altrove,
faccia pure.
Sappia però di non avere alternative.

Cristiano Poletti

Emmanuel Carrère, L’avversario (recensione di Martino Baldi)

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Emmanuel Carrère, L’avversario, Adelphi; € 17,00, e-book € 9,99; (trad. di E. Vicari Fabris)

 

L’avversario è un libro agghiacciante. Carrère mette a punto qui un sistema narrativo di indagine e restituzione che tesaurizzerà soprattutto nel successivo e celebratissimo Limonov ma che già a quest’altezza è chirurgico, freddo e tagliente come una ghigliottina.

La storia vera su cui il libro si innesta, col suo tentativo prometeico di maneggiare con gli strumenti della comprensione umana il fuoco del male assoluto, è quella di Jean-Claude Romand: uomo quieto e pacifico, apparentemente un padre di famiglia perfetto, che nel gennaio del 1993 uccise la propria moglie, i propri due figli e i propri genitori e dette fuoco alla propria abitazione dopo aver mentito, a loro e all’intera comunità di amici e conoscenti per tutta la propria vita, fingendo di lavorare come alto ricercatore per l’OMS di Ginevra, quando in verità non aveva mai nemmeno superato gli esami del secondo anno di studi in medicina. Incarichi di prestigio, stipendi di alto livello, premi di produzione, viaggi di lavoro, fama e stima internazionale… tutto inventato e costruito con maniacale esattezza. In verità Romand per diciotto anni passa ogni giorno a passeggiare da solo nei boschi, a guardare la tv in anonime camere d’albergo, senza nemmeno aver niente di inconfessabile da nascondere, per poi tornare a casa a rivestire il ruolo di padre borghese perfetto. Un giorno dopo l’altro per ben diciotto anni, fino all’esplosione della follia omicida.

La vicenda sconvolse tutta la Francia ed ebbe un ritorno di fiamma nella discussione pubblica  proprio grazie all’uscita, nel 2000, del libro di Carrère e all’omonimo film con Daniel Auteil che Nicole Garcia ne trasse e che fu in concorso al Festival di Cannes 2002, preceduto l’anno prima da un altro film ispirato, questo direttamente, alla storia di Jean-Claude Romand: A tempo pieno di Laurent Cantet.

È inevitabile tracciare un legame tra L’avversario e A sangue freddo di Truman Capote, forse il capostipite dei romanzi-reportage, ispirato a un analogo fatto di cronaca americana degli anni Cinquanta. Carrère però, pur condividendo con Capote la scelta dell’oggettività, a differenza del predecessore, è privo di qualsiasi cinismo e di qualsiasi freddo distacco, nonché assolutamente lontano da ogni intento scandalistico. Anzi, la volontà di scavare nell’anima del pluriomicida, porta lo scrittore a una vera e propria discesa degli inferi personali e collettivi, attraverso un confronto serrato con le confessioni e i ragionamenti di Romand, condotto prima attraverso una fitta corrispondenza di cui il libro offre un resoconto, quindi attraverso le cronache del processo e poi attraverso gli incontri con lui stesso, in carcere, e con le persone maggiormente frequentate da Jean-Claude prima e dopo gli omicidi. Ne viene fuori una scansione terribile di verità e menzogne, un marchingegno a orologeria in cui, se gli esiti sono assolutamente parossistici, i graduali passaggi guardano e riguardano da vicino la quotidianità di molte persone più o meno ordinarie, in bilico tra l’essere e il voler essere, tra la violenza delle aspettative proprie e altrui e la fragilità della propria identità, minata dal desiderio di non voler deludere quelle aspettative.

Così, dietro le azioni di un uomo che svuota progressivamente la propria vita di verità fino a mutarsi in un puro vuoto, in un sembiante senza anima, inizialmente in modo del tutto inoffensivo e anzi in un certo senso per “buona educazione”, fino a sfociare nella più terribile delle violenze, oltre ogni limite e oltre ogni umanità, sentiamo risuonare i più profondi e inestricabili interrogativi che l’uomo pone a se stesso, anche attraverso la letteratura:, “chi sono? chi voglio essere?”. Guardare l’altro, nella sua irriducibile differenza, fosse anche un mostro, e vedersi riflessi, ben oltre le nostre più o meno consolatorie autorappresentazioni: questa la lezione terribile e perturbante di ogni libro di Carrère che, forse, qui più che altrove trova la sua massima manifestazione.

© Martino Baldi