Giorno: 22 maggio 2014

David Foster Wallace (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

Illustration by Kathryn Rathke

Illustration by Kathryn Rathke

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Domani sera alle 22:00 NONOSTANTE SI FINISCA OVVIAMENTE PER DIVENTARE SE STESSI | RACCONTI SU D.F.W. con Paolo Cognetti, Martina Testa e Alessandro Raveggi. Domani Inedito comincia.

«E allora stanotte, per farti star zitto, ti dirò che con Dio ho due o tre conti in sospeso, Boo. Mi sembra che Dio abbia un modo piuttosto disinvolto di gestire le cose, e questo non mi piace per nulla. Io sono decisamente antimorte. Dio sembra essere sotto ogni profilo promorte. Non vedo come potremmo andare d’accordo sulla questione, lui e io, Boo»

Tra coloro che hanno un nucleo incrinato e gli altri, è come tra poveri e ricchi, è come la lotta di classe, si sa che ci sono dei poveri che ce la fanno ma la maggior parte no, non ce la fa, e dire a un malinconico che la felicità è una decisione, è come dire a un affamato che può sempre mangiare brioche.
Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare.
Che le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse. Che se un numero sufficiente di persone beve caffè in una stanza silenziosa, è possibile sentire il rumore del vapore che si leva dalle tazze. Che a volte agli esseri umani basta restare seduti in un posto per provare dolore. Che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi. Che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.
Che Dio – a meno che non siate Charlton Heston, o fuori di testa, o entrambe le cose – parla e agisce interamente tramite degli esseri umani, ammesso poi che ci sia un Dio. Che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un dio o meno piuttosto in basso nella lista delle cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano.

(da Infinite Jest, Einaudi; trad. Edoardo Nesi)

La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa a cui per tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù e presto anche l’età adulta, che tutto quello che vediamo intorno a noi non fa che decadere e andarsene, tutto se ne va e anche noi, anch’io, da come sono sfrecciati via questi primi quarantadue anni tra non molto me ne andrò anch’io, chi avrebbe mai immaginato che esistesse un modo più veritiero di dire “morire”, “andarsene”, il solo suono mi fa sentire come mi sento al crepuscolo di una domenica d’inverno…

(da Il re pallido, Einaudi; trad. di Giovanna Granato)

Giulietta (sul perché il gestore del maneggio guarda mia sorella e immediatamente sella il sauro)

cavallo

Sul perché il gestore del maneggio guardi mia sorella e immediatamente selli il sauro – una belva magnifica di cui al momento ho dimenticato il nome, simile a quello di una regina longobarda, e che ribattezzerò, per comodità, Squartapopoli – e sul perché il suo assistente, nel vedere la sottoscritta, lasci uscire dalle stalle una cotoletta cotonata alta quanto le mie spalle, è necessario fare qualche considerazione. Ma prima sarà il caso, forse, di delineare meglio la vicenda.
«Sono tutte e due cavalle molto beneducate», dice il gestore mentre lascia che mia sorella balzi in sella e si avvicina, preoccupato, tendendomi una mano, «ma stai tranquilla», fa a me, «che la tua è particolarmente buona.»
Annuisco più che convinta del suo assioma. Piantata a quattro zampe nel terriccio, senza dare segni di vita propria, la mia cavalla mi abbandona alla subdola sensazione che la sua pancia sia fatta per ospitare un manipolo di puffi vestiti da guerra. Declinato gentilmente l’aiuto per salire in sella, gesto equivalente a scavalcare una ringhiera, mi rendo conto nel giro di pochi minuti che se io pure mi sgozzassi per protesta la mia cavalcatura procederebbe nel suo dovere di seguire mia sorella ovunque il suo passo la conduca.
L’istruttore propone a Giulietta piccoli esercizi. Squartapopoli ubbidisce sotto le sue mani, liquida come mercurio; restia soltanto ai passi più noiosi, la sua lunga testa a tratti ne strattona le briglie, si impunta, chiede il trotto. La mia dimostra un carattere solo nell’inquietante misura in cui ad un certo punto inchioda, scoprendo una fascinazione per la mia scarpa destra. Ora: io ho amato due volte, delle quali solo una a perdita di testa, e senza la minima intenzione di riagganciarla al collo; ma nulla di paragonabile alla devozione con cui l’equina ha teso la sua bocca anelante verso il mio stivaletto.
«E come si chiama questa cavallina?», chiedo per fare conversazione e per distrarre gli astanti dall’immagine del mio piede succhiato con impegno da un ronzino.
«Gocciadimiele.»
Ecco. Su come tutto questo sia potuto accadere, è necessario fare qualche considerazione.

Sono un’amante dei ritmi dell’allodola, ma quando scendo da Roma per passare qualche giorno con i miei, in dorato esilio, le mie ore di sonno mattutino tendono a moltiplicarsi. Sarà per l’assenza di responsabilità, sarà per la camera non esposta ad est, sarà per la sistemazione comoda, per il senso di sicurezza e protezione, sarà per qualsiasi scusa voi vogliate essere così gentili da contribuire a fornirmi, ma tendo a non dare segni di vita prima delle nove.
Mia sorella, già in piedi da ore, in genere mi porta il caffè. Prova un paio di volte a svegliarmi, mi tasta il polso, poi mi abbandona al mio destino. Quando ho le forze per alzarmi, ingollo il caffè raffreddato e metto piede in cucina con la verve di una blatta in avanscoperta.
Giulietta ha i capelli raccolti, a quel punto, in cucina. Sta ascoltando Santana. Ha le mani rapidissime: sta arrotolando una sigaretta, oppure sistema le ultime cose nella borsa, per scendere a studiare. Risponde a una mail. Non posso aiutarla a fare niente, perché tutto è già fatto, ho soltanto la mia tazzina da lavare. Giulietta è sulla porta mentre io ancora devo capire come ci si sfila un pigiama.
Tono su tono, mia sorella conosce sette modi per mettere un foulard. Io conosco un modo solo per non strangolarmi con una sciarpetta. Se io ho la fortuna di avere ciglia così grandi da non poter mettere il mascara, lei ha la fortuna di saperlo mettere senza accecarsi. Giulietta è l’unico essere umano a essere passato per decine di passioni una più dissimile dall’altra mantenendo, in tutte, lo stesso aplomb: il karate, la chitarra elettrica, la collezione di civette, ogni cosa è stata portata a termine come se danzasse. Adesso fotografa, ma non per passione. Fotografa perché un rettangolo di quello che vedono i suoi occhi decide di staccarsi in maniera precisa dal resto ed esige da lei un esatto bilanciamento del bianco e un’inequivocabile inquadratura. Così frequenta l’accademia, dove ha scoperto che ubbidire a quello per cui si è nati pretende precisioni concentriche sempre più sottili e sempre più sottili forme di tortura. E che sua sorella un fondo di ragione ce l’aveva quando strillava come un’ossessa a chi le chiedeva se la gratificasse l’hobby della scrittura.
Così scendiamo al bar, a metà mattina, e ognuna si mette a lavorare alle sue cose. Io ho i compiti dei cuccioli d’uomo da correggere, o un libro da recensire, o qualcosa da scrivere al computer. Lei sta rivedendo fotografie, misurando prospettive, leggendo un libro di storia dell’arte. Ci interrompiamo, a volte. Lei, per esempio, dice:
«Durante una giostra a cavallo, il Duca di Montefeltro perse un occhio. Da quel momento si fece ritrarre sempre di profilo. Se guardi bene qualsiasi suo ritratto, vedrai che l’osso del naso è limato. Chiese di farlo per guadagnare una visuale più centrata.»
Dice:
«Pare che Botticelli si chiami così per colpa di suo fratello, così grasso che tutti lo paragonavano a una botte. In famiglia erano tutti un po’ robusti, ma lui esagerava. Il nomignolo si estese.»
Le giro uno sguardo di straforo. Lei nicchia. Dice:
«Nella maggior parte delle madonne, Perugino avrebbe fatto il ritratto di sua moglie.» Dice: «Bernini avrebbe soffiato l’incarico della fontana di Piazza Navona a Borromini regalando un modellino d’argento del lavoro alla cognata del papa.» Dice: «Durante la festa per i suoi ottant’anni, Frank Sinatra fece circondare Kate Moss dalle sue guardie del corpo e la baciò.»
Nulla di questo ha mai il tono saputo con cui qualcuno di voi può aver letto le frasi, quindi vi prego di tornare daccapo e arrotondare le labbra, con un filo di stupore, e rendersi più lucidi gli occhi, perché è così che Giulietta lo dice.
È per queste ragioni che il gestore del maneggio vede mia sorella e immediatamente sella il sauro.

 © Giovanna Amato

N.B.: Questo brano è stato steso dopo la prima lezione di equitazione. Per amore di correttezza va detto che, al momento in cui scrivo, ne è avvenuta una seconda, dove l’istruttore ha voluto fare un tentativo affidandomi un cavallo più alto. Ho chinato il capo in segno di assenso con studiata vezzosità. Giulietta è stata la regina del birillo. Io ho trascorso l’intero trotto urlando.