Giorno: 19 Mag 2014

Luigi Bernardi – Il tempo delle croci (aspettando InEdito – Raccontare Obliquo)

biennale architettura 2010 foto gm

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Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni 23/24/25 maggio. Il 24 sera alle 19,30 Un giorno vi racconterò ricordo di Luigi Bernardi. Nell’attesa riproponiamo il bellissimo racconto di Luigi “Il tempo delle croci”. A sabato (gm)

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Luigi Bernardi: Il tempo delle croci

Il secondo giorno di croci in piazza ce n’erano cinque. Cinque croci con un largo piedistallo che le teneva su, belle dritte a puntare il cielo. Chi le aveva messe aveva imparato la lezione della prima volta, quando di croce ce n’era una sola, ma con un piedistallo stretto e lungo che erano bastati gli spasimi della donna inchiodata sopra a farla rovinare per terra. Cinque croci e cinque crocifissi, tre uomini, una donna e un bambino. E neanche un segno che spiegasse perché.

Tonino il falegname dice che quelle croci sono fatte in serie, per cui c’è da aspettarsi che se ne trovino parecchie altre in giro. Poi dice che di chiodi del genere non se ne vedono più, che hanno smesso di fabbricarli da quando le case le costruiscono con il cemento armato. Alla fine si gratta la testa, spalanca gli occhi e dice che è proprio una cosa strana.

Il terzo giorno di croci in piazza ce n’erano soltanto due, un’altra era per terra, mezza rotta, pareva che un intoppo ne avesse impedito l’elevazione. I crocifissi erano un frate e una suora, lui calzava ancora i sandali, lei l’avevano lasciata con i piedi nudi. C’era chi sosteneva che la terza doveva essere per il cardinale. Uno biascicava che invece era meglio se fosse stata per il sindaco, però non spiegava perché.

Yuri lo zingaro dice che loro non c’entrano, che loro non hanno mai provato gusto a mettere in croce nessuno. Poi dice che i suoi figli avevano solo voluto fare uno scherzo, e che li tengano pure in galera se vogliono, basta che non sia per molto. Alla fine sputa per terra, si spazza la bocca con una manata e chiede se gli possono restituire almeno i due rami, che lui li aveva raccolti per fare la legna.

Il quarto giorno di croci in piazza ce n’erano ancora cinque, questa volta erano disposte in cerchio e al centro sembrava mancasse qualcosa. Erano tutti e cinque giovani, avranno avuto sui vent’anni ed erano vestiti diversi. Sotto quella dov’era inchiodata la ragazza con i capelli gialli c’era un cane, immobile, che però ogni tanto alzava la testa e guaiva. Si era lasciato portar via solo dopo che avevano smontato le croci. Ma c’erano già diciotto famiglie che lo volevano adottare.

Celso il poliziotto dice che non c’è verso, che la città è grande e le piazze troppo numerose, che non ce la fanno a controllarle tutte. Poi dice che le vittime non si sa chi siano, che non avevano documenti e che nessuno le ha ancora riconosciute. Alla fine si soffia il naso e aggiunge che questa è la cosa più strana, perché le fotografie di quelle facce le hanno viste dappertutto.

Il quinto giorno di croci in piazza non ce n’era nessuna. Erano tutti soddisfatti, soprattutto gli allibratori che avevano incassato le giocate e non dovevano pagare nessuna vincita, perché la gente aveva scommesso solo su una crescita di morti. Qualcuno che di nascosto teneva la lista dei cadaveri aveva messo via il quadernetto, poi aveva fatto finta di essere contento anche lui. Sotto sotto però si capiva che gli giravano le balle.

La signora Armida dice che è stato come i suoi reumatismi, che le vengono di quegli attacchi che durano proprio cinque giorni e dopo vanno via e la lasciano in pace per un po’. Poi dice che bisogna farci l’abitudine. Alla fine prende il rosario e comincia a sgranare delle preghiere, aggiunge solo che volenti o nolenti siamo pur sempre nelle mani del signore.

Il sesto giorno di croci in piazza ce n’erano novantadue, così tante che si faceva fatica a contarle.

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© Luigi Bernardi

Cartoline persiane#12

centrali eoliche - Copie

Caro Rhédi,

mi sono trovato vicino ai vigneti all’ora del tramonto. All’improvviso è sbucato dalle spalle di un rudere un vecchio di queste parti. Mi ha rivolto un sorriso pieno di quattro denti. Si è seduto e ha cominciato a pulirsi le scarpe dal fango, usando un coltello da cucina. A un tratto, come se le avesse viste per la prima volta, si è girato stupito verso delle enormi pale a vento che sovrastavano il paesaggio. Il suo sguardo si è indurito, e ha cominciato a tirare pietre che ricadevano poco distante, e ancora lontanissimo da quei giganti d’aria. Se ne è andato sconsolato, biascicando bestemmie, o preghiere. Sono rimasto da solo con quelle strane presenze, che sembravano avere incantato la campagna.

Ho provato anche io a tirare qualcosa, inutilmente, colpendo invece un albero di nespole e stroncando alcuni frutti. Mi sono fermato. Adesso che il vecchio se n’era andato, ho cominciato a distinguere l’enorme ronzio delle pale. Sembrava separarmi dal cuore duro della terra. Le cose rimanevano come inspiegabili ed estranee, dall’altra parte del silenzio, gli alberi il pozzo il rudere il fango le vigne. Tutto era grigio tranne alcuni grappoli di uva scura. Un gatto, o una volpe, è passato rapido come una lucertola, senza rumore tranne il fruscio. Anche questo mi è parso senza senso. Se non fosse stato per il ronzio, avrei dubitato dell’esistenza di tutto, anche della mia. Ho pensato che il vecchio si era sbagliato, che quei giganti non erano nemici, ma che lottavano segretamente per noi contro un mistero insopportabile. Si erano installati in quella parte del mondo dove non arrivano le nostre pietre.

Sono andato via senza girarmi.

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@Andrea Accardi