Giorno: 15 Mag 2014

MACAO inEdito 2014 – Raccontare Obliquo

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Il 23, 24 e 25 maggio M^C^O ospita la seconda edizione di InEdito, festival di editoria indipendente.

Dopo l’edizione dello scorso anno, caratterizzata da una riflessione politica e culturale relativa al mondo dell’editoria, InEdito propone quest’anno una dimensione che richiama, più che al dibattere, al raccontare; un “Raccontare obliquo” – ripreso dai versi di Emily Dickinson “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”.

Obliquo non è una formula, ma tante forme. Obliquo è il rumore che fanno in noi le cose di cui ci appropriamo (almeno in parte), leggendole. Obliquo è lo sguardo trasversale che si spinge dal minuscolo al gigantesco; obliquo è per dire e lasciar insieme spazio per capire.

Raccontare obliquo è uno spazio che si concede a diverse forme di narrazione, in cui ognuno può trovare qualcosa per sé.

InEdito è:

Raccontare – Raccontarsi: un narrare di sé, della propria storia, della propria soggettività

Raccontare – Disegnare: raccontare per immagini

Raccontare – Scrivere: che non ha bisogno di essere spiegato

Raccontare – Giocare: con le parole

Raccontare – Ricordare: il racconto soggettivo di qualcuno o qualcosa.

Programma in PDF

Guida alle singole giornate

Venerdì 23 Maggio (Livio Sossi, Wu Ming, Frankie Magellano, Martina Testa, Paolo Cognetti, Alessandro Raveggi, Tito Faraci, Paolo Castaldi)

Aspettate che accada. E mentre giocate comincerete a pensare in modo del tutto diverso. È come se ce l’aveste dentro, il campo da tennis. La palla smette di essere una palla. La palla comincia a essere una cosa che voi sapete dove dovrebbe essere in aria, a ruotare. (David Foster Wallace – Infinite Jest)

Sabato 24 Maggio (Lea Meladri, Lisa Biggi, Letizia Iannaccone, Massimo Vitali, Libri Finti Clandestini, Paolo Pasi, Mendo, Paolo Agrati, Guido Catalano, Paola Ronco, Antonio Paolacci, Alessandro Zannoni, Nicoletta Vallorani, Barbara Garlaschelli, Alessandra Terni, Nicoletta Bernardini, Giuseppe Merico, Anna Toscano, Rosario Palazzolo, Silvia Tebaldi, Gianni Montieri, Otto Gabos, Francesca Rimondi, Livia Satriano, gianCarlo Onorato, MisS xoX, Carlo Casale, Steve dal Col, Johnny Grieco, Massimo Giacon, Ivan Carozzi, Oderso Rubini, Ariele Frizzante, Federico Fiumani, Davide Toffolo)

La città non si emoziona, le città non si emozionano mai, come fossero fatte della stessa pietra fredda che chiude le sue case. La città non si emoziona, neppure oggi che i presupposti ci sarebbero tutti. […] La città non si emoziona, la città sono i cittadini, e i cittadini hanno ormai l’abitudine di farsi gli affari propri, ognuno dentro un confine personale, sempre più stretto, ogni giorno più inviolabile. (Luigi Bernardi – Crepe)

Domenica 25 Maggio (Filippo Parodi, Anna Giurickovic, Andrea Staid, Massimiliano Tappari, Lidia Cirillo, Thomas Pololi, Alessandro Gallo, Patrizia Valduga)

 

Il programma dei Workshop

 

(Poetarum Silva sostiene M^C^O ed è partner di InEdito. Vi aspettiamo)

 

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Franz Krauspenhaar – Le monetine del Raphael (recensione di Martino Baldi)

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Franz Krauspenhaar – Le monetine del Raphael (recensione di Martino Baldi) – Gaffi Editore – 2012 – € 17,00

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Siamo ormai quasi a un quarto di secolo da quel fatidico 29 aprile 1993 in cui Bettino Craxi, ex leader del Partito Socialista Italiano ed ex Presidente del Consiglio, travolto dagli scandali di Tangentopoli e destinatario di decine di avvisi di garanzia, presentò la propria autodifesa al Parlamento, che negò col proprio voto ai magistrati l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti. Il giorno dopo, mentre in tutta Italia si moltiplicavano le manifestazioni di dissenso, all’uscita dall’Hotel Raphael, la sua residenza romana, Craxi veniva accolto da una folla inferocita che lo bersagliò con ogni genere di insulti e di oggetti, e soprattutto con una pioggia di monetine divenuta proverbiale.

È passata molta acqua sotto i ponti da quella stagione che ha rivoluzionato la vita (non solo politica) italiana e se è vero che qualcuno ne ha pagato le colpe, che qualcun altro ne ha raccolto i frutti e che è stato scritto molto sulle vicende giudiziarie di quegli anni, è altrettanto vero che è mancata forse una profonda riflessione su cosa sia stata, dal punto di vista collettivo, la stagione del “socialismo rampante” e quella, successiva e repentina, della sua caduta. Perché – questo afferma con decisione Krauspenhaar, sulla filigrana della sua narrazione – il fenomeno del craxismo, del socialismo rampante, della “Milano da bere” è stato proprio una delle numerose manifestazioni di un carattere nazionale, di un popolo che rimuove i propri errori collettivi e i propri traumi sempre attraverso la figura del capro espiatorio, predisponendosi così da un giorno all’altro a indossare, anche in buona fede, la casacca più confacente al momento, più comoda per la propria falsa coscienza; come il padre del protagonista di questo romanzo, militante fascista durante il fascismo e convinto e appassionato comunista sin dal giorno dopo la caduta del regime.

Le monetine del Raphael narra la vicenda di Fabio Bucchi, un pittore di talento che negli anni Ottanta, per veder riconosciuta la propria arte, si piega a compromessi e collusioni (legali ma moralmente discutibili) con la nuova classe dirigente socialista capitanata da Bettino Craxi. Il tutto è raccontato in prima persona dal protagonista, ormai vecchio e malato, accudito da una giovane badante, in un flashback continuo che non si ferma agli anni Ottanta ma ricostruisce tutta la propria vicenda a partire dall’infanzia di povertà del dopoguerra fino ai giorni nostri. Si disegna così una autobiografia estremamente privata, quasi proibita, che però è, allo stesso tempo, anche la storia di un uomo nella Storia: la nascita e la coltivazione della propria arte nei pochi momenti liberi dalle ore di fabbrica a Sesto San Giovanni, le amicizie, le relazioni quasi d’amore, le solitudini, le intuizioni e gli errori; e poi la nascita delle proprie opere più sofferte, le mostre internazionali, i rapporti col Capo e la sua corte; e ancora, il caso Moro, il terrorismo rosso e quello nero, gli efferati delitti del Circeo e gli altri casi di cronaca, ma anche i grandi maestri del cinema, della letteratura, della musica. E il sesso, sesso, sesso, tantissimo sesso: vorace, estremo, perverso, di gruppo, sadico, di ogni tipo, come a voler porre su tutta la vicenda umana il sigillo del dio Eros, come a far trasparire che a muovere l’uomo come un burattino nei suoi gesti quotidiani, a farlo trionfare o a rovinarlo per sempre, sia sempre una soggiacente e profondissima forza irragionevole (“quel che non ha ragione ne mai ce l’avrà / quel che non ha rimedio né mai ce l’avrà / quel che non ha misura”, in una nota canzone di Chico Buarque), a volte luminosa a volte oscura, a volte delicata a volte violenta, sempre inspiegabile e spesso inconfessabile. Sono queste le tessere di questa “tranche de vie” che non compone però mai il cosiddetto mosaico che ci aspetteremmo, bensì sembra quasi, al contrario, la parete, segnata, spaccata, quasi ferita, da cui un mosaico è stato smontato. E al centro di tutto, emblema principale di tutta questa storia e forse di tutta al nostra Storia, la strage di Bologna: raccontata in un capitolo tanto meraviglioso e tanto terribile da togliere il sonno, un vero capolavoro incastonato nel cuore del libro, un racconto che tutto vuol essere tranne che un gioiello e che forse proprio per questo rifulge ancora di più di dolorosissima bellezza, lanciando i suoi echi su tutto il resto del romanzo.

Le monetine del Raphael è un libro che fa male, inadatto a chi dalla lettura cerca rassicurazioni, distrazioni o il conforto delle proprie idee. È un libro perturbante e disturbante, forse anche pieno di difetti ma scritto davvero magistralmente da uno scrittore che, giunto qui al culmine della sua maturità, gioca una partita difficile contro ogni falsa coscienza, a partire dalla propria. Viene in mente quel bellissimo verso della poesia Traducendo Brecht di Franco Fortini: “Fra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome”. E viene in mente che più si procede in questo libro e più sembra di sentir risuonare una colonna sonora beffarda, che non esiste, una versione di La storia di Francesco De Gregori crudelmente scrostata dalla patina del populismo, quasi rovesciata, passata attraverso un trattamento simile a quello riservato dai Sex Pistols all’inno britannico God save the Queen. La storia siamo noi, sì, è non è niente di buono, sembra dirci Krauspenahaar. Prenderne atto è un gesto di coraggio e onestà intellettuale che certuni, molti, non riescono mai a compiere.

©Martino Baldi