Giorno: 12 maggio 2014

“un verso sporco al punto giusto” per Stefano Leoni 1961 – 2014)

stefanoleoni

 

Un giorno di quattro anni fa Stefano Leoni mi mandò una e-mail scrivendomi che aveva letto alcune mie poesie in giro e che gli erano piaciute, mi scrisse delle cose molto belle quella volta, cose che andavano oltre i versi, cose che lasciavano intravedere la persona splendida che era. Io le sue poesie le conoscevo già. Gli risposi, mi rispose. Le mail diventarono molte col tempo, ci scambiavamo testi e i rispettivi libri. Stefano Leoni era molto gentile ed era molto bravo. Scriveva a bassa voce, capivi che era uno che non urlava in giro. Capivi che era uno capace di farsi ascoltare. Mi dispiace molto non aver mai avuto il piacere di stringergli la mano. Non ho fatto in tempo a dirgli una cosa perché pensavo fosse stupida, ma forse non lo era e comunque non mi sembra più così stupida, gliela dico adesso. Quando scrissi del suo splendido Basse Verticali (Ed. Kolibris, 2010),  per la prima volta pensai che i libri di poesia si potessero recensire in maniera diversa, provando a raccontarli uscendo da certi schemi canonici. Che sia giusto o sbagliato, da quella volta ho fatto sempre così e ringrazio Stefano anche per questo. Per salutarlo, oggi, pubblichiamo alcuni testi proprio da Basse Verticali. L’abbraccio di tutta la redazione va alla sua famigliaBuon viaggio Stefano. (gianni montieri)

***

 A tratti impoetico

Non c’è volgarità nell’essere a tratti impoetico
calibrare
mettere un verso sporco al punto giusto,
appenderlo come un quadro alla parete
un colore di fuoco a equilibrare il bianco

detto come si dice pane

Di questa epoca impossibile
la trappola è una lingua apparente e distratta,
smussata nelle pieghe, ingannamente fiacca

(striscia poi esplode e brucia, ripetuta
insiste alzando i toni, minaccia)

.

***

Anche stamattina il cane mi morde le ciabatte
mentre premo la polvere di caffè nel filtro
potrei con movimento repentino
togliergli la preda, sentirlo guaire
mentre si nasconde nell’angolo vicino alla finestra.
Devo farmi la barba, fare scorrere l’acqua
e fingere di essere consapevole.
Il mio cane guarda, col muso inclinato, si concede
il tempo di amarmi per ciò che posso dare,
un biscotto, una carezza o un calcio nel sedere,
vede l’intero delle mie sottrazioni.

.

***

È fintamente
è risucchio di tratti di un profilo

c’è ancora lo specchio
(metaforicamente rimane come un agguato)
non l’hai portato via
troppe volte, troppe ci sono stato
la mia pelle bianca
qualche erezione mattutina
un piccolo sputo di dentifricio

si resta anche dove non si vorrebbe restare

e niente parla di noi

.

***

Il brano di Kurt scheggia il silenzio
l’urto rimbalza fra le cose e incide
l’innocenza del gesto fino al sangue.

Poi il cursore taglia le frequenze, nega
la sofferenza degli acuti e ancora taglia
il tremore di grancassa, l’argento
delle corde, il trillo dei metalli,
spegne il grido.

Non resta che un disturbo di elettroni
lungo i fili, come il rantolo
di una bestia uccisa.

.

***

C’è nell’aria un odore di ritorni
ma  a pezzi, a strati, a piccole rinunce.
Come quando ad annusare come un cane
l’andare alterna indifferentemente cibo e scarti
c’è stato, passò, qualcuno ha già pisciato
sul tronco, sul muretto
ombre morenti
la storia è rimescolata, franta,
riviverla o inventarla
è ipotesi ma volontariamente.

.

©Stefano Leoni

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di Andrea de Alberti

apocalisse



Mi ha chiesto se la croce è la casa di Gesù.
Non potevo che rispondergli di sì,
il sangue non gli deve sporcare il cuore.
Siamo andati al cimitero da mio padre,
mi guardava incuriosito perché non gli avevo
detto niente, ma sapeva che eravamo entrati in una casa.
Credo pensasse che anche il più lontano dei volti
è degno di ammirazione.
Poi ha fissato suo nonno che rideva nella foto.
Mi ha detto: ho visto una croce sulle labbra del nonno,
come una farfalla che lo fa respirare.


14

Siamo in settembre e stiamo preparando un polittico
di stelle, un blazer a righe e una coperta di lana per l’inverno,
siamo i pronipoti di un’antica specie,
siamo in due, ci tenevo a dirlo, nella notte dimenticata dai satelliti
e dalle astronavi terrestri. Useremo  i sogni, non ridete vi prego,
e i sogni useranno noi.
Nonostante i computer avremo bisogno sempre di facce,
di lettere e di un nastro per registrare tutto quanto cercheranno di portarci via.
Come avrete capito abbiamo iniziato a vendemmiare,
i libri qui non c’entrano, l’indice è questo:
un dito che punta un altro dito.
Pensiamo al rendiconto. Il pensiero si è fermato
nel primo isolato dove la panchina
è vuota e l’albero non riesce a immaginare come
prolungarsi sul sentiero.
In questo momento disegniamo una veranda per fare spazio alla casa.
Ogni tanto ci fermiamo. Niente.
Le pannocchie tengono dentro il rumore della strada,
non ci sono segni di viaggiatori né cerchi concentrici nei campi di grano.
Ogni tanto una voce pesante ci dice: “non andatevene anche voi…”. Grazie.
Adesso ci aspettano a cena. Abbiamo chiuso le porte, ci guardiamo le scarpe.
Non siamo mai stati tanto felici a dieci chilometri da casa.


Ezekiel Dlamini pugile detto “King Kong”

Così mi sono lamentato
del tappeto troppo soffice
e dei guanti con la sabbia,
l’avanzata di un tempo terribile,
il bagno senza specchi,
le spugne per terra,
quando in un’altra provincia
combattevano sul ring
neri contro bianchi,
ballavo alle feste in Sudafrica.
Come sono stanchi i piedi,
come sono verdi
questi cadaveri di carne:
la candela si è spenta,
il motivo è stato comunicato
come funebre notizia,
sono tornato normale,
rovesciato nel fremito
raccolto di un altro alveo senza terra.
Ho scoperto il miracolo della pioggia,
la calamita naturale,
la spugna senza acqua,
sento la mia bella voce sul ring,
soffocata dalla guerra.


Apocalisse con figure

E venne il giorno come origine dell’elezione
nell’esperienza più diffusa del bene
dove chi vive l’amore ha un cosmo sottile
da costruire e lì rimane a giudizio del tempo.
Il capitano Kurtz sentiva gli elicotteri avvicinarsi
sottovento, pensava di essere King Kong
sulla cima del mondo.


Preghiera del capitano Kurtz

Questo amore purissimo
delle tre di notte
delle salite
delle coincidenze
delle attese marginali
delle stelle lattonate
dei piccoli indifesi
delle chiamate
delle persone abbandonate
delle madri
dei padri
dei cuori disidratati
di chi torna sulla terra
di chi non torna
di chi mi fa conoscere il bene
di chi mi fa capire quanto
non ho potuto capire nel male
e se il bene è nel bene e se
così non sarà per sempre anche per il male.