Giorno: 9 Mag 2014

Annamaria Ferramosca, Ciclica (La Vita Felice)

ciclica-171831

 

A pochi giorni dall’uscita in libreria, presentiamo in anteprima una scelta di poesie tratte dalla raccolta Ciclica di Annamaria Ferramosca.

Annamaria Ferramosca, Ciclica (La Vita Felice, 2014)

Nota di lettura di Anna Maria Curci

Con Ciclica prosegue il viaggio nella produzione poetica di Annamaria Ferramosca. Il titolo della raccolta conferma le premesse: si tratta di una scrittura a tutto tondo – scorrere ampio e soste meditate – animata da musica e ritmo che conoscono la variazione e non nascondono, tuttavia, l’aderenza, fedele e coerente, a uno stile sicuro e inconfondibile. I versi di Lutz Seiler in esergo – tratti dalla poesia Il diavoletto di Cartesio, nella traduzione di Paola Del Zoppo nella raccolta La domenica pensavo a Dio / Sonntags dachte ich an Gott – compongono una cornice di riferimento solida: scomoda per chi si accontenta di increspature leziose di superficie e salda per chi conosce il prezzo dell’inattualità e l’impegno alla memoria. «Sotto lucitravi delle macchine a due tempi/ un mondo soffiava di crisantemi-da-/ film-muto, fresco/ pulito dalle tende &/ la sua forma sibilava senza / titolo senza luogo», scrive Lutz Seiler, e Annamaria Ferramosca raccoglie la sfida dell’inusuale, coglie il senso della creazione di parole nuove e nuove combinazioni per dirlo, già nel testo di apertura, che oppone vera etica dell’ascolto al mero ‘baratto dell’apprezzamento’:

scelgo mi piace e condivido
soltanto se
la posa non è teatrale se intravedo
il capo rasato sotto la pioggia
la stanza fiammeggiare
allontanarsi il punto cieco
l’urto mi chiedi l’urto ma
sei virtuale un’ipotesi una
finestra sul vuoto poi non so
quanto davvero vuoi
farti plurale
dimmi se chiami per conoscermi o solo
per riconoscerti
chiami chiami dai tetti
da eccentriche lune chiami da
nuvole pure dal basso chiami
voce di fango che mi macchia il petto
segna la fronte pure
si fa lacrima cristallo che
taglia il respiro

(p. 11)

Sempre lucido e consapevole della padronanza e dell’ampiezza dei mezzi di conoscenza e di espressione del reale è l’equilibrio tra la formazione scientifica e la nutrita vocazione al dire poetico di chi scrive:

FIORITURE

Fior di loto è fiorito,
vorrebbe dirci che s’arrende
a una domanda così grande
da non saper altro che fiorire

Kikuo Takano, Secchio senza fondo

.

amo questo lavoro di biologo
anche se piuttosto idraulico ma
a volte vorrei essere esperta
in altra scienza della vita
penetrare la pasta segreta
dei pensieri quotidiani degli urti
vita che invade invisibile i corpi
lingua molecolare che parla
a impalpabili stelle
scalare la doppia elica
dei perché dei quando fino alla vetta
scavare nel mio nulla senza scampo
nucleotidi a brandelli su cui inciampo
cercando nel mosaico la mia tessera
di terra cruda nuda
fragile come appena sbozzata
ma è nello sbreccio delle imperfezioni
che avverto il tocco-random di una mano
che plasma e scompiglia
i geni sulla spirale tutto vedono si ravvedono
– un parlottìo continuo là per le scale –
cercare il massimo vantaggio per
proseguire il viaggio vis à vis
senza mai perdersi
sì venga pure la notte

(pp. 14-15)

Non c’è mai resa, pratica consueta altrove, né comoda concessione all’oscuro per maniera, al confuso per convenienza. Di tutto questo non trapela alcuna tentazione, né, tanto meno, la ricerca si fa altezzoso deposito di certezze incrollabili. Scrittura è coscienza del dubbio come compagno di viaggio:

sono accerchiata
batte una luce cruda
sull’ultima mia isola
si vuole ogni mia traccia disperatamente
la misura irretita del bosco
i sobbalzi dietro la siepe
si vuole la chiave della mia tua stanza
dello sconfinamento
(chi sorride dall’alto
del suo altopiano etiope?)
siamo nomadi corpi notturni
impazienti di alzare il velo su ogni sillaba
di urti sulla fronte rarefatta dai tuoni
siamo corpi già dimezzati ombre
che implorano ancora un’altra infanzia
di più ti amo
quando sul monitor mi lanci
inutile dire chi scrive vede di più
ha solo più dubbi

(p. 21)

È una poesia che si muove tra paesaggi naturali, mitologici e dell’epica antica, familiari – dal Salento delle radici, soprattutto, ma con una significativa tappa nella Lucania di Scotellaro – ed esotici, e che, allo stesso tempo, sa attribuire a stanze domestiche (sì, stanze, da leggere qui nella doppia accezione del termine)  una voce che cambia volume e modulazione nel tempo:

NASCITA

a Nicole

Il tuo arrivo in settembre una migrazione
da magma scuro verso la radura
che abbaglia di promesse
nella stretta della mano minuscola
abbozzi di frasi come desideri
guardo il sole assentire
lembi di cielo piegarsi
respiro largo della casa che ti accoglie
ieri solo spazio d’attesa muto
annullata d’un tratto per te la sua storia
tutti i pianti trascorsi le risa
ora nuova a ospitare il tuo grido
dispotico tuo segno lanciato al mondo
che incide il tempo della compassione
e fa i gesti di cura perfetti come una metrica
ché l’accostarsi al piccolo corpo accende
inauditi segnali visioni lampi
tutti gli inviti tutte le preghiere
ti chiamo sottovoce mentre dormi
soffio il tuo nome intorno
– battesimo di sillabe nell’aria –
veglio il tuo sonno arreso che trascina
fiumi di stelle alla mia notte

(p. 34)

La poesia di Annamaria Ferramosca – e i testi di Ciclica costituiscono a questo proposito una  tappa significativa di un progetto, in progressivo formarsi, dalle vaste articolazioni – sa alternare e far risuonare, in partiture animate, coralità e voce solista, che percepisco come voce piena e profonda di contralto, come in

STALATTITI

inciamperò – lo sento – su pietre native
in questo viaggio del disorientamento
fuori da ogni codice da ogni latitudine
sono in partenza e in molti mi salutano
da piattaforme di stazioni che sfrecciano
nomi in fuga illeggibili e nessuno
che possa vedermi commossa
agitare le braccia rispondere al saluto
unico appoggio achtung
per non cadere di solitudine sporgendomi
è la voce bambina che affiora lontanissima
allo scoccare dell’ora della favola
la parola d’ordine segreta
zínzuli!
(sugli stracci salivamo leggere
come sospese solo orecchio essenziale)
fosse un arcano di grotta la
biblioteca chiara dove riconoscersi
deprogrammarsi nudi
oltre il tempo
un rampicare insieme lungo pareti sdrucciole
verso un tetto carsico
cercando l’aggancio al pieno il cavo da saziare
fosse questa dalla grande madre
la risposta in lingua stalattitica
lente parole da dire lente da elaborare
sedimento che edifica pietra
contro ogni legge di gravità
come a scan-dire una costanza
sempre sarò qui per te
nonostante

(pp. 50-51)

 

__________________________________

Annamaria Ferramosca è nata a Tricase (Lecce). Da molti anni vive a Roma, dove ha lavorato in campo scientifico dedicandosi in contemporanea alla scrittura poetica e alla divulgazione di poesia contemporanea. È stata cultrice di letteratura italiana per l’Università Roma3; è ideatrice e curatrice della rubrica non autoreferenziale Poesia Condivisa nel portale poesia2punto0. Collabora con testi poetici e note critiche a varie riviste di settore tra cui «La Clessidra», «La Mosca di Milano», «Le Voci della Luna», «Gradiva», «IPR – Italian Poetry Revue», «Poesia». In poesia ha pubblicato: Il versante vero (Fermenti, 1999) – Premio Opera Prima «A. Contini Bonacossi», Porte di terra dormo, plaquette (DialogoLibri, 2001), Porte/Doors (Edizioni del Leone, 2002), Curve di livello (Marsilio, 2006) – Premio «Astrolabio», Paso Doble (Empiria, 2006, coautrice Anamaría Crowe Serrano, traduzione di Riccardo Duranti), Canti della prossimità in «La Poesia Anima Mundi», monografia a cura di Gianmario Lucini (Puntoacapo, 2011), Other Signs, Other CirclesPoesie 1990-2009 (collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, Chelsea Editions, N.Y., 2009).