Giorno: 8 Mag 2014

Inquinare il desiderio: su Nymphomaniac di Lars von Trier

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Dell’ultimo film di Lars von Trier, Nymphomaniac, ha scritto due giorni fa Maria Barbara Perrone su Poetarum. Il suo convincente articolo recensisce l’opera da un personale punto di vista, con argomenti che intrecciano una lettura attenta e un rimando molto stretto a citazioni filmiche prestigiose, una conoscenza della poetica di von Trier e una profondità d’analisi. Non voglio tentare oggi, dunque, una contrapposizione con quanto già pubblicato ma una ‘diversa relazione’ con il film che ho trovato – invece – mal congegnato sotto molti aspetti. C’è da dire, prima di addentrarsi nei meandri di una nuova lettura, che l’ultima controversa opera del regista danese è balzata all’attenzione della critica prima dell’uscita nelle sale: un gran chiacchiericcio ha preceduto la proiezione (ed è durato un anno e forse di più), un rumore mediatico di fondo (un drone) che ha costruito un ‘film’ sull’attesa del film stesso. Si va al cinema con grandi aspettative o, forse, nessuna, e se ne esce con molti dubbi e domande. Viene da chiedersi, ad esempio, nonostante il nome, la fama, il linguaggio codificato, se al posto di von Trier ci fosse stato un esordiente ‘qualunque’, la critica avrebbe osannato il film? Viene anche da chiedersi se il motore di tutto sia il tema, ovviamente. D’altronde si tratta di una pellicola a tutti gli effetti mainstream in cui si narra una vicenda di ‘ninfomania’ con un cast stellare e che presenta un taglio specifico e un linguaggio filmico peculiare; la costruzione (pre-filmica e non), dunque, è in primis molto importante perché la forma è sostanza (ma è anche vero il contrario). Nymphomaniac è un lungometraggio che parla al pubblico di un’ossessione, di una deviazione, che mette al centro la sesso-dipendenza come tema principale; dapprima però deve provare a leggerla per restituirla e dipanarla. Un’operazione difficile questa, con costante rischio di ‘crisi’ perché può essere facile l’inciampo, a mio avviso, in una certa retorica e in una certa gratuità narrativa che io ho riscontrato nel film. Molte sono le comparse in gioco in otto capitoli, frammenti che vedono l’uso ampio dell’ellissi narrativa. La storia di Joe (Charlotte Gainsbourg) è raccontata da lei stessa attraverso un recupero in analessi: si tratta di una ricostruzione dettagliata dei suoi orgasmi, dall’infanzia all’età adulta ma può anche essere letta come una sorta di “confessione” al personaggio di Seligman (Stellan Skarsgård) o, meglio ancora, come un’operazione che permetta la catarsi. Proprio nei momenti in cui Joe narra, la dilatazione del tempo pare permettere a chi guarda una distensione e un aumento della comprensibilità del racconto, creando una fascinazione nella sosta tra una vicenda e l’altra. L’intensità del racconto è favorita dalla ‘scelta’ di combinazione dell’analessi e dell’ellissi messe in campo, quasi come avviene nelle sedute di analisi dei due protagonisti di Une liaison pornographique di Frédéric Fonteyne (1999). Eppure il montaggio di von Trier insiste sulla morbosità delle scene in flashback – prettamente a sfondo sessuale–, contrapposte alla pretestuosità e alla dissimulazione che accadono nel tempo presente, ‘momento’ caricato di immagini e pause narrative forse troppo devianti, ricche di citazioni colte, da Bach all’iconografia russa. Si assume il tempo come importante indicatore di una direzione da seguire per sciogliere i nodi del film ma ci si trova di fronte a una prima questione: dove sta andando Joe e dove stiamo andando noi che guardiamo, scegliamo di farlo e – certo – giudichiamo? Perché Joe va in quella direzione? Giudichiamo non per ammettere divieto o censura ma per ‘dire’ se la storia abbia un’architettura solida, nonostante il tema, l’attenzione mediatica, un certo narcisismo e una buona dose di provocazione, laddove questa parola può essere, certamente, anomala.

Una prima significativa falla si potrebbe ravvisare nella ‘costruzione’ del personaggio di Joe stessa, sin da bambina molto ambiziosa poiché in grado di affermare «la differenza tra me e le altre persone è che ho sempre chiesto di più al tramonto», ma da subito svuotata (potremmo dire auto-svuotata), precocemente e irrimediabilmente, di profondità. Si badi bene: è la tridimensionalità del personaggio che manca e così sarà vero anche per molti altri personaggi del film; l’appiattimento di Joe è ammissibile ma resta sospeso nel non-detto. Eppure Joe appare come una figura dotata di aggressività, che procura o subisce violenza; tutti i suoi spigoli, tuttavia, non rimandano a nulla d’altro ma restano, intrinsecamente, irrisolti, forme-vuote, apparenze. Per quale ragione? A seguire Joe, ci si ricorda anche del personaggio di Brandon Sullivan (Michael Fassbender) di Shame, successo cinematografico di Steve McQueen del 2011; in quel caso però, il regista affiancava al solitario protagonista (solitario com’è sola anche Joe) il personaggio della sorella Sissy, che prendeva a carico la responsabilità narrativa di supportare Brandon conferendogli un passato. Mettendo in campo pochi elementi il regista lascia intendere resista, come un’eco, qualcosa di irrisolto nella vita di entrambi ma che li ha profondamente condizionati sin dall’infanzia. Un parallelo tra i due film nasce spontaneamente anche per la scelta di girare in luoghi chiusi, claustrofobici: molti sono gli interni dove si consumano gli atti sessuali; anche la città di New York in Shame appare fittizia mentre tutti gli spazi aperti sono filtrati da una luce grigio-azzurra. Per von Trier invece, i luoghi all’aperto sono più dettagliati e bucolici, metaforicamente pretestuali (è probabile) nel sottendere il tema di una sessualità enfatica o, meglio, enfatizzata, distorta, potenziata.

Di fronte a opere come Nymphomaniac ci si pone un ulteriore problema: in quale genere collocarlo? Nel 2006, John Cameron Mitchell (molto noto nell’ambiente americano del cinema Queer) girò una pellicola dal titolo Shortbus che narra la storia di Sofia, sessuologa incapace di avere orgasmi, frequentatrice di un locale notturno fuorilegge e anticonvenzionale in cui sesso, arte, politica si mischiano per dare ‘corpo’ alla citazione portante del film, che recita: «Libera il desiderio, scopri…», sensibilmente valida anche per Nymphomaniac. Quest’opera è, per molti versi, esplicita, presenta cioè scene integrali di nudo, sadomasochismo, orge, ma sempre viste con un occhio sagace (o ‘smart’). I dialoghi sono trascinanti e, appunto, trasportano il pubblico in un mondo in cui viene ricostruito un immaginario sessuale plurimo, dove di sesso si parli, dove il sesso si faccia per ‘problematizzare’ l’indagine e la conoscenza su di esso. Le molteplici storie dei personaggi dei film di cui ho parlato sinora mi hanno riportato alla mente due volumi che ho molto amato: In tutti i sensi come l’amore di Simona Vinci (Einaudi, 1999) e Ragazze che dovresti conoscere – The Sex Anthology (Einaudi, 2004), antologia erotica tutta al femminile; entrambi racchiudono brevi racconti attorno al tema dell’amore e del sesso, intrisi di degenerazioni, aberrazioni, spostamenti. È vero che rappresentare non è scrivere: ‘rappresentare’ presuppone il superamento dell”immaginato’ per trasportare nella realtà l’immaginario, di fatto ri-costruendolo; il potere dell’immagine sulla partitura e sulla pagina scritta sta proprio nella capacità di ‘mostrare’. von Trier nel suo ‘fare cinema’ in questo caso specifico, resta in bilico sul limite in cui è designabile un ‘troppo immaginato’ nel nuovo-creato-immaginario. Si assoggetta dunque a un “eccesso di realtà”: scavalca la soglia tra cinema d’autore e pornografia spostandosi molto verso quest’ultimo genere, ricalcandone i motivi fondanti a partire dal sezionamento del corpo, cadendo anche in alcuni luoghi comuni quali, ad esempio, il threesome. La sessualità come ‘luogo di paradossi’ enunciata in un valido e ricco saggio di Michela Marzano La fine del desiderio. Riflessioni sulla pornografia (Mondadori, 2012) diventa, in Nymphomaniac, un non-luogo poiché il desiderio di Joe resta compresso, livellato, inquinato, talvolta monco o addirittura lobotomizzato. Il desiderio che caratterizza ogni individuo, dice chi siamo, rivela la nostra unicità e la nostra capacità di relazione con il mondo è in questo film annullato non dalla tematica in sé ma da una fragile sintesi narrativa; l’attenzione che von Trier riversa nel particolareggiare il sesso frantuma le possibilità narrative, le sopprime, le invalida. Tutto ciò che non è espresso o accennato o alluso, non permane né in atto né in potenza o meglio ancora, più semplicemente, non c’è.

©Alessandra Trevisan