Giorno: 6 Mag 2014

Dimenticatevi dell’amore – Nymphomaniac (di Maria Barbara Perrone)

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Dimenticatevi dell’amore – Nymphomaniac

Irruento come i riff metal dei Rammstein che ne fanno la colonna sonora e originale come la campagna pubblicitaria a prova di orgasmo che lo ha preceduto, Nymphomaniac segna così il ritorno al grande schermo dell’enfant terrible del cinema internazionale. Due capitoli per raccontare la storia di Joe, un romanzo di formazione in chiave cinematografica autonomo e del tutto incurante del suo spettatore, letteralmente sbattuto come un sacco di patate tra una scena di sesso e una carrellata di primi piani di genitali maschili. Lars von Trier ci racconta la vita e la sessualità di una donna come nessuno aveva fatto prima, privata dal filtro del buon gusto la storia di Joe infastidisce, disgusta, eppure trascina a perdersi nella misteriosa solitudine umana di questa donna che permea tutta la pellicola, per un director’s cut di cinque ore e mezza.

È il buio a segnare l’inizio e la fine del racconto, tra due lunghe sequenze oscure ci viene raccontata la storia di Joe, la donna che l’anziano Seligman trova malmenata in un vicolo e porta nel suo appartamento. L’uomo diventerà il suo soccorritore, il suo confessore, ascolterà pazientemente il racconto del male che ha plasmato l’esistenza della donna fino a divenirne, in un finale che da solo vale le cinque ore del film, carnefice e vittima al tempo stesso. “Ho scoperto la mia vagina all’età di due anni” questo l’incipit del racconto, la storia di una ninfomane impersonata da una meravigliosa Charlotte Gainsbourg, sgraziata e priva di femminilità alcuna, ma carica di un insaziabile erotismo che, nella folla di uomini di cui si è circondata, la condanna ad una solitudine tanto amara quanto disarmante.

Due volumi e otto capitoli dividono il racconto, cinque per raccontare la giovane Joe e tre per l’età adulta. Il 3+5 non è una sequenza casuale, sono 3+5 i colpi che segnano l’iniziazione sessuale di Joe e sono 3+5 i numeri della successione di Fibonacci, riferimento matematico non esclusivo che ricorre costante nella diegesi filmica. Joe decide, è lei a dettare le regole delle sue confessioni, il vecchio Seligman ascolta e interpreta pazientemente, sorprendentemente non giudica, nessuno sgomento segue il racconto della sete morbosa di piacere che accompagna l’educazione sentimentale della donna, ma solo un’analisi accurata, accompagnata da sofisticati accostamenti letterari e musicali. Si parte dalla pesca, che diviene edulcorata allegoria dell’insaziabile caccia all’uomo della giovane ninfomane, si passa poi alla musica classica, i tre elementi di Bach diventano sinonimo di tre amanti, riassunto delle tre facce dell’amore: dedizione, sentimento e passione animalesca. Si arriva fino alla letteratura e in ultima analisi anche alla religione e alla spiritualità laica, quasi una sorta di riscatto dopo le polemiche sull’antisemitismo che hanno coinvolto il regista qualche anno fa.

La donna è forza viva, impetuoso tumulto insaziabile che si contrappone al sapere enciclopedico del confessore, un uomo che, fino alla fine del racconto, non manifesta reazione alcuna. Parabola del bene contro il male, un confessore ideale e una confessione che si trasforma in autoanalisi e diviene inaspettatamente cura di un dolore sviscerato dall’interno. Una storia tragica, che sicuramente si poteva raccontare con la stessa intensità e carica emotiva anche tagliando alcune scene di sesso troppo esplicite, il confine tra cinematografia e porno risulta impercettibile. Un porno con troppa trama, quindi, oppure cinema con troppo porno, qualcuno ha parlato anche di porno d’autore, sicuramente elemento di interesse che ha riportato il film all’attenzione di tutti secondo l’amata legge Wildiana del nel bene o nel male, purché se ne parli.

Degna di nota la performance di Uma Thurman, la parte della moglie tradita non è sicuramente un ruolo originale da interpretare, ma la sposa di Kill Bill è riuscita nel regalarci un momento di cinema unico e irripetibile. Dopo Dogville e Melancholia l’abilità del regista di raccontare l’assurdo tocca qui il suo apice assoluto. Deludente invece Shia LaBeouf, un Jerome quasi anonimo, che dovrebbe emergere tra tutte le altre figure maschili del film e impersonare l’amore romantico, e che invece si perde dietro alla presenza scenica dell’esordiente Stacy Martin.

Joe e Seligman altro non sono che rappresentazione del rapporto regista spettatore, ci sono punti in cui il racconto non è credibile, coincidenze paradossali che minano il legame con il reale. Seligman protesta e la reazione della donna è chiara e palese fin da subito, per capire la sua storia bisogna crederci e affidarsi alla verità per come viene narrata, se si vuole coglierne l’essenza. Esattamente quello che accade in ogni pellicola del regista, lo stile narrativo di von Trier pone ogni volta lo spettatore in una posizione instabile, il terreno su cui poggia i piedi vacilla, i pensieri e le deduzioni sono indotte. Sembra che il ragazzaccio di Hollywood voglia portarci verso accostamenti mentali precisi, a conferma di ciò le scelte sul montaggio, che ricordano fortemente la scuola sovietica. Basti pensare all’immagine del sacco di patate rivoltato, ai numeri che compaiono in sovrimpressione sullo schermo e agli accostamenti delle inquadrature, e anche più semplicemente alle immagini iniziali della pesca. Il tutto aggraziato da scelte cromatiche e composizione dell’inquadratura sublimi, conosciamo il gusto estetico dell’autore già’ da Melancholia, la sequenza d’apetura della sposa Kirsten Dunst e’ ormai parte dell’immaginario collettivo degli appassionati di von Trier.

Nel film non mancano gli spunti più ambiziosi sull’amore e sulla condizione di emancipazione illusoria della donna, descritta nel discorso conclusivo di un Seligman che sembra farsi quasi portavoce dell’opinione del regista, come ancora una volta inesorabilmente schiacciata dalle convenzioni sociali e vittima più che mai di se stessa. L’unica colpa di Joe, come lei stessa ci confessa prima di raccontarsi è quella di aver “sempre voluto di più dal tramonto […]. Colori più spettacolari, quando il sole toccava l’orizzonte”, vittima della ricerca vana di un benessere insaziabile, del rifiuto dell’amore e della solitudine completa come sola via di salvezza.

Lungo, impegnativo, grottesco e paradossale, può conquistare oppure disgustare, Nymphomaniac è la summa del cinema di Lars von Trier, lo spettatore ancora una volta ha un ruolo del tutto marginale, e l’unica scelta possibile è quella di investire cinque ore del proprio tempo in qualcosa di cui scoprire il valore, se valore avrà, solo a posteriori.

©Maria Barbara Perrone

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