Giorno: 2 Mag 2014

Milena Prisco – Lasciatemi cantare con la chitarra in mano. Storia di Aldo

berlino 2011 - foto gm

Lasciatemi cantare con la chitarra in mano

Storia di Aldo

 

Un sottofondo. Sono note fischiettate in un ritornello che ogni italiano, mezzo italiano, italiano all’estero, straniero italianizzato, straniero oriundo distingue ormai a memoria dall’inverno del 83’: Lascatemi cantare con la chitarra in mano …

Al- Doho è in fila, gli occhi ai lacci delle scarpe spenti nel dondolio della testa a tempo del suo fischio, quasi impercettibile e lento, quasi una nenia, un lamento: Lascatemi cantare con la chitarra in mano …

La fila è lunga, ha la forma di un nastro di gomma, morbida, ondulata, quasi poi strozzata in una curva a gomito che arriva alla porta, al totem con i numerini di carta. C’è tanta gente intorno, che va e che viene, convulsa, nervosa negli scatti di cambio di direzione, isterica in occhi strabici per non perdere la posizione e trovare il buco giusto nella fila giusta dove fermarsi nella coda corrispondente allo sportello con il vetro antiproiettile con dietro e dentro l’acquario: sportello 1 signora bionda, sportello 2 signora rossa, sportello 3 signore con cravatta allentata male, sportello 4 signora di nuovo bionda, sportello 5 signore con la noia in faccia, sportello 6 signora in vetrina gonfia di zigomi, signore e signori tutti in apnea sotto i colpi del display luminoso in alto al muro che passa in progressione da un numero all’altro crescente fino all’infinito che finisce allo scattare delle quattordici e zero zero.

Al- Doho aspetta, non si guarda neanche intorno, non ha espressione, non ha muscoli che si contraggono, è flaccido nella postura, un burattino moscio sulle ginocchia stanche.

Al- Doho si accende una sigaretta e se la mette in bocca poi uno schiaffo gliela fa cadere dalle labbra, è preso per il collo, è  trascinato fuori dalla fila, trascinato sul peso del suo corpo scivolato sul suo fianco quasi a pelo con il pavimento strusciato con i pantaloni già scuri e non per la polvere e la patina nera degli uffici pubblici.

Al- Doho non sa chi lo abbia afferrato per la collottola come un gatto.

Al- Doho non sa dove lo stanno portando, ha perso l’equilibrio, non reagisce, non parla, si dimena sembra Celentano che a braccia aperte cerca di non perdere contatto con il mondo intorno. Il mondo intorno lo guarda schifato, si apre in una breccia, si divide in chi inveisce contro di lui per qualsiasi ragione e chi resta muto, si disinteressa e scatta per prendergli il posto nella coda e guadagnare così posizioni. Il mondo intorno rimane intorno a se stesso dove Al- Doho è solo un corpo estraneo di passaggio.

Si apre una porta, si chiude quasi sopra i suoi piedi, se ne apre un’altra dopo un breve corridoio verso una stanza vuota. Si chiude quest’altra, è l’ultima ed Al- Doho lo immagina che è l’ultima. Non c’è una sedia, né una finestra, non c’è niente di niente sulle pareti nè sul soffitto, neanche l’eco per il peso nello spazio da questo corpo preso e sbattuto sul pavimento. L’effetto è di una cappa, l’aderenza di una porta al suo stipite è la chiusura di un barattolo ermetico di vetro, senza aria, senza vita oltre quella che se lasciatagli dentro si perde nei vermi della sua stessa carne. Fuori i rumori a stento si distinguono perché si addensano in un ovattato tormento di andirivieni di passi estranei.

 Al- Doho cade, rimbalza sulle mattonelle e reagisce subito e comincia a battere con i palmi delle mani sulla porta: aprite, aprite, non ho fatto niente, che volete da me, aprite aprite … Passano i minuti, tanti minuti ma Al- Doho ha perso la cognizione del tempo, gli hanno portato via l’orologio (finto ROLEX) e il telefonino (finto I Phone). Gli è venuta una voglia pazzesca di fare la pipì, capisce che è passato troppo tempo da quando è stato chiuso in quel buco. Sente la vescica gonfiarsi non riesce più a trattenersi e neanche più a scalciare la porta perché per ogni calcio ne perde qualche goccia che gli impregna le mutande. Allora si rannicchia, seduto a terra con le ginocchia abbracciate fino al mento, strette strette a laccio emostatico per tenere compressa la vescica e lasciarla rilassata. Rallenta pure il respiro. I rumori fuori non smettono. Si apre la porta, neanche il tempo di alzarsi e in due lo afferrano uno sempre per il collo, l’altro per un braccio girandogli l’altro braccio dietro la schiena e trascinandolo sul linoleum sporco, quasi correndo e sbattendolo contro stipiti e sedie fino all’ultima stanza dove un’altra porta gli si chiude dietro alle spalle con un tonfo secco. Di fronte a lui altri due uomini in divisa, una divisa scura, più anziani degli altri. Come ti chiami? Al- Doho Fraani. Documenti. Al Doho comincia a cercare ma non ha più il portafogli nella tasca posteriore dei jeans: … non li ho. Come non li hai? Perquisitelo. Mani ovunque, palpare, stringere, tirare. Ma niente. Al – Doho non se lo spiega, dice di averli avuti con se fino ad un attimo prima, di averli forse persi nell’edificio forse proprio quando lo hanno tirato fuori dalla fila. Come ti chiami? Al- Doho Fraani. Qual’è il tuo nome vero? Al- Doho Fraani. Non è possibile, tu hai la faccia scura, come fai a chiamarti Aldo Frani?Come ti chiami? Dove sei nato? Ad Arak in Iran. E come puoi chiamarti Aldo Frani se sei iranese? Iraniano … ma sono diventato italiano, ho preso la cittadinanza. Uno dei due con la divisa scura: qui c’è un mussulmano sospetto, è un iranese chiamate subito i servizi antiterrorismo. Io sono Al- Doho Fraani e sono un cittadino italiano. Ma vaaaa …. E che ci facevi nel corteo? Sei un dei black bloc? Nooooooo io non li conosco neanche, mi hanno aggredito perché avevo la bandiera intorno al collo! Ed io ho reagito e li ho riempiti di calci, mi hanno fatto questo livido ed io ho reagito. Ma che facevi nel corteo? Sei di Al Quaida? Iooooo ma che dite, io ho combattuto per la liberazione di Teheran. Sempre quello più anziano con la divisa scura: correte qui c’è un mussulmano che dice di essere un italiano ma è un black bloc, lo hanno avvistato nel corteo all’altezza di Largo Argentina mentre prendeva a calci un civile. Ma noooooo! Inizia ad urlare Al- Doho. Gli arriva subito un pugno in faccia, subito sangue dalla bocca, traballa ma non crolla: il burattino molle ora è elastico come una molla. Io sono un operaio e sono stato licenziato senza avviso e avevo una stanza in affitto e me l’hanno levata  ed ora non ho più nulla e in Iran non posso più tornare perché sono diventato un italiano ed il fronte nazionale mi ha segnalato come un amico dell’Occidente. L’altro uomo sempre con la divisa nera: figurati facevi l’operaio … Sì, facevo il magazziniere nella Carte False Srl spedizioni internazionali, facevo il magazziniere là, l’ho fatto per due anni in nero. E dove sta scritto? E chi lo dice a noi che stai dicendo la verità? Facci vedere un documento. Lo sai che se sei italiano devi avere una carta di identità con sopra la professione? Non c’è scritto da nessuna parte, nessuno l’hanno mai scritto da nessuna parte, ho lavorato in nero ed io non so scrivere in italiano, sto facendo la prima elementare serale e non so scrivere in italiano ma facevo il magazziniere, guadagnavo poco ma andava bene così poi Berlusconi, la crisi e mi hanno licenziato senza darmi un soldo da una sera alla mattina. Ho pure un figlio. Che facevi nel corteo? Protestavo. Protestavi? E per cosa protestavi? Urlando quello più giovane con la divisa nera: tu non hai il diritto di protestare, tu sei uno extracomunitario di merda! Io sono un italiano e posso protestare come un italiano. Al- Doho come un disco incantato: perché sono un italiano ma nessuno di voi mi tratta come un italiano, e lavoro in nero e sono stato licenziato in nero e ora non posso mangiare, né posso far mangiare mia moglie e mio figlio ma sono un italiano e protesto contro il governo dei ladri che amano le puttane minorenni. Stai zitto! Hai capito che devi tacere? Hai capito che non hai diritto di parlare ma solo rispondere alle nostre domande?Non ti permettere di dire certe cose, hai capito? Sempre quello più vecchio con la divisa scura: venite qui, venite presto, lo abbiamo preso, c’è un black bloc senza casco che era stato segnalato al corteo potrebbe essere uno di Al Quaida. Stai zit-to. Perché eri nel corteo? Parlaaaa! Chi conoscevi? Nessuno. Perché eri lì? Perché questo governo mi fa schifo. Tre schiaffi in tre secondi, ma Al- Doho traballa e non crolla. Io non c’entro niente io sono italiano sto qua da 12 anni e ho ottenuto la cittadinanza. Tu sei un arabo terrorista di merda. Non è vero. Io sono un italiano!Conosco la squadra dell’Italia che ha vinto i mondiali di Spagna: Zoff, Gentile, Cabrini … Stai zitto, smettila di fare il buffone che sei solo un bugiardo di merda ora, ti conviene che confessi, chi ti ha mandato nel corteo? Ma nessuno, mica è vietato andare ad un corteo? Sì che è vietato se sei un black bloc e in più sei un arabo bastardo. Io sono italiano, io so quella poesia che dice: eran trecento eran giovani e forti e sono morti. Lo vuoi capire che qui non puoi prendere nessuno per il culo? Lo vuoi capire che ti devi stare zitto altrimenti sarai tu il trecentunesimo morto? … Io so tutta la formazione dell’Italia: Zoff, Gentili, Cabrini, Oriali … Zittoooo! L’ultimo schiaffo è un rovescio con l’orologio di metallo che si stampa sullo zigomo destro di Al- Doho, esce subito il sangue, il taglio è sottile quasi non si vede sotto il rosso. Mio figlio si chiama di nome Giuseppe Garibaldi, e lo sapete perché l’ho chiamato così? Perché il vostro Paese è il Paese della libertà, l’ho studiato a scuola che Giuseppe Garibaldi è quello che ha unito l’Italia, è un eroe, un combattente non uno come voi. Smettila di prenderci per il culo! Chi sei e dove abiti e perché eri in quel corteo. A Torino in piazza Bengasi, con una moglie e un figlio in una stanza. Come sei arrivato qui Roma se non hai un lavoro e non hai i soldi? Ho scaricato casse a Porta Palazzo per due notti intere e con quei soldi ho comprato un biglietto di treno di sola andata. Basta stiamo prendendo troppo tempo con questo stronzo. Prendetegli le impronte e fategli le foto segnaletiche intanto. Quello più giovane con la divisa scura lo afferra e lo sbatte contro il muro: devi parlare, chi sei e perché eri nel corteo? Io sono Al-Doho Fraanj e sono un italiano che vuole lavorare! Basta mi hai rotto il cazzo!! Hai capito che mi hai rotto il cazzo, che ci stai facendo perdere tempo e che mi hai stancato con tutte queste stronzate e con stà faccia da santo?!?Strattone, strattone forte, strattone di potenza, strattone di violenza, dal muro AL- Doho spostato, spintonato, scrollato in tutti i muscoli della sua carne. AL- Doho perde l’equilibrio, inciampa sulle sue stesse scarpe, si accartoccia sulle ginocchia e cade, batte la testa, chiude gli occhi e perde i sensi. La testa perde sangue sulla nuca sotto i capelli nero pece. L’uomo vecchio con la divisa scura a quello giovane sempre con la divisa scura: che hai fatto? Cazzo, perde sangue dalla testa. Ma niente, è solo svenuto. Io non ho fatto niente dice l’uomo con le mani in alto. È scivolato lui, io manco l’ho toccato. Io non c’entro niente, lo ha visto si è agitato e ha perso l’equilibrio. Fermati, non toc-ca-rlo. Sto vedendo da dove gli esce il sangue. Non toc-ca-rlo, stai fer-mo. Oh svegliati? Aldo, svegliati? Dai coglione apri gli occhi, smettila di prenderci per il culo, dai Aldo. L’uomo giovane con la divisa scura lo colpisce al fianco con piccoli calcetti, è un sacco di patate che si muove e che torna nella sua originaria posizione. Stai fermo! Ti ho detto di stare fermo e chiama subito il 118, muoviti! A Roma c’è un inferno, il centro è un inferno, da nessuna parte si può passare, sono più le forze dell’ordine che i manifestanti, la gente guarda dalle finestre semiaperte, i negozi sono chiusi manco fosse una domenica pomeriggio di piena estate. Il tempo passa, passa velocemente, l’andirivieni delle gente nell’edificio si sente sempre meno, tutto si calma, il silenzio cade spesso, gli sportelli sono ormai chiusi, nella stanza nessuno parla, tutti composti anche quelli che arrivano, che entrano nella stanza, che rimangono a guardare AL-Doho sembra che stanno assistendo ad uno spettacolo di teatro, AL-Doho è a terra e sempre più bianco, quasi livido, la macchia del sangue si apre sempre di più sul pavimento. Arriva un uomo si inginocchia e prende il sangue con il pollice e il medio, se lo strofina fra i polpastrelli e lo annusa quasi a volerlo assaggiare. Si alza compunto. Arriva poi l’autoambulanza in una processione di uomini con pettorina arancione ed aria dimessa e assorta, è un’ora dopo e lo portano via cadavere. Una donna arriva con un panno di daino ed un bastone per pulire la macchia che rimane con un alone granata sul linoleum che ha assorbito il plasma in eccesso. Recuperano il cellulare che gli avevano sequestrato e cercano nella rubrica qualche nome da chiamare che non sia mamma, sarà in Iran e non parlerà italiano. Dalla porta aperta della stanza con passo svelto e rumoroso arriva l’ennesimo giovane con la divisa scura e porta in una mano un portafoglio viola, lo porge all’uomo vecchio sempre quello con la divisa scura che lo apre, dentro c’è una foto di una donna mora con un bambino in braccio che piange, una carta d’identità emessa dal Comune di Torino con una fotografia di una faccia identica a quella di AL-Doho, i dati: Al-Doho Fraanj nato ad Arak Iran il 29 marzo 1970 e residente a Torino, piazza Bengasi 18 – cittadino italiano, segni particolari nessuno. Coniugato. Disoccupato. L’uomo vecchio sempre quello con la divisa scura chiude la carta e rimane in silenzio con le mani chiuse sui fianchi mentre squilla il telefono con una suoneria che canta: lasciatemi cantare con la chitarra in mano, lasciatemi cantare una canzone piano piano, lasciatemi cantare perché ne sono fieroooo, sono un italiano, un italiano vero …

©Milena Prisco