Mese: Mag 2014

Plinio Perilli, Gli amanti in volo

copertina-Plinio-Perilli

 

Plinio Perilli, Gli amanti in volo, Pagine 2014

Nota di lettura di Anna Maria Curci

 

Un canzoniere d’amore nel 2014? Potrebbe chiedersi stupito lo scettico di turno, che annoiato spilucca qua e là, annusa lo sperimentalismo di maniera, rovista nell’inchino d’occasione, sfiora l’indulgere alla moda e si rivolge già ad altro, ché non è sua la ricerca, ma il gridolino lo soddisfa, il birignao. Sì, un canzoniere d’amore per un percorso che abbraccia quindici anni di scrittura e studio, un “romanzero”, per dirla con le parole di Heinrich Heine, che incede, scorre, «trascorre» la parola e la cerca, instancabile e fedele nella quête.
Pensarti è un dono, annuncia la prima parte, chiarendo così, fin dall’inizio, che amore e pensiero non sono separati e che cercano – fin dall’inizio, «magia che in un respiro/la Cabbala percorre tutta.» – la parola per rifondare mondi e costellazioni.
Amore, sì, ma quale? Con le parole del poeta proviamo a dire di quale amore non è canzoniere Gli amanti in volo, o meglio, proviamo a illustrare alcune condizioni irrinunciabili sulle quali la soavità e la grazia della poesia di Plinio Perilli pur non transige. Sono i versi iniziali del testo che, come per l’attacco di ogni sezione della raccolta, si presenta in corsivo:

Non vale dirlo, l’amore,
e troppo poi evocarlo –
se questa luce diffida
di chi ne fa uno svago…
Non vale scriverlo, oro
di parole, se nominare allontana lo sguardo
che ha radici….

(p. 13)

E viene da pensare all’intreccio di voci di Ginevra Di Marco e Giovanni Lindo Ferretti nella loro stagione PRG (successiva alla stagione CSI, che a sua volta era stata in precedenza CCCP), nel brano Montesole: «L’amore non lo canto, / è un canto di per sé / più lo si invoca/ meno ce n’è»).
Non è dunque l’amore svago, l’amore ammazzatempo, l’oblio di sguardo e il vuoto di memoria ad essere cantato qui,  ma è il tendere – come scrive il poeta altrove – «a quell’oltre dismisura d’Amore», è dialogo e ricerca, è sguardo che non si sazia di sé, ma l’altro sguardo chiama e con quello conversa, e insieme all’altro si volge al tempo, mai immemore, ma conscio, «fervoroso» e mai fanatico, «in lotta per la vita», pegno ed impegno.
Iniziamo allora questo volo, principiando dai colori, tutti presenti qui, arcobaleno e tavolozza in movimento, con l’oro e il cobalto in ricorrenza, con quella «azzurritudine» che arriva intatta qui – eppure meditata e vissuta – da Novalis e, soprattutto, da Georg Trakl, dopo aver attraversato le vie di altri poeti – in primis Rilke citato in esergo – e dopo essersi imbevuta di dipinti, maioliche e affreschi, come vera «soglia del cielo», come recita il titolo della seconda sezione della raccolta.
Blau, Farbe der Ferne era il nome dato a una mostra del 1991 e «l’azzurro, colore della lontananza» ritorna ampio e profondo qui:

[…] l’azzurro,
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Un poemetto in sei stanze, nella terza sezione che ha lo stesso titolo dell’intera raccolta, Gli amanti in volo, stende e separa, individua e mescola i colori. Si tratta del testo I colori e l’Amore. Eccone alcuni passi, che rendono in maniera esemplare, inoltre,  il metro caro all’autore, il doppio settenario:

1
Ha i colori, l’amore – li ritrova e li perde…
Tutti dentro di sé, ma specchiati alla luce.
[…]

2
Hai i colori, mio Amore, li insegni e sai capirli,
costruirli a pensiero, a gioia, pudore e rito
di nuove attese, riconquiste interiori […]

(p. 48)

6
Se apri gli occhi, è al colore, ti svegli e già
gli affidi i colori consueti, o forse perfino
inventare per dipingere il nostro sogno come era
e sarà, estraniato e felice, pudico e cancellato,
rivestito di bianco. Perché di nuovo tu ora
possa viverlo, farlo nascere al mondo, dipingerlo
come si ferma un sogno… Se ha i colori, un sogno,
certo li ha rubati all’amore, o ad un viaggio
troppo arduo e in mistero. Si ricorda il rosso
d’essermi cuore, e giallo il sole, l’azzurro
lontananza e attesa, soffitto e cielo d’ogni poesia.

(p. 50)

Continua, il volo, per i versi e negli anni, volge lo sguardo a figure-stelle del nostro immaginario, con «l’amore romanzato» le anima e in nuovo volo dona loro nuova luce e nuovo suono. Che siano Gli amanti in volo del dipinto di Chagall Sopra la città (dal 1914 al 1918, sopra la Storia e dentro la Storia, sopra la Grande Guerra e dentro la Grande Guerra; e come non pensare, contemporaneamente, alla poesia di Brecht Gli amanti, che, in Ascesa e caduta della città di Mahagonny, così attacca, nella traduzione di Emilio Castellani: «Guardalo, quel grand’arco delle gru!»?) o Pungiluna – Pique la lune – del poema omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry, volo di notte e impresa leggendaria che non a caso occupa la parte centrale della raccolta,  Grande Ricognizione Aerea 2/33, costanti e fedeli sono lo slancio, la cura del verso, il ritmo sicuro e sostenuto a collegare la Storia e le storie, stilemi diversi e alternati con maestria, il “trobar clus” e il “trobar leu” e, naturalmente, menzionato insieme ai due precedenti, “l’amor de lonh”, l’amore da lontano cantato da Jaufré Raudel.
Il volo prosegue: è ancora verso l’arte che si dirige l’amore, nella sezione Al pianto al “Nudo dolente” di Modigliani:

Ma tutto in te è doloroso
come se Bellezza fosse una prova,
la spina che ci lascia, dopo il profumo,
l’oltraggio ad una rosa bianca. Magrezza
e nudità si proteggono, perché il tuo corpo
flessuoso, scarno, pari ospita l’anima.
[…]

(p. 100)

E l’amata? Tra le sue numerose epifanie, nella dolcezza del bacio, nella consuetudine dell’impronta lasciata sul cuscino, nella Sehnsucht dettata dall’assenza, mi piace scegliere il candore illuminante dell’episodio occorso all’amata bambina, annuncio e promessa di un dono-fardello, di un talento che è anche impegno alla condivisione. Si tratta di Per un bianco attimo (dalla sezione Giardino in cuore), testo in cui la lettura di Pascoli è attraversata, come sempre avviene nella poesia di Plinio Perilli, con profondi conoscenza e amore:

L’età è volata, ed ora, vedi?, la racconti,
semplice e antica come una fiaba che mai
s’invecchia, e ci porta al futuro…
Tu, quand’eri bambina, ed una volta
viaggiasti con tuo padre, in macchina,
dentro chissà che viaggio… Nomi, città
che allora raddoppiavano in mito la realtà:
“Verso Pescara… Era marzo o aprile…
Ancora un po’ d’inverno… Faceva freddo,
e in autostrada noi trovammo la neve”…

Volesti scendere, solo per un bianco attimo,
lì a toccare quel freddo, silenziosa
di gioia. Risalisti col peso forse
già di questa poesia, librata e pronta
ad un sogno felice. […]

(p. 113)

Il volo può farsi immersione, ancora, come in Mare in sogno, componimento che dà il titolo a un’intera sezione. La meta anelata, verso la quale l’anima tutta si protende, è il sogno.

Scendo dalla tua parte, e sorrido, circum-
navigo ieri – se oggi il mio pensiero
t’ha riavverata qui, m’ha consegnato
il Tempo: conta poco in amore, se ad ogni
sole risorge azzurro stupore, come d’un
sogno che metta a fuoco il mondo, i suoi
contorni; poi s’affaccia di fuori, a un
nuovo giorno che ringrazia d’esistere,
d’averci dato questa gioia riflessa,
affratellata agli altri, questo anonimo
porto che in seno respira vero il suo
sogno – culla, disgiunge o sposa il futuro.

Mi alzo, sbarco dal letto/nave, saluto
il sole, valuto il cielo, vesto un sorriso

(p. 131)

Il deserto, infine, è tappa fondamentale nel volo. Riflessione e passaggio, prova ardua e ineludibile, non può ignorare i riferimenti al deserto biblico, ma ha, ai miei occhi, anche la profondità del viaggio dentro di sé del “deserto egizio” narrato da Ingeborg Bachmann nei frammenti del suo progetto narrativo Todesarten. Assume varie forme ed è plurale, ed è d’amore, è come recita la poesia che dà il nome alla sezione conclusiva, I deserti dell’amore:

O il deserto ci è dentro – ci insabbia
di coscienza, ci esilia in un altrove
più astratto che drammatico, salvato
dalle oasi… Idealità, pensieri, amori
in carovana – d’esperienze e antidoti,
strappi e stupefazioni, fabule aride.

Deserti radiosi o implosi, scenario
di ogni crescita, missioni dell’asprezza.
Polvere e Tempo, clessidre immense
dell’enorme Storia, che sempre percorriamo
ma poi non ci appartiene, ci ferisce
o blandisce, ci delude o ci premia
– e noi le apparteniamo.

Fioriture e rancori egualmente donatici…
Oasi dove il deserto corre al riparo,
eppure prolunga, conferma se stesso.
Pellegrinaggi rasserenati e scabri, viaggi
oltre l’orizzonte e la pena, il confine
e l’illimite: deserti di ogni Speranza
disertata nei cuori, ma in fondo mai
smarrita.

S’incammina furtiva e mistica
dietro le Città Ruggenti, oltre il Caos
che danna e s’innova sterile, dove la Storia
finisce – o smette di vantarsi…
Deserti dell’Amore: se l’uomo non sa
crescervi, radicarsi alla sabbia, giù
fino alla pietra che è buia ma
si nutre, refrigerio dà all’anima.

Deserto che anch’io attraverso
come la plaga nobile ed estrema del Mondo,
ferita stessa di ogni vita, che solo
dall’assenza può rinascere – da questa
sete d’amore che incarno e che attraverso
– da questo vento che m’impietrisce,
m’insabbia e mi sala il cuore.
[…]

(pp. 151-153)

____________________________________________

Plinio Perilli (Roma, 1955) ha esordito come poeta nel 1982, pubblicando un poemetto sulla rivista “Alfabeta”, auspice Antonio Porta. La sua prima raccolta è del 1989, L’Amore visto dall’alto (Amadeus), finalista quell’anno al Premio Viareggio), ristampata nel 1996. Seguono i racconti in versi di Ragazze italiane (Sansoni, 1990, due edizioni, Premio B. Joppolo). Chiude una sorta di trilogia della Giovinezza con il volume Preghiere d’un laico (Amadeus, 1994), che vince vari premi internazionali: il Montale, il Gozzano e il Gatto. Petali in luce, una sorta di diario lirico condensato e sublimato in 365 “terzine”, è uscito nel 1998, presentato da Giuseppe Pontiggia (Amadeus). Recentissimo, il suo “canzoniere d’amore” Gli amanti in volo (2014), che comprende poesie e poemetti dal 1998 al 2013.

Una raccolta antologica delle sue poesie, Promises of Love (Selected Poems), è stata tradotta in inglese da Carol Lettieri e Irene Marchegiani, ed editata a New York nel 2004 presso le Gradiva Publications della Stony Brook University. Nel 2011 il suo poemetto L’Aquila, sorvolandosi, dedicato al tragico evento del terremoto del 6 aprile 2009, ha vinto il Premio Internazionale Scanno per la Poesia.

Come critico si occupa specialmente di convergenze multidisciplinari e sinestesie artistiche (Storia dell’arte italiana in poesia, Sansoni, 1990), nonché dell’insegnamento della poesia ai giovani e nelle scuole (La parola esteriore. I nuovi giovani e la letteratura, Tracce, 1993; Educare in poesia, A.V.E., 1994). Del 1998 è un grande studio antologico sul ‘900 italiano in rapporto all’idea di Natura (Melodie della Terra. Il sentimento cosmico nei poeti italiani del nostro secolo, Crocetti, 2ª edizione 2002).

Collabora a numerose riviste e ha curato molti classici, antichi e moderni, dal “Canzoniere” di Petrarca alle liriche di Michelangelo, dai “Taccuini futuristi” di Boccioni alle poesie di Carlo Levi, dagli scritti di Svevo su Joyce a “Inventario privato” di Pagliarani e “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli.

Di recente uscita un suo vasto e intrecciato repertorio sui rapporti fra il Cinema e tutte le altre arti: “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del Cinema in 40 grandi registi (Mancosu Editore, 2009), per rendere finalmente omaggio a tutte le magiche corrispondenze e i più fantasiosi sodalizi espressivi, che intrecciano e irradiano, insieme, l’ispirazione e l’immaginario. A seguire, il volume di scritture e memorie testimoniali RomAmor (“Come eravamo 1968-2008”), edito nel 2010 presso le Edizioni del Giano, tutto dedicato al rapporto fra Roma come entità ed amalgama letterario, e i grandi numi tutelari della seconda metà del ’900, fino ai nostri ultimi anni: da Gadda a Moravia, da Flaiano a Pasolini, da Amelia Rosselli a Dario Bellezza, etc.

Ha tenuto numerose conferenze, presentazioni e prolusioni presso le maggiori università italiane ed americane.

Nepal, a tratti

nepal1

 


In una nuvola di fumo pensavo e ripensavo all’odore dell’India, il Pasolini che avevo letto senza più ricordarlo…

Non India, qui, ma Nepal:
lingua di terra inarcata, scala
appoggiata al muro himalayano,
ponte per
il cuore dell’Asia.


Svastiche, rovesciate rispetto a quella nazista o anche esattamente nello stesso verso. Lo spettro dell’esoterismo, le sue forme, l’ombra scurissima di un nazismo magico riemerge da questo simbolo invece antico, di luce, di sole.
Tanto più che una sorta di “stella di David” compare a più riprese, con in mezzo un libro, ovunque vi sia un istituto educativo e nei villaggi, specialmente quelli più piccoli e poveri, si trovano ancora bandierine e piccoli manifesti con la falce e il martello. Sono residui della guerriglia maoista che per un decennio ha percorso le strade, prima che la monarchia cadesse, nel 2007.
Tre dei più potenti segni del Novecento riuniti qui…


Altre stelle, quelle del cielo, non si vedono, o s’intravedono a fatica. Inquinatissimo il cielo sopra Kathmandu, di un grigio che schiaccia il respiro, ed è polvere. Per questo e per effetto dell’umidità, l’Himalaya non si vede. Allora serve un piccolo aereo per poter aprire la botola del sottotetto-cielo-minore di questa valle.
Ecco finalmente l’altare immenso dell’Himalaya. Non più grigio, ma tutti i gradi possibili di un azzurro prima sconosciuto, dal finestrino.

—-
Lo Stupa, chissà cosa contiene. Conserverebbe una reliquia, ciò che lasciato dietro resta, o forse niente. I tanti più piccoli Stupa che si incontrano in viaggio, ma soprattutto Swayambhunath, con i macachi intorno, e Boudhanath: possibile che quelle cupole gigantesche simboleggino soltanto, che sia  la testa o l’intero corpo, il Budda? Stūpa significherebbe “grande quantità” o forse “ciuffo di capelli”. Ma non importa, il possibile “vuoto”, il “niente” di quei pancioni-testoni, è riempito dagli occhi, quelli svettanti sopra quelle enormità tonde, gli occhi “pieni” di compassione del Śākyamuni Siddhārtha, innalzati con il segno dell’uno e il terzo occhio a reggere le tredici tappe verso l’illuminazione. Occhi, sempre così difficili da raccontare, che lì contengono tutto; assunta la piega della pietà, fissano con fermezza i quattro punti cardinali, attraggono tutto e dispongono, senza che ci si accorga, della coscienza di chi li osserva.
Occorre superare la rabbia, l’ignoranza, il desiderio, racconta la nostra guida…

—–
Cremazioni a Pashupatinath. Il corpo, avuto in prestito, deve tornare al fiume o tramite il fiume a qualcuno-qualcosa, chi? – cosa? Io assisto con un silenzio fortissimo negli occhi alla fine del prestito, al modo in cui si compie. Da corpo a cenere, la remissione di sé a un’acqua, quella disastrata del Bagmati, che porti via.
Lucrezio, De rerum natura, III: “Il nascere si ripete di cosa in cosa / e la vita a nessuno è data in proprietà ma a tutti in uso”.

——
Hindū viene dall’antico sanscrito vedico Síndhu, che indica il fiume Indo. Era animismo, all’inizio, si adorava la natura intorno al fiume.
Poi venne il tempo dei Trimūrti e i tanti milioni di divinità, delle loro manifestazioni.
Lo speciale sincretismo religioso tra Induismo e Buddismo è dappertutto, da Bhaktapur e Patan, nelle loro meravigliose piazze dove il tempo pare si sia fermato, alle colline dove si appoggiano i monasteri.
Così, mentre a Dakshinkali si assiste all’orrore (che proviamo noi) delle decapitazioni di galli e capretti perché il loro sangue sia offerto alla terribile e nera dea Kali, in un monastero poco distante si assiste ai dolcissimi mantra delle cerimonie buddiste.

——-
La popolazione del Nepal: tra le più povere al mondo, eppure così dignitosa, e gentile e mite. Incontrare gli occhi di questa gente, incastonati tra i bellissimi tratti di alcuni volti, è forse la meraviglia più grande. Sorridono, uniscono le mani e ti salutano: Namaste, ossia mi inchino al divino che vedo in te.

 

Cristiano Poletti

Osservare lateralmente le cose – Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

rosario

 

Osservare lateralmente le cose Officina di scrittura teatrale – TMO (Teatro Mediterraneo Occupato) ( a cura di Rosario Palazzolo

Osservare lateralmente le cose. Questo dovrebbe essere uno dei compiti preliminari dello scrittore, e non farsi fregare dalla prassi, pertanto, dall’analisi condizionata dall’analisi, dal maremoto di ovvietà che stagna la vita dell’artista standard, con le sue passioni standard e le sue trasgressioni standard; perché osservare lateralmente le cose ci espone sempre a dinamiche nuove che non comprendiamo immediatamente, offrendoci un punto di vista alternativo e alternante, ché basta variare lo sguardo di pochi gradi e cambia l’oggetto del nostro vedere, cambiamo noi osservatori, muta il rapporto. Di conseguenza occorre essere disabituabili, per scrivere il teatro, e estremamente esperti nel riconoscere l’idiozia della consuetudine; degli avvezzi cronici al dispregio, all’acrimonia, e insieme dei catechizzati alla sofferenza più grande, quella di contraddirsi continuamente, affinché si sperimenti l’impossibilità della consolazione, il suo limite intrinseco. Perciò, Osservare lateralmente le cose sarà un luogo di sperimentazione, innanzitutto. E poi un luogo in cui ricercare o affinare la propria voce teatrale. Nessun limite di età, nessuna particolare esperienza richiesta. Un laboratorio di scrittura per drammaturghi o aspiranti drammaturghi o semplicemente per chi intende comprendere meglio le dinamiche della comunicazione, e della rappresentazione. Si partirà dalla struttura del testo, dalla scaletta, dalla descrizione fisica dei personaggi e dei luoghi, per arrivare all’organizzazione dei dialoghi, all’etica del racconto, alla definizione delle didascalie, alla revisione. Un massimo di dieci partecipanti per un percorso complesso e affascinante, la cui prima fase inizierà il 3 luglio e si concluderà il 31 luglio, per poi riprendere il 4 settembre e terminare il 29 settembre, con una pausa nel mese di agosto in cui gli scrittori potranno lavorare individualmente sul proprio testo.

Due gli incontri a settimana, in orario pomeridiano. Per chi non volesse, è previsto un percorso telematico, intervallato da tre incontri via skype, in cui si analizzeranno i contenuti del testo, le eventuali migliorie da apportare. Il calendario dei suddetti incontri sarà stabilito con ciascun partecipante. Le candidature per entrambi i percorsi – provviste di un breve curriculum – dovranno arrivare entro e non oltre il 23 giugno 2014 all’indirizzo mail teatrinocontroverso@gmail.com. La pratica di scrittura di baserà sui seguenti argomenti: le biografie immaginarie, i frammenti biografici e biografemi, le idiosincrasie, il flusso di coscienza, il monologo esteriore rivolto agli altri, il monologo esteriore rivolto a se stessi, lo skaz o monologo gergale, i tropismi, le impressioni sparse, le caratterizzazioni di ambienti e personaggi, le descrizioni di descrizioni, ovvero: le transcodificazioni, gli elogi (dell’apparente insignificante), le figure retoriche, il tema, le variazioni sul tema, l’analisi dei motivi, l’etica di un testo, l’estetica di un testo, il metodo empirico, le utopie, le antiutopie, le ucronie, le metamorfosi, la trasposizione dei motivi, l’alterazione della lingua italiana, l’utilizzo provocatorio dei verbi, la sintassi eversiva, la lingua palermitana, i dialoghi, i titoli, gli incipit, le scritture funzionali, la struttura del testo, le didascalie, la revisione.

Due dei testi nati durante l’Officina di Scrittura Teatrale, verranno messi in scena (dopo una fase laboratoriale aperta ad attori e attrici) dai registi Giuseppe Massa e Marika Pugliatti. I due lavori debutteranno nella stagione 2015/2016 al Tmo. Il costo del laboratorio è di 150 euro. 80 euro per i partecipanti on line.

***

Rosario Palazzolo è nato a Palermo nel 1972. Drammaturgo, scrittore, regista e attore, per il teatro ha scritto: Ciò che accadde all’improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi – Premio Oltreparola), e i tre atti della Trilugia dell’impossibilità: Ouminicch’, Manichìni e ‘A Cirimonia, vincitore del 18° Festival Internazionale del Teatro di Lugano e Menzione speciale premio In-box (Siena, 2010). I suoi spettacoli – prodotti dalla Compagnia del Tratto – sono stati rappresentati nei maggiori teatri di ricerca nazionali. Nel 2013 fonda Teatrino Controverso, con il quale produce, oltre a Letizia forever, gli spettacoli del Dittico Del Disincanto (Visita guidata e Tauromachia) e Catechesi sulla sofferenza. Nel 2006 ha vinto il Premio Lama e trama con il racconto a N. Ha condotto, fra gli altri, laboratori di drammaturgia presso L’Accademia di Belle Arti di Brera (Milano), La Vicaria (Palermo), il Teatro Della Contraddizione (Milano). Per la narrativa ha scritto: L’ammazzatore (Perdisa pop, 2007) e Concetto al buio (Perdisa pop, 2010), Cattiverìa (Perdisa pop, 2013). Nel 2012 Guglielmo Ferro mette in scena una versione teatrale del suo romanzo Concetto al buio. Invitato a più riprese dalle università di Liverpool, Manchester e Capodistria, recentemente gli è stata dedicata una tesi di laurea (Possibilità Vs. Impossibilità: la drammaturgia di Rosario Palazzolo).

Giuseppe Massa nasce a Palermo nel ’78. Debutta come attore il 18 Luglio del ’97 in Miraggi Corsari di Claudio Collovà, col quale intraprende un percorso di formazione lungo 8 anni. Nel 2002 è diretto da Antonio Latella in Querelle de Brest di Jean Genet. Nell’inverno del 2006 presenta come autore e regista Sutta Scupa. Il testo dell’omonimo spettacolo ottiene una segnalazione al Premio Ubu 2006 alla voce Nuovo Testo Italiano. Due anni dopo debutta al Festival delle Colline Torinesi con Rintra ‘U Cùori -(omaggio a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti), prodotto dal Teatro Garibaldi alla Kalsa. Nel 2009 mette in scena Sabella di Franco Scaldati. Due anni dopo debutta al Teatro Nuovo di Napoli con Nudo Ultras; cura insieme a Federico Bellini e Sybille Meier la drammaturgia di Mamma Mafia, spettacolo prodotto dallo Schauspielhaus di Colonia e diretto da Antonio Latella; mette in scena Richard III (overu la nascita dû novu putiri). Nel 2012 presenta all’ “Emergency Entrance Festival” di Graz Chi ha paura delle badanti?, di cui cura la parte autoriale e la regia; scrive Canto nel Fuoco (omaggio a Noureddine Adnane) messo in scena da Lukas Langhoff durante il Festival Voicing Resistance di Berlino. I suoi due ultimi lavori sono Buttitta Dreaming, un reading sui generis liberamente ispirato all’opera poetica di Ignazio Buttitta; e Barbablu non muore mai, una riscrittura in chiave horror della famosa fiaba di Charles Perrault.

Marika Pugliatti nasce nel 1971 a Messina. Dopo aver studiato con Castellaneta, Marchetti, Perriera, Camilleri, Sambati, Carpentieri, Baliani e Barba, debutta professionalmente nell’Amleto al Teatro Garibaldi, regia di Carlo Cecchi, interpretando Ofelia, ruolo che le vale alcune segnalazioni al Premio Ubu come Nuova attrice. Subito dopo entra a far parte del sodalizio artistico nato dall’unione delle compagnie Diablogues, di Enzo Vetrano e Stefano Randisi, e Le Belle Bandiere, di Elena Bucci e Marco Sgrosso. Negli stessi anni lavora anche con Beatrice Monroy e Walter Manfrè (Indagine sul Dio), Alfonso Santagata (Tragedia a ‘mmare), Ninni Bruschetta (Antonio e Cleopatra, lo Studio), nuovamente con Carlo Cecchi (Leonce e Lena) ma anche con Silvano Baldi, Clara Gebbia, Antonio Raffaele Addamo e Giuseppe La Licata. Trascorsi sette anni a Madrid, dove insegna recitazione nella Scuola Italiana Enrico Fermi, torna in Italia dove riprende la sua carriera d’attrice. Dal 2009 prosegue il suo percorso teatrale con Vetrano e Randisi (I giganti della montagna – Premio Nazionale Le Maschere del Teatro come Miglior spettacolo dell’anno – e Trovarsi con Mascia Musy), alternando questa esperienza con altri incontri, quali quelli con Roberto Del Gaudio (Felice e Costanza, di cui è anche autore con Donatella Furino), Paola Pace (Medea di Max Rouquette), Gaetano Colella (Cenepentola, dello stesso Colella e di Francesco Ghiaccio) Paolo Mannina (Giochi di Società, di cui è anche ideatrice) e Antonia Truppo (Accammora, dello stesso Mannina). Nel 2013 dirige e interpreta due suoi spettacoli: 100Calls, che debutta a Berlino e di cui è anche autrice, e SU-A.

Giorgio Agamben, “Il fuoco e il racconto” (una minima nota di lettura)

il-fuoco-e-il-racconto-

 

C’è un’andatura, nella prosa di Agamben, che dispone il lettore alla consegna di ogni altro atto mentale.
Anche nei suoi momenti più scorrevoli – perché di questo si tratta, nel nostro caso, di dieci saggi densi e complessi ma dall’incredibile limpidezza di lettura – una potenza ben dosata preme la pagina contro la retina, e si concede, senza nessun vezzo, di sfoderare, al momento giusto, l’unghiolo.
Cuore del libro è il saggio eponimo in apertura. È lui che segna il discorso intero, gli imprime spinta e da lì lo osserva ruotargli intorno. Il fuoco e il racconto sono i due poli che, secondo un racconto riportato da Scholem, aprono e chiudono un’apparente evoluzione: il primo, il fuoco, è il mistero, l’enigma, il mito; il secondo, che lo rimpiazza quando l’altro è perduto, è la storia. Ma che la perdita del mistero in virtù dell’affrancamento della storia (la sua “secolarizzazione”) sia, in letteratura, un progresso, è immediatamente escluso: non può appagare ciò che dimentica di essere, soprattutto, modo per testimoniare che si è perso il fuoco, quello stesso fuoco che, da solo, non potrebbe essere detto:

Il fuoco e il racconto, il mistero e la storia sono i due elementi indispensabili della letteratura. Ma in che modo un elemento, la cui presenza è la prova inconfutabile della perdita dell’altro, può testimoniare di quell’assenza, scongiurarne l’ombra e il ricordo? Dov’è il racconto, il fuoco si è spento, dove c’è mistero, non ci può essere storia.
Dante ha compendiato in un solo verso la situazione dell’artista di fronte a questo impossibile compito: “l’artista / ch’a l’abito de l’arte ha man che trema” (Par. XIII, 77-78). La lingua dello scrittore – come il gesto dell’artista – è un campo di tensioni polari, i cui estremi sono stile e maniera. “L’abito de l’arte” è lo stile, il possesso perfetto dei propri mezzi, in cui l’assenza del fuoco è perentoriamente assunta, perché tutto è nell’opera e nulla può mancarle. Non c’è, non c’è mai stato mistero, perché esso è interamente esposto qui e ora e per sempre. Ma, in questo gesto imperioso, si produce a volte un tremito, qualcosa come un’intima vacillazione, in cui bruscamente lo stile tracima, i colori stingono, le parole balbettano, la materia si aggruma e trabocca. Questo tremito è la maniera, che, nella deposizione dell’abito, attesta ancora una volta l’assenza e l’eccesso del fuoco. E in ogni vero scrittore, in ogni artista vi è sempre una maniera che prende le distanze dallo stile, uno stile che si disappropria in maniera. In questo modo il mistero disfa e allenta la trama della storia, il fuoco gualcisce e consuma la pagina del racconto.

Entra così in gioco l’elemento che attraverserà i saggi – l’oscillazione, il tremito, l’equilibrio, la lotta serrata dell’uomo con le spinte e controspinte che lo avvicinano all’opera. Una volta insinuato, il tema riemerge in quello che del filo è la perla, il saggio Che cos’è l’atto di creazione?. Partendo dalla definizione di Deleuze di atto di creazione come “atto di resistenza”, Agamben desidera qui proseguire il discorso, inserirsi in una sacca di possibilità del pensiero, chiarire di cosa si possa star parlando quando si parla di “resistenza” e creazione. “Resistenza” e “potenza” (a sua volta poter-fare e poter-non-fare, “signoria su una privazione”) diventano allora un altro esempio di forza bipolare il cui equilibrio è la grazia dell’opera:

Colui che possiede – ho ha l’abito di – una potenza può tanto metterla in atto che non metterla in atto. […] L’architetto è potente, in quanto può non costruire, la potenza è una sospensione dell’atto. […] La potenza è, cioè, un essere ambiguo, che non solo può tanto una cosa che il suo contrario, ma contiene in se stessa un’intima e irriducibile resistenza. Se questo è vero, dobbiamo allora guardare all’atto di creazione come a un campo di forze teso fra potenza e impotenza, potere e poter-non agire e resistere. […] La duplice struttura di ogni autentico gesto creativo, intimamente ed emblematicamente sospeso fra due impulsi contraddittori: slancio e resistenza, ispirazione e critica.

Ciò che si perde, in caso di disubbidienza alla perfezione di queste forze, è chiaro: “l’artista ispirato è senz’opera”; “la potenza-di-non non può essere a sua volta padroneggiata e trasformata in un principio autonomo che finirebbe con l’impedire ogni opera”; infine, “chi manca di gusto non riesce ad astenersi da qualcosa, la mancanza di gusto è sempre un non poter non fare”.
A sottolineare il limine sottile tra l’opera e ciò che non lo è (o che smette di esserlo), la parola “potenza”, con tutto il suo carico di delicato equilibrio, ritorna nell’ultimo saggio (Opus alchymicum), dedicato all’Opera alchemica come aggancio tra lavoro su di sé e produzione di un’opera. Si è già detto altrove (Dal libro allo schermo. Il prima e il dopo del libro) che “un’opera in cui la potenza creativa fosse totalmente spenta non sarebbe un’opera, ma cenere e sepolcro dell’opera”. Qui lo sguardo si allarga, tocca l’interazione tra l’opera e i suoi creatori, o tra l’opera e i suoi guardanti:

Un soggetto che cercasse di definirsi e di darsi forma soltanto attraverso la propria opera si condannerebbe a scambiare incessantemente la propria vita e la propria realtà con la propria opera. Il vero alchimista è, invece, colui che – nell’opera e attraverso l’opera – contempla soltanto la potenza che l’ha prodotta. […] Ciò che il poeta, divenuto “veggente”, contempla è la lingua – cioè non l’opera scritta, ma la potenza della scrittura. […] Certo contemplazione di una potenza si può dare soltanto in un’opera; ma, nella contemplazione, l’opera è disattivata e resa inoperosa e, in questo modo, restituita alla possibilità, aperta a un nuovo possibile uso. Veramente poetica è quella forma di vita che, nella propria opera, contempla la propria potenza di fare e di non fare e trova pace in essa.

Ma questa nota di lettura è minima, e si è aggrappata a un solo filo. Tante le eco interne a mostrare, in questo libro, il telaio di una mente al lavoro su più fronti, il cui ragionamento si espande, con il battuto di una stessa terra, su più di un sentiero. Con un capo sempre ben stretto a “ciò che ci resta ancora e sempre da capire – il nostro essere parlanti” (Parabola e Regno). Perché

è sulla lingua che gli intervalli e le rotture che separano il racconto dal fuoco si segnano implacabili come ferite. I generi letterari sono le piaghe che l’oblio del mistero scalfisce sulla lingua: tragedia ed elegia, inno e commedia non sono che i modi in cui la lingua piange il suo perduto rapporto con il fuoco. […] Scrivere significa: contemplare la lingua, e chi non vede e ama la sua lingua, chi non sa compitarne la tenue elegia né percepirne l’inno sommesso, non è uno scrittore.

Le cronache della Leda #16 – Quando passeggio

biennale architettura 2010 - foto gm

 

Le cronache della Leda #16 – Quando passeggio

 

Vado a passeggiare, c’è un piccolo fiume appena fuori dal paese. È lì che vado a passeggiare, poco dopo l’alba, non tutti giorni, ma abbastanza spesso. Vado quando voglio pensarti, figlio, passeggio quando voglio ricordarmi. La luce rosa quella che siamo abituati a vedere nelle fotografie qui non si vede quasi mai, qui le albe hanno un colore che varia dal grigio al bianco. I colori ce li metto io quando ti penso, il silenzio fa il resto. Ti penso in silenzio.

Penso a me madre e alle cose che non ti dico. Le cose che non riesco a dirti. Non ti ho mai detto che mi manchi, tu me lo dici sempre, io ci credo fino a un certo punto. Ti manco come può mancare una madre anziana che vive lontana, qualcosa a cui si pensa con nostalgia, come quando si guardano le foto sbiadite e si accenna un sorriso buttando l’occhio fuori dalla finestra. Sono una presenza che non c’è, una che segue a distanza la vita tua e quella di suo nipote. Esisto nelle vostre vite come un rimbalzo, come una voce fuori campo, un racconto in terza persona. Come i regali che si fanno per Natale. Quello è il mio regalo, voi due che venite per Natale. E anche quelle volte non è completamente gioia, è più qualcosa dopo la gioia, una cosa che somiglia a voi due che andrete verso l’aeroporto. Baci e abbracci.

In queste passeggiate che non sono né lunghe né corte, soltanto necessarie, vedo te da bambino, vedo tuo padre di schiena che ti solleva, vedo me che sto tre passi indietro e rido, vedo tutte le cose possibili. Non fraintendermi, molte cose lo sono state. Il tuo futuro è accaduto, possibile e aperto come l’avevi immaginato. Non è accaduto il nostro, ecco quello che avevo pensato. Una maggiore vicinanza, berci un caffè insieme, andare a prendere tuo figlio a scuola, raccontarlo a mio marito a cena la sera. Passeggio e so che potrebbero sembrarti stupidaggini e, credi a tua madre, lo sono. Eppure ho bisogno di pensarle e di fare finta di dirtele.

Passeggio più o meno per un’ora, l’ora più preziosa, quelle che rende possibile tutte le altre. L’ora di cui non parlo con la Luisa, con la Wanda, con l’Adriana. Non ne parlo nemmeno con l’avvocato, quell’ora è mia soltanto. Ti sento più vicino mentre cammino che quando ci parliamo su Skype. Nelle nostre videochiamate nessuno dei due è sincero, siamo contenti, ma tre quarti delle cose che ci diciamo sono frasi di circostanza. Sono le cose che vanno dette: la salute, il tempo, la scuola del bambino, la cena, i libri. Forse sui libri siamo sinceri, quella è la cosa dove ci siamo sempre trovati. A volte credo che tu mi voglia bene più per i libri che leggo che per altro. Non è una brutta cosa voler bene a qualcuno in base alle letture che fa, ma forse a una madre si dovrebbe voler bene un po’ di più, a caso, senza motivo.

Naturalmente, mentre diventa più chiaro, mi faccio la domanda trappola: «Dove ho sbagliato?» Non c’è risposta e forse non c’è sbaglio. Mi parlo e ti parlo e dico che le cose, forse, sono andate come dovevano andare. Con una donna sola, messa lì a metà tra un cimitero di provincia e gli Stati Uniti d’America. Parlo con le cose, con i miei oggetti, perché così non impazzisco. Tengo ancora il portapenne con la falce e il martello, le foto delle riunioni del partito insieme a quelle di te che giochi in cortile. Ogni tanto dormo con un maglione di tuo padre, no, non ha più il suo odore dopo tutti questi anni, ma in quelle notti mi pare che il tempo mi restituisca qualcosa, come queste passeggiate. Cammino lungo il fiume e compenso. Respiro e ti dico le cose che non ti dirò.

Quando la luce si fa piena mi volto verso il paese, smetto di pensare e di parlarti, figlio, e me ne torno a casa, mi faccio un tè e ricomincio la mia vita con più cose che persone. Un luogo dove i libri e i ricordi la fanno da padrone.

Leda

***
©Gianni Montieri

Nadia Terranova – Scusi lei ha votato?

MIlano Rogoredo - foto gm

Nadia Terranova

Scusi, lei ha votato?

 

Signora, cosa le offriamo? Prosecco, grazie. Snack dolce o salato? Salato. Taralli o biscotti al rosmarino? Rosmarino. Ora mi chiede se il rosmarino lo voglio cinese o biorganico, sembra quelli che ti sfiniscono di domande sulla pizza al taglio: la taglio o la piego, la mangia qui o in piedi, camminando o seduta, vuole un tovagliolo o un vassoio? Il giorno in cui perdemmo l’assertività. Signor Romanov, mentre ci prendiamo il Palazzo d’Inverno preferisce accomodarsi in salotto o nella stanza degli ospiti? Tra bolscevichi e menscevichi vinse il carrello della carrozza business. Un altro prosecco non ce l’ha, intendo: avete solo questa marca? Sorride e mi riempie il bicchiere. Scusi, sa, devo ancora votare. Di dov’è, ah siciliana, e arriva fin laggiù? No, torno soltanto a Roma, ero fuori per lavoro. Anche perché scusi, sa, ma se andassi fino in Sicilia arriverei alle quattro di mattina e i seggi sarebbero già chiusi. Il giorno in cui scoprimmo che chi ti faceva lo scontrino non sapeva l’aritmetica. Accendo il mio tablet, tanto spartano che i miei amici l’hanno battezzato Tabliet, il tablet sovietico. Tabliet dice che abbiamo preso la Grecia e perso la Francia, e dice pure di ricordarmi la cultura del sospetto, che il ragazzo con il carrello avrà votato Grillo. Scusi, lei cosa ha votato? Io non voto, signora. No, scusi, perché, quanti anni ha, così giovane e già così sfiduciato. Sono del ’70, signora. Ma è più vecchio di me, smetta subito di chiamarmi signora. Ho detto sette volte scusi. Il giorno in cui mi era rimasta solo la buona educazione, e non mi faceva compagnia. Sono seduta in direzione contraria a quella del treno, potrei vomitare il prosecco. Ho mai vomitato qualcosa di cui non mi sono pentita? Mi sono mai pentita di qualcosa che ho votato? Il primo voto non si scorda mai. Storia della sinistra in Italia: first we take l’attacco al cuore dello Stato, then we take pista ciclabile. Ho votato per la prima volta negli anni Novanta e il giorno dopo sono partita per la gita della maturità, la scuola ci portava a Praga. Mi piaceva un ragazzo e in pullman mi addormentavo tutte le mattine. Mi ricordo il giorno che siamo stati a Karlovy Vari. Mi ricordo che una sera mi è caduto il phon nel lavandino e ho pensato che in quella stanza saremmo morti tutti. Mi ricordo che quando il preside al microfono, in pullman, ci ha comunicato i risultati dello scrutinio, la guida ceca ci ha rimproverati perché avevamo fatto vincere i comunisti che nel suo paese avevano fatto tante brutte cose. A quell’affermazione i ragazzi fascisti hanno battuto le mani e invece i ragazzi comunisti hanno fischiato. Io, fresca di lettura dei Manoscritti del ’44 e della mia giovane e secondo me originale convinzione che non fosse un libro politico ma un romanzo straordinario, ho detto solo: ma di cosa parlate, guardate che ha vinto Prodi, però non mi ha sentito nessuno. L’ultimo voto non si scorda mai. Per due mesi: voi state governando con Alfano – no, siete voi che sapete solo stare all’opposizione con l’orecchino. Poi arrivava Napolitano e faceva finire la ricreazione. First we take presidente della Repubblica, then we take aperitivo business. Mi alzo, mi sgranchisco, vado alla carrozza ristorante. Ce l’ha un prosecco in bottiglia piccola? Sì, ecco. Ma è una bottiglia grande! È la più piccola che abbiamo. Vabbè, mi dia un bicchiere. Si può sedere, se vuole. Mi accomodo e sparpaglio le mie cose sulla tovaglietta blu di carta. Tabliet dice che in tv c’è Gabriel Garko, mi telefona l’uomo che amo: “in televisione c’è…” “lo so”. La distanza tra il primo voto e il prossimo voto è un pullman in un’epoca senza cellulari e una business class con uno schermo portatile tutto tuo, senza che tu sia diventata più ricca. Scusi, e lei mi dica, almeno lei ha votato? Sì, signorina, ho votato stamattina, e lei? Sto andando a votare adesso. Eh, votare è importante. Grazie per avermi chiamato signorina. Scusi, lei se lo ricorda il primo voto? Ah no, era molto tempo fa, mica sono giovane come lei, signorina. Grazie per il giovane, sa, io mi ricordo anche prima del primo voto. Tabliet non lo sa, ma a quindici anni appena compiuti mi sono presentata a un gazebo di partito e sono stata molto assertiva: ciao, mi chiamo Nadia, firmo la vostra protesta (ricordarsela, la protesta), e poi mi fate anche la tessera. Mi hanno detto che potevo firmare l’importantissima protesta ma per la tessera niente da fare, ero piccola. Ho detto che non ero piccola per niente e un minuto dopo avevo in mano il modulo e la penna. Qualche mese dopo serviva qualcuno che andasse a Frattocchie, non voleva andarci nessuno e ci andai io. First we take scuola estiva di partito, then we take signorina. Scusi, sa, signorina fa tanto zitella, forse era meglio signora. Due anni dopo avevo restituito la tessera e fatto casino di dissidenza, credo non se ne ricordi nessuno.

Il treno è entrato in stazione, torno a posto, tiro fuori dalla borsa la tessera elettorale, c’è la firma di Alemanno, ci sono tre timbri, chissà dov’è quella vecchia, quella siciliana, la mia storia è una storia di timbri e dolore. Il manager di fronte alza gli occhi e per la prima volta mi guarda. Ha la faccia di uno che ha sempre votato bene e vorrei supplicarlo senza ironia, scusi lei ha votato? Cosa ha votato? Mi sento smarrita, sono depressa oppure non me ne importa nulla, so che stavolta voglio copiarlo. Il suo sguardo dice solo: questa business in offerta a trentanove euro, accessibile davvero a tutti, comincia a essere un serio problema del paese.

***

© Nadia Terranova

TRP, un giorno dopo: Mario Benedetti

mario_benedetti_cover

Treviglio, 25 maggio 2014

Queste sono alcune delle parole che Stefano Pini ha scritto, in accompagnamento ai testi che Mario Benedetti ha scelto di leggere:

“L’incontro di oggi è nato, inconsapevolmente, una mattina d’inverno del 2008, quando presi in prestito in una biblioteca milanese Umana gloria, libro di Mario Benedetti edito nel 2004. Lo feci quasi per caso, incuriosito dal tanto parlare che se ne faceva allora: io arrivavo in ritardo, dopo due ristampe esaurite e la vittoria del Premio Napoli; io non sapevo niente dell’autore, delle sue storie. Il libro mi ha aperto a un mondo diverso e al tempo stesso conosciuto, mi ha fatto intuire una delle possibili strade della poesia italiana di oggi. Umana gloria è una mappa: geografica, innanzitutto, con i rimandi ai luoghi dell’infanzia e della giovinezza di Benedetti, snodata tra il Friuli e la Slovenia, che passa per Milano e arriva fino all’amata Bretagna; antropologica, poi, con la volontà – e la necessità – di indagare senza falsificazioni (etiche e poetiche) il reale, la vita com’è, nuda; linguistica, infine, con il verso che si distende, si spoglia degli sperimentalismi per abbandonarsi a una scrittura tenue, prosastica. Tutto questo va a costruire un percorso che, in sordina ma con forza, attraverso la sensibilità del linguaggio accomuna l’esperienza del singolo (il poeta) a quella comunitaria (dei lettori). Il mondo che si svela all’occhio del lettore è il quotidiano in cui le verità, i valori e i sentimenti sono legittimati attraverso una poesia che dà spessore all’esistenza prendendone le distanze, percependola in difetto. Una gloria terrena che, tramite il verso, diventa resto. Un’umanità fatta propria essenzialmente nell’esperienza della perdita”.

Ed ecco che una in particolare, questa, meravigliosa, poesia torna a toccarci:

 

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano, oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.

 

Poi l’accento cade su “Tersa morte”, l’ultimo libro di Benedetti, dove tutto si abbandona.

L’esperienza sopravanza ogni possibile stilistica e perciò non resta che percorrere queste strade umane…

“Tutto a una distanza sola” – scrive Benedetti, a una sola unità di misura provare a “vedere nuda la vita / mentre si parla una lingua per dire qualcosa”.

(…)

E noi lo ascoltiamo, rapiti, in silenzio.

Cristiano Poletti

 

Cinque inediti di Giovanna Iorio

io2

 

IL CANTO

Io ti lascerei
dormire sul mio cuore –

questa non è una poesia d’amore
non ti spaventare
tremi quando comincio a cantare
ma non ci sono versi
se non vado a capo
ascoltami mentre dormi
posso continuare?

Volevo dirti
che la notte ti somiglia
è vera è nera
ha le tue ciglia.

 

MALINTESI

Oggi, con mia sorpresa,
qualcuno ha scambiato per una poesia
la mia lista della spesa.
Per sbaglio l’ho pubblicata
iniziava così: insalata, pasta, passata.
Non è colpa né merito mio
se tra le cose da comprare qualcuno ha letto
la parola Dio.
Era solo un po’ d’olio anagrammato
una cancellatura sul foglio macchiato.

 

TITANIC

Questa è una poesia
di terza classe.
Viaggia sul Titanic
e non si salverà.

Annegherà col suo lieve fagotto
ma per ora se ne sta
abbracciata all’iceberg
galleggiano insieme
senza affondare.

Sulle scialuppe le grasse
poesie di prima classe
in silenzio stanno a guardare.

 

CONGEDO

Lasceremo tutto
sul molo

come la moglie
del marinaio

getteremo il cuore dagli scogli
un mollusco molle

al volo lo afferra
un gabbiano – nel becco
un grido.

 

POESIA DEL MIO QUOTIDIANO

Che strano, sono apparse
le prime rughe. La luna
avvizzisce come una prugna
frutta raggrinzita nell’orto
del sistema solare.

Mentre stasera il cielo profuma d’autunno
è primavera alla Future Gallery.
Che bello il mandarino e il prato di gelatina
e il cielo di marmellata e i fiori
di zucchero: c’è Lily Vanilli
e la Cake Britain. Mad artists
che danno un Tea Party.

Sto nel mio letto di pancarrè
mi tolgo le scarpe di liquirizia
mi metto a pensare all’asta

su e-bay – vediamo chi vende
il W.C. di Salinger
un milione di dollari ma non è quello
della sua ultima casa – lo garantisce
Littlefield che ha sposato una donna
di nome Joan –
è proprio ‘autentico WC
del Giovane Holden.

Cosa ne pensano Abdullah, Angelica e Andrea?
Sono giovani anche loro ma a Cagliari
nel quartiere di Sant’Elia c’è una teoria
di case popolari sotto il castello
e il regista Salvatore Mereu lì ha tenuto un corso
di regia alchimia e stregoneria.

Diari di vita difficile. Mi hanno conquistato. Ho deciso
di farne un lungo
metraggio con la mia Viacolvento e a Tajabone
sono scesi gli angeli sulla terra. Cinque
le storie intrecciate
tutte vere. Andiamo ragazzi
vi porto a Venezia. Beppe Fiorello

sogna uno show con suo fratello mentre la vuvuzela
entra nell’ultima edizione dell’Oxford dizionario.
La trombetta africana ce l’ha fatta. Evviva! A Casoria
hanno assassinato mio padre
per un grappolo d’uva.

Mi dispiace ma il granaio d’Europa è vuoto
deve cadere una testa per i diamanti di Naomi
e in Belgio nasce
la festa dei non genitori. Liberateci
dall’abuso della memoria. La Repubblica
20 agosto 2010. Italia.

Giovanna Iorio vive e lavora a Roma. Ha tradotto poesia e narrativa, tra cui La vergine nel giardino di Antonia Byatt (Einaudi 2001) e Dopo lungo silenzio (Mobydick, 1997). I racconti sono pubblicati in diverse raccolte, tra cui 100 storie per quando è troppo tardi (AA.VV. Feltrinelli), Roma per Roma (Edizioni Progetto Cultura), Rosso da camera (AA.VV. Perrone Editore, 2012), 100 storie per quando è veramente troppo tardi (AA.VV. Feltrinelli). Le sue raccolte di poesia sono: La memoria dell’acqua (Ghaleb Editore); Mare Nostrum (CFR); In-chiostro (Delta 3 Edizioni); Al cappero piace soffrire (Progetto Cultura); Una Venere nel Tevere (CFR); La/crime/ndays (CFR) appena pubblicata. Tra le antologie che contengono sue raccolte ricordiamo La forza delle parole (Fara Editore); Pazziando (Fara Editore); Percezioni dell’invisibile (AA.VV. L’Arca Felice); Ifigenia siamo noi (AA.VV. Scuderi Ed.). È redattore di Finzioni e ha una rubrica di racconti sul sito Roma&Roma.

TRP, un giorno dopo: Fabio Pusterla

eebd76ecddc14832652a59b572fb6f59_f319

 

Treviglio, 24 maggio 2014

A Bob Dylan devo un grazie enorme. Lui, con la sua musica, è stato il primo richiamo alla poesia. Ho sentito uno spostamento, un trascinamento nel campo del ritmo – dice Fabio Pusterla – …poi il mio stupore quando seppi il suo vero nome, Robert Zimmerman, e il perché scelse presto di cambiarlo, in Dylan, in onore (forse) a Dylan Thomas. Allora cercai subito un libro del poeta. Con la lettura, con l’attenzione che richiedeva, trovai molto di cosa poteva essere il ritmo.

*

“Argéman”, ossia quella lingua di neve che vediamo resistere stretta in qualche bocca di montagna, anche nella stagione più calda. Una parola che viene dal dialetto, suggeritami dal padre di un’amica che abita nelle nostre vallate. “Argéman” è il titolo del nuovo libro di Fabio Pusterla, in uscita in autunno, per Marcos y Marcos.

*

In piazza a Treviglio passiamo sotto il palazzo del Comune. Appeso c’è un drappo con l’invito a partecipare a un torneo in onore di Giacinto Facchetti. Sei interista? Certo! Come potrebbe essere diversamente? Abbraccio.

*

Il dialogo con Pusterla s’intitola “Parole per terra”. Perché di terre ne emergono, ancora, e soprattutto c’è, ancora forte, il richiamo ad abitarla, ad ascoltarla. Indossando l’abito della dignità, incollàti qui, parlarci, leggere e capire, cercare la via. Visione, immagine, ritmo e canto. Vedere. Ascoltare.

*

Il primo grande amore, Dostoevskij – racconta – … e “Lo straniero di Camus”, un libro per me fondamentale… Non riesco a pensare a una vita che si privi della lettura…

*

Richiamarsi alla terra, saldamente starci. Questa resistenza è il territorio della poesia, fatto di domande, poste necessariamente nel cuore misterioso dei fatti. Resistenza difficile, certo, ora che siamo stretti da una pressione economica e sociale tanto grave. Leggere, scrivere, chiedere continuamente cura, rimettersi alla via, stretta, che indica l’etica.

*

E una poesia, splendida, ancora risuona da “Le cose senza storia”, del 1994:

Crespi d’Adda

Lungo i due lati del viale d’accesso
in doppia fila
si dispongono le tombe dei bambini:
piccole pietre uguali.
Il termine “bambino”
vuole indicare chi non ha raggiunto
l’età idonea al lavoro.

*

Si evitino
le formule patetiche.
Il grande edificio grigio sullo sfondo
suggerisce compostezza
e abnegazione.

*

Di fronte al cimitero
la natura ha disposto il suo omaggio:
grano e papaveri.
Ciò sia di sprone a tutti
affinché l’ordine regni in ogni orto.

*

La geometria perfetta delle strade
non è senza rapporto
col senso del dovere: ricordàtelo.
Un giorno
tutto sarà così.

*

Se qualcuno
volesse per avventura andare altrove,
faccia pure.
Sappia però di non avere alternative.

Cristiano Poletti

Emmanuel Carrère, L’avversario (recensione di Martino Baldi)

avversario

 

Emmanuel Carrère, L’avversario, Adelphi; € 17,00, e-book € 9,99; (trad. di E. Vicari Fabris)

 

L’avversario è un libro agghiacciante. Carrère mette a punto qui un sistema narrativo di indagine e restituzione che tesaurizzerà soprattutto nel successivo e celebratissimo Limonov ma che già a quest’altezza è chirurgico, freddo e tagliente come una ghigliottina.

La storia vera su cui il libro si innesta, col suo tentativo prometeico di maneggiare con gli strumenti della comprensione umana il fuoco del male assoluto, è quella di Jean-Claude Romand: uomo quieto e pacifico, apparentemente un padre di famiglia perfetto, che nel gennaio del 1993 uccise la propria moglie, i propri due figli e i propri genitori e dette fuoco alla propria abitazione dopo aver mentito, a loro e all’intera comunità di amici e conoscenti per tutta la propria vita, fingendo di lavorare come alto ricercatore per l’OMS di Ginevra, quando in verità non aveva mai nemmeno superato gli esami del secondo anno di studi in medicina. Incarichi di prestigio, stipendi di alto livello, premi di produzione, viaggi di lavoro, fama e stima internazionale… tutto inventato e costruito con maniacale esattezza. In verità Romand per diciotto anni passa ogni giorno a passeggiare da solo nei boschi, a guardare la tv in anonime camere d’albergo, senza nemmeno aver niente di inconfessabile da nascondere, per poi tornare a casa a rivestire il ruolo di padre borghese perfetto. Un giorno dopo l’altro per ben diciotto anni, fino all’esplosione della follia omicida.

La vicenda sconvolse tutta la Francia ed ebbe un ritorno di fiamma nella discussione pubblica  proprio grazie all’uscita, nel 2000, del libro di Carrère e all’omonimo film con Daniel Auteil che Nicole Garcia ne trasse e che fu in concorso al Festival di Cannes 2002, preceduto l’anno prima da un altro film ispirato, questo direttamente, alla storia di Jean-Claude Romand: A tempo pieno di Laurent Cantet.

È inevitabile tracciare un legame tra L’avversario e A sangue freddo di Truman Capote, forse il capostipite dei romanzi-reportage, ispirato a un analogo fatto di cronaca americana degli anni Cinquanta. Carrère però, pur condividendo con Capote la scelta dell’oggettività, a differenza del predecessore, è privo di qualsiasi cinismo e di qualsiasi freddo distacco, nonché assolutamente lontano da ogni intento scandalistico. Anzi, la volontà di scavare nell’anima del pluriomicida, porta lo scrittore a una vera e propria discesa degli inferi personali e collettivi, attraverso un confronto serrato con le confessioni e i ragionamenti di Romand, condotto prima attraverso una fitta corrispondenza di cui il libro offre un resoconto, quindi attraverso le cronache del processo e poi attraverso gli incontri con lui stesso, in carcere, e con le persone maggiormente frequentate da Jean-Claude prima e dopo gli omicidi. Ne viene fuori una scansione terribile di verità e menzogne, un marchingegno a orologeria in cui, se gli esiti sono assolutamente parossistici, i graduali passaggi guardano e riguardano da vicino la quotidianità di molte persone più o meno ordinarie, in bilico tra l’essere e il voler essere, tra la violenza delle aspettative proprie e altrui e la fragilità della propria identità, minata dal desiderio di non voler deludere quelle aspettative.

Così, dietro le azioni di un uomo che svuota progressivamente la propria vita di verità fino a mutarsi in un puro vuoto, in un sembiante senza anima, inizialmente in modo del tutto inoffensivo e anzi in un certo senso per “buona educazione”, fino a sfociare nella più terribile delle violenze, oltre ogni limite e oltre ogni umanità, sentiamo risuonare i più profondi e inestricabili interrogativi che l’uomo pone a se stesso, anche attraverso la letteratura:, “chi sono? chi voglio essere?”. Guardare l’altro, nella sua irriducibile differenza, fosse anche un mostro, e vedersi riflessi, ben oltre le nostre più o meno consolatorie autorappresentazioni: questa la lezione terribile e perturbante di ogni libro di Carrère che, forse, qui più che altrove trova la sua massima manifestazione.

© Martino Baldi

Luigi Bernardi – Un incipit (stasera alle 19,30 a InEdito – RaccontareObliquo)

luigi bernardi foto di roberto nistri

luigi bernardi foto di roberto nistri

Stasera all’interno di InEdito – Raccontare l’obliquo a M^C^O ricorderemo Luigi Bernardi e sarà una festa chiamata Un giorno vi racconterò saremo in tanti e vi aspettiamo a Macao alle 19,30, intanto voi potete leggervi una roba che è un po’ come i C’era una volta, una cosa da cui tutto cominciò. A stasera (gm)

***

Sono nato nel 1953, in pieno inverno, nel casale di famiglia, isolato in mezzo a una campagna che più piatta si farebbe fatica a immaginare. C’era l’abitazione principale e c’erano altri edifici, alcuni grandi come la stalla e il granaio, altri poco più di casupole: il pollaio, la lavanderia, la stalla dei maiali. Il riscaldamento era assicurato dal camino, ma solo nella grande cucina su cui troneggiava, l’illuminazione dalle lampade a petrolio, l’acqua bisognava tirarla su dal pozzo, sempre generoso.

I primi anni li ho passati ad aspettare che qualcuno si accorgesse che c’ero. Ansia inappagata: gli uomini e le donne uscivano la mattina presto per andare a lavorare i campi, rincasavano a mezza giornata, si ricaricavano ingozzandosi di enormi piatti di pastasciutta o di polenta e ripartivano per ritornare soltanto al tramonto. A casa rimanevano i nonni, lei si occupava di preparare i pasti e di accudire le galline, lui della cantina e delle altre bestie, io chissà che opinione dovevo farmi del mondo.

Mi ammalavo spesso, febbri altissime che mi seccavano la gola. Solo in quei casi avevo diritto a un po’ di compagnia, veloce perché il tempo era il bene più prezioso, non bastava mai ed era insensato sprecarlo dietro a bollori che si sarebbero quietati nel giro di qualche giorno.

Gli uomini certe sere andavano al bar dell’Olmatello a giocare a carte e vedere la televisione, le donne avevano sempre qualcosa da fare, a coccolarmi ci pensava lo zio Aldo, un uomo schivo, senza compagnie, ma calibrato, dolce e affascinante come sempre dovrebbe essere un adulto per un bambino. Poi c’era il cane Puppi che mi balzava addosso per leccarmi la faccia, aveva un anno più di me, pare che abbaiasse sempre con la stessa voce contenta del giorno in cui mi aveva sentito nascere.

La campagna, sono troppi ricordi distinti per poterne dipingere un quadro d’insieme. Per me era soprattutto disporre in ogni momento di uno schietto calendario vivente. L’imbiondire del grano, la crescita dei cocomeri, la maturazione dei fichi, l’uccisione del maiale, la processione del Corpus Domini, i piedi nudi che pigiavano i grappoli d’uva: tutto in campagna era il preciso segnale di un tempo che avanzava e rispetto al quale non si poteva restare indietro.

Una mattina, mi ero svegliato sentendo altre voci, svelto ero sceso per la fredda scala che portava in cucina. In casa era arrivata la prima vera novità della mia vita: la radio. Era un apparecchio molto grande, con due enormi manopole per la sintonia e il volume. Serigrafati sul frontalino di vetro c’erano delle sequenze incomprensibili di numeri e i nomi di tante città. Alcuni erano scritti con delle lettere, come la k, la y, la w, che non conoscevo perché mancavano nell’alfabetiere che mi avevano regalato perché prendessi confidenza con l’avventura scolastica che mi aspettava di lì a poco. La radio avevo cominciato ad ascoltarla sempre, per alcuni in modo eccessivo, tanto che mi rimproveravano di “consumare le valvole”. Grazie alla radio avevo prima letto le parole “New York” e “Tokyo”, poi saputo cosa fossero. La radio era stata la mia prima finestra sul mondo, il Resto del Carlino la seconda. Strappavo le pagine e ritagliavo le lettere dai titoli, in poco tempo le grandi forbici della famiglia mi avevano offerto due nuovi alfabetieri completi, uno di maiuscole, l’altro delle minuscole. Dopo era arrivata la scuola, la finestra era diventata un porta, che avevo prima socchiuso con timore, poi subito spalancato. Ancora pochi anni e i cardini avrebbero ceduto.

Il calendario aveva cominciato ad arricchirsi di stagioni diverse, i giorni non erano più soltanto una replica di loro stessi, potevano riservare delle novità, anche sotto forma di piacevoli sorprese, come la Paola.

©Luigi Bernardi

***

Tratto da La foresta dei coccodrilli e altri racconti di smanie minorenni Alberto Perdisa editore – 2007

Paolo Agrati poesie (aspettando InEdito – raccontare obliquo)

aolo agrati foto di massimo tecchia

aolo agrati foto di massimo tecchia

Questa è la settimana che porta a Inedito 2014 – Macao il festival Raccontare Obliquo dura tre giorni (a partire da oggi)  23/24/25 maggio. Sabato 24 maggio alle 17,30 InEdito ospita (Quando la realtà supera la fantasia) di Paolo Agrati. Oggi entriamo in  InEdito con alcune sue poesie . Il fine settimana è arrivato,  vi aspettiamo. (gm)

inedito

Ma che m’importa che rimanga
una traccia di me.
Per quanto profondo un solco
non possiede la sua forma.
E pure un assassino, un tiranno
un bifolco lascia l’orma.
Non m’importa del tempo
nel cammino il mio affanno
la misura, è la distanza
tra un arrivo e una partenza.
Che m’importa se qualcuno
leggerà le mie parole
le parole rimangono parole
anche se nessuno le ascolta.

da: Nessuno ripara la rotta. La vita felice 2012

Accarezzo le tue inesattezze
mentre parli a tua madre.
Seguendo le curve della schiena
bendate in cima dal reggipetto
e poi dal collant troppo stretto.
Adoro sentire il tempo che abbonda
sui fianchi. Il tuo seno imperfetto.
Ma qui al ristorante il momento
è per desiderarti soltanto.
Pensare che dopo il pranzo
il vino, la carne, i parenti.
La qualità più croccante
del gusto è l’attesa.
Perciò che per ora sia pasto
sia il vino, la carne, i parenti.

Da: Quando l’estate crepa. Lieto colle 2009

Non resta che ingannarle, queste dita
distrarle in qualche astuta operazione
quotidiana. Si incontrano smarrite
dalla lieve passeggiata del mattino.
Era la mia lingua straniera, compresa
dalle labbra con le quali non pronunci
parola, era lo sguardo d’erba bagnata
la marcia dei soldati sulla pelle di neve.
L’impronta non concessa a questa bocca
illusa d’esser casa di un respiro.
Del suono, del tuo soffio sono cassa.
Ti porto come un organo
all’altare della chiesa.

***

©Paolo Agrati