Giorno: 29 aprile 2014

Edith Wharton La casa della gioia (anteprima)

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Esce domani da Neri Pozza, per la collana Le Grandi Scrittrici diretta da Monica Pareschi, La casa della gioia nella nuova traduzione di Gaja Cenciarelli, presentiamo qui in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro. Grazie a Neri Pozza e a Monica Pareschi per la gentile concessione.

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Edith Wharton –  La casa della gioia – traduzione di Gaja Cenciarelli

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Capitolo uno (estratto)

Selden si fermò, sorpreso. Il suo sguardo si ravvivò alla vista di Miss Lily Bart nella calca pomeridiana della Grand Central Station.
Era un lunedì di inizio settembre, e lui stava tornando al lavoro dopo una rapida puntata in campagna; ma cosa ci faceva Miss Bart in città in quel periodo dell’anno? Se l’avesse vista prendere un treno avrebbe dedotto che si stesse spostando da una all’altra delle ville di campagna che si contendevano la sua presenza dopo la chiusura della stagione di Newport; ma la sua espressione indecisa lo sconcertava. Si teneva in disparte dalla folla, lasciando che questa le scorresse accanto, diretta alle banchine o alla strada, con un’aria irresoluta che, supponeva lui, poteva benissimo mascherare un proposito ben definito. D’un tratto gli venne in mente che forse stava aspettando qualcuno, ma non seppe spiegarsi perché quel pensiero avesse colpito la sua attenzione. Non c’era niente di nuovo in Lily Bart, e tuttavia ogni volta che la vedeva non poteva evitare di provare un vago slancio di interesse: quella di suscitare sempre congetture era una sua caratteristica, e il più semplice dei suoi atti sembrava frutto di intenzioni di vasta portata.
Un impulso di curiosità lo spinse a cambiare direzione, e invece di andare verso l’uscita, le passò accanto. Sapeva che se lei non avesse voluto essere vista sarebbe riuscita a evitarlo, e lo divertiva l’idea di mettere alla prova la sua abilità.
«Mr Selden… che fortunata coincidenza!»
Gli andò senz’altro incontro, sorridendo e, si sarebbe detto, mostrandosi quasi ansiosa di trattenerlo. Un paio di passanti si attardarono a guardare; Miss Bart era talmente bella da fermare persino i pendolari che correvano a prendere l’ultimo treno.
Selden non l’aveva mai vista così raggiante. La testa vivace, che spiccava tra i colori smorti della folla, la faceva risaltare più che in una sala da ballo, e sotto il cappello scuro e la veletta il volto riacquistava quella levigatezza giovanile e quella carnagione intatta che, dopo undici anni di ore piccole e balli instancabili, stavano cominciando ad appannarsi. Selden si ritrovò a chiedersi se veramente ne fossero già passati undici, e se lei avesse davvero compiuto quei ventinove anni che le sue rivali le attribuivano.
Che fortuna!» ripeté lei. «Com’è gentile da parte sua venirmi in aiuto!»
Lui rispose allegramente che quella era la missione della sua vita, e le chiese in che modo poteva aiutarla.
«Oh, in qualsiasi modo, anche solo sedendosi su una panchina a chiacchierare con me. Se si resiste alla noia di un ballo, si potrà ben resistere all’attesa di un treno. In fondo qui non fa più caldo che nel salone di Mrs Van Osburgh, e le donne non sono poi tanto più brutte». Si interruppe, scoppiando a ridere, e spiegò che era arrivata in città da Tuxedo, che doveva andare dai Trenor a Bellomont, e aveva perso il treno delle tre e un quarto per Rhinebeck. «E non ce ne sono altri fino alle cinque e mezzo». Consultò il piccolo orologio imbrillantato tra i pizzi. «Mancano due ore esatte. E io non so cosa fare. La mia cameriera è venuta in città stamattina per sbrigarmi qualche commissione e ha proseguito per Bellomont con il treno dell’una, la casa di mia zia è chiusa, e io non conosco anima viva in tutta New York». Si guardò intorno con aria sconsolata. «A dire la verità, fa più caldo qui che a casa di Mrs Van Osburgh. Se ha un po’ di tempo da perdere, la prego, mi porti da qualche parte a prendere una boccata d’aria».
Lui si dichiarò a sua completa disposizione: quell’imprevisto gli parve un bel diversivo. Da spettatore, gli era sempre piaciuta Lily Bart; e la sua vita viaggiava su un’orbita talmente lontana che trovò stuzzicante essere attirato per un po’ nell’improvvisa intimità che quella proposta implicava.
«Vogliamo andare a prendere una tazza di tè da Sherry?»
Lei accettò sorridendo, poi abbozzò una piccola smorfia.
«C’è talmente tanta gente in città, il lunedì, che di sicuro si rischia di incontrare parecchi scocciatori. Io sono una vecchia bacucca, ormai, e non dovrebbe importarmi; ma se è vero che io sono vecchia, lei non lo è affatto» obiettò allegramente. «Muoio dalla voglia di bere un tè, ma non ci sarebbe un posto più tranquillo?»
Selden ricambiò il sorriso luminoso che si era posato su di lui. Le cautele di Lily lo interessavano quasi quanto le sue imprudenze; era sicuro che facessero entrambe parte di un piano elaborato con estrema cura. Nel giudicare Miss Bart, si era sempre basato sulla convinzione che lei agisse per calcolo.
«Le risorse di New York sono piuttosto scarse» disse. «Prima di tutto vedrò di trovare una carrozza, poi ci inventeremo qualcosa». La condusse attraverso la folla che tornava dalle vacanze, passando accanto a ragazze con volti insignificanti e cappelli improbabili, e donne dal seno piatto che armeggiavano con pacchi e ventagli di foglie di palma. Possibile che lei appartenesse alla stessa specie? Lo squallore, la rozzezza di quel campione di creature femminili lo convinsero ancora di più che Lily fosse una donna fuori dal comune.
Un breve acquazzone aveva rinfrescato l’aria, e le strade umide erano ancora sovrastate da nuvole ristoratrici.
«Che delizia! Facciamo una passeggiata» disse lei, mentre uscivano dalla stazione.
Svoltarono su Madison Avenue e si avviarono lentamente verso nord. Mentre lei gli camminava accanto a passi lunghi e leggeri, Selden si accorse di trarre un piacere squisito dalla sua vicinanza: dalla curva perfettamente modellata del minuscolo orecchio, dall’onda riccia dei capelli – erano leggermente schiariti ad arte? – dalla foltezza delle ciglia dritte e nere. In lei tutto era energico e delizioso, forte e delicato al tempo stesso. Aveva la vaga sensazione che creare una donna del genere fosse costato parecchio, che molte persone brutte e ottuse fossero state sacrificate, in modo del tutto misterioso, per darle vita. Si rendeva conto che le qualità che la distinguevano dalla massa delle altre erano principalmente esteriori, come se alla volgare creta fosse stata applicata una patina di sofisticata bellezza. E tuttavia quell’analogia lo lasciava insoddisfatto, perché una struttura grossolana non può reggere una finitura di lusso; e se invece la materia prima fosse stata di eccellente qualità, ma poi le circostanze le avessero conferito una forma futile?
A questo punto delle sue riflessioni le nubi si diradarono e lei fu costretta ad aprire il parasole, privandolo di quel gradevole spettacolo. Un paio di secondi dopo si fermò, sospirando.
«Oh, santo cielo, che caldo, e che sete! È un posto orribile New York!» Lanciò uno sguardo sconsolato alla monotonia della strada. «Le altre città indossano i loro abiti migliori d’estate, invece New York sembra sempre in maniche di camicia». I suoi occhi vagarono lungo una delle stradine laterali. «Qualcuno ha avuto il buon cuore di piantare qualche albero laggiù. Andiamo all’ombra».
«Sono lieto che la mia strada riscuota la sua approvazione» disse Selden mentre svoltavano l’angolo.
«La sua strada? Lei vive qui?»
Osservò con interesse le facciate nuove di mattoni e pietra calcarea, fantasiosamente decorate e tutte diverse tra loro per soddisfare la bramosia di novità tipica degli americani, ma fresche e invitanti, con le tende e le cassette per i fiori.
«Ah, sì, certo: il Benedick. Che bel palazzo! Non credo di averlo mai visto prima d’ora». Guardò la casa di fronte, con la pensilina di marmo e la facciata pseudo-georgiana. «Quali sono le sue finestre? Quelle con le tende abbassate?»
«All’ultimo piano, sì».
«E quel delizioso balconcino è suo? Deve far fresco lassù!»
Lui si fermò un attimo. «Vuole salire a dare un’occhiata?» suggerì. «Posso prepararle una tazza di tè in men che non si dica… e non rischierà di incontrare scocciatori».
Il viso le si imporporò – possedeva ancora il talento di arrossire al momento giusto – ma accettò l’invito con la stessa disinvoltura con cui le era stato fatto.
«Perché no? È una tentazione troppo forte: correrò il rischio» dichiarò.
«Oh, non sono pericoloso» disse lui, con lo stesso tono. In verità, non gli era mai piaciuta come in quel momento. Sapeva che aveva accettato senza pensarci due volte: Selden non avrebbe mai potuto far parte dei suoi calcoli, e fu una sorpresa per lui il fatto che avesse acconsentito in maniera così fresca e spontanea.
Si arrestò per un attimo sulla soglia, frugandosi nelle tasche in cerca della chiave.
«Non c’è nessuno in casa; ma ho un domestico che dovrebbe venire di mattina, ed è possibile che abbia apparecchiato per il tè e provveduto al dolce».
La guidò in un corridoio angusto con vecchie stampe alle pareti. Lily notò le lettere e i biglietti accumulati sul tavolo tra guanti e bastoni; poi si ritrovò in una piccola biblioteca, buia ma allegra, con pareti cariche di libri, un tappeto turco gradevolmente sbiadito, una scrivania ingombra e, come lui le aveva preannunciato, il vassoio del tè su un basso tavolino accanto alla finestra. Si era alzata una brezza che gonfiava verso l’interno le tende di mussola, portando con sé il fresco profumo della reseda e delle petunie che fiorivano sul balcone.
Lily si abbandonò con un sospiro in una delle logore poltrone di pelle.

©Edith Wharton

Chatterton e Gambardella – di Andrea Accardi

 

Gambardella

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Guardando La Grande bellezza ho avuto la sensazione che Jep Gambardella fosse l’estrema propaggine di un personaggio ricorrente nella letteratura moderna, l’artista diverso dal resto della società, lo scrittore «destinato alla sensibilità», come lo stesso Gambardella dice di se stesso. E però il paradigma dello scrittore sensibile oggi sembra essere cambiato drasticamente rispetto alla tradizione, al punto da capovolgere il suo rapporto col mondo.

Mi spiego. Gambardella è un sessantacinquenne disincantato, con molti rimpianti e una certa dose di malinconia, se pure stemperata nell’ilarità. Eppure sembra in fin dei conti uno che al mondo ci sa stare. Ha scritto un solo libro in giovinezza, rimasto però un cult. Gli amici lo trattano come un punto di riferimento culturale. Ha ancora molto successo con le donne. Insomma, Gambardella si tiene comunque a galla, mentre sono gli altri personaggi che affondano. Altri intellettuali meno autoironici e molto più velleitari di lui, come Romano (interpretato da Carlo Verdone). E in generale tutta una costellazione di umanità squallida e mediamente disperata, con qualche caso sopra la media. La sensazione è sempre la stessa: là in mezzo Gambardella è l’unico che potrebbe farcela, in qualche modo, nonostante tutto.

Ma non è stato sempre così, anzi. Per almeno due secoli (che grossomodo facciamo coincidere con l’esistenza della società borghese) l’artista è stato spesso raffigurato come un individuo schiacciato dal mondo, vittima degli altri. Baudelaire renderà memorabile questo topos con l’immagine del poeta-albatros, deriso e umiliato sulla nave degli uomini. Prima di lui, fra gli altri, Vigny scrisse nel 1834 il Chatterton, un dramma sull’«uomo spiritualista soffocato da una società materialista» (cito da Dernière nuit de travail, sorta di introduzione dell’autore all’opera). Il giovane protagonista, un poeta di diciott’anni realmente esistito, sceglierà il suicidio piuttosto che scendere a compromessi con la volgarità del mondo, rifiutando peraltro anche un lavoro che gli avrebbe consentito una dignitosa sussistenza:

Libero da tutti! Uguale a tutti, adesso! – Benvenuta, prima ora di riposo che io abbia mai gustato! Ultima ora della mia vita, aurora del giorno eterno, benvenuta! – Addio, umiliazione, odi, sarcasmi, lavori degradanti, incertezze, angosce, miserie, torture del cuore, addio! O che felicità, io vi dico addio! Se si sapesse! Se si sapesse come sono felice…, non si esiterebbe così a lungo! (Chatterton, atto III, scena VII)

Chatterton oggi può apparirci assoluto, eccessivo, melodrammatico. Forse un adolescente può identificarsi più facilmente con la protesta autodistruttiva del poeta, in quella che è spesso un’età cupa e velleitaria (e che per alcuni continua anche dopo). E tuttavia qualunque lettore, per leggere il testo nella maniera corretta, dovrà accettare questa scelta individualistica di rifiuto del mondo, pur sapendo che essa «non è qualcosa di propugnato, cioè non solleva nessuna rivendicazione» volta a modificare l’ordine costituito (Francesco Orlando, Per una teoria freudiana delle letteratura, Einaudi, p. 82). Altrimenti detto, quando leggiamo un dramma di questo tipo dobbiamo restaurare in noi quell’ottica romantica che ammira la rivolta solitaria e inutile dell’individuo contro la società.

Con Jep Gambardella vediamo però come si modifica il topos dell’artista diverso, che ha perso questo ruolo vittimista per diventare meglio degli altri, o comunque simile agli altri. L’ho già detto, Gambardella tutto sommato sa stare al mondo, è il mondo che è vuoto, che è nulla. L’epoca borghese ha risolto il problema dei bisogni materiali, scatenando però la tragedia del desiderio. In una società di uguali, si desidera come gli altri, che sembrano portatori di una pienezza che ci è negata: è il desiderio mimetico secondo René Girard. La cultura diventa quindi un modo come un altro per imitarsi a vicenda, ma questo produce dilettantismo, chiacchiericcio da salotto, altra infelicità.

Chatterton era un individuo disintegrato dentro una società che si voleva ancora integra, che ancora confondeva il desiderio con il bisogno. L’artista, che reclama la superiorità del primo, soccombe. Gambardella è invece un individuo integrato dentro una società disintegrata, tenuta insieme solo dalla speranza che dopo i bisogni anche i desideri vengano esauditi. Una grande promessa non mantenuta di bellezza.