Giorno: 23 aprile 2014

Due poesie dedicate

berlino foto gm

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(a Anna Maria Curci)

Non succede niente a Roma, adesso
è una sirena che spiega sull’acqua
nulla di nuovo lungo il fiume opaco
niente fosse il fango, niente sui ponti

non impari niente di Roma, oltre
il giro intorno alle rovine, la metro
che trasporta da nessuna parte
non dovrebbe essere di nessuno

Roma, oppure non esistere più
e forse non esiste e non è vero
questo camminare a testa in su
lo stupore, la cosa indimenticabile.

*

(a Andrea Pomella)

Interi abiti allineati sul fondo dell’armadio
soldati in attesa dell’appello, l’adunata
una deriva di cappotti lisi, borse alla rinfusa
sorta di accumulo/pensiero nel tentativo
vano di far ordine, disporre le parole
in modo che non si stropiccino, cambino
nel trasporto, che restino camicie fatte
a mano, pochi aggettivi, collo button down.

***

© gianni montieri – inediti 2014

Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

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Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

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