Giorno: 15 aprile 2014

Elisa Biagini – Da una crepa

Elisa Biagini, Da una crepa (Einaudi, 2014)

 

Esce oggi la nuova raccolta di Elisa Biagini e noi, per sua gentile concessione ne pubblichiamo un breve estratto.

.

* * *

mi scrivo tra le
crepe, nei nodi
del legno, nella
polvere sotto il tappeto:
il buio, che aspetta
d’entrare, s’aggruma
d’occhiaie.

.

* * *

come su foglio
accartocciato
che si liscia
resta il
segno
crepa
a colarci
l’inchiostro.

(noi ci imbeviamo
d’infiniti spigoli.)

.

* * *

mi si vede solo
in controluce,
materia come
chiara d’uovo,
patina gocciolata
dalla crepa:
un alfabeto braille
d’ossa che vogliono
uscire.

.

* * *

e la schiena si
crepa, astuccio
di semi
che spingono,
che s’aprono in rami,
cespuglio di dita
che mai giunge a toccare,
che taglia l’aria d’unghia.

.

* * *

controvento

.
Mi rigiro la carta tra le mani,
mi riannodo il respiro nella gola:
guardo le lettere con tutte quelle lame,
come le ombre delle cose poi mai dette.
Faccio buio e dopo accosto il foglio
la tua parola piú scura mi fa luce,
pulsa nel palmo tutto il suo silenzio.
È questo un seme che mai si consuma.

Controvento le parole
sono solo richiami,
saliva che ti torna
in bocca

 

© Elisa Biagini 2014

Mai più senza # 7 – Una storia in Danimarca

 

 “Mai più senza” è una rubrica di recensioni che raccoglie libri celebri e non, italiani e stranieri, editi da più o meno tempo, in maniera apparentemente indistinta: “Mai più senza” è stata, infatti, l’esclamazione che la curatrice ha rivolto a uno scatolone di libri, qualche giorno dopo un trasloco. Questo l’unico criterio: la condivisione di uno scatolone ideale, da preservare in caso di qualsiasi sgombero.

updike

 

John Updike, Una storia in Danimarca
traduzione di Francesca Bandel Dragone, Guanda 2001

Quando Updike si è appoggiato alle fonti che presumibilmente Shakespeare usò per comporre il suo Amleto per narrare la storia di Claudio e Gertrude, ha permesso che il romanzo che da lì sarebbe nato fosse molto di più di una semplice riscrittura: senza nulla muovere all’interno del testo shakespeareano, ma fermandosi lì dove lui comincia, Updike permette all’antefatto di scatenare la rilettura. L’ultima pagina di Gertrude and Claudius, tradotto in italiano con il meravigliosamente vago titolo Una storia in Danimarca, si innesta nella tragedia che ci è nota; i personaggi, all’arrivo, sono perfettamente disposti sulla scacchiera; solo, conosciamo di loro abbastanza perché Amleto – e Amleto – non ci risuoni più lo stesso.

Il libro è diviso in tre sezioni. Ognuna di loro ha alla base un lavoro di documentazione su diversi testi (Saxo Grammaticus, Historia Danica; François de Belleforest, Histoires tragiques; l’Ur-Hamlet di Thomas Kyd), e da questi prende le grafie dei diversi nomi, che difatti mutano nel corso della narrazione (si decide, qui, per praticità, di stabilizzarli).
E ognuna di loro comincia con la medesima frase: «Il re era adirato.»
Il primo re è Rorik, padre di Gertrude, e la sua rabbia, piena di benevolenza e di rispetto per la figlia adorata e battagliera, deriva dal saperla riluttante a posare Horwendil. Lui è un guerriero vincente; lei si sente, spiega, «bottino che cambia mano», il suo corpo «una provincia della Danimarca». Ma la convince, portando ad esempio il suo matrimonio all’inizio gelido poi affezionato con la bella serba madre di Gertrude. L’incontro con Horwendil, da lei guardato come un ragazzone cui devolvere un amore vicino a quello materno, la piega alle necessità regali. La regalità, tema caro a Shakespeare, è una gabbia cui adattarsi.
Il secondo re ad essere adirato è Horwendile. Il figlio Hamlet, ormai ventinovenne, è ancora a Wittenberg, e lui, guerriero, non comprende perché un ragazzo dovrebbe trattenersi «ad apprendere il dubbio – ad apprendere il dileggio e l’empietà, mentre io cerco di instillare religiosità e ordine in una massa intrigante e ribelle di danesi». Horwendile, sessantenne, vorrebbe che il figlio studiasse da re e continuasse lungo la linea tracciata dal tempo regale; Gertrude, che conosce bene il desiderio di sottrarsene, tuttavia ha una gioia colpevole all’idea che il figlio, con cui non è mai riuscita a stabilire un legame materno – le sembra che lui la metta in soggezione, la inquieti – le sia fisicamente lontano.

Lentamente, intanto, assistiamo alla storia d’amore tra Claudio e Gertrude. Il cognato non le si rivela fin quando non è quasi sessantenne, dopo decenni passati in viaggio nel tentativo di dimenticarla. Lei, a quel tempo, ha quarantasette anni, ed è «abituata ad essere ammirata ma non consumata da occhi come questi». Ma già da giovanissima, da sedicenne, aveva compreso il senso precisissimo del loro speciale legame: «I fratelli più giovani, pensava Gerutha, hanno qualcosa in comune con le figlie femmine, in quanto nessuno li prende sul serio come loro vorrebbero».

Il fatto che sia Claudius, e non Horwendile, la felicità di Gertrude, non deve far pensare a uno schema in cui la moglie esasperata da un matrimonio freddo scopre il vero amore o il vero essere amata. Non si rimprovera mai, al matrimonio tra Gertrude e Horwendile, mancanza di amore: innamorato dal primo istante, nella maniera quieta e profonda che il suo ruolo e la legittimità delle sue richieste gli concedono, Horwendile non è mai freddo; né Gertrude può mai veramente dirsi indifferente o disaffezionata. Quello che distingue Horwendile dal fratello è la capacità tutta del secondo di comprendere la specificità della natura femminile, e l’assurdo della sua posizione di inferiorità. Per natura, per viaggi, per il retaggio già intuito da Gertrude di essere “fratello minore” e quindi compagno di incomprensione, Claudius avverte, senza aver bisogno di ragionamenti che potrebbero risultare anacronistici, il dolore della situazione che Gertrude stessa non ha gli strumenti per decodificare. Non c’è crudeltà, in Horwendile, nell’essere il re e l’uomo che la Danimarca e il tempo richiedono: c’è del genio in Claudius nell’essere l’uomo che Gertrude e il tempo non avevano ancora previsto.
Sono molti brani che si risuonano a vicenda, nel libro, per mettere in luce l’opposizione tra i due fratelli in questo senso. I più espliciti sul sesso: Horwendile, “martello” in questo come nel nome, svicola furtivo dopo ogni incontro; di Claudius, nell’alcova, si avverte il lentissimo avvicinamento con le sue conversazioni su Bisanzio e i suoi regali progressivamente più intimi (un ciondolo a forma di pavone per un bacio, una coppa per delle carezze, una veste di seta) finché «quel che hai vestito, adesso puoi svestire»: con il corpo di lui Gertrude scopre «una parte di lei nascosta nelle pieghe più profonde e segrete che per quarantasette anni era stata latente, in sonno».
Ma la più potente e sottile tra le dicotomie è il trattamento che vediamo riservare da parte dei due agli uccelli.
Due fringuelli sono il primo regalo di Horwendile a Gertrude, ed ecco la scena:

Le aveva portato un regalo, due fringuelli variegati in una gabbia di vimini, uno nero con qualche tocco bianco e l’altra, la femmina, più spenta, chiara con macchie scure. Tutte le volte che gli uccellini prigionieri smettevano di cantare, lui dava uno scossone alla gabbia e le povere creature spaventate riprendevano da capo il loro canto, una cascata di trilli che terminava sempre in un acuto più alto, quasi una domanda umana.
«Tra non molto, Gerutha, anche tu canterai per la felicità di essere in coppia» le promise lui.
«Non sono sicura che cantino dalla felicità. Forse stanno piangendo per la loro prigionia. Gli uccelli potrebbero avere tanti stati d’animo quanti ne abbiamo noi, e un’unica nota per esprimerli tutti.»

Claudius porta invece Gertrude, durante uno dei loro primissimi incontri, quando ancora in lei non si affaccia l’idea dell’adulterio, in visita ad una falconara:

«Eppure solo le femmine possono a ragione chiamarsi falchi. Il maschio, detto terzuolo, ha un terzo delle dimensioni della femmina e appena la metà del suo fuoco e del suo naturale furore. […] Questa giovane e orgogliosa bellezza la chiamiamo Betsabea. […] Gli occhi» mormorò Feng [Claudius], sentendola trattenere il fiato, poiché il viso di lei nel suo bianco soggolo non era rivolto verso di lui. «Sono cuciti: e lo sono per la sua stessa protezione; altrimenti, lei impazzirebbe vedendo le tante occasioni di libertà che le stanno intorno. Le hanno spuntato gli artigli e impastoiato le zampe con campanelli in modo che il falconiere possa sentire ogni suo più piccolo movimento. Lei è complicata, sensibile ed eccitabile. Perché si possa associare a un uomo deve essere costretta, proprio come un neonato avvolto nelle fasce, o come un re vincolato al suo trono con una cerimonia sacra lunga un giorno. Lei porta nel cuore tutto l’immenso mondo esterno e noi cerchiamo di riversarla, come se usassimo un imbuto, in un comodo contenitore.»

Oltre, Gertrude racconterà a Claudio di aver liberato Betsabea, non riuscendo a sopportare il suo pianto notturno di regina prigioniera; eppure varrebbe la pena di notare una sottigliezza: paragona Betsabea a lui, conferendogli quindi una componente femminea che riguarda, forse, la sua capacità di comprenderla.

Dov’è Hamlet, in tutto questo? Nella preoccupazione di Horwendile; nelle confidenze di Ofelia, in cui Gertrude rivede molto di se stessa, cui il ragazzo sta spaccando i nervi; e nell’amore che Claudius vorrebbe dimostrargli, riversando in lui la paternità che non può più avere.
E’ Claudius il terzo re ad essere adirato, nella piccola coda della terza parte. Vuole che Hamlet torni, ha già organizzato per lui quell’amorevole continuità che riguarda la famiglia e il regno, e quella festa che chi ha letto Shakespeare ben conosce, e con la quale il romanzo si ferma. Rendendo teneramente vero quanto dice George Wilson Knight, riportato da Updike in postfazione: «Se tralasciamo il tentativo di occultare il delitto, Claudio si direbbe un sovrano competente, Gertrude una nobile regina, Ofelia un tesoro di dolcezza, Polonio un consigliere tedioso ma non malvagio, Laerte un giovanotto normale. Amleto li trascina tutti alla morte.»

© Giovanna Amato