Bianca Tarozzi – Tre per dieci

tre per dieci

Bianca Tarozzi – Tre per dieci – Lo Cicero editore – 2013

 

Entriamo in questo nuovo libro di Bianca Tarozzi così come si entra in una casa. In una casa che non conosciamo. Una dimora fatta di dieci stanze che l’architetto Tarozzi ha progettato in versi, per mostrarci quello che è stato, quello che è, quello che sarà. Tre per dieci è uscito a non molta distanza da La signora di porcellana (De Felice, 2012); pur ritrovando il classico palcoscenico tarozziano fatto d’ironia, di oggetti, di personaggi, siamo dinanzi a un’opera poetica abbastanza diversa. Le poesie di questa raccolta sono trenta divise in gruppi – più o meno omogenei – di tre. Da qui le dieci stanze.

Lo sguardo attento della poeta è rassicurante, la musicalità e la precisione dei versi rendono facile la scelta di fidarsi; diamo tranquillamente la mano a Bianca e entriamo nelle stanze. Le prime quattro stanze sono arredate con le memorie e i movimenti dell’infanzia e dell’adolescenza. Così attacca la prima poesia: “Il vestito col punto a nido d’ape / si metteva soltanto la domenica, / nelle grandi occasioni, / alle feste e alle prime comunioni.” Qui, sulla soglia della stanza, già vediamo molto, non solo per quello che la Tarozzi ha scritto, ma per quello che ha evocato. È come fare un balzo all’indietro e trovarsi d’incanto davanti a vecchie foto seppiate o in bianco e nero; come sedersi di nuovo davanti a quel tavolo dove, da bambini, ascoltavamo, prendendolo come carezza, il racconto di quelli più grandi che ci insegnavano il passato. La nostalgia cresce nella strofa finale: “Le sarte specialiste ora purtroppo / han cambiato mestiere. Anche le api / vanno vagando in luoghi ove si è rotto / l’equilibrio ecologico, a zig zag, / non più dolci ma amare, / perso l’orientamento e l’alveare.”

Nostalgia dunque, e una sorta di tenerezza (o rimpianto per ciò che non abbiamo vissuto o che abbiamo dimenticato). “Il mezzo punto è un gioco di pazienza / (ora ne fanno senza)”. L’attesa serve per meravigliare: c’è la casa, c’è il giardino, ci sono gli oggetti, c’è la scuola. La lieve malinconia della Tarozzi rende nei versi, la mancanza di ciò che ha vissuto nella mancanza di ciò che chi legge non potrà vivere. La bellezza della leggerezza questo è il segreto delle trenta poesie, di questo tessuto che non cede alla retorica e spinge ad accomodarsi in poltrona e a ritornare sui versi, più volte come una compagnia. Proseguendo nella lettura si resta stupefatti, ad esempio, entrando nella stanza numero sette. Le tre poesie che ne disegnano il perimetro e gli arredi hanno il sapore della fiaba, sin dai titoli: La bella addormentata; Mowgli girl; L’astronauta; il succo è un po’ amaro ma troviamo alcuni dei versi più belli della raccolta.

Le ultime stanze sono poesie che guardano ai giorni più vicini, l’ironia non cede mai il passo e anche quando il respiro si fa più corto “Il mio respiro intanto / così rapido e breve / nel suo lieve esitare / e non voler morire”, l’ampia veduta che la poeta regala, conforta. Arrivati in fondo si fa fatica a lasciare quella mano che avevamo stretto all’inizio. Si ha, invece, voglia di sedersi accanto a Bianca Tarozzi magari nella Biblioteca di San Giorgio, a Venezia, e provare a vedere con lei se: “In fondo la vetrata / ti mostra la città, fuori, stregata, / immagine di un mondo che ti lasci / alle spalle, bellissimo e silente / – non com’è veramente – / e tu davanti a un libro / e il resto, niente.”

@ Gianni Montieri

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