Giorno: 14 aprile 2014

Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

parigi 2010 - foto gm

Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa?

 

 

Siamo fermi per imprecisate cause tecniche o, forse, per problemi di circolazione, o, magari, per un guasto alla linea, da quasi mezzora. A Romano, ma prima eravamo a Treviglio. Quello che vedo fuori dal finestrino del treno, da un bel pezzo, è un supermercato Lidl. Un ragazzo, avrà una ventina d’anni e indossa una maglietta dei Nirvana (tutto è probabilmente finito prima che lui nascesse), continua a telefonare a qualcuno. Ripete che non sa quando arriverà a Padova. Riaggancia, richiama (la stessa o un’altra persona?), dice qualcosa di vago, ma soprattutto ripete come un mantra che non sa quando arriverà a Padova. Tre, quattro, cinque volte di fila. Poi mi guarda. No ragazzo, con maglietta gruppo grunge che ascoltavo quando tu non c’èri, nemmeno io so quando arriveremo a Padova. Ammesso che Padova esista ancora quando ci arriveremo. Non so nemmeno quando ripartiremo da qui a dire il vero. Cerco solidarietà sui social network. Solidarietà che arriva blanda, già stanca come tutti noi sopra questo treno. Una signora e la figlia, simpatiche, chiamano a casa e si accordano per la preparazione di una rapida pasta al tonno, preparazione a cura del padre/marito, a quanto pare. Ridono del poco entusiasmo manifestato dall’altro capo dello smarthphone. La figlia legge un saggio di Kierkegaard, uanem’.

Nel frattempo abbiamo percorso qualche chilometro. Ora siamo fermi sotto un ponte, preferivo il Lidl. In queste circostanze, l’avrete notato anche voi, ci sono sempre i ferrovieri (li chiamo ancora così per nobilitarli) che vanno su e giù per il treno a passo veloce: manifestando impegno, ansia, piglio. Peccato abbiano già più volte dichiarato la loro impotenza circa il problema manifestatosi. Non ne sanno una mazza. Alla mia destra, al momento, mucche. Diosanto. E queste da dove saltano fuori? Una cinquantina di deliziose mucche pezzate, tipo peluche ma più in carne. A questo punto non capisco perché tutti quelli in cravatta non l’abbiano tolta, quello seduto di fronte a me nemmeno la slaccia. Impassibile. Soffre in silenzio. Un altro abbastanza giovane e molto calvo, anche lui in cravatta, studia il russo, ve lo giuro. Solo che sulla dispensa che ha davanti c’è una foto di David Beckam. Gesù, sta traducendo dall’inglese al russo, e l’ho sentito parlare in dialetto veneto, al telefono, non più di dieci minuti fa. Prima delle mucche. È ormai tempo di mettere in carica gli smartphone, coraggio ragazzi. La scritta Panico lampeggia, come un semaforo notturno, negli occhi di chi non ha un caricabatterie con sé; ma la stiamo prendendo tutti abbastanza bene per ora. Il livello di rassegnazione raggiunto da questo ex popolo è da record. Siamo partiti da Milano da un’ora e mezza e nemmeno si vede Brescia, ma ancora nessuna situazione alla Palahniuk qui. È tutto molto Delillo, tipo Rumore bianco ma un po’ meno. Noi siamo l’ovatta. Il rumore ce lo teniamo dentro. Il disastro non è percepito né ci riguarda. Riesco solo a pensare di quanto slitterà la mia cena con Anna e se riusciremo a sentire Alessandra cantare.

Sto leggendo Americani di John Sullivan, una raccolta di saggi,  una delle nuove fichissime frontiere della Letteratura Americana. Nel primo saggio, Sullivan, racconta la sua esperienza di tre giorni a un Festival di Christian Rock. Sì, esattamente. Un vero Happening in cui centomila credenti felici e esaltati seguono i concerti di band, che fanno facile rock evangelico, schitarrando al Signore. Uno dei ragazzi con cui Sullivan parla a un certo punto gli dice: «Se scrivi di noi posso chiederti una cosa? […] Mettici che amiamo Dio. Puoi dire che siamo pazzi ma di’ che amiamo Dio.» In treno partono le Madonne.

Sarebbe divertente se adesso ci alzassimo tutti in piedi e agitando le mani a destra e sinistra cominciassimo a intonare qualcosa tipo: Siamo abbonati al Signore, noi siamo abbonati al Signore, schioda il treno da Treviglio, schioda il treno da Romano e il Signore ti perdonerà. (Ripeti coro 2 volte). Qualche fila più in là c’è uno che dice che finché non cominceremo a spaccare tutto non cambierà mai niente. Comincio il mio solito gioco, attività molto stupida che consiste nel tentare di indovinare dove scenderanno quelli seduti più vicino a me. Il tipo non mi tolgo la cravatta lo voto Brescia. Ha sempre avuto l’espressione di chi l’avrebbe scampata prima degli altri. Il nirvaniano, come tutti sanno, va a Padova. Madre e figlia sono una terra di mezzo, voto Verona, forse provincia. Dove le attende la mitica pasta al tonno. Il traduttore dall’inglese al russo per me va a Vicenza. Ha la faccia antipatica. Quando faccio questo gioco colloco sempre gli antipatici a Vicenza, sbagliando naturalmente. Sottovaluto sia Vicenza che le persone. In realtà questo abbinamento nasce dalla collocazione di Vicenza lungo la tratta Milano – Venezia; per cui dopo Verona, quando non ne puoi più e prima di Padova con la Laguna ancora troppo lontana. Niente di personale ma cazzeggio da pendolare. Le stazioni per i viaggiatori sono tacche. Vicenza è una tacca problematica, è un scavallamento ma anche un vertice di stanchezza. Abbiamo ripreso a viaggiare, ritardo previsto: settanta minuti (ma saranno di più), i ferrovieri improvvisamente sanno tutto. Ci rimborseranno, capirai. Non azzecco mai le previsioni circa l’ordine di discesa per viaggiatori. Quasi sempre quelli con l’aria da stronzi vengono con me fino a Venezia. Sulla campagna tra Brescia e il Garda precipita un tramonto spettacolare, salvo quest’immagine insieme a quella delle mucche. Una ragazza non si è mai svegliata, questo sì che è culo.

Guardo le facce di queste persone e immagino come vedano la mia, e sento le loro voci ripetermi la frase: « Se scrivi di noi possiamo chiederti una cosa? […] Mettici che è venerdì sera. Puoi dire che siamo strani o furibondi ma di’ che è venerdì sera.»

***

© Gianni Montieri

Bianca Tarozzi – Tre per dieci

tre per dieci

Bianca Tarozzi – Tre per dieci – Lo Cicero editore – 2013

 

Entriamo in questo nuovo libro di Bianca Tarozzi così come si entra in una casa. In una casa che non conosciamo. Una dimora fatta di dieci stanze che l’architetto Tarozzi ha progettato in versi, per mostrarci quello che è stato, quello che è, quello che sarà. Tre per dieci è uscito a non molta distanza da La signora di porcellana (De Felice, 2012); pur ritrovando il classico palcoscenico tarozziano fatto d’ironia, di oggetti, di personaggi, siamo dinanzi a un’opera poetica abbastanza diversa. Le poesie di questa raccolta sono trenta divise in gruppi – più o meno omogenei – di tre. Da qui le dieci stanze.

Lo sguardo attento della poeta è rassicurante, la musicalità e la precisione dei versi rendono facile la scelta di fidarsi; diamo tranquillamente la mano a Bianca e entriamo nelle stanze. Le prime quattro stanze sono arredate con le memorie e i movimenti dell’infanzia e dell’adolescenza. Così attacca la prima poesia: “Il vestito col punto a nido d’ape / si metteva soltanto la domenica, / nelle grandi occasioni, / alle feste e alle prime comunioni.” Qui, sulla soglia della stanza, già vediamo molto, non solo per quello che la Tarozzi ha scritto, ma per quello che ha evocato. È come fare un balzo all’indietro e trovarsi d’incanto davanti a vecchie foto seppiate o in bianco e nero; come sedersi di nuovo davanti a quel tavolo dove, da bambini, ascoltavamo, prendendolo come carezza, il racconto di quelli più grandi che ci insegnavano il passato. La nostalgia cresce nella strofa finale: “Le sarte specialiste ora purtroppo / han cambiato mestiere. Anche le api / vanno vagando in luoghi ove si è rotto / l’equilibrio ecologico, a zig zag, / non più dolci ma amare, / perso l’orientamento e l’alveare.”

Nostalgia dunque, e una sorta di tenerezza (o rimpianto per ciò che non abbiamo vissuto o che abbiamo dimenticato). “Il mezzo punto è un gioco di pazienza / (ora ne fanno senza)”. L’attesa serve per meravigliare: c’è la casa, c’è il giardino, ci sono gli oggetti, c’è la scuola. La lieve malinconia della Tarozzi rende nei versi, la mancanza di ciò che ha vissuto nella mancanza di ciò che chi legge non potrà vivere. La bellezza della leggerezza questo è il segreto delle trenta poesie, di questo tessuto che non cede alla retorica e spinge ad accomodarsi in poltrona e a ritornare sui versi, più volte come una compagnia. Proseguendo nella lettura si resta stupefatti, ad esempio, entrando nella stanza numero sette. Le tre poesie che ne disegnano il perimetro e gli arredi hanno il sapore della fiaba, sin dai titoli: La bella addormentata; Mowgli girl; L’astronauta; il succo è un po’ amaro ma troviamo alcuni dei versi più belli della raccolta.

Le ultime stanze sono poesie che guardano ai giorni più vicini, l’ironia non cede mai il passo e anche quando il respiro si fa più corto “Il mio respiro intanto / così rapido e breve / nel suo lieve esitare / e non voler morire”, l’ampia veduta che la poeta regala, conforta. Arrivati in fondo si fa fatica a lasciare quella mano che avevamo stretto all’inizio. Si ha, invece, voglia di sedersi accanto a Bianca Tarozzi magari nella Biblioteca di San Giorgio, a Venezia, e provare a vedere con lei se: “In fondo la vetrata / ti mostra la città, fuori, stregata, / immagine di un mondo che ti lasci / alle spalle, bellissimo e silente / – non com’è veramente – / e tu davanti a un libro / e il resto, niente.”

@ Gianni Montieri