La Sicilia surreale di Bartolo Cattafi – di Maria Allo

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per "Epoca", 1972

Cattafi sullo Stretto di Messina. Fotografia di Walter Mori per “Epoca”, 1972

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LA SICILIA SURREALE DI BARTOLO CATTAFI

di Maria Allo

 

«La  poesia è per Cattafi il solo, l’unico modo di stare al mondo»
(Carlo Bo)

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Ho scoperto la voce di Cattafi  leggendo i poeti del Gruppo ’63 (Pagliarani, Giuliani, Balestrini, Porta e Sanguineti) a proposito di crisi della poesia testimoniata da poeti come Risi, Penna, Spaziani, Cattafi e Caproni, ma tra i fatidici Sessanta e Settanta, anni di grandi dibattiti, Cattafi è uno dei poeti più taciturni. Cattafi visse e produsse in un momento quindi di sperimentalismo, in un periodo nuovo e di fermento dal punto di vista letterario, ma il suo essere cittadino libero ovunque e insieme la sua forte “sicilianità” accompagnata alla consapevolezza della sua crisi e del continuo conflitto con la parola, nonostante la sua produzione in versi si fosse ormai concretamente attestata, nulla avrà da spartire con la poesia dal 1964. Negli otto anni che seguono, infatti, Cattafi non scriverà più un verso. Eppure resta, tra le personalità poetiche  del nostro tempo, una delle più imponenti.  Il suo canto appare modulato su una lingua preziosa, una continua fluttuazione tra il protagonista lirico e la realtà circostante, sofferta interiorizzazione dei miti del paesaggio siciliano, sentito come parte decisiva dell’anima. Sono forse proprio questi due aspetti che lo rendono un personaggio davvero anomalo nel nostro panorama letterario. Il suo rapporto con il reale resta fondamentalmente teso ad  assorbirne tutti gli stimoli e le sensazioni e, sul piano dei contenuti,  la poesia ne privilegia le dimensioni surrealistiche, un surrealismo del sangue, nato con lui, con i suoi odori e antichi sapori e con

L’AREA SECCA DEL FUOCO

Mancavano pagine
il marmo dell’epigrafe
era scheggiato
due sole parole
cetera desunt
il resto mancante
mancanti la testa e i piedi
e tutto il resto mancante
che testa e piede divide
cetera desunt… cetera desunt…
parole sul frontone d’un tempio vuoto
vorticanti col vento  come per dirci
solo  noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Poeta visionario che, scavando, celebra le insanabili e immutabili realtà dell’isola amata con aspetti dai contorni netti e con un linguaggio che potenzia, attraverso l’insistenza e la ripetitività, “cetera desunt” la consapevolezza e la presa di coscienza di una sconfitta presente e la difficoltà di sostenere ancora quella lotta “vorticanti col vento”. I tempi verbali si fanno indicativi dei vari momenti dello scavo teso a superare il muro della condizione umana, viaggio verso l’interno, volto a esplorare l'”Io” più profondo:

[…] solo noi ci siamo
tutto il resto manca
era questo che non sapevate.

Il percorso di Cattafi, alla ricerca della verità della poesia, nasce dunque in Sicilia e ponendo l’accento sulla realtà altra e segreta dietro lo scenario naturale, finisce in Sicilia, anche se la misteriosa zona di Cimbro è stata il suo rifugio.

DI RITORNO

Sono stato a lungo in quelle zone
un soggiorno spossante
sono tornato sporco di fuliggine
emaciato
gli occhi troppo sensibili alla luce
potrei lavarmi
tentare di rifarmi
ripartire ancora se ci fosse
un corpo da curare
una piccola base di partenza
e invece non c’è più niente
un grumo rovente di pensieri
e voi stessi non mi capite
perché non è venuto il vostro tempo.

Su quella Sicilia dalla purezza incontaminata vivono i siciliani, ma nel gioco di luci e ombre si insinua talvolta un senso di amarezza di “pietre abbacinanti”, che rende arida e immobile la vita, irretita nella fitta magia del dubbio esistenziale e il paesaggio spesso è parte integrante della finitudine, dimensione con cui spesso il poeta si confronta.
I fichi invernali «sono rossi di dentro come un tramonto / […] Giunti inaspettati se ne vanno così / come son venuti / frammenti erranti / nel vuoto e nel buio / per un attimo colpiti dalla luce.» La fragilità umana simile alla fragilità che lascia l’orma indelebile del fico invernale.
L’osso, l’anima del 1964 (come il titolo stesso profetizza):

CONFINE

Secco duro gessoso
apparve il disegno del paese.
Là portammo le nostre
leggi, sistemi
di peso, di moneta, di misura.
Il mondo si concluse entro un confine
di pietre abbacinanti,
non vedemmo al di là di quell’altro mondo:
valido, vittorioso
quando ci travolse.
Vagammo a lungo
nei luoghi perduti.
Il paese ci apparve in movimento,
fertile, fluido, mutevole,
ricco di regole e di merci,
emporio e scalo di molte regioni.
Secco duro gessoso sovente è l’occhio,
le mani, lo scalpello lo assecondano,
foggiano cose a nostra somiglianza.

(pp. 96-97)

«L’altro paese è, ovviamente, la poesia: il suo confine è “secco duro gessoso”, difficile da valicare e, soprattutto, difficile da conquistare con le proprie leggi e le proprie unità di misura importante con una violenza non giustificata. Ma il mondo al di là del confine è più vero di quello da cui si parte e di cui si fa parte – là è tutto più “valido” e avventuroso, “vittorioso” e lampante, più adatto alla vita. Una volta superato lo scoglio e la durezza dell’inizio, la poesia vince. La durezza del vivere e del vedere (“secco duro gessoso sovente è l’occhio”) è legato all’incapacità di cambiare e di trasformare le proprie regole (i pesi e le misure) in una prospettiva di creazione e di mutevolezza che permette di attingere una ricchezza nuova e più diffusa (più “fluida”). L’occhio è incapace di andare aldilà di se stesso e solo la parola della poesia può costringerlo a farlo» (da Retroguardia di Francesco Panella).
Il poeta ha un rapporto scaramantico con tutte le cose che fa e non è un caso che abbia tenuto tanto a far si che il libro Marzo e le sue idi, del 1977, uscisse esattamente nel mese di marzo.

Di tutto diffido
del pugnale di bruto
della tenera carne di cesare
dello stesso destino
che passi presto il tempo
vengano alfine marzo e le sue idi.

Questo libro continua una lunga serie di produzione poetica che risale al suo primo libro apparso nel 1951 nelle edizioni della Meridiana, Nel centro della mano.
Così ha dichiarato Cattafi: «Cominciai a scrivere versi in preda a non so a quale ebbrezza, stordito da sensazioni troppo acute, dolci. Come in una seconda infanzia cominciai a enumerare le cose amate, a compitare in versi un ingenuo inventario del mondo […]. Tutt’intorno lo schianto delle bombe e le raffiche degli Hurricane, degli Spitfire […]. Me ne andavo nella colorita campagna nutrendomi di sapori, aromi, immagini. La morte non era un elemento innaturale in quel quadro: era come un pesco fiorito, un falco sulla gallina, una lucertola che guizza attraverso la viottola.»
Una delle sue  poesie  magiche, un po’ allucinate che sono tipiche di Bartolo Cattafi:

False acacie

Un blocco di false acacie
diritte all’apparenza
d’anima invece obliqua
pescano in un mare d’ombra
producono un verde di sott’acqua
supporti d’usignoli e di silenzio
tendono forti braccia
diffondono qualcosa
chiuso orto infinito
bel serbatoio di ciò che non appare.

Perché false? «Perché le acacie non sono più acacie, oltre alle fibre legnose alla loro clorofilla hanno una doppio fondo misterioso, ombroso» lo schema segreto delle cose. La sua è una poesia visionaria, come dice Vittorio Sereni, che  sembra nascere da miraggi, da allucinazioni,  nella quale  rientra un certo gusto neogreco alla Kavafis e insieme  un elemento insolito nella nostra letteratura.
Dice di sé Kavafis: «Nella mia giovinezza scioperata / si formavano intenti di poesia, / si profilava l’ambito dell’arte.»

Θάλασσα του Πρωιού

Εδώ ας σταθώ. Κι ας δω κ’ εγώ την φύσι λίγο.
Θάλασσας του πρωιού κι ανέφελου ουρανού
λαμπρά μαβιά, και κίτρινη όχθη· όλα
ωραία και μεγάλα φωτισμένα.
Εδώ ας σταθώ. Κι ας γελασθώ πως βλέπω αυτά
(τα είδ’ αλήθεια μια στιγμή σαν πρωτοστάθηκα)·
κι όχι κ’ εδώ τες φαντασίες μου,
τες αναμνήσεις μου, τα ινδάλματα της ηδονής.

Konstantinos Kavafis

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[Mare al mattino // Possa restare qui. Mirare anch’io un po’ di natura. / Azzurri luminosi e gialli lidi / del mare al mattino e del cielo terso: tutto / è bello e nella luce immerso. / Possa restare qui. E illudermi di vedere ciò / (e davvero li vidi un attimo appena mi / fermai); / e non vedere anche qui i miei abbagli / i miei ricordi, le visioni del piacere.]

Sic Ungaretti introduce Porto Sepolto (1916): «Amo le mie ore di allucinazione […]. Anche le mie ore di randagio, d’immaginario perseguitato in esodo verso una terra promessa» (G. Ungaretti, lettera a G. Papini del 25 luglio 1916 dalla zona di guerra).
Il nomade già in viaggio, in esodo, verso una “Terra promessa”, propone la visione non già di un incipit, ma di un’origine, sempre ricercata e sempre più lontana, mentre si fa strada la convinzione petrarchesca che la realtà nella sua immediatezza non sia poetica e l’arte sia un valore più alto di quello della vita vissuta. Al grido espressionista che ancora era riconoscibile nei testi dell’Allegria, si sostituisce qui la religione della parola che, come un rito sacro, dà una veste raffinata al mistero che si cela al  fondo delle cose e che non può essere compreso razionalmente né svelato.
Un inedito profetico, coevo alle poesie edite in La discesa al trono del 1975 e in Marzo e le sue idi del 1977, dalla concisione epigrammatica, è la sintesi chiara della poetica di Cattafi  specchio interiore del dramma umano ed esistenziale.

A tutto qui intorno

A tutto qui intorno assoggettati
come l’erba, l’acacia lo storno
I malati nel petto a braccia aperte
a qualcuno che scende
e ci cammina sul petto.

Il lavoro di Cattafi è un lavoro “artigianale”, non solo per la scrittura e riscrittura dei suoi versi, quanto per la quotidianità e naturalezza del suo scrivere, talvolta, come testimonia Raboni, più di un componimento al giorno, lasciando da parte, ovviamente, alcuni periodi di silenzio, in cui prevalse forse la realtà sulla parola, in cui tra l’altro una diversa forma espressiva, quella pittorica, prese il sopravvento. Il suo vagabondaggio giovanile senza meta o forse alla ricerca di una meta, il febbrile rincorrere una scoperta elencandone i dati, scoprendone l’angolo di visuale in cui la sua presenza si rivela come metafora e diventa leggibile, quindi il ritorno e l’ancorarsi alla Sicilia, al suo paesaggio, coltivando il disincanto dell’errore dell’aver creduto sono gli estremi di quella tragedia della conoscenza che è proprio nella mancanza di una verità finale: “il libro di lettura della vita” secondo una definizione di Caproni.
Grazie ad Ada De Alessandri Cattafi, che ha messo a disposizione l’archivio completo del poeta con lettere, inediti, carte manoscritte e varianti delle poesie, si può oggi trarre un bilancio maturo e completo di Bartolo Cattafi e della sua opera.

Bartolo Cattafi, nato a Barcellona Pozzo di Gotto il 6 luglio 1922,  è morto a Milano il 13 marzo 1979.

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Note

1) Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, Milano, Mondadori, 1964 (d’ora in poi OA).
2) Bartolo Cattafi, L’allodola ottobrina, Milano, Mondadori, 1979, p. 98. D’ora in poi AO.
3) Bartolo Cattafi, Poesie 1943-1979, cit., p. 200.
4) Nero su bianco, in Bartolo Cattafi, Poesie 1943-1979, cit., p. 238.
5) Le immagini della poesie. Due modelli di descrizione lirica: Bartolo Cattafi. Retroguardia di Giuseppe Panella (8 Dicembre 2008).
6) Costantino Kavafis, Poesie, a cura di F.M. Pontani, Mondadori, Milano, I edizione Gli Oscar dicembre 1972; Θάλασσα του Πρωιού (mia traduzione).
7) Robert Liddell, Kavafis, Crocetti, Milano 1998.
8) Ungaretti, I testi, le immagini, le culture. La letteratura e l’intreccio dei saperi, 3 vol. Dal 1861 ad oggi.
9) Bartolo Cattafi, official website, info@bartolocattafi.it e diego.bertelli@aya.yale.edu.
10) Lingua e letteratura in funzione dell’analisi testuale di B. Bellanova.
11) Pietro G. Beltrami, Gli strumenti della poesia, Bologna, Il Mulino.

 

© Maria Allo

12 comments

  1. Grazie Maria, hai colmato una mia lacuna, adesso con piacere leggerò versi di un poeta per me nuovo, con la sorpresa negli occhi e te ne ringrazio. Alla prossima. Buona domenica.

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  2. Grazie alla sensibilità e alla libertà del cuore e del pensiero di Anna Maria ,Bartolo Cattafi e il suo sommesso colloquio con le cose, capaci di raccogliere immense verità, ha trovato in questo spazio un cielo in cui volare.
    Grazie anche a te,rbm2013!

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  3. L’ ha detto lui stesso una volta: «Non mi riesce di capire il mestiere di poeta, i ferri, il laboratorio di questo mestiere. Quella del poeta è secondo me una pura e semplice condizione umana, la poesia appartiene alla nostra più intima biologia, condiziona e sviluppa il nostro destino, è un modo come un altro di essere uomini».

    Grazie di cuore a tutti

    maria

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  4. Molto interessante. Quel secco che richiama il fuoco lasciando solo all’immaginazione la festa degli occhi e “d’intorno”. Eppure tutto passò dalla terra e i frammenti ce lo ricordano portando ai vivi il regalo ” concesso” d’immaginazione. Interessante davvero e lapidario. Quasi a voler testimoniare il suo prestigioso passaggio. Ma bravissima pure te infinita Maria che con umido affetto abbraccio. Mirka

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