Giorno: 8 aprile 2014

Il morto del giorno, di Gianluca Merola

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Oh, sai chi è morto?
Se vivi a sud di Roma questa domanda non ti è nuova, sei abituato a sentirla almeno due volte al giorno.
Oh, sai chi è morto?
C’è sempre qualcuno che muore, non è una novità, eppure questa domanda rimbalza da una faccia all’altra provocando sempre un certo stupore. Un po’ come il punto G che tutte le volte è come la prima. Tornando a noi: la gente muore tutti i giorni, fatevene una cazzo di ragione. Amen. Il guaio è che questo necrologio quotidiano ha preso piede sulle pagine dei Social, con tanto di corsa a chi lo annuncia per primo, il morto del giorno:
Oh, hai visto è morto Tizio.
Lo so già.
Ah.
Eh.
Tutti a titillare lo sfintere del cadavere di turno. Non ha alcuna importanza l’averlo ignorato in vita, facendo in modo che morisse in povertà, quello che conta è slinguazzarsi la salma senza vergogna. Prendete Alda Merini, per esempio: avesse venduto un libro per ogni Ciao Alda ci manchi, non solo non sarebbe finita a fare colletta per pagarsi le cure prima di morire, ma sarebbe diventata ricca, molto ricca. La domanda, dunque, è: commemorare serve a qualcosa? Non serve a nulla; di prima, la mia risposta non può che essere questa.
L’altro ieri però mi è successa una cosa: sono entrato in un bar, ho chiesto una Vecchia Romagna e la barista mi ha detto: “Ma perché, nuova no”? Ho dato due capocciate al bancone, la sua battuta era così brutta, ma così brutta, che mi ha fatto ridere.
Forse, mi dico, con la necrofilia commemorativa potrebbe essere lo stesso: forse – e dico forse – che a qualcuno gli viene il prurito di tirare fuori due spicci per comprare un libro che non lo trovi all’autogrill e che dopo ti senti che ci hai capito qualcosa in più della vita. Lo so, il mio filo di fiducia nell’umanità mi rende patetico: col tempo me ne sono fatto una ragione e allora – mosso da questa piccola speranza e ringraziando la barista che m’ha fatto ridere – arrivo al sodo.
L’8 Aprile del 1979 (trentacinque anni fa esatti), nella stessa Virginia dove era stato sgravato ventisei anni prima, lo scrittore Breece Dexter John Pancake, faceva il botto a mezzo arma da fuoco. Si suicida, a quanto pare, lasciando in eredità dodici racconti e niente altro. Quattro anni dopo, viene fuori una raccolta che li contiene tutti: Trilobiti, questo il titolo. Ci sono voluti un altro po’ di anni prima che fosse pubblicato anche in Italia: ci ha pensato Isbn Edizioni. Se vi prenderete la briga di cercare qualche notizia sul web, ne leggerete di belle grosse: Joyce Carol Oates è tentata di paragonarlo a Hemingway; Vonnegut dice “Si tratta semplicemente dello scrittore più sincero che io abbia mai letto…”; Tom Waits ne parla come del suo scrittore preferito. Capisco che sia un modo come un altro per sottolinearne la grandezza, ma lasciatemelo dire: sono un sacco di cazzate. Non perché non sia un gran bel libro, ma perché in qualche modo ne intacca la purezza. Non so come spiegare questa cosa, né mi sforzerò di farlo, ma sento che in questo modo gli stiano facendo un torto. Prendete Hemingway: ha scritto delle cose potenti come Morte nel pomeriggio, ma anche schifezze come Il vecchio e il mare. E allora? E allora D’J Pancake non ha avuto il tempo di essere mediocre, credo che il torto stia in questo. So che dovrei dire qualcosa sui suoi racconti, di che parliamo se no, ma il punto è che non ho niente granché da dire a riguardo, se non bestie leggete Trilobiti. Fino a qualche anno fa tendevo a rimuovere i finali dei libri che leggevo, adesso sono peggiorato e dimentico istantaneamente tutto quello che leggo, dopo pochi giorni. E non che l’abbia letto più tardi di un mese fa. Manco sapevo della sua esistenza fino a quando, durante una presentazione del mio libro, me ne parlò il mio editore dando per scontato che l’avessi letto e facendo un improbabile accostamento tra me e D’J. Dicevo che non ricordo di cosa parlino i racconti di Trilobiti; quello che so, invece, è che da quando l’ho finito non riesco a scollarmelo di dosso: continuo ad aprirlo a caso e a leggerne qualche pezzo. C’è qualcosa di molto potente nella sua scrittura, mi è chiaro, ma lo è a un livello che non è quello estetico. È evidente che Pancake avesse una grande capacità di restituire i luoghi e le atmosfere, ma ci sono molti scrittori che riescono a farlo allo stesso modo. Cos’è che lo rende speciale, allora? L’unica risposta che mi viene in mente è: la sua disperata sincerità. Una specie di predestinazione alla quale non avrebbe potuto sottrarsi in alcun modo; condannato a essere sincero come il protagonista di un brutto film comico americano di cui, per fortuna, non ricordo il nome.
Se non appartenete alla categoria di quelli che comprano solo i libri che hanno vinto di recente una bottiglia di liquore allo zafferano, può darsi che ve ne innamoriate; in caso contrario potreste trovare noiosi dodici racconti che hanno per protagonisti dei working class heroes poco eroici e totalmente calati nella realtà della provincia americana, fatta di Impala del ’66 da rimettere in sesto, Pontiac, fucili da caccia e sangue raggrumato sulle nocche delle dita. Pancake non farà nulla per piacervi, perché la sua scrittura non concede niente al lettore. Per la stessa ragione, non farà nulla per dispiacervi. Si limita a essere se stesso e lo fa in una maniera invidiabile.
Di sicuro, in qualità di morto sparato, D’J non vi deluderà in futuro. Mi ritorna in mente una frase di Giuseppe Pontiggia (che con Pancake c’entra come il latte nella birra): “Lo scrittore morto è immortale”. Se un giorno parlerete di Pancake a qualcuno, come adesso sto facendo io con voi, nessuno potrà dirvi va bene, ma il suo secondo il libro fa schifo.
Non è mica un vantaggio da poco, questo.

Trilobiti. I dodici racconti di un grande scrittore.
Pancake Breece D’J, 2010, Isbn Edizioni.
Euro 9,00.

© Gianluca Merola

Francesca Rimondi – Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

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affori – foto gm

 

Attività alternative dei figli nelle ore pomeridiane

Ci sono questi genitori, no. Questi genitori molto fieri.
Gli piace un sacco, a questi genitori, che i propri figli giochino. E i loro figli, effettivamente, giocano.
Mio figlio non gioca.
Sta sempre in panchina. In panca come dicono loro. I genitori fieri.
Io di solito mi porto un libro. L’anno scorso ho letto tutto Mailer. Per dire.
Adesso non riesco a leggere niente, perché questi genitori parlano e parlano. Parlano, dicendo cose contro l’allenatore che non sa fare squadra, e l’arbitro che non può fischiare proprio tuttotutto, e la dirigente che non sa scrivere i tabellini e poi è cicciona. E guarda che gonne si mette, la dirigente, ma non lo vede che è cicciona.
Dove ha gli specchi in casa, ahahah.
Suo figlio, poi. Il Figlio della Dirigente. Il FdD gioca, chissà perché, tutti e quattro i quarti della partita. E non è capace, dio santo quanto non lo è.

“Cosa uhm leggi” prova a chiedermi Harry o Henry, non ho ben focalizzato il nome, che sarebbe il padre di Cip o di Ciop, cioè di uno dei due, Harry o Henry è il padre o di Cip o di Ciop, non saprei bene quale, dato che poi sono sovrapponibili. Sono tutti sovrapponibili.
Cip e Ciop sono alti un metro e sessanta in due. Però giocano. Sovrapponibili. Vanno a canestro che sembrano dei fulmini.
Mio figlio non gioca.
Sempre panca.
Cip (o Ciop) ha appena fatto passi.
“PASSI! DEFICIENTE!” gli urla il padre Harry o Henry.
Cip (o Ciop) si gira verso il padre e gli fa scusa con la manina ciccia.
Gli fa scusa.
Mio figlio sbadiglia in panca.
“AIUTATE MIO FIGLIO!” urla una madre improvvisamente arbitra, improvvisamente tragica, mentre il figlio è a terra, palla in mano, aggredito da due avversari.
Son cose che capitano, mi dico chiudendo il mio Faulkner, attenta a metterci il dito dentro, a non perderci il segno. Se ti butti nella mischia, dico.
“AIUTATELO” continua.
Aiutate quel ragazzo. Per favore.

Una volta, da piccola, mio padre mi iscrisse a danza classica.
Alla quinta lezione la maestra mi buttò fuori dall’aula, perché alla sbarra, durante un jambqualcosa, davo i calci a quella davanti. Eravamo settanta bambine in un’aula di due metri per due, e tre sbarre sole.
Mia nonna stava facendo la maglia lì fuori, contornata da madri. Mia nonna scosse la testa. “Vestiti su. Andiamo” disse, infilando tutta la maglia nel carrellino.

Poi mi vennero gli orecchioni.
Feci un saggio di danza – il mio ultimo saggio di danza – con gli orecchioni. Un dolore lancinante alla base del mento. Ronzii dappertutto. Mi tiravo via imperterrita le mutande del tutù dal culo. Mi grattavo la testa, lo chignon, tutte quelle mollette conficcate nel cervello.
“Ritiratela” disse solo mia nonna.

Non venite mai con noi alla pizza dopo, mi fa Henry.
No, rispondo io.

Mio figlio quando era piccolo che lo portavo ai giardinetti aspettava sempre che lo scivolo fosse vuoto. A volte stavamo lì fino a sera, ai giardinetti, calava il buio e lo scivolo era vuoto. A quel punto mio figlio scivolava due tre volte, poi andavamo a casa, per mano, zitti e felici.

La cosa più bella era quando gli sfregavo l’accappatoio sui capelli. Forteforte, il cappuccio dell’accappatoio. Sui capelli.
Portavo un giorno sì e uno no mio figlio agli allenamenti. Dopo, gli sfregavo la testa come una madre, con il cappuccio dell’accappatoio. Poi andavamo a mangiare il panino col wurstel dentro, della pasticceria di fronte.
“Oggi quarantanove vasche” diceva lui.
Durante gli allenamenti, dal vetro separatorio lo guardavo. Prima di entrare in vasca, appoggiava gli occhiali dentro alle ciabatte. Non entrava mai nella piscina senza occhiali.
“Non vedo le corsie” spiegava. “Non vedo_”
“Ok ok.”
“Non li pesto.”
“Ok, stai tranquillo.”
Ha sempre nuotato lentamente. Come a onorare quell’acqua che lo teneva su. Di fianco a lui, i bambini colpivano furiosi e li vedevi, sbracciare e sobillare tutta quell’acqua.
Mio figlio no.
A bordo vasca, un uomo urlava cose, ma era come se lui non le sentisse. Lui nuotava da solo, lentamente. Senza occhiali, gli occhiali appoggiati nelle ciabatte.
Poi un giorno mi ha detto: non ci voglio andare più.
Ma ti asciugo i capelli io, dico io.
Non mi importa, dice lui.
Il nostro momento, dico io.
Me li potrai asciugare a casa, dice lui.
Non ci siamo andati più.

Dopo è arrivato l’altro mio figlio.

Ho anche un figlio piccolo, adesso. Un figlio molto piccolo, che non fa niente.
“Noi andiamo a musica il giovedì pomeriggio. E il sabato mattina andiamo a psicomotricità. Sono bravissimi, sai” mi dice una qualche mamma, fuori, lì fuori dall’asilo, mio figlio molto piccolo che raccoglie foglie secche. Bravissimi chi.
“Noi niente” faccio io.
Non facciamo niente. Torniamo a casa, mangiamo una merenda – la seconda merenda, importantissima – ci mettiamo lì sul divano e leggiamo, o facciamo i massacroni o giochiamo con la macchina che fa rumore. Figlio grande studia, oppure sta di là, si arrangia come può dentro ai suoi tredici anni. Ogni tanto esce per andare a basket. Figlio piccolo gioca o legge o si fa massacrare da me. Poi io prendo un libro e leggo, oppure prendo il piumone, quando fa freddo, e ci mettiamo lì sotto, buoni buoni. E aspettiamo.

Dopo quando viene cena ci prepariamo la cena e apparecchiamo e mangiamo. Ma mai, mai che ci sia venuto in mente una volta di andare a psicomotricità.

“Stasera c’è l’ultima pizza. Chiusura del campionato” mi fa Henry guardando in campo. Non mi guarda mai diritto negli occhi, Henry.
“Ma perché te lo dico” aggiunge poi, “È IL QUARTO FALLO, SCEMO, tanto non ci venite, STAI ATTENTO, NON FARE FALLO NON FARE FALLO dai venite, almeno stasera”
Suo figlio, Cip o Ciop, fa il quinto fallo. Proprio lì sotto i nostri occhi.
Mio figlio è sempre in panchina. Non gioca, si spulcia le orecchie, conta le travi del soffitto delle palestre di tutta Bologna, conta le pecore a volte, conta i passi del’allenatore, quanti passi fa prima di infuriarsi e urlare PASSA PASSA QUELLA PALLA.
“Mio figlio non so se c’ha voglia.”
“Cinque falli ha fatto, madonna d’un dio” mi dice piano per non far sentire al figlio il nome di Dio invano. E neppure quello della Madonna. “Tu hai voglia?” mi chiede. Stavolta mi guarda.
Sua moglie è sugli spalti là dietro. Noi appoggiati alla rete di bordo campo. Lei sugli spalti, le mani a cucchiaio sulla bocca, urla al figlio di asciugarsi e di bere un po’ dall’acqua che le ha portato lei, dai dai che sei stato bravo, dice.
Henry continua a fissarmi.
“Non ci vengo. Scusami. Vado fuori a fumare” dico.

Io quei pomeriggi, di lunedì e giovedì, quei pomeriggi di danza, atroci pomeriggi autunno inverno primavera, sempre sempre, tutte quelle maledette stagioni che dio cristo mandava giù in terra, quei pomeriggi me li ricordo come atroci sofferenze, angosce inumane, atroci supplizi, lunedì e giovedì, ticchettavano lì nella testa, cristo, dovevo-andare-a-danza.
Mia nonna mi ci portava. Lenta e solenne come solo le nonne.
Prendeva la maglia, il carrellino, ci fossero stati i ghiaccioni per terra su viale Guinizzelli, o i tigli in fiore che mandavano fuori l’odore delle sere di maggio a Bologna, alle sei in punto mi portava, carrellino rotolante, odori, freddo, vento, niente, niente ci fermava.

“È un principio di cappottino bianco” diceva mia nonna, mostrando il filato alle altre madri curiose, lì intorno. Tutte che aspettavano. “Sapete, mia figlia non ha tempo. Allora la porto io, qui.”
Uscivo dall’aula. Le calzamaglie di filanca bianche lucenti che tiravano sulle ossa. Mangiavo poco. Non mi fregava niente della grazia.
Tornavamo a casa, sui ghiaccioni o tra i tigli, io e mia nonna. Mia nonna dava tutto a lavare alla Silviona, “aspettiamo che torni il nonno” diceva. Lavati, adesso, diceva.
“Dov’è il nonno?” chiedevo poi, insinuando cose.
Al Circolo, era il nonno. A sentire un quartetto d’archi.
“Voglio andare con lui.”
“Magari il sabato, ti ci può portare.”
“No. Ci voglio andare il lunedì e il giovedì. Voglio andare col nonno.”
“Se fai la brava.”

Quella volta degli orecchioni e del tutù nel culo, mia nonna tornò a casa, mi riportò a casa, e quando tornammo prese in mano il telefono. Ritiratela, disse solo a mio padre.

Quella volta della sbarra, che davo i calci a quella davanti, mia nonna si era vergognata.

[Al quinto fallo di Cip, mio figlio si alzò dalla panchina, attraversò tutto il campo, invisibile, innocuo, arrivò alla rete dove c’ero io e mi disse: Andiamo a casa.
L’arbitro non lo aveva fischiato, la dirigente non lo aveva punito, nessuno lo aveva sgomitato, quando si era alzato piano, era sceso in campo, l’aveva attraversato tutto per venirmi a dire: Andiamo a casa.
Andiamo a casa, mi disse quindi.
E io lo riportai a casa.]