Giorno: 1 aprile 2014

Dal canto loro

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Evocare, “chiamare fuori”, questo viene a dirci l’etimologia.
Chiamare, ecco, o richiamare, qualcosa fuori di noi, che sia originario.
Pensandoci, sembra di poter dire che all’origine si volga, sempre, il canto; alla fonte, una fonte perduta. Si canta ciò che, irrimediabilmente passato, si vorrebbe recuperare, condurre nuovamente a sé, ritrovare.
Cantare, dunque, è come costruire ponti, tra l’uomo aggrovigliato nel vortice del sé attuale e ciò che di sé più profondamente è stato (è sempre stato, originario appunto), e che probabilmente è ancora lì, gli si manifesta vicino, nella semplicità della vita, ma non è più in grado di riconoscere. Riavvicinare, questo è, ed è un compito essenzialmente sacro.
Per Zanzotto «la poesia vuol essere un po’ di tutto: musica, pittura, logos, corpo: insomma ha infinite pretese».[1] Ma fra tutte queste possibili dimensioni, queste ammissibili pretese, come può soprattutto non stupire, ancora e ogni volta, il miracolo originario e distintivo della voce?
La voce e la sua intonazione, il canto, figlio del respiro, è ciò che il poeta cerca più di ogni altra cosa, in effetti. Il respiro del verso, il (suo) canto. Respiro, che è anzitutto alito, anima, spirito. Lo cerca (e può – forse – trovarlo) a partire dal silenzio. Esclusivamente dal silenzio, infatti, potrà sprigionarsi la potenza del ritmo, per vocazione, azione del respiro.
Si tratta di qualcosa “per legame musaico armonizzata”, secondo Dante.[2] Cantare: riformare parole nel quadro di un’armonia, trovarne la giusta misura, spostarle in un campo di dolore, quindi attraversarlo e infine superarlo.

Prendiamo come fosse un invito questo frammento di Brodskij, tratto da Farfalla, VIII:

(…)

a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

                                    (trad. G. Buttafava)

Aggiungiamo al precedente quest’altro frammento. Sembra suonare anch’esso come un invito.
Tratto da Song, di Seamus Heaney:

(…)

Lì sono i fiori di palude del dialetto
E i fiori immortali della perfezione
E quel momento quando l’uccello canta
Quasi la musica di ciò che accade.

                                   (trad. F. Buffoni)

“Lì”, in quel punto, il poeta indica da una parte i fiori delle radici, quali emblemi della povertà da cui veniamo e che siamo; dall’altra, ma sempre nel medesimo punto, i fiori della perfezione, segno di un traguardo di fatto impossibile.
Questa è la canzone, questo il canto; anzi, musica che canta il luogo e il momento, come a prolungarlo. E quel “quasi” fa avvertire la soglia delicatissima in cui tutto pare raccogliersi e, improvvisamente, trovare spiegazione.

Un ultimo appiglio, allora, merita di essere individuato.
Per cantare, con orecchio all’origine, e durare oltre l’attimo.
Ancora Brodskij, da A Song:

(…)

I wish you were here, dear,
I wish you were here.
I wish I knew no astronomy
when stars appear,
when the moon skims the water
that sighs and shifts in its slumber.
I wish it were still a quarter
to dial your number.

I wish you were here, dear,
in this hemisphere,
as I sit on the porch
sipping a beer.
It’s evening, the sun is setting;
boys shout and gulls are crying.
What’s the point of forgetting
If it’s followed by dying?

Cristiano Poletti

[1] Conversazione sottovoce sul tradurre e l’essere tradotti in La traduzione del testo poetico, a cura di F. Buffoni, 2004.

[2] Nel Convivio, ripreso in Per uno studio sul verso di Dante, di L. Pirandello. Mirabile, Pirandello, specialmente in questo passaggio: «Ai movimenti dell’animo rispondono certi movimenti del corpo: il suono della voce si altera, la respirazione diventa affannosa e le parole ora s’arrestano d’un tratto; ora precipitano. E di qui la misura del verso che ritma il sentimento e le modulazioni che rompono la continuità monotona del linguaggio comune».