Mese: aprile 2014

Felicitas Hoppe – Johanna

Johanna_trad_AMC

 

Esce oggi per Del Vecchio editore: Johanna di Felicitas Hoppe, una scrittrice e una storia da non perdere. La traduzione, e ciò ci rende molto felici, è della nostra Anna Maria Curci. Presentiamo qui come anteprima le prime pagine del libro (gianni montieri)

Felicitas Hoppe – Johanna – Del Vecchio editore – traduzione Anna Maria Curci

*

PROLOGO

Johanna, Giovanna, nacque nella notte dell’Epifania, la notte che celebra l’arrivo dei tre Re Magi. Gli animali iniziarono a parlare, i frati tennero alta la stella, solo i re non riuscivano a mettersi d’accordo.
Diciannove anni dopo, quando il vescovo si apprestava infine a pronunciare il verdetto di condanna a morte e il boia si avvicinava con il suo carro, le forze abbandonarono Giovanna. Interruppe il vescovo e disse che avrebbe fatto tutto ciò che le veniva imposto di fare. Gli inglesi andarono su tutte le furie, scagliando pietre urlavano che il vescovo Cauchon era un traditore. Giovanna, che non sapeva né
leggere né scrivere, firmò con una croce la formula di abiura. Rideva nel farlo, e gli inglesi urlarono con maggior forza.
Il ventisette maggio il vescovo ricevette la notizia che Giovanna aveva avuto una ricaduta, era tornata a indossare abiti maschili e aveva ritrattato tutto ciò che aveva sottoscritto. Il trenta maggio, verso le nove, ottanta o ottocento soldati inglesi scortarono il suo carro fino al Mercato Vecchio di Rouen. Tuttavia, un certo Loiseleur riuscì a salire sul carro e, tra le lacrime, a implorare Giovanna di perdonarlo per l’ingiustizia arrecatale. A fatica riuscì a sfuggire agli inglesi.
Giovanna restò in piedi per un’ora sulla piazza del mercato, mentre Nicolas Midi teneva una predica e il vescovo rendeva noto per la seconda volta il verdetto di condanna a morte. Per l’ultima volta, Giovanna difese i suoi re, che peraltro erano assenti.
Prima che fosse condotta al rogo, le fu messo in testa un berretto di carta, sul quale erano scritte tre parole, per tutti coloro che sapevano leggere. In testa al corteo c’era frate Ladvenu, che, ben visibile anche agli assenti, tenne alta la croce, finché Giovanna non lo pregò di scendere dalla scala, perché la croce rischiava di prender fuoco. Lei stessa aveva in mano una piccola croce di legno che un soldato inglese aveva confezionato alla meglio per lei.
Bruciò viva, poiché il rogo era stato allestito a un’altezza tale che il boia non riuscì a darle il colpo di grazia, malgrado provasse pena per lei, temendo per la propria anima. Nella piazza, alcuni piangevano, tra questi c’erano anche degli inglesi.
I resti di Giovanna, le ceneri e il cuore, che talvolta resiste al rogo, furono gettati nella Senna da Jean Massieu, usciere del tribunale.

(pp. 11-12)

Le cronache della Leda #12 – Normandia

berlino - foto gm

 

Le cronache della Leda #12 – Normandia

 

Ho fatto un sogno.

Naturalmente pioveva ma solo all’inizio. Io e Saverio passeggiavamo in un centro commerciale, in Normandia. Era il 2020 ma eravamo giovanissimi. Le scale mobili erano fatte di sabbia. Il centro commerciale non si trovava sul mare, il centro commerciale era il mare. In fondo al supermercato del centro commerciale famiglie facevano il bagno. Bambini galleggiavano in canotti a forma di carrelli. Tutti parlavano in francese perfetto, anche Saverio. Tutti tranne me. Ma quello che diceva Saverio io lo capivo.  Gli ortaggi e la frutta spuntavano dall’acqua già puliti, in sacchetti desalati, blu trasparente. Si poteva scegliere tra carne da portare via cruda o carne grigliata sulla spiaggia mobile. Carne da mangiare lì in Normandia, al centro commerciale. Nulla faceva pensare alla Normandia se non il fatto che io e Saverio sapevamo di essere in Normandia.

I negozi erano tutti senza vetrine, come al  mercato ma con grandi ombrelloni in stile Versilia. I cani insieme ai padroni passeggiavano dentro il centro commerciale lungo la passerella “qui cani”, posta tra i fastfood (scelta infelice secondo me) e i negozi di elettrodomestici. Eravamo nel 2020 ma gli elettrodomestici erano tutti anni settanta. Non capivo il francese e chiedevo a Saverio che nell’altro francese (quello che capivo) mi spiegava che i frigoriferi e le lavatrici erano realizzati con vera tecnologia anni settanta. Qui al mare il design e il vintage non c’entravano niente. I cani facevano i loro bisogni davanti agli ombrelloni dei frigoriferi. Schiere di padroni in infradito che raccoglievano cacca di cane davanti a lavatrici prima maniera. Quelle con due, tre funzioni al massimo.

Io e Saverio passeggiavamo tenendoci per mano, era tutto molto romantico. Ci volevamo bene anche nel 2020. Davanti all’ombrellone di un fastfood campeggiava la scritta: “Solo oggi il nostro Cheeseburger alle cozze a 25 euro.” I prezzi erano molto cari nel 2020 in Normandia, nel sogno. Saverio voleva assolutamente comprarmi l’anello in rame biodegradabile per il nostro fidanzamento. L’ultima moda della Normandia era il piombo fuso bio, ma Saverio non seguiva le mode nemmeno nei sogni. Ci fermavamo, quindi, all’ombrellone gioielleria.

A un certo punto: spari. Colpi d’arma da fuoco, ma nessuno gridava, nessuno scappava. Una donna correva verso di noi, aveva uno zaino in spalla e sorrideva. Era la Wanda. Diceva che la rapina delle 11 e 30 era andata benissimo, era piaciuta anche ai poliziotti, che come al  solito erano rimasti bloccati nelle scale/sabbie mobili, e avevano sparato colpi di resa al soffitto-cielo del centro commerciale. La Wanda era raggiante. La pagavano bene, circa 1000 euro a rapina, che faceva circa 20000 euro al mese, tolti i festivi. Quando rapinava nel periodo di Natale la pagavano molto di più. Era una regione ben strana questa Normandia ma noi ci vivevamo bene.

Non capivo molto di questo sogno ma eravamo dei ventenni felici. Compravamo il giornale. La prima pagina diceva che a Torino era finalmente arrivato il mare, in pompa magna. Il sindaco riteneva la scomparsa dei Murazzi un male minore. Sul mare sarebbero stati costruiti nuovi piccoli Murazzi. In plexiglass. Marghera non stava più in Veneto ma in Belgio, il petrolchimico era stato trasformato in una fabbrica di cioccolato belga/veneta. Fondente.

Gramsci accettava di sposarci, diceva che per lui andava bene il primo maggio, perché non avrebbe lavorato. Andava bene anche per noi.

Leda

 ***
© Gianni Montieri

Edith Wharton La casa della gioia (anteprima)

es La casa della gioia_Layout 1

Esce domani da Neri Pozza, per la collana Le Grandi Scrittrici diretta da Monica Pareschi, La casa della gioia nella nuova traduzione di Gaja Cenciarelli, presentiamo qui in anteprima un estratto dal primo capitolo del libro. Grazie a Neri Pozza e a Monica Pareschi per la gentile concessione.

***

Edith Wharton –  La casa della gioia – traduzione di Gaja Cenciarelli

***

Capitolo uno (estratto)

Selden si fermò, sorpreso. Il suo sguardo si ravvivò alla vista di Miss Lily Bart nella calca pomeridiana della Grand Central Station.
Era un lunedì di inizio settembre, e lui stava tornando al lavoro dopo una rapida puntata in campagna; ma cosa ci faceva Miss Bart in città in quel periodo dell’anno? Se l’avesse vista prendere un treno avrebbe dedotto che si stesse spostando da una all’altra delle ville di campagna che si contendevano la sua presenza dopo la chiusura della stagione di Newport; ma la sua espressione indecisa lo sconcertava. Si teneva in disparte dalla folla, lasciando che questa le scorresse accanto, diretta alle banchine o alla strada, con un’aria irresoluta che, supponeva lui, poteva benissimo mascherare un proposito ben definito. D’un tratto gli venne in mente che forse stava aspettando qualcuno, ma non seppe spiegarsi perché quel pensiero avesse colpito la sua attenzione. Non c’era niente di nuovo in Lily Bart, e tuttavia ogni volta che la vedeva non poteva evitare di provare un vago slancio di interesse: quella di suscitare sempre congetture era una sua caratteristica, e il più semplice dei suoi atti sembrava frutto di intenzioni di vasta portata.
Un impulso di curiosità lo spinse a cambiare direzione, e invece di andare verso l’uscita, le passò accanto. Sapeva che se lei non avesse voluto essere vista sarebbe riuscita a evitarlo, e lo divertiva l’idea di mettere alla prova la sua abilità.
«Mr Selden… che fortunata coincidenza!»
Gli andò senz’altro incontro, sorridendo e, si sarebbe detto, mostrandosi quasi ansiosa di trattenerlo. Un paio di passanti si attardarono a guardare; Miss Bart era talmente bella da fermare persino i pendolari che correvano a prendere l’ultimo treno.
Selden non l’aveva mai vista così raggiante. La testa vivace, che spiccava tra i colori smorti della folla, la faceva risaltare più che in una sala da ballo, e sotto il cappello scuro e la veletta il volto riacquistava quella levigatezza giovanile e quella carnagione intatta che, dopo undici anni di ore piccole e balli instancabili, stavano cominciando ad appannarsi. Selden si ritrovò a chiedersi se veramente ne fossero già passati undici, e se lei avesse davvero compiuto quei ventinove anni che le sue rivali le attribuivano.
Che fortuna!» ripeté lei. «Com’è gentile da parte sua venirmi in aiuto!»
Lui rispose allegramente che quella era la missione della sua vita, e le chiese in che modo poteva aiutarla.
«Oh, in qualsiasi modo, anche solo sedendosi su una panchina a chiacchierare con me. Se si resiste alla noia di un ballo, si potrà ben resistere all’attesa di un treno. In fondo qui non fa più caldo che nel salone di Mrs Van Osburgh, e le donne non sono poi tanto più brutte». Si interruppe, scoppiando a ridere, e spiegò che era arrivata in città da Tuxedo, che doveva andare dai Trenor a Bellomont, e aveva perso il treno delle tre e un quarto per Rhinebeck. «E non ce ne sono altri fino alle cinque e mezzo». Consultò il piccolo orologio imbrillantato tra i pizzi. «Mancano due ore esatte. E io non so cosa fare. La mia cameriera è venuta in città stamattina per sbrigarmi qualche commissione e ha proseguito per Bellomont con il treno dell’una, la casa di mia zia è chiusa, e io non conosco anima viva in tutta New York». Si guardò intorno con aria sconsolata. «A dire la verità, fa più caldo qui che a casa di Mrs Van Osburgh. Se ha un po’ di tempo da perdere, la prego, mi porti da qualche parte a prendere una boccata d’aria».
Lui si dichiarò a sua completa disposizione: quell’imprevisto gli parve un bel diversivo. Da spettatore, gli era sempre piaciuta Lily Bart; e la sua vita viaggiava su un’orbita talmente lontana che trovò stuzzicante essere attirato per un po’ nell’improvvisa intimità che quella proposta implicava.
«Vogliamo andare a prendere una tazza di tè da Sherry?»
Lei accettò sorridendo, poi abbozzò una piccola smorfia.
«C’è talmente tanta gente in città, il lunedì, che di sicuro si rischia di incontrare parecchi scocciatori. Io sono una vecchia bacucca, ormai, e non dovrebbe importarmi; ma se è vero che io sono vecchia, lei non lo è affatto» obiettò allegramente. «Muoio dalla voglia di bere un tè, ma non ci sarebbe un posto più tranquillo?»
Selden ricambiò il sorriso luminoso che si era posato su di lui. Le cautele di Lily lo interessavano quasi quanto le sue imprudenze; era sicuro che facessero entrambe parte di un piano elaborato con estrema cura. Nel giudicare Miss Bart, si era sempre basato sulla convinzione che lei agisse per calcolo.
«Le risorse di New York sono piuttosto scarse» disse. «Prima di tutto vedrò di trovare una carrozza, poi ci inventeremo qualcosa». La condusse attraverso la folla che tornava dalle vacanze, passando accanto a ragazze con volti insignificanti e cappelli improbabili, e donne dal seno piatto che armeggiavano con pacchi e ventagli di foglie di palma. Possibile che lei appartenesse alla stessa specie? Lo squallore, la rozzezza di quel campione di creature femminili lo convinsero ancora di più che Lily fosse una donna fuori dal comune.
Un breve acquazzone aveva rinfrescato l’aria, e le strade umide erano ancora sovrastate da nuvole ristoratrici.
«Che delizia! Facciamo una passeggiata» disse lei, mentre uscivano dalla stazione.
Svoltarono su Madison Avenue e si avviarono lentamente verso nord. Mentre lei gli camminava accanto a passi lunghi e leggeri, Selden si accorse di trarre un piacere squisito dalla sua vicinanza: dalla curva perfettamente modellata del minuscolo orecchio, dall’onda riccia dei capelli – erano leggermente schiariti ad arte? – dalla foltezza delle ciglia dritte e nere. In lei tutto era energico e delizioso, forte e delicato al tempo stesso. Aveva la vaga sensazione che creare una donna del genere fosse costato parecchio, che molte persone brutte e ottuse fossero state sacrificate, in modo del tutto misterioso, per darle vita. Si rendeva conto che le qualità che la distinguevano dalla massa delle altre erano principalmente esteriori, come se alla volgare creta fosse stata applicata una patina di sofisticata bellezza. E tuttavia quell’analogia lo lasciava insoddisfatto, perché una struttura grossolana non può reggere una finitura di lusso; e se invece la materia prima fosse stata di eccellente qualità, ma poi le circostanze le avessero conferito una forma futile?
A questo punto delle sue riflessioni le nubi si diradarono e lei fu costretta ad aprire il parasole, privandolo di quel gradevole spettacolo. Un paio di secondi dopo si fermò, sospirando.
«Oh, santo cielo, che caldo, e che sete! È un posto orribile New York!» Lanciò uno sguardo sconsolato alla monotonia della strada. «Le altre città indossano i loro abiti migliori d’estate, invece New York sembra sempre in maniche di camicia». I suoi occhi vagarono lungo una delle stradine laterali. «Qualcuno ha avuto il buon cuore di piantare qualche albero laggiù. Andiamo all’ombra».
«Sono lieto che la mia strada riscuota la sua approvazione» disse Selden mentre svoltavano l’angolo.
«La sua strada? Lei vive qui?»
Osservò con interesse le facciate nuove di mattoni e pietra calcarea, fantasiosamente decorate e tutte diverse tra loro per soddisfare la bramosia di novità tipica degli americani, ma fresche e invitanti, con le tende e le cassette per i fiori.
«Ah, sì, certo: il Benedick. Che bel palazzo! Non credo di averlo mai visto prima d’ora». Guardò la casa di fronte, con la pensilina di marmo e la facciata pseudo-georgiana. «Quali sono le sue finestre? Quelle con le tende abbassate?»
«All’ultimo piano, sì».
«E quel delizioso balconcino è suo? Deve far fresco lassù!»
Lui si fermò un attimo. «Vuole salire a dare un’occhiata?» suggerì. «Posso prepararle una tazza di tè in men che non si dica… e non rischierà di incontrare scocciatori».
Il viso le si imporporò – possedeva ancora il talento di arrossire al momento giusto – ma accettò l’invito con la stessa disinvoltura con cui le era stato fatto.
«Perché no? È una tentazione troppo forte: correrò il rischio» dichiarò.
«Oh, non sono pericoloso» disse lui, con lo stesso tono. In verità, non gli era mai piaciuta come in quel momento. Sapeva che aveva accettato senza pensarci due volte: Selden non avrebbe mai potuto far parte dei suoi calcoli, e fu una sorpresa per lui il fatto che avesse acconsentito in maniera così fresca e spontanea.
Si arrestò per un attimo sulla soglia, frugandosi nelle tasche in cerca della chiave.
«Non c’è nessuno in casa; ma ho un domestico che dovrebbe venire di mattina, ed è possibile che abbia apparecchiato per il tè e provveduto al dolce».
La guidò in un corridoio angusto con vecchie stampe alle pareti. Lily notò le lettere e i biglietti accumulati sul tavolo tra guanti e bastoni; poi si ritrovò in una piccola biblioteca, buia ma allegra, con pareti cariche di libri, un tappeto turco gradevolmente sbiadito, una scrivania ingombra e, come lui le aveva preannunciato, il vassoio del tè su un basso tavolino accanto alla finestra. Si era alzata una brezza che gonfiava verso l’interno le tende di mussola, portando con sé il fresco profumo della reseda e delle petunie che fiorivano sul balcone.
Lily si abbandonò con un sospiro in una delle logore poltrone di pelle.

©Edith Wharton

Chatterton e Gambardella – di Andrea Accardi

 

Gambardella

.

Guardando La Grande bellezza ho avuto la sensazione che Jep Gambardella fosse l’estrema propaggine di un personaggio ricorrente nella letteratura moderna, l’artista diverso dal resto della società, lo scrittore «destinato alla sensibilità», come lo stesso Gambardella dice di se stesso. E però il paradigma dello scrittore sensibile oggi sembra essere cambiato drasticamente rispetto alla tradizione, al punto da capovolgere il suo rapporto col mondo.

Mi spiego. Gambardella è un sessantacinquenne disincantato, con molti rimpianti e una certa dose di malinconia, se pure stemperata nell’ilarità. Eppure sembra in fin dei conti uno che al mondo ci sa stare. Ha scritto un solo libro in giovinezza, rimasto però un cult. Gli amici lo trattano come un punto di riferimento culturale. Ha ancora molto successo con le donne. Insomma, Gambardella si tiene comunque a galla, mentre sono gli altri personaggi che affondano. Altri intellettuali meno autoironici e molto più velleitari di lui, come Romano (interpretato da Carlo Verdone). E in generale tutta una costellazione di umanità squallida e mediamente disperata, con qualche caso sopra la media. La sensazione è sempre la stessa: là in mezzo Gambardella è l’unico che potrebbe farcela, in qualche modo, nonostante tutto.

Ma non è stato sempre così, anzi. Per almeno due secoli (che grossomodo facciamo coincidere con l’esistenza della società borghese) l’artista è stato spesso raffigurato come un individuo schiacciato dal mondo, vittima degli altri. Baudelaire renderà memorabile questo topos con l’immagine del poeta-albatros, deriso e umiliato sulla nave degli uomini. Prima di lui, fra gli altri, Vigny scrisse nel 1834 il Chatterton, un dramma sull’«uomo spiritualista soffocato da una società materialista» (cito da Dernière nuit de travail, sorta di introduzione dell’autore all’opera). Il giovane protagonista, un poeta di diciott’anni realmente esistito, sceglierà il suicidio piuttosto che scendere a compromessi con la volgarità del mondo, rifiutando peraltro anche un lavoro che gli avrebbe consentito una dignitosa sussistenza:

Libero da tutti! Uguale a tutti, adesso! – Benvenuta, prima ora di riposo che io abbia mai gustato! Ultima ora della mia vita, aurora del giorno eterno, benvenuta! – Addio, umiliazione, odi, sarcasmi, lavori degradanti, incertezze, angosce, miserie, torture del cuore, addio! O che felicità, io vi dico addio! Se si sapesse! Se si sapesse come sono felice…, non si esiterebbe così a lungo! (Chatterton, atto III, scena VII)

Chatterton oggi può apparirci assoluto, eccessivo, melodrammatico. Forse un adolescente può identificarsi più facilmente con la protesta autodistruttiva del poeta, in quella che è spesso un’età cupa e velleitaria (e che per alcuni continua anche dopo). E tuttavia qualunque lettore, per leggere il testo nella maniera corretta, dovrà accettare questa scelta individualistica di rifiuto del mondo, pur sapendo che essa «non è qualcosa di propugnato, cioè non solleva nessuna rivendicazione» volta a modificare l’ordine costituito (Francesco Orlando, Per una teoria freudiana delle letteratura, Einaudi, p. 82). Altrimenti detto, quando leggiamo un dramma di questo tipo dobbiamo restaurare in noi quell’ottica romantica che ammira la rivolta solitaria e inutile dell’individuo contro la società.

Con Jep Gambardella vediamo però come si modifica il topos dell’artista diverso, che ha perso questo ruolo vittimista per diventare meglio degli altri, o comunque simile agli altri. L’ho già detto, Gambardella tutto sommato sa stare al mondo, è il mondo che è vuoto, che è nulla. L’epoca borghese ha risolto il problema dei bisogni materiali, scatenando però la tragedia del desiderio. In una società di uguali, si desidera come gli altri, che sembrano portatori di una pienezza che ci è negata: è il desiderio mimetico secondo René Girard. La cultura diventa quindi un modo come un altro per imitarsi a vicenda, ma questo produce dilettantismo, chiacchiericcio da salotto, altra infelicità.

Chatterton era un individuo disintegrato dentro una società che si voleva ancora integra, che ancora confondeva il desiderio con il bisogno. L’artista, che reclama la superiorità del primo, soccombe. Gambardella è invece un individuo integrato dentro una società disintegrata, tenuta insieme solo dalla speranza che dopo i bisogni anche i desideri vengano esauditi. Una grande promessa non mantenuta di bellezza.

 

Su “Una lunghissima rincorsa” di Jacopo Ramonda

di Viola Amarelli 

ramonda

Un’anamnesi di attese e di vuoti, di quotidiane, minuscole, disperazioni si intreccia lucida e precisa nelle prose brevi raccolte da Jacopo Ramonda in “Una lunghissima rincorsa” (Bel-Ami Edizioni, 2014), corredato delle pertinenti illustrazioni di Ilaria Bossa.
Si tratti o meno di poesia in prosa o di prosa in prosa, il testo ci restituisce un puzzle narrativo coeso nella sua dimensione formalmente diaristica, giocata su zoom al rallentatore che rivelano l’invidiabile misura della scrittura di Ramonda (“l’equilibrio” giustamente sottolineato da Andrea Inglese nella sua introduzione). Di fatto, la presenza di un io narrante e di personaggi, spesso identificabili dalle sole iniziali (D., G., F., L., V.) sembrano disseminare gli indizi di un vero e proprio romanzo, concentrato nel fiato di brevissime pagine, cut-up, appunto (come li denomina l’autore), di un testo più ampio e destinato a restare ignoto, se non addirittura lacerti di un’esistenza dominata dall’essere agiti.
I rapporti amorosi, il lavoro, la famiglia, il tran tran giornaliero, la memoria, la depressione costituiscono tutti reperti sondati con sottigliezza chirurgica, con un microscopio che ne traccia le coordinate apparentemente private eppure, nel contempo, emblematiche di una situazione collettiva di afasia e deprivazione di senso. Diversamente da altri autori che utilizzano l’accumulo e lo scarto semantico e/o sintattico per “bucare” in mimesi o contrappunto questa realtà che c’è toccata in sorte, Ramonda affida alla profondità e alla concisione il suo sguardo, riuscendo a tenere comunque legato il lettore a un flusso di coscienza che non ha alcuna pretesa, nemmeno quella fenomenologica, al di là dello scavo del divenire, della com-prensione nell’accezione etimologica del termine.
Il ricorso a formule letterarie di confine tra poem e short story – a volte catalogate anche come “altre scritture” – palesa l’esigenza di trovare luogo e voce più aderente alla frammentazione, alla velocità e alla compressione neanche tanto occulta che caratterizzano gli attuali processi storici, con la necessità di ricombinare gli strumenti ereditati aggiungendone nuovi per capire cosa ci sta accadendo. Di qui una scrittura di “ricerca” che tende a marcare una dimensione euristica sempre propria della creazione artistica. In questo libro, la funzione “poesia” più che nel ritmo o nelle sonorità o nei simbolismi, si presenta nel “corto circuito” della narrazione, che pure procede nella sua brevità senza alcuna scossa, quasi tracciando un’elegia di stupore sotteso – della serie cosa ci capita/perché ci capita – in microcosmi immediatamente identificabili e coinvolgenti; da ciò la forza e l’acutezza insieme di questi flash di micro-vite che sembrano, sono, le nostre.

Marianna Garofalo – Pietà

San Paolo foto gianni montieri

San Paolo foto gianni montieri

Pietà

 

Omar non riusciva a dormire. Le finestre e le porte erano aperte per creare corrente, aveva appena fatto una doccia ma le lenzuola continuavano a intrappolarlo in una morsa calda che dai talloni arrivava alle tempie passando lungo l’arco della schiena. Dormire in mutande non serviva a niente. Si alzò per andare verso il frigo a bere del succo fresco imprecando in arabo qualcosa di incomprensibile anche per sé.
L’unica cosa che lo consolò fu l’attimo in cui gli arrivò in faccia l’aria fresca del frigorifero aperto.
Rimase qualche secondo fermo, chiuse gli occhi, tirò la testa indietro e abbozzò un sospiro di sollievo spezzato dall’afa. Maria se n’è andata da due settimane.
Gliel’ha detto con un messaggio sul cellulare, ha preso tutte le sue cose mentre non c’era ed è sparita lasciandogli giusto qualche foto da bambina ancora alle pareti e qualche giacca dismessa e per quanto puoi comprendere le motivazioni di una separazione, le modalità anche più spietate, capita sempre che di notte, con quaranta gradi, lo stomaco protesti fragorosamente e la gola si secchi fino a levarti la forza di ingoiare.
Arrivato a Napoli, il cugino gli aveva offerto un lavoro nel suo ristorante arabo e un alloggio vicino alla stazione centrale. Maria andava raramente al ristorante arabo con le sue coinquiline, ma da quando Omar ci lavorava, trovava un pretesto per andare almeno una volta la settimana. Poi una sera, prese il solito kebab in orario di chiusura, rimase a parlare con Omar fino a tardi e si fece riaccompagnare a casa.
In quella casa avevano condiviso una stanza doppia per tre anni, fino a quando gli spazi divennero troppo stretti, i soldi troppo pochi, la differenza culturale troppo grande. Omar nel frattempo aveva lasciato il lavoro al ristorante e si era messo in proprio al mercato di piazza Garibaldi. Comprava vestiti all’ingrosso dai cinesi, e li rivendeva nello spazio che gli era stato assegnato. Escluso il periodo in cui i negozi mettevano i saldi, l’attività risultava piuttosto redditizia.

Omar in Italia non esiste ma si alza tutte le mattine alle sei per andare al mercato con il motorino non registrato; non ha il permesso di soggiorno, non paga le tasse allo Stato ma deve pagare il pizzo per la merce che compra, per lo spazio che occupa con la bancarella e perché nessuno gli dia fastidio. L’economia nel quartiere gira e Omar mette qualche cosa da parte per la sua famiglia in Algeria.

****

– Vince’ è che qua ci sta troppa gente, è questo il problema – fu la prima frase che gli rivolse Nicola quella mattina in macchina mentre pattugliavano la stazione di piazza Garibaldi.

Vincenzo Capone era entrato in polizia a 18 anni, dopo che un infarto in 2 minuti scarsi, aveva stroncato suo padre nel cuore della notte. Viveva con la madre, già debole di nervi, che dal giorno della morte del padre perse parte di lucidità che le restava e quasi tutta l’autonomia. Fosse stato per Vincenzo l’avrebbe volentieri rinchiusa in qualche clinica ben attrezzata e se ne sarebbe andato fuori Napoli, magari all’estero, ma i soldi non bastavano e la catenina con il Volto Santo che era stata di suo padre gli batteva ad ogni minimo movimento sul petto e gli ricordava l’infarto e ciò che era giusto fare.

– Ma poi dico io – continuò Nicola – questa città già sta tanto inguaiata che c’è bisogno di tutti questi extracomunitari inguaiati? No, Vince’, io non so’ razzista, ma questi portano solo merda in un posto già di merda.-

****
Omar prese il succo d’ananas dal frigo, vide la scadenza, lo odorò e lo rimise dentro. Poi continuò ad aprire e chiudere lo sportello del frigo per farsi aria. Serviva a poco perché dopo un po’ ci si abituava e il getto non aveva più lo stesso effetto refrigerante. Allora prese a far trascorrere degli intervalli di tempo più lunghi tra un’apertura e un’altra e rise pensando a quello che stava facendo. Era solo in casa per tutto il mese di agosto e nessuno avrebbe potuto beccarlo in strani atteggiamenti notturni. Gli altri ragazzi erano tutti studenti fuori sede ed erano ritornati dalle famiglie per le vacanze. Omar erano sei anni che non tornava a casa e questo mese non avrebbe nemmeno potuto spedire parte del guadagno. Questo mese, sua madre e le sue sorelle avrebbero avuto solo una cartolina di saluti e molte scuse.

****

Se avesse avuto la possibilità di scegliere un lavoro per sé Vincenzo Capone avrebbe fatto il falegname. Amava l’odore del legno e della colla, i trucioli che si accumulano sul pavimento, le grandi assi informi appoggiate alle pareti della bottega di Ninuccio, il falegname del quartiere. Quando giocavano a pallone nel vicolo, Vincenzo faceva sempre in modo che la palla finisse nella bottega, così aveva una scusa per entrare, respirare l’odore del legno e chiedere a Ninuccio cosa stesse preparando. Ninuccio l’aveva capito e per questo non bestemmiava più quando il Supersantos entrava nel negozio. Un pomeriggio gli bucò il pallone, gli regalò un coltellino e un pezzo di legno e disse:”vrimm’c’ saj fa”. In una settimana Vincenzo fece un crocifisso come quello che la madre aveva sul comodino ma quando lo portò a Ninuccio tutto quello che ricevette in cambio fu un “fa schifo”, tanto che non ebbe più il coraggio di lavorare il legno e non entrò più nella bottega.

Tutte le volte che ci pensa si incazza ancora. Non si dovrebbe mai dire a una persona che fa una cosa per la prima volta “fa schifo”; perché nella vita bisognerebbe avere pietà per le cose fatte per la prima volta e per le cose che fanno schifo.

****

Omar non si sentiva un uomo. C’erano gli uomini, quelli che hanno una casa e un lavoro normale, un Paese, una lingua e una collocazione. Poi c’era lui e quelli come lui: dei ratti messi al margine di una stazione, tra un cassonetto e il vomito di qualche povero disperato, con quattro lire nel portafogli perché il resto lo mandi a tua madre, che ha messo al mondo altri sette ratti come te sparsi chissà dove che scrivono cartoline e lettere ingiallite che hanno tutte quell’odore insopportabile di spezie misto all’umido e alla muffa perché un ratto non può permettersi che una stanza piena di muffa. Aveva perso l’incasso della settimana , la merce che aveva già pagato, i poliziotti l’avevano colpito allo stomaco e buttato a terra, sputato in faccia nel caso non avesse capito che posto ha nel Mondo, in quella parte di Mondo che di per sé già fa schifo ma poi arriva lui e quelli come lui e lo schifo diventa troppo e non riesce ad essere riassorbito e invade i margini dei marciapiedi ma lui prega Allah perché abbia pietà per quelli come lui, per Maria che lo abbandona con un messaggio sul telefonino, per quei due poliziotti con le facce da ragazzini e per tutto lo schifo del Mondo, perché anche lo schifo merita pietà, magari non da subito, ma a un certo punto sì.
Spinse con forza la porta del frigo. Non l’avrebbe più riaperta. Gli occhi si riempirono di lacrime e solo una non riuscì a trattenerla, così scese fredda sul viso riscaldato.
Tornò in camera da letto e puntò il ventilatore addosso, esattamente come Maria non voleva. Si sdraiò e pensò che non si sarebbe dato per vinto e che Dio – il suo Dio – era dalla parte dei giusti. Poi si rigirò tra le lenzuola.
Sì, ma che vita era questa?

****

– Vince’ io mi sono scocciato di girare a vuoto. Ci pagassero bene –
– Si, Nicola e che vuoi fare?-
– Non lo so. Te la vuoi alzare una cosa di soldi in più? Io m’ so’scucciat’.
– E come ce li alziamo? Facciamo una rapina?
Nicola rise. Ci pensò su.
– No Vince’, meglio. Mo’ prendiamo a uno di questi immigrati con le bancarelle illegali e lo facciamo cacare sotto. Gli chiediamo il permesso di soggiorno, quello ci dice che non ce l’ha. Allora noi gli sequestriamo la merce e ci prendiamo l’incasso se no lo rispediamo al suo Paese.
– Sì, e che ce ne facciamo della merce, ce la teniamo?
– No, la rivendiamo a qualche disperato come lui. Qui è pieno. Fidati, già l’ho fatto una volta.
– A me sembra una stronzata.-
– Senti Vince’, noi un extra ce lo meritiamo; ma ti rendi conto che vita facciamo in questa città? Poi non è manco possibile tenere tutta questa gente! Già non facciamo il nostro dovere e gli facciamo un favore che non li denunciamo tutti e li rimandiamo ai Paesi loro.
Vince’, già te l’ho detto, io non so’razzista, ma c’vita è chest’?

****

Se avesse potuto scegliere, Omar avrebbe lavorato la terra dietro casa dei genitori. Avrebbe piantato degli ulivi, magari degli aranci, vissuto dei suoi prodotti, respirato i suoi profumi; poi si sarebbe sposato, avrebbe fatto un figlio, si sarebbe preso cura della madre, della sua terra, avrebbe imprecato per la siccità e festeggiato un raccolto abbondante con del buon vino. La terra per Omar era un miracolo e i frutti non erano solo il risultato di un buon lavoro ma era l’amore di Dio che si compiva attraverso le sue mani. Che ci faceva lui su un marciapiede a vendere vestiti a poveri disgraziati che indossavano maglie puzzolenti di acido tra le macchine, lo smog, i barboni, il vino rancido, il piscio di cani?
Ci sono luoghi e persone di cui Dio si è dimenticato. Ci sono posti così bui che nemmeno Dio vuole abitare perché fanno schifo. Forse lo schifo è lì, dove Dio non abita. Ma forse stava pensando male ed era peccato, perché non possono esserci dei posti in cui Dio non c’è, forse si è solo nascosto, come fa un cane spaventato dietro i cassonetti e se gli uomini non mostrano pietà, non esce allo scoperto. Ma stava dando del cane a Dio? Chiese perdono chiudendo gli occhi e si addormentò pregando.

****
Vincenzo si accende l’ultima sigaretta della giornata, la fuma fuori al balcone che da nel cortile interno. È pieno di macchine e motorini parcheggiati alla meglio, qua e là il resto di qualche aiuola, il ricordo di una pianta e delle erbacce sporche e velenose che si arrampicano sul muretto. Quelli come lui e Nicola assomigliano proprio alle erbacce velenose e sporche, attaccate a qualcosa con tutta la forza, resistenti alle intemperie più per dispetto e avidità che per una forza reale; più per sfida che per amore.
Ha derubato un povero disgraziato per quattro spiccioli, lo ha anche colpito allo stomaco quando ha provato a implorare pietà, perché davvero non riesce ad accettare che qualcuno implori pietà, perché la pietà non è di questo Mondo e se proprio devi perdere tempo a chiederla a qualcuno allora chiedila a Dio che forse è l’unico in grado di provarla ma non di certo a uno come lui o Nicola, due poveracci che rubano a gente che vive tra la spazzatura e che non ha niente.
Butta il mozzicone ancora acceso nel cortile, cercando di centrare le erbacce con la speranza che prendano fuoco una volta per sempre, ma tanto non accadrà perché sono sempre umide del piscio dei cani del palazzo. I cani sono gli unici ad avvicinarsi ancora a quel muretto e a quelle erbacce, forse perché i cani ne hanno pietà, forse sentono l’odore dei cani che ci sono andati prima ancora e allora si fidano, riconoscono il luogo, un luogo che non è mai stato abbandonato. Allora forse anche i cani provano pietà. I cani e Dio.
Vincenzo sorride per quel pensiero assurdo, fa un respiro profondo come per imprigionare dentro il torace quanta più aria possibile di quella serata calda. La ricaccia con la stessa forza fuori. Forse per quelli come lui c’è ancora speranza. Come per le erbacce.
Domani smetto di fumare.
Anzi, no, così muoio prima.

***

© Marianna Garofalo

Casa di Saba, con vista

trieste.vista

 

Malinconia amorosa
del nostro cuore,
come una cura secreta o un fervore
solitario, più sempre intima e cara;
per te un dolce pensiero ad un’amara
rimembranza si sposa;
discaccia il tedio che dentro ristagna,
e poi tutta la vita t’accompagna.

Malinconia amorosa
nel giovane che siede
dietro un banco, che vede
(…)

Malinconia amorosa
della mia vita,
prima del cuore ed ultima ferita;
chi a cogliere i tuoi frutti
ama l’ombre calanti, i luoghi oscuri,
lento cammina, va rasente i muri,
non vede quello che vedono tutti,
e quello che nessuno vede, adora.

 

È La malinconia amorosa, poesia compresa in Trieste e una donna (1910-12).
Due piccole stanze, una d’ingresso e l’ultima, prima di uscire. Otto versi ciascuna. In mezzo, un salone, più ampio – sedici versi – esattamente il doppio. Buona metratura, ottima disposizione. Quando si dice la costruzione, in poesia.
Per scelta, qui si mostra solo una parte di questa “casa”: del salone solo l’incipit. L’incipit, ecco, la porta d’entrata di ciascuna stanza: un vocativo, spezzato in due-tre versi. Si tratta di un’invocazione, sempre la stessa. Che all’inizio è rivolta a tutti: il poeta infatti parla al plurale, dice «del nostro cuore». D’altronde è la prima porta che si incontra, che invita a entrare. Appena entrati, ecco che terzo, quarto e quinto verso mettono in carica la visione: endecasillabi disposti come a spirale, come fosse una molla la riflessione, cresciuta in segreto e compressa al punto che si toccano continuamente i suoi due poli dominanti, maschile e femminile. Anzi, di più, si inseguono, alternati come sono, confusi l’un l’altro. Si mescolano e, infine, nella «rimembranza si sposa(no)». L’enjambement, qui con tagli fortissimi, decisivi, scandisce ritmo e senso di questo mélange: si confondono i sostantivi, «cura» con «fervore»; gli aggettivi, «solitario» con «intima e cara» e poi «dolce», riferito al pensiero, con «un’amara». E c’è effettivamente qualcosa di dolce che aleggia per un attimo poi sparirà, quel tedio che se allontanato regalerebbe l’idea di una malinconia cullante, di una dolce compagnia.
Poi, giunti nel salone, c’è un giovane seduto «dietro un banco, che vede». Ecco dunque che la vista/visione emerge, ancora timida, ma si pronuncia. Poi, tra i versi qui omessi appaiono anche l’orgoglio e la follia, necessaria e pericolosa.
Bisogna però entrare nell’ultima stanza, per – diciamo così – “vedere il vedere”.
L’invocazione, in quest’ultima soglia, stavolta si rivolge a se stesso. Effetto finale della malinconia. Il poeta parla al singolare, quasi fosse una confessione, e dice: vi dico “della mia vita”, di quanto è “prima del cuore ed ultima ferita”. Vale davvero la pena di fermarsi un po’ su questo splendido endecasillabo: “prima” e “ultima” sembrerebbero legate, e invece no. Perché “prima” non è aggettivo, ma luogo, un luogo primario appunto, che sta sul fondo e che si ferma dove comincia il cuore, la persona, lì dove hanno gioco, con l’esperienza della vita, le possibilità del sentimento.
È idea dunque, la malinconia, ante rem. Ha casa nell’essere, e in quella casa ci si è disposta a priori.
I quattro versi finali, poi, sono da manifesto: mentre i suoni “alant” e “asent” si chiamano, come dentro al vento, dandosi reciprocamente sostegno, l’uomo «ama» e «va», «non vede» e «adora».
Prende piede dall’oscurità, l’uomo, si avvicina alla cecità. Il suo muoversi è necessariamente oscuro come il linguaggio che in poesia voglia onestamente mostrare la vita.
“Occhio non vede, cuore non duole”, recita il proverbio: non è vero, in questa casa di Saba. Negato il vedere, infatti, il cuore duole ugualmente, perché non è il risultato dell’occasione momentanea, ma è dolore nella sua interezza. Platone, nel Simposio, afferma: «…noi eravamo interi: e dunque, il nome amore significa questo tendere e muovere verso l’unità e l’intero» (trad. F. Zanatta). Questa è la malinconia amorosa, che il poeta sintetizza nella battaglia fra il vedere di «tutti» e «nessuno».
Nel verso conclusivo, in particolare, «e quello che nessuno vede, adora», si concentra tutto il segreto in circolo fin dall’inizio, dalla porta d’ingresso. Come sempre, fra ombra e luce. Anzi, meglio ancora, il segreto è “luce in ombra”. Come una tela di Fontana (nera, se pensiamo ai «luoghi oscuri» evocati), una tela tagliata perché dallo spiraglio passi luce. Per farsi finalmente adorazione, contemplazione.
E viene la voglia alla fine di un parallelo: vista/visione, quello che trentadue anni più tardi Sereni trasformerà, nella poesia in re del Diario d’Algeria, in udito/suono. In due perfetti endecasillabi: «E la voce più chiara non è più / che un trepestio di pioggia sulle tende,» la sua musica di allora, la malinconia di Sainte-Barbe, inverno 1944.

Cristiano Poletti

Flashback – Mondonuovo

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

Cronaca del viaggio in una terra sconosciuta tra immagini e parole

52

Messina mi vede tornare, seduto sopra un pullman di linea, con lo sguardo che percorre avanti e indietro l’intero finestrino. Fra poco, già lo so, finirà un viaggio e ne inizierà un altro, fatto di silenzi e di sguardi nuovi. Intanto, ascolto un disco che uscirà fra quattro mesi e penso a come certe parole siano capaci di stendersi bene sopra una musica. Dall’altra parte dello stretto si riesce a vedere la Calabria, con i promontori e il ponte dell’autostrada: anche da quella parte, non sembra ancora Italia. Le persone continuano a telefonare; sembra quasi che abbiano paura di restare in silenzio e così parlano con chiunque sia disposto ad ascoltarli. Quando l’autista apre le porte, scendo con la mia valigia. Le luci iniziano ad accendersi e tutto sembra in attesa di un nuovo giorno.

© Marco Annicchiarico

 


Leggi dal primo flashback
     –     Leggi il flashback precedente

###

Con questo numero si chiude la rubrica Flashback 135. Ringrazio i colleghi della redazione di Poetarum Silva e tutti quelli che hanno letto e commentato questi miei scritti. Adesso c’è qualcosa di nuovo da fare, nato in quest’ultimo anno e di cui vi lascio un piccolo assaggio…

25 aprile con Franco Fortini (poesie da Versi scelti)

 

Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia, 1952 (Collezione CGIL, Roma)

 Armando Pizzinato, Liberazione di Venezia (1952)

.

.

Buon 25 aprile a tutti, buona liberazione con i versi di Franco Fortini. (la redazione)

.

*

da Foglio di via (Gli anni)

.

La città nemica

Quando ripeto le strade
Che mi videro confidente,
Strade e mura della città nemica

E il sole si distrugge
Lungo le torri della città nemica
Verso la notte d’ansia

Quando nei volti vili della città nemica
Leggo la morte seconda,
E tutto, anche ricordare, è invano

E «Tu chi sei?», mi dicono, «Tutto è inutile sempre»,
Tutte le pietre della città nemica,
Le pietre e il popolo della città nemica

Fossi allora così dentro l’arca di sasso
D’una tua chiesa, in silenzio,
E non soffrire questa luce dura

Dove cammino con un pugnale nel cuore.

.

*

Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

.

*

Italia 1942

Ora m’accorgo d’amarti
Italia, di salutarti
Necessaria prigione.

Non per le vie dolenti, per le città
Rigate come visi umani
Non per la cenere di passione
Delle chiese, non per la voce
Dei tuoi libri lontani

Ma per queste parole
Tessute di plebi, che battono
A martello nella mente,
Per questa pena presente
Che in te m’avvolge straniero.

Per questa mia lingua che dico
A gravi uomini ardenti avvenire
Liberi in fermo dolore compagni.
Ora non basta nemmeno morire
Per quel tuo vano nome antico.

.

*

A un’operaia milanese

Tutta distrutta, tutta nuova nata,
Lacerate le pietre senza pietà,
Per te risorta si fa, diventata
Tutta nostra, questa città

Sepolta e solo spirito è la madre tremante
Che ci angosciò in servitú di baci.
E dolorosamente con le dita di fiamma l’amante
Quei segnali cancella tenaci.

Ma qui dove fra essere e non essere esita
Prigioniera in se stessa una nostra figura,
Tu liberata porti la giustizia sicura
Che i vivi conosce e i morti.

E te guardando in noi si umilia un tristo
Schiavo tiranno e la speranza è piena:
Dentro i mattini il mio popolo desto
Attende la grande sirena.

.

*

Canto degli ultimi partigiani

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell’acqua della fonte
La bava degli impiccati

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull’erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l’aria mordere i sassi
La nostra carne non è più d’uomini
Mordere l’aria mordere i sassi
Il nostro cuore non è più d’uomini.

Ma noi s’è letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo libertà
Ma l’hanno stretta i pugni dei morti
La giustizia che si farà.

.

*

da Poesia e errore (Al poco lume)

.

Quel giovane tedesco

Quel giovane tedesco
ferito sul Lungosenna
ai piedi d’una casa
durante l’insurrezione
che moriva solo
mentre Parigi era urla
intorno all’Hôtel de Ville
e moriva senza lamenti
la fronte sul marciapiede.

Quel fascista a Torino
che sparò per due ore
e poi scese per strada
con la camicia candida
con i modi distinti
e disse andiamo pure
asciugando il sudore
con un foulard di seta.

La poesia non vale
l’incanto non ha forza
quando tornerà il tempo
uccidetemi allora.

Ho letto Lenin e Marx
non temo la rivoluzione
ma è troppo tardi per me;
almeno queste parole
servissero dopo di me
alla gioia di chi viva
senza più il nostro orgoglio.

(1947)

.

*

da Poesia e errore (I destini generali)

.

Una sera di settembre

Una sera di settembre
quando le donne rauche di capelli strinati
si addolcivano pronte nei borghi calcinati
e ai fonti la sabbia lavava le gavette tintinnanti
ho visto sotto la luna di rame
sulla strada viola di Lodi  due operai, tre ragazze ballare
tra le bave d’inchiostro dei fosfori sull’asfalto
una sera di settembre
quando fu un urlo unico la paura e la gioia
quando ogni donna parlò ai militari
dispersi tra i filari delle vigne
e sulle città non c’era che il vino agro
dei canti e tutto era possibile
intorno al fuoco della radio pallido
e chi domani sarebbe morto sugli stradali
beveva alle ghise magre delle stazioni
o nella paglia abbracciato al fucile dormiva
quando l’estate inceneriva
da Ventimiglia a Salerno
e non c’era più nulla
ed eravamo liberi
di fuggire, di non sapere o piangere,
una sera di settembre.

(1955)

.

*

Complicità

Per ognuno di noi che dimentica
c’è un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovrà cedere
a una sete di viola e d’argento
e una donna d’Algeri sognerà
d’essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odierà di esistere.

(1955)

.

*

da L’ospite ingrato

.

Autostrada del sole

Tutto era così semplice, averlo saputo.
Che l’accurato labirinto delicato
la patria immaginaria
in questo vento dovevano sparire
e noi scagliati sulla luce
dei rettilinei…
Ora a noi tardi liberi
in quest’aria di nulla
pianure monti umiliati
altri spazi e doveri
dilatano e già veri
da morirne. E di vista
si perde il cuore
come dopo il sorpasso
l’altro nel retrovisore.

(1960)

 

Fortini Versi scelti

::A

 

Paolo Triulzi – Febbre

IMG_4077

FEBBRE

Dalla febbre non sono mai guarito completamente,
questo è quanto. Cinque giorni ogni tanto, diciamo
una volta al mese, mi raffreddo del tutto e torno sotto
i trentasette. Mi affanno, in quei giorni, con la vita mia
da rimettere in pari. Cerco di riempire i vuoti lasciati
dai cicli di antibiotici che, come l’occhio dei cicloni,
registrano nel proprio epicentro etimologico il contrario
della vita e in sé risucchiano tutto quello che sta intorno.

Di solito stacca alle sette meno cinque della mattina
l’incubo notturno. Cinque minuti prima della sveglia.
Cinque minuti per passare in rassegna tutti i nascondigli,
picchiato fra il maglio dei sogni e l’incudine della veglia.
Intanto provo la temperatura. Misura trentasette e mezzo.
Ce l’ho. Poi: la sveglia, che ignoro e pospongo. Ripenso
ancora a dove ripongo le speranze che non ho. Mi alzo
a cercarle e inciampo nelle scarpe, inforco una cravatta.

È disfatta, nel bagno. La tonsilla è ancora gonfia e l’altra
arrossata mi minaccia. Se si toccano mi tagliano il respiro
e io muoio. L’otorino rinfaccia a mia madre la deviazione
del mio setto nasale. Lei si ricorda di una botta che presi
da bambino e nega ogni responsabilità. Discutono ancora
nella mia mente mentre faccio colazione. Deglutisco solo
da un lato il latte con i biscotti e il cortisone. Risento,
nella mente, il medico che mi dà per spacciato. Ed esco.

Di febbre ho qualche linea ma la tonsilla non migliora.
La vita continua anche da sola la sua strada. Io osservo,
in corriera, uno che corre per pigliarla e non ce la fa.
Nel lunotto posteriore il mondo si allontana. La nausea
vien da sé e se ne va. Immagini liquide nella mia testa.
Brividi mi tagliano la schiena. Allento, a fasi alterne,
la cravatta. Scorre in piena il fiume di latta che porta a
lavorare. Vi lascio fare: sospendo ogni giudizio sulla scena.

Scendo nella metropolitana. Scompaio sotto terra,
mi salvo per sottrazione dal fumo delle auto e dalla luce.
Sulla scala mobile, che mi pare troppo veloce, la discesa
mi produce quella sensazione strana nelle orecchie.
Resto immobile: sarà la febbre. Anche la scia dei neon
che lasciano nel tunnel dietro a sé, l’accetto: mi indica
la strada per il tornello elettronico che, come un oracolo,
ingloba l’obolo del mio abbonamento settimanale.

Nel display verde leggo il verdetto: giorni rimanenti: 1.
Poi mi ruotano addosso i denti di ferro del tornello. Entro
come tutti, nessuno scansa l’ultimo viaggio. Uno, ripenso:
ha senso: è venerdì mattina e con sta sera si va a zero.
L’Apocalisse è prevista nel weekend. Di certo pioverà.
Mi perderò la resurrezione della carne se la febbre sale.
Dovrò aspettarne un’altra la prossima settimana. Bisogna
essere in forma per difendersi nel giudizio universale.

IMG_4086
IMG_4107

 

 

 

 

 

 

 

::::::::::::::::

 

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::

 

A stare a letto c’ho provato. Non c’è stato verso di guarire.
Vado a lavorare, allora, almeno peggiorerò. E invece no.
Mi sostengo con vari caffé e il mercurio sotto al braccio.
Ce l’hai ancora? Chiede una collega. Ce l’ho, le rispondo
dopo qualche minuto. Non sarai contagioso? La mia febbre,
dico, ce l’ho solo io. Ma non sei mai migliorato? Dico: no.
Infatti sono così da sempre: stazionario. Finisco l’orario
di lavoro e vado di nuovo alla stazione del metrò.

M’ingialla gli occhi, la febbre. Mi gira la testa a piacere.
Mi faccio un dovere di rispettare l’ora dell’antibiotico che
inghiotto sempre puntuale. Stringo in mano il settimanale
quasi esaurito, mi predìco la profezia dell’oracolo.
Giorni rimanenti: zero. E allungo la strada. Aspetto
l’autobus in piena rovina. Cerco segni ulteriori nelle rune
fitte sulle camicie degli impiegati senza giacca. Andiamo
tutti, come ogni giorno, passo passo verso lo zero.

Ripasso infine fra i denti del tornello. Viaggio sottoterra
verso la fine della settimana e attendo la catastrofe. Ulula
il treno dai finestrini aperti per il caldo soffocante e galleggia
fra la folla dei corpi l’aria che non entra. Solo l’oscurità
dalla galleria filtra dentro. Immobili gli impiegati senza giacca.
Nel rumore nessun suono: Niente di nuovo sotto il suolo.
Trovo un posto a sedere e rabbrividisco. Mi ci isso
ed estraggo il termometro: Ogni momento è quello buono.

E finalmente è trentasei. Salvato in extremis da me stesso
esco alla luce rinato. Impastato nel sudore e nella fiacca
ora mi asciugo nell’aria calda della prossima fermata. Sono
pronto per il fine settimana, per il tuffo nella birra e nell’oblio,
per saltare nel cerchio infuocato della prossima incarnazione.
Tornerò di nuovo io lunedì mattina, tornerò sopra trentasette
e a più cinque con l’abbonamento settimanale, a uno dopo
i pasti con l’aspirina, a guardarmi la tonsilla alla toilette.

Dalla febbre non sono mai guarito completamente,
questo è quanto. Cinque giorni ogni tanto, diciamo
una volta al mese, mi raffreddo del tutto e torno sotto
i trentasette. Ricomincio a sentirmi bene e quindi male.
Il mercurio sale poco dentro al vetro e io non ho più
scuse se resto indietro e ci resto. Mi duole in punti
ai quali è difficile arrivare e gli antibiotici non mi fanno
più niente. Torno a 10.000 nel conto alla rovescia universale.

@ Paolo Triulzi

IMG_4111

***

Il sito di Paolo Triulzi

***

Le Edizioni Pratiche dello Yajè rievocano fin dal nome una particolare predisposizione all’evasione: visiva e culturale. Infatti il suo termine è derivato dal misterioso mondo degli sciamani, in particolar modo quelli della selva amazzonica. Yajè è il curioso nome che gli indios Shuar danno all’allucinogeno Ayawaska, un potente spirito vegetale che una volta entrato in corpo permette di aprire le porte dell’altrove.
Paolo Cabrini, il suo fondatore, con le edizioni Pratiche dello Yajè, rievoca magicamente, un’azione creativa e deragliatrice dai sistemi convenzionali ed estetici, in una sorta di spazio cartaceo autogestito e autoprodotto.
Un circo in cui muovere le sue passioni letterarie e incantatrici nell’arte editoriale del cut up e del collage per imbastire libri dediti alla ricerca di curiosità bizzarre dal mondo poetico letterario e non. Per contagiare e comunicare questa esperienza editoriale Pratiche dello Yajè ha creato uno spazio-laboratorio: “Officina Stampa Alternativa” dove imparare l’arte dell’incisione a rilievo e tecniche di psicoeditoria telepatica. Attenta ai fenomeni sociali, la casa editrice Pratiche dello Yajè sostiene il lavoro incisorio denominato “I fogli malvagi” una sarcastica, acida, grottesca e ironica interpretazione delle manie sociali, dal risvolto profetico. Una società cannibale dove le ideologie diventano un pasto collettivo e tragico dall’epilogo apocalittico. L’editore di Pratiche dello Yajè è cofondatore insieme a Federico Zenoni del libero incontro psicoeditoriale denominato LIBER.
http://www.praticheyaje.altervista.org – su Fb Officina Stampa Alternativa email: paolo.cabrini67@gmail.com

Due poesie dedicate

berlino foto gm

berlino foto gm

 

(a Anna Maria Curci)

Non succede niente a Roma, adesso
è una sirena che spiega sull’acqua
nulla di nuovo lungo il fiume opaco
niente fosse il fango, niente sui ponti

non impari niente di Roma, oltre
il giro intorno alle rovine, la metro
che trasporta da nessuna parte
non dovrebbe essere di nessuno

Roma, oppure non esistere più
e forse non esiste e non è vero
questo camminare a testa in su
lo stupore, la cosa indimenticabile.

*

(a Andrea Pomella)

Interi abiti allineati sul fondo dell’armadio
soldati in attesa dell’appello, l’adunata
una deriva di cappotti lisi, borse alla rinfusa
sorta di accumulo/pensiero nel tentativo
vano di far ordine, disporre le parole
in modo che non si stropiccino, cambino
nel trasporto, che restino camicie fatte
a mano, pochi aggettivi, collo button down.

***

© gianni montieri – inediti 2014

Le cronache della Leda #11- Tutta colpa di Gabriel García Márquez

IMG-20140418-WA0001

Le cronache della Leda #11 – Tutta colpa di Gabriel García Márquez

 

Mi ha telefonato l’avvocato, mi ha detto che è morto Gabriel García Márquez. Me l’ha detto così di botto senza nemmeno domandarmi come stessi, sono le sue piccole vendette per i romanzi che gli propino, facendolo sembrare un ignorante. Schermaglie tra amici, lui non è ignorante, lo sappiamo entrambi, legge cose diverse ed è meno rompiscatole di me. Mi ha telefonato perché conosce i miei conflitti con la letteratura sudamericana. Sai che novità, solo un lettore superficiale non li avrebbe. Dico subito che non piango Márquez, gli auguro solo buon viaggio, ammesso che si vada da qualche parte. Lui ha firmato la sua immortalità quando ha scritto Cent’anni di solitudine, dopo quel romanzo la letteratura mondiale non è stata più la stessa, abbiamo cominciato a guardare i libri sotto un’altra luce, la sua, che non era mai una soltanto, luce che veniva da tutte le parti. Da lontano e da vicino.

Ho molto amato alcuni scrittori sudamericani. Gli argentini Borges e Ocampo più di Cortázar, che comunque adoro. E Márquez (gente come Isabel Allende o la Serrano non mi riguardano. Per non parlare di quel miliardario brasiliano). A un certo punto ho smesso di leggerli, pur continuando ad amarli. È successo tutto dopo aver letto Cent’anni di solitudine (due volte di fila). Che meraviglia, se mai dovessi dare una definizione di Romanzo darei quel titolo e poi aggiungerei: leggi. Quel romanzo aveva fatto due cose, era arrivato al punto più profondo del mio animo e da lì, da quel piccolo punto nascosto, mi aveva portata via, in un mondo che erano mille mondi, in una terra così vera da non esistere. Sentivo gli odori, immaginavo oltre le storie fantastiche già immaginate dallo scrittore colombiano. Contavo i personaggi, li numeravo, li prendevo in prestito per parlarne a scuola. Leggevo dei passaggi in classe, senza aggiungere altro, fuori dai miei programmi, sperando che i ragazzi si innamorassero di una frase. Che si perdessero nei romanzi. Mi piace pensare che con qualcuno abbia funzionato. L’incipit è qualcosa che quasi non ha eguali. Tutti quegli Aureliano, le pagine spese per descrivere un luogo, i periodi così perfettamente costruiti. La fantasia e l’immaginazione applicate alla realtà. Il racconto allo stato puro. Come un nonno ai nipoti. Eravamo tutti nipoti di Márquez, milioni di nipoti sparsi per il mondo. È stato troppo bello e troppo. Dopo ho avuto bisogno di deviare su storie con architetture più essenziali, di leggere altro. Avevo bisogno di alberi che tornassero paesaggio e che non fossero tra i protagonisti. Volevo meno magia. O una magia diversa.

Aveva un’aria simpatica il colombiano. Una faccia da buono. Ho sentito qualcuno dire che è colpa sua se sono venute le Allende e le Serrano. Secondo me è colpa delle Allende e delle Serrano. Così come non è colpa di Carver se dopo di lui si è formato un esercito di apprendisti minimalisti, destinati al fallimento. Primo perché Carver non era un minimalista. Secondo perché era ed è inimitabile. Chissà come doveva essere sedersi lì alla macchina da scrivere e frase dopo frase costruire il capolavoro. Chissà se qualche volta alla fine di qualche capitolo abbia pensato: «Dio mio che roba.» Chissà. Ora c’è un’anziana signora che dopo tanti scrittori degli Stati Uniti, dopo molti europei, pochi orientali, alcuni italiani, ha voglia, da quando ha riagganciato la cornetta, di rileggere una storia di Márquez.

Non molti anni fa, lo ricordo benissimo, una sera su Skype mio figlio mi disse: «Mamma, sta uscendo in Italia un libro che devi assolutamente leggere, 2666 di Roberto Bolaño, un cileno.» Sapeva come la pensavo, ne avevamo parlato tante volte, ma mi convinse. Disse che si trattava di un capolavoro. Dopo aver letto 2666 capii che abbandonare il Sudamerica non era stato un errore ma soltanto una pausa, un’attesa. Doveva accadere un’altra magia, una magia completamente diversa da Cent’anni di solitudine. Una magia che fosse sudamericana ma anche europea. Una cosa fuori dal comune, un altro capolavoro. Un libro con pochi alberi ma con molte e bellissime parole.

Leda

 ***

Leggi tutte LecronachedellaLeda