Cartoline persiane#11

 

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Caro Rhédi,

alla fine mi hanno coinvolto in una partita di calcetto. Dal momento che ero l’ultimo arrivato, mi hanno messo in porta. E dal momento che non avevo un completo adatto, ho giocato in pigiama. La mia squadra era molto più forte dell’altra, e per questo ho passato buona parte della partita con le mani in mano. Guardandomi intorno ho notato che il campetto era circondato da palazzoni popolari. Ho osservato uno per uno i vestiti stesi e i vasi di fiori sui balconi. Una signora mi fissava da una persiana, e appena le ho sorriso ha chiuso. Sopra il tetto di una casa più bassa un gruppo di operai rumeni lavorava cantando. Al di sopra delle antenne un bastimento di nuvole si allontanava velocissimo, fino a uscire dalla città.

Le periferie si assomigliano tutte. “Io qui ci sono già stato” è un tipico pensiero da periferia. Immagina adesso che non esista separazione, ma che le città si tocchino ai margini, confluendo l’una nell’altra. Immagina le macchine che gettano rifiuti ai bordi delle strade di raccordo. Oppure un grande supermercato dove fanno la spesa abitanti di città diverse. Perché se tutto è continuo e senza interruzione dovremmo passare da una periferia all’altra senza nemmeno accorgercene. Sulla sommità dei cavalcavia di sera potremmo rendercene conto all’improvviso, vedendo dove le luci non finiscono. Oppure in una passeggiata domenicale (ma nelle periferie è sempre domenica) immagina di perderti e vagare tra gli spiazzi, senza neanche sapere l’ora, chiedendoti se la luce triste da cui eri partito sia la stessa in cui sei arrivato. Immagina di domandare al primo vecchio che capita: “Scusi ma questa che città è?”. Immagina di non poterne uscire più.